Archive for the ‘poesia’ Category

aprile 16, 2023

Un preludio

(L’esito mancato)

Dove e perché s’ingrippò la macchina
non ho mai capito e non mi è dato,
deve comunque essere stato, deve,
quando il segnale volse in una linea
dura e costante quale un orizzonte
piatto e nitido e senza soluzione,
il mare delle cose chiuso a un cielo
metaforico (come dire “vita”
e dire ciò che non si sa sapere).

Ebbene, quando fu marcato il limite,
lo spigolo, il peso del confronto,
un clic, sordo e generale, sospese
nel cuore delle cose il soffocato
rantolo come di motore acceso
e il tremito e il generatore.

Io non so dove né perché, ripeto,
fu come se, allo snodo del suo compiersi,
lo stato insufficiente delle cose,
la vita congedando e il suo esito,
chiuso si fosse nella sua armatura.

(Enrico Le Pera, da Urti e canti, Ensemble Edizioni 2021)

Presagio

novembre 22, 2021

Basta con questi rami, questa luce.

Il cielo, anche se azzurro, mi intralcia.

Da quando ho cominciato a capire

di avere altro da fare,

non so più stare dietro al ritmo

dei giorni col passo agile degli altri inverni.

L’albero svettante,

quello che l’alba tingeva d’oro

è stato abbattuto – quel fervore di uccelli e cherubini

soffocato. La siccità ha scurito

più di una foglia verde.

                                          Da quando

so che un altro desiderio ha cominciato

a proiettare i suoi lacci fuori di me

in un luogo ignoto, mi protendo

in un silenzio quasi presente,

inafferrabile tra i battiti del cuore.

Intimation

 I am impatient with these branches, this light.

 The sky, however blue, intrudes.

  Because I’ve begun to see

  there is something else I must do,

  I can’t quite catch the rhythm

  of days I moved well to in other winters.

  The steeple tree

  was cut down, the one that daybreak

  used to gild – that fervor of birds and cherubim

  subdued. Drought has dulled

  many a green blade.

                                          Because

  I know  a different need has begun

  to cast its lines out from me into

  a place unknown, I reach

  for a silence almost present,

  elusive among my heartbeats.

Denise Levertov

da Collected Poems, New Directions, 2013

traduzione di Paola Splendore

Toccare il centro

novembre 22, 2021

“Sono un paesaggio” dice lui

“un paesaggio e una persona che cammina in quel paesaggio.

Ci sono dirupi spaventosi qui,

e pianure  appagate dalla loro

bruna monotonia. Ma soprattutto

ci sono foibe, luoghi

di terrore improvviso, di corto diametro

e infida profondità”.

“Lo so”, dice lei. “Quando vado 

a passeggiare dentro me, come capita

un bel pomeriggio, senza pensarci,

presto o tardi arrivo dove falasco

e mucchi di fiori bianchi, ruta forse,

segnano la palude, e so che lì

ci sono pantani che possono tirarti

giù, farti affondare nel fango gorgogliante”.

“Avevamo un vecchio cane, dice lui, quand’ero ragazzo”,

un buon cane, socievole. Ma aveva una ferita

sulla testa, se ti capitava

di toccarla appena, saltava su con un guaito

e ti azzannava. Diede un morso a un bambino,

e dovettero portarlo dal veterinario e abbatterlo”.

“Nessuno sa dove si trova” dice lei,

“e nessuno la tocca neppure per sbaglio.

È dentro il mio paesaggio, e io sola, mentre avanzo

ansiosa nella vita, tra le mie colline,

dormendo sul muschio verde dei miei boschi,

inavvertitamente la tocco,

e mi avvento contro me stessa -“

“oppure mi fermo

appena in tempo”.

                            “Sì, impariamo a farlo.

Non è di paura, ma di dolore che parliamo:

quei punti dentro noi, come la testa ferita del tuo cane,

feriti per sempre, che il tempo

mai  lenisce, mai.”

