Archivio per Palestina
19 aprile 2026 alle 12:32 · Archiviato in Letture, Oscurità, Sociale, Storia and tagged: Billy Corgan, David Draiman, Fascismo, Israele, Nazismo, Palestina, Roger Waters
Roger Waters ha scritto una lettera in risposta a
Billy Corgan per aver ospitato il cantante sionista dei Disturbed,
David Draiman, nel suo podcast e l’ha condivisa sul suo account social:
“Caro Billy, come stai? È passato troppo tempo. David Draiman… Qualcuno mi ha inoltrato l’apparizione di questo tizio nel tuo podcast. Non ne avevo mai sentito parlare. Comunque, pare che lui abbia sentito parlare di me. Sembra che abbia un problema con me che mi batto per i diritti umani, in particolare i diritti umani dei miei fratelli e sorelle a Gaza che vengono massacrati in un genocidio dalle forze armate dello stato paria razzista nazista di Israele.
Tu, essendo il bravo ragazzo che sei, hai dato a questo piccolo pezzo di merda l’opportunità di chiarire o persino modificare la sua posizione. L’ha fatto. È un maiale psicotico razzista nazista.
Mi hanno detto, Billy, che lui scrive messaggi sulle bombe prima che l’IDF le sganci sui civili a Gaza. Basta così. Continuerò a lavorare con tutti i miei fratelli e sorelle in tutto il mondo nel movimento per esigere diritti umani uguali per tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla loro religione, etnia o nazionalità.
Se tu, amico mio, ti stai chiedendo se voglio avere una conversazione con questo piccolo stronzo odioso, la risposta è no, grazie Billy. La vita è troppo breve. Può abitare il suo angolino minuscolo dell’inferno senza il beneficio del mio amore e della mia verità.”
4 marzo 2026 alle 19:27 · Archiviato in Cognizioni, Passato, Storia and tagged: Albert Glock, Archeologia, CarmillaOnLine, Colonialismo, Infection, Israele, Liberismo, Palestina, Pier Paolo Pasolini
Su CarmillaOnLine una dissertazione su Albert Glock, archeologo americano ucciso in Palestina nel gennaio ’92 perché aveva cominciato a interpretare una linea evolutiva scomoda:
Il 19 gennaio 1992, l’archeologo statunitense Albert Glock fu ucciso a colpi di pistola in Cisgiordania, a poca distanza da Gerusalemme, da un sicario rimasto sconosciuto. Forse un sicario che nessuno, mai, ha voluto davvero individuare e perseguire. Eppure Glock lavorava in Palestina dal 1962 ed era un pastore protestante, che nacque archeologo biblico e poi divenne altro con un percorso professionale particolare e importante. Glock, nel corso degli anni, aveva difatti modificato le proprie prospettive di ricerca mostrandosi, però, pienamente partecipe delle innovazioni teorico metodologiche della coeva New archaeology americana.
Dalla morte di Albert Glock a oggi sono trascorsi 34 anni e nel piccolo mondo degli archeologi, la sua figura e la sua opera se non dimenticata è restata comunque priva di qualsivoglia particolare attenzione. In rare occasioni gli archeologi hanno valorizzato il pensiero di Glock e, con l’eccezione di un libro inchiesta, la sua morte non è stata ritenuta segnare un momento importante nella storia dell’archeologia. Eppure, a rendere la sua vicenda interessante, anche per i media generalisti, avrebbe dovuto essere proprio il movente del suo omicidio. Un assassinio impunito ma che, nell’ambito della questione israelo-palestinese, entrambe le parti ritennero diretta conseguenza delle ricerche che conduceva. Dopo un primo momento, segnato da indagini approssimative e qualche necrologio, la vicenda perse, però, interesse e l’argomento fu probabilmente ritenuto sgradevole perché trattarne significa ragionare non di grandi e meravigliose scoperte ma di archeologia e politica. In Israele, per il caso specifico, e in generale1.
