Archive for the ‘viola amarelli’ Category

giugno 6, 2019

da narrazioni

– di cosa parlano?
– al dunque, niente
sorda sirena

I.
da qualche parte, in qualche tempo, qualcuno

II.
il conto, infinitesimale, del
macellaio

III.
ammutola per scanto, stanchezza
delle labbra, fatica delle sillabe

IV.
da qualche parte qualcuna scuote le anche
lì vuoto chaos
la nascita del mondo

V.
aironi, fenicotteri, libellule
ma le poiane pure hanno il loro ruolo
scarnificano, pulendo all’ossoessenza
quello che resta, quel che m’interessa.

VI.
dite qualcosa, io vi dirò altro

VII.
e molti, molti addii, alle prossime volte
da cronache

I.
aveva pensato di avere
una vita diversa, una vita migliore
fuori di gabbia, lui e i canarini

II.
cerca un buco, una tana
per barricarsi, darsi al formaggio
ma senza veleno per topi

III.
dalle stelle alle stalle
e nessuno che porti la biada

***
l’imbecillità dilagante
niuna nova
lo starsene da soli
la risposta
il silenzio lungo il bordo
il frattale, della costa
il colore sbiadito delle ossa

da dèmoni

vi vedo dietro il vetro,
non vi tocco, un lucido delirio
l’urlo muto, pesci:
chi è il morto
morto morto morto

fare il morto sull’acqua
vivo
passa il sale

sale le scale avvolge il suono
emette e squaglia
gioia
per poco

siate siate gioiosi
l’intento tenace

non s’ulcera più
lo sbrego, diruto
l’io spiritato,
arso, scomparso

il truciolo sbriciola
novo, un tarlo suicida per fame
la vittima in progress
(il prezzo, alto/basso)

Spett.li
Come già
Nel rimarcare
Non si ha modo
Riscontro
Saluti saluti saluti
Molto vi piango

per gli affollati dèmoni che siamo
amplifica: miriadi di voci

***

uno sciame di mediocrità
ronzanti sulla polpa – quel che resta –
sull’osso, ma
il cadavere – dicono – felice

da φαντασματα

VI.
la canna di bambù piegata
tel quel, identica
la curva e la postura,
l’indistinto fruscio della palude.

da cerchi
potresti scrivere una poesia semplice?

certo, una parola sola
affetto

e un dono: mangiare insieme pane e pomodoro

salto, lieve, di festa come la tua vita
nel balenio di coda, corsa che

danza

***
me ne
vado (a vanto) del

te ne avvantaggi, varco, antro,
quando, in due, troppi
il cappio e il ceppo
dei vari modi del saggio
costeggiando, morte dell’amoroso
vento
ostaggio

l’agio, il solitario

***
“ho perso, ho perso, ho perso”
ma non ricorda più cosa
da vincere ci fosse”

 

Viola Amarelli, Il cadavere felice, Sartoria Utopia

Bestiario

Maggio 14, 2019

(en plein air)

I.

Sta per i fatti suoi, quasi ringhioso,

il gatto nato bianco, quasi albino,

le zampe dietro sbilenche

si rifugia tra i pini, i peli irrigiditi

di resina la crosta, non sorride

rifugge – mio fratello ha paura

 

II.

Bere di notte acqua alle pozze

incontrare allegri porcospini

spedire i minatori nel ventre delle madri,

le sciocche, povere talpe – un rospo deciduo

verde squillante tra i ciclamini la mattina

l’involucro, di suo, già corpo vivo

 

III.

Carezza su carezza fuso all’uomo

malcerto macilento

beninteso-cibo nel ventre e

affetto, però non ce l’ha fatta, mea culpa

grandissima, vana

 

IV.

La vita è l’arte di essere perdenti, nulla di nuovo – dimentica

– si muore

 

V.

L’istante che le frullano

le ali, d’un colpo la tortora che

plana e la farfalla enorme

candeggia questa luce, squaglia

crema, intanto che si scollano

etichette, si arrestano i pensieri

frullano insieme tutti – senti, i respiri.

 

(la quieta cammella)

due gobbe, due emme
le zampe due lance,
due occhi di incanto al suo cammelliere
la notte alle dune, due tette, s’illuna.

 

(classifiche)

 

La formica ha l’altezza di formica

la giraffa quella di giraffa

a me ne è toccata un’altra:

un paio di centimetri li hanno

mangiati gli anni.

 

(da “l’ambasciatrice”)

…..

Vorrebbe essere una rana, le scoppia un gran sorriso
Ha lavorato tre giorni sulle rane, foto e disegni
Dai girini alle ninfee, anfibie, animali previdenti
Peccato non abbiano le ali, ma forse sarebbe – è – chiedere troppo

 

Le ammira, stare dentro e fuori, nascere dalla pioggia
Gracidare, gocce e farfalle da acchiappare
Antichissime esperte d’acque e fondali,
Regali salti di principi nascosti, goduria

…..

 

(self portrait)

La puledra ferma al fieno

Scarta al vento, si ombra di niente

Imbizzarisce, tenera e lontana.