Zeroing In

“I am a landscape,” he said,
“a landscape and a person walking in that landscape.
There are daunting cliffs there,
And plains glad in their way
Of brown monotony. But especially
There are sinkholes, places
Of sudden terror, of small circumference
And malevolent depths.”
“I know,” she said. “When I set forth
To walk in myself, as it might be
On a fine afternoon, forgetting,
Sooner or later I come to where sedge
And clumps of white flowers, rue perhaps,
Mark the bogland, and I know
There are quagmires there that can pull you
Down, and sink you in bubbling mud.”
“We had an old dog,” he told her, “when I was a boy,
A good dog, friendly. But there was an injured spot
On his head, if you happened
Just to touch it he’d jump up yelping
And bite you. He bit a young child,
They had to take him to the vet’s and destroy him.”
“No one knows where it is,” she said,
“and even by accident no one touches it:
It’s inside my landscape, and only I, making my way
Preoccupied through my life, crossing my hills,
Sleeping on green moss of my own woods,
I myself without warning touch it,
And leap up at myself”
“or flinch back
Just in time.”
“Yes, we learn that
It’s not terror, it’s pain we’re talking about:
Those places in us, like your dog’s bruised head,
That are bruised forever, that time
Never assuages, never.”

Denise Levertov

da Collected Poems, New Directions, 2013

traduzione di Paola Splendore

novembre 16, 2021

Κoχλίας o della chiòcciola

perfettamente dotata
accogliente quanto basta
per uscire a incontrare il mondo
e accoglierlo dentro
Abitare è un esercizio di confidenza con sé stessi
occorre tenere sempre a mente
che anche gli alberi migrano

Federica Adriani

novembre 12, 2021

In Argentina è estate. Darwin dice: «andai col mio ospite».
là c’erano «tremila teste di bestiame, un orto
con i peschi», e c’era un altro morso nella Notte
liscia. Qui ho vestito da femmina la femmina; e
la veste ha un contenuto; e io non parlo. dopo il digiuno
che esercizio si fa? Anche la mente osa
le isole dei versi e un certo pane o acqua. 

alla fine ha parlato una regina
lirica: tu mi hai sommerso, come la marea.

Massimo Sannelli

Il torrente e il camoscio

Maggio 16, 2021

Cinque rivelazioni estive

marzo 9, 2021

1.

Le tapparelle cullano refusi di falene la sera la mattina 

stampano listarelle sul desco magliette moda anni cinquanta.

Tempo permettendo, indosseremo il desco.

*

2.

Può     posso stare con la base della schiena che tocca il davanzale 

con un sole che è il sole di luglio del nove luglio delle otto e dieci a.m

anno duemilaventi 54º 41’ 20’’ latitudine longitudine 25º 16’ 47’’

coordinando gli avambracci a mettermi mettersi davanti 

un suo mio libro inebetito dal biancore essere 

per numerosi secondi una statua riscaldata 

che scorda universo e applausi una statua tutta pori.

*

3.

Le motorette rombando rilasciano una perimetrata onnipotenza.

L’estate è partorita dai tubi di scarico truccati dicembri inclusi.

*

Giugno luglio agosto

sono stemmi che vengono dopo

apposti alla fiancata o al cruscotto. 

*

Multateli ma anche elogiateli in segreto

per le iperboli che ribollono per il serbatoio d’imbecillità

che mi concima questa terza rivelazione.

*

4.

La resina termoplastica dei gazebo

rilascia nell’aria una nausea delicata.

Non c’è niente di eccezionale nel mio naso, credo,

così stordito, così incollato al telo.

E niente in quei salotti di vimini che traspirano 

la loro umidità di oasi ridicole,

deserte o con l’addetto alle vendite 

che annuncia una festicciola di manichini. 

Distogliendosi,

viene proprio da riverirlo, allora,

il grigio della tangenziale che mi scorta

verso il bilocale senza proiettare vicinanze.

*

5.

Approntano l’infisso per la mensola 

il montante del cancelletto il prato 

dove i bimbi potranno stravaccarsi.

*

La trivella la fresatrice il tosaerba. 

Fittissimi, aleatori, intervallano

campiture di rumori più blandi

infradito scrollati iris d’acqua flessi

cellulare che vibra pallina da tennis.