In circostanze del tutto diverse quella di Glock fu una morte, con la conseguente indagine, che ricorda quella di Pierpaolo Pasolini, anch’egli intellettuale scomodo perché non controllabile, libero, originale e ingombrante. Siccome i casi della vita fanno sì che tutto si tenga, su Pasolini torneremo con una battuta.
Per chi non è del mestiere, per chi conosce l’archeologia solo grazie ai mass media, per chi, da archeologo, è impegnato a gestire solo la propria piccola torre d’avorio, antepongo qualche informazione generale sull’archeologia, in Israele e Territori occupati, così da contestualizzare quanto seguirà.2
L’archeologia è disciplina occidentale che si esercita ovunque nel mondo perché il ricco ‘Occidente’ che potremmo definire capitalista, cristiano, scientista e storicista ha deciso di scrivere lui la storia di tutti gli altri. Talvolta quasi solo la storia di periodi ricchi in paesi oggi poveri. Egitto, Vicino Oriente, Centro America e Africa solo per citarne alcuni. Ovviamente senza chiedere permesso, imponendo metodi e standard, scegliendo cosa merita attenzione e cosa ne merita meno. E se qualcuno obietta che gli archeologi nati nel Terzo mondo non mancano dovrebbe anche ammettere che, quasi sempre, essi si sono formati nel ‘primo’ da cui dipendono per titoli, fondi, possibilità di carriera e tutto quel che gli necessita. L’archeologia è, quindi, una disciplina nata coloniale che fatica spesso a riconoscere ciò come un proprio caratteristico peccato originale. Per brevità, parafraso una frase pronunciata da Guido Vannini, archeologo medievista fiorentino nel suo intervento alla tredicesima International Conference on the History and Archaeology of Jordan, ad Amman, nel 20163: l’archeologia inizierà a liberarsi del proprio retroterra culturale ‘colonialista’ quando un archeologo nato e cresciuto nel Terzo mondo potrà concretamente dirigere attività di ricerca nel primo ribaltando lo schema che, tutt’oggi, è esclusivo e prevede che siano sempre gli archeologi ‘occidentali’ ad andare in missione a casa altrui e non il contrario. Spesso anche con lo scopo di portare ‘a casa propria’ oggetti scavati altrove come nel caso della Petrie Palestinian collection che fu definita homeless collection fin quando trovò spazio all’University College of Archaeology a Londra4.
23 dicembre 2025 alle 21:30 · Archiviato in Cognizioni, Filosofia, Letteratura, Mood, Passato, Sociale, Storia and tagged: Alexandre Dumas, Andrej Tarkovskij, Bram Stoker, Carlo Magno, CarmillaOnLine, Charles Baudelaire, Cina, Covid-19, Dracula, Edward Said, Friedrich Wilhelm Murnau, Ingmar Bergman, Israele, Ludovico Ariosto, Michel Foucault, Nosferatu, Occidente, Oriente, Ottaviano, Palestina, Paolo Lago, Russia, Vampirismo, Werner Herzog
Su CarmillaOnLine un articolo molto acuto di Paolo Lago che indaga un po’ i motivi della tensione che da sempre esiste tra Oriente e Occidente, sviscerandone un po’ le forze ataviche che vi si nascondo0no dietro.