 

(terragna)

 

Movendo, metamorfosi di muta,
serpe terragna fra pietre e polvere
la cerca di

 

gradienti verde.
Tutto dovrebbe essere
alberi ed erbe.

 

(poesia pennuta)

Misurabili i voli dei
pinguini e di galline,
alzare gli occhi all’aquila reale,
la freccia del falco pellegrino,
ma è il balzo della cincia la mattina a
neve fresca che ancora, e sempre,
spezza il mio di cuore,
addio miserabili gabbiani

 

(custodi)

Le oche sono animali terribili,

custodi, e territoriali

come le femmine. madri.

 

 

ribadeiro

La roccia nera e la marea

attende, i mitili attaccati

nudi indifesi alle pareti

attendono l’onda grigia di ritorno,

non sai ma immagini

lo strazio.

 

(still life)

 

uno sfreccio improvviso, pelo
energia in bocca il pettirosso
trofeo regalo
vittoria contro il canto, spiazzato
troncato, violenza dell’agguato
piume annerite, fiato già sprecato,
ma il verme, il verme signori
l’avete mai ascoltato, pure lamenta
pure venne ingoiato.

(Ararat)

 

Felicemente nominava pesci rossi morti da decenni,

cagne dagli occhi fondo miele, gatte sfiancate in silenziosi parti.

Le code, le code, insisteva, le bandierine che segnano la vita,

vibrisse di muscoli e guaine, festanti tra l’erba, i ciottoli e il canale,

felicemente rapita tra ragni e lucertole, ignorando sovrana ogni essere umano,

non un figlio, un nipote, un vecchio amore

scomparsi nel diluvio di cellule e codici a barre arrugginite

 

resta  l’estate, scialo di cicale.

 

(Viola Amarelli)

recensione a un libro mai letto

febbraio 14, 2018

I.

la quinta sillaba del quinto verso della
terza sezione risulta cemeteriale per
assonanza chiasmatica, sarebbe da

preferire un orgasmo a questa materia
scrittura spugnosa, confuso il lettore
il critico affonda fortunosamente

le righe di acciai zincati allineati
soccorrono le menti abiurate
strisciano asfissiati gli schiavi
descriviamo rivolte mai avvenute
felici di catene collari sputi adusi
a sofferenze di genere vario

il tema ammesso vi sia è respingente
supponiamo che non voglia aver senso
purtroppo non ci abbiamo capito niente

assise su spire le serpi assire,citazione
probabilmente che male mai fa, mescola-
re con aria e penna pensosa, ci sta.

II.

installazione in project, mescola clip, movie e nausee
rancide -non ci sono più le birre
e le scritture di una volta. l’ultima polemica del nulla
meglio tacere, non farsi nemici

per il resto siamo una tribù autistica di
mutanti
a questo punto – bulimia del chronos
meglio una IA che abbia il controllo
non c’è aria, tra l’altro. questo è il blank noise, lo tengo
a mente

possiamo solo lamentarci, queruli
e ridicoli
sadomaso resta il vessillo
non sappiamo neppure cosa potesse-possa essere
un assillo, uno scatto
potremmo farci male

branco di pesci allessi ci muoviamo
possiamo scriverne – vomitare
parole per ore
l’unica grande salvifica certezza è che
nessuno (alcuno) legge o, giustamente, se ne fotte
IA tene ‘ato a fa’, pure chi tira la campata
sibilo tra i nostri denti, prima sparite prima ricominciamo a
respirare, fuori-fuori
fuori dai piedi
figli dei vostri tempi.

III.

dite qualcosa, io vi dirò altro

IV.

e molti, molti addii-alle prossime volte

(Viola Amarelli)

Danse

dicembre 27, 2017

deflagrare la piena- di pazzia

avevamo sensi senza usarli
se non per adattarci, sopravvivere, suicidare
noi e i nostri cari (li avevamo comunque sterminati)

poveri lemming la fine sia
fu già un gioco gioioso
intemerato nel solco del ballare

nel vuoto, almeno così raccomanda
il dio del non senso, il supremo sensato
unitamente alle coorti dei magnifici ‘chisenefotte’ che tentiamo di emulare

nel bolo digestivo, il chiummo int’a panza, raffazzonata
chienezza, l’ascetismo lo rimandammo
alle prossime tre-quattromila occasioni
di vita, dicevate in coro,

ce ne scampi la bufera, quella passò e, stupore,
respiriamo, ancora, almeno
un poco, grazie grazie per questi milioni di micron

inanellati nelle vene, le ex-gaudenti, ex stimmate,
le nostre stimate cerevella di spugna, già azoto, già
carbonio, ora impietrite – le cerevella.- ora silicio

deflagrare la piena- di saggezza
cangiante ad ora ad ora a improbabile
onniscienza (voi semprancora ci credete)

al dunque anche l’eutanasia è una fede

Viola Amarelli

amnesie

novembre 8, 2016

Cazzo, abbiamo studiato, letto saggi e tesine,

scritto dissertazioni, zeppe di citazioni e
d’ironia edotte viaggiando in lungo e in largo

abbiamo anche lottato per un posto in palestra
per un look più adatto, fissati i punti g
pianificati ombretti, prese tutte le pillole

si è persino deciso: sedurre, quanto basta,
abbandonando spesso, senza metterci il cuore
senza il becco di un soldo, senza il lusso di figli,

tutto per essere, insomma, una persona, cazzo,
quello che sognavamo, anni di allenamento
a diventare neutre, fidando noi in noi stesse

mentre per tutti quelli intorno/addosso/sopra
rimanevamo donne, nel cuore del problema
che resta, ci hanno detto, se darla,
a quale prezzo.

