Archive for the ‘maria borio’ Category

aprile 29, 2020

like vicious music that ends
in transparent accords
Wallace Stevens

Oggi credi che esista una temperatura trasparente
– senza case, rifugi, gusci di latta
la pelle nuda. Non hai capelli, peli, unghie,
sei un foglio lucente, in sospensione, una sfera,
un foglio – le notizie in tutte le lingue
immediate nella camera del suono.

Oggi credi che esista una luce perfetta,
trasparente – e dentro
una seconda volta
tutto ciò che vive può sempre
una seconda volta
pensando vivere?

 

Maria Borio, Trasparenza, Interlinea 2019

aprile 29, 2020

Ecco la nebbia che non ti fa parlare,
è fitta sopra le case, è i cristalli scivolosi
sul lucernario, sulla ringhiera di rame:
è tornare molto indietro, quando correre
era fare la nebbia per nascondersi
sotto lo scivolo dei garage
nel punto più buio,
quando siamo stati bambini, in quattro,
e giocavamo a chi fa la pipì più lunga
nel buio. Nessuno ci trova.

Sembra di vederti apparire
con le lunghe mani e le ginocchia sporche,
ti fingi come il cane senza razza, malato,
che seguiva le porte di tutte queste case.
Si sente quando la nebbia è alta
anche oggi sopra il giardino
segue molti giri d’atmosfera.

Sono le otto di mattina: scendiamo
ancora sulla rampa a cono
nel tunnel dei garage,
la porta di ferro è aperta
c’è l’angolo più buio
tra le macchie di benzina e umido.
La nebbia schiarisce, evapora
la miniera dei sentimenti
dove in questo sesso o in un altro
dici che malattia non è niente di diverso.

Ma ti immagini felice, almeno in quel punto.
Sei felice, non immagini altro.

 

Maria Borio, Trasparenza, Interlinea 2019

Settima scena

novembre 5, 2019

Stendevamo le mani contando
i bordi di pelle incrinati.
Questa è una scena visibile
dietro una parte di me che indietreggia,
si sorregge la luce insieme
la carta e il digitale, ti sorreggi
consegnato alla portafinestra
e mi apri uscendo sopra il gelo.
Questa è una seconda scena
che mi lascia creatura tra gli uomini,
tu uomo tra le creature che degradano –
il balcone, la condotta di rame, i grovigli delle nuvole,
una sagoma parlante.
Nella terza scena parliamo immobili
attraverso uno schermo nell’etere
particelle o nella sottospecie di materia,
gli atti che chiamano linguaggio
o il linguaggio vero, sinuoso, incosciente.
Posso dirti
il tempo reale, nel tempo reale puoi
dirmi, accecati dalla luce digitale,
la fortuna di saper aprire
una quarta scena
dove entrano i frammenti degli altri
e noi ricomponiamo barricandoci
a un orario e a una parola –
le notizie rosse e irreali
sono scese dietro l’orizzonte,
un attimo al mondo per diventare –
quando nella quinta, sesta, settima scena saranno
il postino o l’uomo del pub
o tuo padre persino e mia madre
sempre più in sé sprofondati.
Così alla quinta scena ero tornata nel segreto
e l’avevi cancellato per un mondo
che entrava nella stanza allontanandosi.
Poi alla sesta scena eravamo in una semplice fila
alla stazione, con gli occhi e una banconota
piegati tra la mano e il tavolo –
un affidarsi, un rispettare.
Alla settima scena torno e respiro
nell’irrealtà prodotta dello schermo dei colori
del viso e della voce,
lontani e accesi, collisioni, temperature, frenetici
mentre il puro pensiero di me
non è più me
ma lo conservi, e i famelici ostacoli
di una lotta per il nostro posto
sono accidenti,
tempeste.
Un suono di gola, primitivo:
la trasmissione del niente è all’altrui niente –
la settima scena di noi è il settimo giorno,
la vita che vogliono rubare
bianca è nuda.

Maria Borio (Perugia, 1985), da L’altro limite (Lietocolle-Pordenonelegge, 2017)

ottobre 14, 2015

La voce che parla dal nastro

ti ferma la testa. Tu credi

incosciente a un equilibrio.

La mia testa lavora sulle rotaie e sugli argini

al chilometro centotrenta, in un vuoto perfetto.

Vivrei la mia vita con un uomo che significa

mille uomini come tu chiedi al mare

altre immagini perché ti aiutano

a far bastare ogni momento

e in un altro momento vuole molte occasioni.

Il mare è il soffitto della stanza,

il nastro pulito:

lo sentissi, momento su momento,

perdendo un po’ di me ogni volta

con fantasie che tornano

e un po’ meno di me dove basti

alla tua stanza in penombra

che apre le immagini come il nastro

che batte e ci ferma.

Il treno mi porta fino a farmi parlare.

(Maria Borio)


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