Per l’immaginario occidentale, l’Oriente ha costantemente rappresentato un’entità malefica e pericolosa, associata al vizio e alla corruzione. È da oriente che sono sempre arrivati i nemici. Per gli antichi greci lo erano i persiani, o comunque i popoli orientali in genere, corrotti ed effeminati. Nelle “Baccanti” di Euripide (fine del V secolo a.C.), il dio Dioniso, tornando a Tebe, per non farsi riconoscere si traveste da misterioso viaggiatore giunto da oriente, accompagnato da un corteo di seguaci vestite di abiti dai colori sgargianti, le Baccanti, e viene prontamente fatto incarcerare dal re Penteo. Per i romani, invece, nemici erano i persiani e gli stessi greci, considerati corruttori della romanità tradizionale. Il conservatore Catone il Censore si oppose al processo di ellenizzazione di Roma facendo espellere diversi filosofi greci. A partire dal 168 a.C., infatti, quando con la battaglia di Pidna Roma sconfisse il Regno di Macedonia annettendo anche la Grecia, cominciarono ad arrivare a Roma molti schiavi greci colti che finivano a fare i precettori dei figli dei nobili romani. Dalla Grecia arrivava inoltre una cultura filosofica e poetica che poteva corrompere gli austeri costumi romani, basati sulla rigidità della disciplina militare. Nel II secolo a.C., al genere della “togata”, la commedia di ambientazione romana, si opponeva la “palliata”, la commedia di argomento greco (da “pallium”, il mantello dei greci), carnevalescamente intrisa di elementi comici e, per certi aspetti, anche sovversivi, portati sulle scene romane dall’estro geniale di Plauto che sapeva creare, ogniqualvolta si rappresentava una sua commedia, una sorta di rovesciamento carnevalesco in cui gli schiavi potevano farsi beffe dei padroni1. L’Oriente corruttore subirà poi una decisiva sconfitta nel 31 a.C. nella battaglia di Farsàlo, in cui Ottaviano (che diventerà Augusto, riformatore della moralità tradizionale) sconfigge Antonio, romano ormai corrotto dai costumi orientaleggianti, e la ‘viziosa’ regina egizia Cleopatra.
E se l’impero romano d’Occidente cadrà travolto dalle popolazioni barbariche giunte ancora una volta dai lembi orientali dell’Europa, la cultura greca prenderà definitivamente il sopravvento trasformando i romani in bizantini, la cui lingua ufficiale non era più il latino ma il greco. L’Oriente rappresenta una minaccia anche per l’Occidente cristiano: adesso sono i “mori”, i musulmani il nemico per eccellenza. I cantari epici medievali raccontano le epiche imprese di Orlando e degli altri cavalieri di Carlo Magno contro gli eserciti saraceni, nuova incarnazione del Male assoluto, il quale compariva sulle coste italiche ed europee anche sotto le vesti di feroci pirati. Verso quel magico e corruttore Oriente, rivestito di mondi fantastici ed utopistici, abitato da favolosi animali da bestiario, nel Medioevo, non muovevano solo i crociati, con le armi, per liberare la Terra Santa preda degli “infedeli” ma anche numerosi mercanti guidati dalle necessità più razionali del commercio. Marco Polo, nel Milione, descriverà questo mondo riconducendolo alla realtà mostrando che tutti quegli animali ‘strani’ che popolano l’Oriente tanto fantastici non sono ma è soltanto l’immaginario europeo ad averli resi tali. Non è un caso, poi, che sia una bellissima principessa musulmana, Angelica, a far innamorare e a fare impazzire molti cavalieri cristiani, fra cui Orlando, nell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto.
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1 dicembre 2025 alle 17:29 · Archiviato in Sociale, Tersicore and tagged: Attività politica, Fascismo, Infection, Israele, Palestina, Roger Waters, Video
Un nuovo brano di Roger Waters, che usa molto materiale iconografico relativo alle recenti marce in Italia a favore della Palestina contro il massacro criminale, religioso, infame, schifoso, operato da Israele con metodi coloniali, e molto peggio ancora…
19 novembre 2025 alle 21:03 · Archiviato in Cognizioni, Oscurità, Sociale, Storia and tagged: Adam Hanieh, Arabi, CarmillaOnLine, Colonialismo, Fabio Ciabatti, Idrocarburi, Infection, Iran, Israele, Liberismo, Palestina, Rafeef Ziadah, Robert Knox, Russia, Sionismo, USA
Su CarmillaOnLine un po’ di recente storia, tanto per capire perché certe dinamiche politiche ed economiche regolano il nostro presente; parliamo di Palestina, Israele, Stati Uniti, liberismo… Fabio Ciabatti recensisce Resisting Erasure. Capital, Imperialism and Race in Palestine, di Adam Hanieh, Robert Knox, Rafeef Ziadah.
