L’autunno venne con accenni esitanti,
Vento dal nord ci screpolava la pelle,
Per dieci giorni la terra ammutolì di stupore
Che tutto potesse, nella sua essenza,
Essere così bello. I contadini ci avvertirono
Delle piogge di ottobre. Una notte di tuoni
E fulmini i ruscelli in piena scrosciarono
Sulla pianura. Ora i salotti sono
Cupi per il vomito che marchia le pareti;
I bruni fogli d’acqua si muovono tra le case senza
Incontrare resistenza, o s’increspano e turbinano,
Frusciando contro un ostacolo. In lontananza, un falò
Guida contadini, cavalli, mucche lungo un guado:
È alta quota stanotte con una scrollata di spalle.
La luce rossa della sua fiamma tremola in oli
Nel flusso, scure sagome di uomini e bestie barcollano
Oltre i confini del suo alone per svanire.
Non posso sentirne le grida, né i gemiti dei buoi.
I vagoni sono abbandonati, la forza bruna
Se li porterebbe via sulle spalle, li rovescerebbe, li farebbe
Vorticare come dervisci affogati nelle proprie gonne.
C’è quiete ora, da qualche parte il fiume
Sogna le sue rive in un sonno profondo.
Mary dorme col bambino.
Quando il lampo crepitò attorno
A casa nostra con una tinta bluastra
Sulfurea e mortifera, ci scioccò i visi
Con il suo sguardo d’aquila. Scriverò poesie, vetro scuro,
Attraverso cui fissare una luce inestinguibile.
John Barnie, Gigli di mare. Poesie scelte 1984-2003, Kolibris 2011