*

Sono le cicale delle nostre parti 

timidamente, svogliatamente inurbate. 

Aspirano alla manutenzione; a tagliare il nastro 

che inaugura ogni settembre

come un niente di fatto.

*

Alle loro dentature, al fatalismo di chi le adopera 

tra una pausa e l’altra, in tempi dilatati e arbitrari,

estorciamo una versione non troppo appariscente dell’estate.

Davide Castiglione

Niente di tiepido

marzo 1, 2021

E vede branchi di rocce al galoppo; blu elettrico giù dai dirupi. Il fiato è infilzato; i denti trapassati da nasse di luce. Fiocinato in alto il corpo si sconquassa.

Niente di tiepido qui. Neve oltreneve a fiotti nel cervello. Intorno rollano lance di larici. Nessun romanticismo. Un corpo eccelso sbrana morbidi incontri. La neve barrisce, famelica come un’amante. 

Spalancata di oh la gola è una gallina sgozzata. Fermenta e scoppia. Leccata come un vitello dalla lingua del pietrame. Su, fino al collo del crinale che febbricita eccitazioni.
E’ un animale sgusciato. Solo bocca. Squame e bocca. 

Sul pendio alcune capre pascolano l’ultima erba. Il cane abbaia e le rincorre.

Inciampa.
Più terrena di così non sarà mai, lo sa. La strada è quella giusta. Non è un segreto. La cengia, la cresta erbosa, la torre di granito. Luogo vivente e stravivente.

Si lascia brucare, sferzata dalla luce. Sbam. Sbadabam. Viva. Sotto il cielo che supera.

settembre 25, 2020

Prometeo pietra

Prométhée caillou

1

Je dors dans la chambre des trois Titans.
J’ai choisi le lit près de la fenêtre.
La montagne entre par la fenêtre.
«Va dormir de ton côté, lui dis-je.
Je ne suis pas un Titan.
Un caillou farouche, voilà ce que je suis.»

1

Io dormo nella camera dei tre Titani.
Ho scelto il letto vicino alla finestra.
Dalla finestra entra la montagna.
«Vai a dormire al tuo posto, le dico.
Io non sono un Titano.
Un sasso indomito, ecco quello che sono.»

*

Du temps présent je suis un fils,
en somme une ombre rocailleuse.
La montagne appartient certes au temps présent
mais nourrit les temps mythiques
au moins par ses veines de quartz.

Sono un figlio del tempo presente,
in sostanza un’ombra rocciosa.
E’ vero, la montagna appartiene al presente
ma alimenta i tempi dei miti
se non altro con le sue vene di quarzo.

*

Elle sait marcher sur deux jambes asymétriques
avec un bruit menaçant d’os d’ivoire qui se froissent.
Elle sait voler la nuit en silence.

Si muove su due gambe asimmetriche
con un rumore minaccioso d’ossa d’avorio
che si fracassano.
Sa volare in silenzio di notte.

*

A l’autre bout de la sixième chaîne de montagnes
Alaye dort devant la mer dans la chambre d’Ulysse.
Il n’a pas encore d’Ithaque.
La violence entre par la fenêtre.
«Va dormir de ton côté, lui dit-il.
Esclave je n’ai jamais été et jamais ne serai.»
La violence pue. Putréfie. Contamine.

All’altro capo della sesta catena montuosa
Alaye dorme nella camera di Ulisse davanti al mare.
Ancora nessuna Itaca per lui.
La violenza entra dalla finestra.
«Vai a dormire al tuo posto, le dice.
Io non sono mai stato schiavo né mai lo sarò.»
La violenza puzza. Imputridisce. Contamina.

*

Une pirogue insubmersible, c’est Alaye.
Du temps présent lui aussi est un fils.
La violence meut ses tentacules depuis le passé
jusqu’au présent. Ulysse usa de la ruse
et de la lance contre elle.
Qu’insubmersible soit la pirogue à proue-parole.

E’ una piroga inaffondabile, Alaye.
Anche lui è un figlio del tempo presente.
La violenza allunga i suoi tentacoli dal passato
fino al presente. Ulisse usò l’astuzia
e la lancia contro di lei.
Che resti inaffondabile la piroga dalla prua-parola.