Ovviamente gli autori non negano che la Shoah abbiano abbia costituito un fattore decisivo di legittimazione per il progetto sionista. Sottolineano, però, che questo progetto non avrebbe potuto essere coronato da successo in mancanza di una convergenza con gli interessi imperialisti inglesi nel Medio Oriente agli inizi del Novecento. Interessi focalizzati sul controllo del petrolio, in particolare attraverso l’Anglo-Persian Oil Company in Iran (nel 1911 il governo britannico decide di sostituire il carbone con il petrolio come combustibile per la sua flotta navale), e sul controllo del canale di Suez, rotta commerciale che connetteva i mercati europei con l’Est e in particolare con l’India, al tempo baricentro dell’impero britannico. Nel 1916, con l’accordo di Sykes-Picot, Inghilterra e Francia si accordano segretamente per spartirsi i territori dell’Impero Ottomano in vista della sua sconfitta nella Prima guerra mondiale in corso. Nel 1917, con la famigerata dichiarazione di Balfour, gli inglesi danno il via libera alla colonizzazione sionista della Palestina, destinata di lì a poco a diventare un mandato britannico, al fine di costituire una fedele testa di ponte in Medio Oriente in vista della futura indipendenza degli stati arabi.
Dopo la Seconda guerra mondiale, però, lo scenario in questa area geografica cambia radicalmente per effetto dell’intrecciarsi di due diverse dinamiche, come mette in evidenza il testo. In primo luogo il petrolio si afferma come principale fonte di energia per i paesi sviluppati alimentando il boom economico di quegli anni: dal 28% del consumo complessivo di combustibili fossili nel 1950 passa a più della metà alla fine degli anni Sessanta per i paesi più ricchi rappresentati nell’OCSE. Più o meno nello stesso periodo il consumo globale di combustibili fossili raddoppia. A metà degli anni Cinquanta circa il 40% delle risorse accertate di petrolio si trova nel Medio Oriente (soprattutto nei paesi della penisola arabica), un’area che ha anche il vantaggio di trovarsi in prossimità dell’Europa.
Il secondo elemento che cambia lo scenario regionale è l’emergere dell’egemonia statunitense nel quadro della guerra fredda con l’URSS. L’ultimo colpo di coda del colonialismo anglo-francese nell’area è rappresentato dal tentativo nel 1956 di riprendere manu militari, insieme a Israele, il controllo del Canale di Suez, nazionalizzato dal presidente egiziano Nasser, il più importante rappresentante del nazionalismo panarabo. Tentativo bloccato proprio dagli USA (provvisoriamente in accordo con l’URSS) che l’anno successivo formulano la cosiddetta dottrina Eisenhower, implicitamente rivolta contro lo stesso Nasser, dichiarandosi pronti a utilizzare la loro forza militare per difendere l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di ogni nazione del Medio Oriente. Ma è il 1967 a rappresentare il vero momento di svolta che designa Israele come perno di un nuovo sistema di sicurezza egemonizzato dagli Stati Uniti: nella guerra dei sei giorni lo stato sionista ottiene una schiacciante vittoria contro Egitto, Siria e Giordania che gli permette di occupare Cisgiordania, Gaza, alture del Golan e penisola del Sinai (quest’ultima restituita nel 1979 all’Egitto). È un colpo mortale per il nazionalismo panarabo di Nasser la cui maggiore attrattiva, sottolinea il testo, era costituita dal considerare il petrolio come “un inalienabile diritto arabo” in grado di unificare i popoli del Medio Oriente contro l’imperialismo occidentale. Un progetto che trovava supporto popolare in tutta l’area, compresi i paesi che si consolideranno come la seconda gamba dell’egemonia statunitense: l’Arabia Saudita e le piccole monarchie del Golfo.