Viola Amarelli

da Le nudecrude cose e altre faccende 2011

acqua

ottobre 14, 2015

sono molto contenti. era ora che se ne andasse. a cavallo. ne verrà uno peggiore azzarda un gruppetto. i gruppetti sono in genere apocalittici. il signore ha finito il mandato, mandato ai suoi diavoli. ognuno ha i diavoli che si merita. mangiamo. tuberi ed erbe. cotti. il segreto di cenere, custodito da vecchie. il fuoco è per i potenti. non ce ne sono per ora. per fortuna. chi ha voglia di qualcuno che sbraita, schiamazza, e raccoglie le tasse? da sputargli addosso, ma tanto, solo acqua sprecata anche se d’acqua ce n’è ancora tanta. più giù no. dicono che non piova da mesi. da anni. che il cielo sia ormai una coperta riarsa. dicono spesso sciocchezze, però arrivano, a cercare acqua. e i signori spariscono. fuggono, da qualche parte, inventando scuse. per ora c’è acqua. e tuberi, ed erbe. poi si vedrà. dopo. se. caso mai.

(Viola Amarelli)

Ghiaia

agosto 22, 2015

Vado franando a ghiaiolelle, sassi senza muretti
A secco lavorìo di decenni poi diranno quanto
Tot di magnesio tot di potassio musche larvali
Bruciate bruciate, poi dicono l’inquinamento
Òra misura di arsenico la catena transustanziale
Polveri fini si allargano, specchi neuroni
Oggi a me domani a te vado frenando tanto
Consuma poco il benzene l’odore di ozono
Stallatico la natura violenta violentata
Uno addosso l’altro loop di tastiere, zampate
Predate vado andiamo in collisione
Inabissando si spera l’orizzonte di una savana
Primeva, di una lava deodorata, disinnescata, digerita
Il cervello è una sfoglia di cipolle potremmo continuare
Ore e ore bit su bit male per male dolore con dolore
Non concludendo niente. Niente conclude la ghiaia
Alluvionale, non nasce e non finisce. Ave atque vale.

(Viola Amarelli)

(sull’orlo della fine)

ottobre 22, 2011

Sull’orlo della fine la pioggia fitta sottile, le tre del pomeriggio la
domenica nell’aria grigia e umida, l’acqua
che scorre

silenziosa su cianfrusaglie stese su stracci di un
mercatino d’usato, improvvisato, scolora plastica
e scarpe e maglioni già

fossili ora petrolio. In un silenzio clamoroso scivolano
ragazzi neri, vecchie badanti dai capelli tinti masticano
panini, chi

baderà loro, i ragazzi neri scivolano tra buche e
cedimenti, l’acqua che stinge, infreddoliti in cappotti,
giacche a vento

sciarpe nere e grigie e bianche, nessuno di loro con un
ombrello. Una luce purissima traslucida scandisce ogni
dettaglio,

lo dilata sull’orlo della fine la piazza enorme, cantiere
eterno già caduto a pezzi, cammini su basalto, passi
sull’asfalto roso

da ruote e acqua, freddo d’umido. Tra un po’ – quando –
non ci saremo più, noi, la pioggia, la piazza enfia e
ansimante, gli

esseri umani tutti, tra un po’, non tanto. Sta attento a non
bagnarsi le scarpe, slalom e rally, attento alle auto, ai
vecchi

travestiti da nipoti, alle vecchie spedite a morire affianco
ad altri vecchi, sta attento ai ragazzi ninja spaesati senza

sole, qui, che ci sarebbe, ma devi pensarci, il mare, tra
un poco scoppia, lo sente, tutto e giustamente. Non più
occhi né

gambe, né idee né pozze né fiati. Niente di niente, per
noi, tutti, ovviamente. Meglio così, ci sarà qualcosa
d’altro e chi

dice che non sia meglio. Arriva quasi alla fermata, di
fronte alla stazione, non c’è mare non c’è sole solo acqua
incolore,

sta per salire sul pullman, quando inciampa inzuppa
infradicia le scarpe, gomma e pelle, il piede la sua pelle,
come accade,

frequente, quando pensi che sia finito e tu, almeno, in
salvo e allenti la tensione e sei finito. Un pezzo di strada
e di

giornata. Una vita di viaggi. Sull’orlo della fine, degli
umani. Peccato, resta sospesa l’aria, non che non possa,
non deve

farci niente.


Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora