Le quattro e si apre la porta degli inferi
le quattro che scendo le scale faccio
corridoi scorsoi mi perdo mi faccio male
bevo sangue. Le quattro, alla gola come
cappi di cravatte, mi faccio in quattro
con una tagliola, apro ferite, la mia discesa
è un fuori pista di graffi, feritoie. Sono
le quattro di un kebab con tutto e del bicchiere
d’acqua in cui respiro, calmo sono un pesce
muto come un serpente allo specchio, mi
autotento adesso scendo, dall’albero della notte
da cui discendo. Le quattro precise
del mio spettro sordo, che vaga per il
mondo dentro un sogno, le quattro sveglio
a dire niente ma con violenza di silenzio sono
le quattro della mia voce che mi guarda e mi
sussurra a quattro labbra: fatti atomo e
oltrepassa la barriera che divide in quattro
pensieri e ragioni per restare, resto allora
per mia madre resto per l’amore o me ne vado
per gli stessi motivi, oppure cado scendo ancora
verso il mare, quinta opzione, dalle quinte fatte
quattro, cielo terra aria e L’ade che mi aspetta alle
quattro, come un ladro allora evado
dalle quattro prigioni, e scendo a dire al muro sto
crollando ma il muro è occhi e croci
di radici al cubo di rubriche per chiamarmi
da ogni distanza.
Ma una voce di madre con calma di culla
mi prende per mano e mi annulla.
Alessandro BURBANK, Salutarsi dagli aerei, Latiano (BR): Interno Poesia, 2018