Il progetto nasseriano, sostenuto dall’URSS, doveva essere sconfitto per consolidare il potere del capitalismo fossile a guida americana e Israele si è prestato a fare il lavoro sporco con la sua potenza militare. Con altri mezzi, ma altrettanto sporchi, era stato sconfitto anche il progetto del premier iraniano Mossadegh, colpevole di aver effettuato la prima nazionalizzazione del petrolio nel Medio Oriente. Un colpo di stato orchestrato da Regno Unito e Stati Uniti nel 1953 fa salire al potere lo Shah Reza Pahlavi, fedele alleato dell’Occidente fino alla rivoluzione del 1979 che si conclude con la fondazione della repubblica islamica guidata dall’ayatollah Khomeini.
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25 ottobre 2025 alle 19:55 · Archiviato in Cognizioni, Sociale, Storia and tagged: CarmillaOnLine, Infection, Israele, Palestina, Sionismo, Valerio Evangelisti
Su CarmillaOnLine il repechage di un articolo di Valerio Evangelisti comparso poco prima che morisse, nella primavera 2022; vi si tratteggia il punto di vista israeliano rispetto al mondo arabo, vi si denuncia la loro ideologia egemone, assassina, imperialista, teologica, qualcosa che non ci si aspetterebbe da chi ha subito un genocidio e che ora mira allo sterminio degli altri; un estratto:
Dal 1948 una delle peggiori infamie che la storia ricordi si consuma sulle coste orientali del Mediterraneo. Un popolo perseguitato, in nome di un diritto ripescato in antiche mitologie, si è appropriato con la forza e col denaro di un territorio occupato da secoli da un’etnia diversa. Intenzionato non a fondersi con gli autoctoni, ma per scacciarli, piegarli e nel frattempo schiavizzarli.
Lo Stato di Israele è nato con la violenza, e con la violenza continua ancora oggi a espandersi a spese di genti arabe che abitavano quelle terre, di cui nega persino l’identità: palestinesi. Facenti parte, secondo i governanti israeliani presenti e passati, di un coacervo islamico indistinto in cui ricacciarli a furia di prepotenze e di stragi. Nel 1948 le Nazioni Unite, nel riconoscere il sopruso iniziale, posero all’invasore dei confini. Inutile: Israele si gonfiò come un tumore, cosparse di metastasi le porzioni di suolo che ancora osavano chiamarsi Palestina. Scoppiò un conflitto mai sopito, con dubbi rigurgiti bellicosi del resto del mondo arabo. Si arrivò alla situazione odierna, in cui ai palestinesi ostinatamente affezionati alla loro terra natia e alla propria identità culturale sono riservate insignificanti frange geografiche divise tra loro, lembi di mare, aree impervie private di acqua.
Ogni volta che si manifesta qualche conato di resistenza, Israele lo punisce non solo con una brutale repressione armata, ma distruggendo case palestinesi, schiantando oliveti, devastando terreni coltivabili, impedendo la pesca, sabotando i commerci, bloccando i rifornimenti vitali. Nel deserto così creato sorgono le colonie (mai termine fu più azzeccato) di nuovi occupanti da sistemare, armati, arroganti, minacciosi, feroci. Se una Palestina unita, non confessionale e democratica non è più all’orizzonte, ancor meno lo è l’ipotesi “due popoli, due patrie”. I tentacoli israeliani, penetrati a fondo nel territorio da annettere, l’hanno resa impossibile.
3 ottobre 2025 alle 12:00 · Archiviato in Mood, Sociale and tagged: Attività politica, Infection, Israele, Italia, Palestina, Proteste
Oggi si contesta il crimine umanitario di uno Stato e dei suoi conniventi.
Partecipo a questo urlo per contribuire all’apertura del precipizio sotto i piedi dei carnefici: ci affonderanno e la Storia si ricorderà delle loro schifose facce, degli strepiti orribili di una donna, dei suoi ingordi sodali.
Non è possibile non esserci, oggi.
SCIOPERO!