*

2

La montagne remet les dieux à leur place,
dans un trou sous le glacier.
Ils s’y chamaillent puis congèlent.
Quant à nous, il est grand temps que nous parlions.

La montagna rimette gli dèi al loro posto,
in un buco sotto il ghiacciaio.
Vi si azzuffano e poi congelano.
Quanto a noi, è giunto il momento di parlare.

*

La montagne scie en long et en large
les âneries et les dogmes.
Le vent en scie en long et en large
troncs et branches.

La montagna taglia in lungo e in largo
le assurdità e i dogmi.
Il vento ne taglia in lungo e in largo
tronchi e rami.

*

La montagne est le nom moderne de Prométhée.
Quant à nous, il est grand temps
que nous le remercions à nouveau,
le vigilant à la langue bien pendue,
et dégagions nos mains
aussi libres que les siennes.

La montagna è il nome attuale di Prometeo.
Quanto a noi, è giunto il momento
di ringraziarlo di nuovo,
quel guardiano dalla lingua affilata,
e rendere le nostre mani
libere al pari delle sue.

*

3

Des forêts envieuses
assiègent la montagne.
Elles moisissent.
Le torrent les fend de son incendie de joie.

Foreste invidiose
assediano la montagna.
Marciscono.
Il torrente le fende col suo incendio gioioso.

*

La rancœur grogne à midi.
Le torrent l’avale la dilue.
Pluie sera.
Humaine.

Il rancore grugnisce in pieno giorno.
Il torrente lo inghiotte lo annacqua.
Ne fa pioggia.
Umana.

*

Nuage, merci
et à son petit frère le torrent
qui tire la vie du côté de la compréhension.
Joie gicle.
A Prométhée sur la cime
mon beau, mon fier nuage porte la clef.

Grazie a te, nuvola,
e al tuo piccolo fratello, il torrente,
che porta la vita dalla parte della comprensione.
Sprizza gioia.
A Prometeo sulla cima
la mia splendida, fiera nuvola porta la chiave.

*

4

Combien de langues sont parlées
dans la chair de ma montagne?
Douze.

Quante lingue si parlano
nella carne della mia montagna?
Dodici.

*

Je dors dans la chambre des trois Titans.
Un vent glacé passe sous la porte.
Il cherche la treizième langue,
la langue solaire des Titans
dont Prométhée génère la syntaxe.

Io dormo nella camera dei tre Titani.
Un vento gelido passa sotto la porta.
Cerca la tredicesima lingua,
la lingua solare dei Titani
di cui Prometeo genera la sintassi.

*

Les Titans dorment ailleurs depuis une minute éternelle.
Et moi, caillou farouche, je donne au vent
les récits courts, les fracassantes métaphores,
les petits cristaux aussi irréductibles
que la volonté de Prométhée.

I Titani dormono altrove da un minuto eterno.
E io, sasso indomito, offro al vento
brevi racconti, fragorose metafore,
piccoli cristalli irriducibili
quanto la volontà di Prometeo.

*

Moins glacé le vent retourne vers les étoiles.
Chaque étoile est un cœur humain
qui répond des vigilants dormeurs éveillés de la chambre
que visitent la montagne volante et le vent cisaillant.

Meno gelido, il vento ritorna verso le stelle.
Ogni stella è un cuore umano
testimone del risveglio dei guardiani dormienti
nella camera
visitata dalla montagna volante e dal vento tagliente.

Yves Bergeret

Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

Sfruttamento di anziani malati parte seconda

settembre 24, 2020

L’ennesima morte di un parente

nella campagna fatiscente,

con gli inverni che si fanno pubblicità

sul tuo viso la sera. Anche questa

è una possibilità,

farsi forza parlottando in cucina,

vivere per strada, fuori contesto,

le dieci di mattina,

su luci che non vedevi da un po’.

 

E pensare però che dopo marzo

la violenza si chiama primavera.

Francesco Targhetta, I fiaschi, Le Lettere 2020


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