28 settembre 2025 alle 13:05 · Archiviato in Creatività, Interviste, Notizie, Sociale and tagged: Colonialismo, Elon Musk, Imperialismo, Jeff Bezos, Liberismo, Mark Zuckerberg, Nick Cave, Palestina, Roger Waters
Su FlamingCow – webzine dedicata ai Floyd – la notizia di Roger Waters che riscrive in parte, e metà in arabo, il testo di ConfortablyNumb. La news è scaturita da una recente intervista al quotidiano Il Manifesto:
L’intervista parte dall’attualità, dalla Global Sumud Flotilla diretta verso Gaza. Waters osserva con realismo che «gli israeliani le intercetteranno tutte», richiamando alla memoria il drammatico attacco del 2010 alla Mavi Marmara. Ma, allo stesso tempo, non esita a dichiarare: «Applaudo alla flotilla con tutto il cuore». Per lui il valore di queste azioni non risiede tanto nella riuscita pratica, quanto nel potere simbolico e mediatico, capace di scuotere la coscienza della “gente comune” e dare spazio a una «voce della ragione».
Da qui il discorso si allarga fino alle radici storiche del conflitto, che Waters individua nel colonialismo e nel capitalismo predatorio: «Lo hanno inventato gli europei, quando hanno scoperto come attraversare il mondo… alla ricerca di pezzi di terra da rubare e di indigeni da uccidere». Una pratica, secondo lui, mai superata e ancora alla base delle disuguaglianze globali. Waters definisce la guerra un «racket» che genera «enormi fortune» per pochi a discapito di molti, alimentando un sistema dove «rubare soldi ai poveri e darli ai ricchi» è la norma. Nomi come Palantir, Lockheed, Chevron ed Exxon diventano, nelle sue parole, simboli dell’«economia del genocidio», mentre le figure di Bezos, Musk e Zuckerberg incarnano il volto moderno di un capitalismo che produce «schiavitù salariale» e «guerra perpetua».
Esporsi in modo così radicale ha però un prezzo personale altissimo. Waters lo riconosce apertamente: sostiene Palestine Action, i cui militanti «sono stati considerati un’organizzazione terroristica per aver imbrattato di vernice rossa gli uffici della Elbit Systems», consapevole che una dichiarazione del genere potrebbe costargli «14 anni di carcere». Ricorda poi la cancellazione del suo spettacolo The Wall alla Sphere di Las Vegas, attribuendola senza esitazioni alla «lobby israeliana». Non mancano infine gli scontri con i colleghi, come quello con Nick Cave, che lo definì «vergognoso e codardo» per le sue posizioni, o quello con Dionne Warwick, cui chiese: «È ciò che migliaia di palestinesi stanno vivendo e tu vuoi andare a cantare per le persone che stanno facendo tutto questo?».
23 settembre 2025 alle 11:39 · Archiviato in Disumano, Oscurità, Recensioni, Sociale and tagged: Brad Pitt, Genocidio, Hind Rajab, Infection, Israele, Kawthar ibn Haniyya, La voce di Hind Rajab, Movie, Palestina, Venezia
Su FantasyMagazine la recensione a La voce di Hind Rajab, film di Kawthar ibn Haniyya che racconta l’inferno che Israele ha scatenato sui palestinesi e sulla loro terra – non solo su quei territori. Un estratto:
Il 29 gennaio 2024 Hind Rajab, una bambina palestinese di 6 anni, rimase intrappolata in una macchina crivellata da 355 proiettili insieme a parte della sua famiglia durante l’attacco da parte dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza. Nell’auto morirono tutti tranne lei, che riuscì a mettersi in contatto con il centro operativo dei soccorritori volontari della Mezzaluna Rossa palestinese per chiedere aiuto. Quella telefonata, in cui gli operatori cercarono di confortare la bambina nella speranza di ottenere un corridoio sicuro per far transitare un’ambulanza tra i bombardamenti, venne registrata e resa pubblica in rete. L’orrore di quel momento e il suo tragico epilogo sono stati raccolti dalla regista tunisina Kaouther Ben Hania, che ha inserito all’interno del suo film la vera voce di Hind Rajab.
È difficile riuscire a recensire un’opera come La voce di Hind Rajab poiché è evidente che il suo messaggio politico sull’attuale massacro palestinese è, sopra ogni cosa, una testimonianza storica dei tempi in cui viviamo: un pugno allo stomaco violentissimo, che fa male a chiunque lo guardi. Gli ultimi tragici momenti di Hind Rajab sono l’emblema di un orrore che travalica un giudizio estetico per diventare qualcosa di diverso, forse un’opera unica nel suo genere. La Mostra del Cinema di Venezia, in cui era in concorso, ha voluto premiare Kaouther Ben Hania con il Leone d’argento e non con quello d’oro, anche se al di là del premio (il film, prodotto da Brad Pitt, Joaquin Phoenix, Alfonso Cuarón, Jonathan Glazer e Rooney Mara, avrebbe avuto comunque una sua distribuzione) è più l’idea di che cosa abbia valore in un festival a essere rilevante.
19 settembre 2025 alle 20:17 · Archiviato in Creatività, Empatia, InnerSpace, Letture, Oscurità and tagged: CarmillaOnLine, Cesare Battisti, Colonialismo, Imperialismo, Infection, Israele, Liberismo, Luce oscura, Palestina
Da CarmillaOnLine una riflessione dal carcere di Cesare Battisti. Non c’è bisogno di aggiungere altro, just read…
Respiro i miei pensieri, non sono io, è un verso di Blessing Calciati, l’ho letto ieri sera ed è perciò che stanotte mi sono svegliato respirando male. E l’afa, la colpa al caldo è il mantra di noi detenuti, è un solido soggetto di conversazione. Quando non si può fare o dire altro, buttare li un commento sul clima aiuta. Ci fa sentire partecipi, quasi normali. Succede anche che spingiamo la conversazione oltre e, volendo essere pignoli, viene fuori che è tutta colpa del riscaldamento globale.
Un disastro non proprio naturale, che si ostinano a negare quelli che i pensieri non li respirano, li producono prima di vomitarli. E di palo in frasca, strana associazione di idee, spunta Gaza da sotto le rovine. Ed ecco che nell’aria del cortile non rimane più un pensiero da respirare. Abbiamo esaurito le parole, è il silenzio che sovrasta lo sfacelo.
Sotto il piombo israeliano è rimasto un gemito, che sale fino al cielo è spegne il sole. È il lamento di una madre che stringe al petto il corpo dilaniato del figliolo. “Respiro i miei pensieri”, ce ne erano altri, di versi, tutti molti belli, ma questo è quello che mi sono portato a letto ieri sera. In cella non si è mai del tutto al buio. Con i rumori, dal ferro e dal cemento penetrano bagliori d’ordine e progresso, e le ombre si mettono a ballare. Non sono proiezioni di pensieri, mai da respirare, sono sagome prescritte dalla sorveglianza che si arrampicano sui muri, prima di cadere.
Ombre soporifere, servono a dissuadere i cattivi pensieri, inducono al sonno. A un brulicare di sogni che non sono sogni ma sghiribizzi di un cervello esausto. Niente di straordinario, capita spesso di rimanere appeso a un pensiero, a una sensazione che tocca e fugge, a un ricordo troppo labile per essere messo a fuoco. Può anche essere qualcosa che ci è sembrato importante e che non vogliamo lasciar andare cosi.
Respirare i propri pensieri non è una cosa da niente, è precisamente quello che dovrei fare ogni volta che mi siedo qui a scrivere. Quando l’unico pensiero a far rumore è il respiro lieve del mio compagno di cella, che dorme rannicchiato come un bambino e suda. A pochi centimetri dal suo cuore, io cerco le parole che lui respira.
La curiosità di sapere se si tratta di pensieri vivi o sono il ricordo di una vecchia lista della spesa. Se invece di un respiro, non sia il boccheggiare di chi cerca invano le parole per dar voce al pianto di un bambino che si sta spegnendo a Gaza.