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Dieci anni fa un’IA sconfisse un uomo. Non fu la fine ma un inizio – la Repubblica
Un interessante articolo su Repubblica illustra meglio di qualsiasi algoritmo o considerazione slegata dagli eventi il paradigma proprie della attuali intelligenze artificiali; parliamo dell’applicazione delle Intelligenze al gioco Go, che non conoscevo ma che ho scoperto essere assai aderente alle dinamiche del reale; un estratto:
Nel 2016 una macchina ha battuto, contro ogni previsione, il più grande talento del Go, un gioco millenario che richiede intuizioni profondamente umane. Quella sfida, disputata a Seoul, ha cambiato il corso dell’intelligenza artificiale. E forse anche quello della storia dell’umanità.
Per comprendere cosa accadde a marzo 2016, bisogna prima capire il Go. Ha oltre quattromila anni e nonostante le regole piuttosto semplici è considerato da sempre uno dei giochi più complessi della storia. Due giocatori posizionano, a turno, pietre bianche e nere su una griglia di legno – chiamata goban – con diciannove linee per lato. L’obiettivo è conquistare territorio circondando le pietre avversarie. Un bambino può impararlo in dieci minuti. Ma il numero di configurazioni possibili sul goban è superiore al numero di atomi nell’universo osservabile: dieci alla centosettantesima potenza.
“Ha una tradizione lunghissima, è stato giocato per migliaia di anni, è stato inventato in Cina ed è stato giocato attraverso i millenni. Ancora oggi ci sono molte persone, giocatori professionisti di Go, che dedicano la loro vita a giocare a questo gioco al livello più alto possibile, il Go possiede una ricchezza strutturale tale da rendere quell’approccio del tutto insufficiente. In ogni fase della partita le opzioni di mossa sono numerosissime e una sfida può durare dai 200 ai 300 turni: una complessità che andava oltre ogni capacità di calcolo allora immaginabile”.
È stato solo con l’avvento delle reti neurali e del deep learning, tecniche di apprendimento automatico ispirate al funzionamento del cervello umano, che Google DeepMind ha trovato i mezzi necessari per affrontare e risolvere anche il Go.
Steve Bates – All The Things That Happen | Neural
[Letto su Neural]
Negli ultimi anni molto ha nuociuto a tutta la comunità artistica internazionale – e in particolare ai musicisti – la pandemia che abbiamo attraversato e che di fatto non è ancora completamente superata, seppure in molte situazioni all’isolamento imposto la risposta sia stata quella di un maggior impegno, che ha creato anche le giuste sollecitazioni per cambiamenti di rotta e inedite sperimentali contaminazioni. È il caso di questo progetto di Steve Bates, un disco che è cresciuto proprio nel distacco da un quotidiano ordinario, a Saskatoon, in Canada, un’area che una volta era territorio prettamente indigeno. Evolvendo da una dimensione ambientale, silenziosa e mesta, verso lidi maggiormente rumorosi ed emozionalmente significativi, gran parte del materiale registrato è stato realizzato utilizzando solo un Casio SK-1, una tastiera giocattolo lanciata sul mercato nel 1985, che bene è servita in una ulteriore limitazione autoinferta che assume venature poetiche disparate, iniettando distorsioni ma anche un’ineffabile malinconia pre-internettiana e retrofuturista. Bates stesso ha affermato che nella coercizione dell’avere più tempo a disposizione “ha continuato a cercare più consistenza e rumore”. Forte di un background giovanile radicato nella comunità anarco-punk canadese e di un bagaglio musicale che lo ha portato a partecipare a progetti hardcore e indie rock, Bates subito imprime con “Groves of…Everything!” intrecci distorti e ronzanti, introducendoci a qualcosa di poco ordinario, umbratile, sibilante ed elegiaco. In “These problems are multiplied by the difficulty I have in front of a tape recorder” le sequenze si fanno maggiormente melodiche e ondulate, frutto comunque di una certa dimestichezza strumentistica con una così spartana tastiera. Anche in “Glistening” Bates alimenta un pacato contrasto fra passaggi melodici e droni nosey, frutto di controllati feedback, mentre in “Covered in silt and weed” l’andamento è ripetitivo, echeggiante e gentile. Non si cambia registro in “Destroy the palace”, “Glimpse an end” e nelle altre tre tracce presentate, “Bring on black flames”, “ We do not, nor to hide” e nell’ultima in scaletta, la beatifica “September through September”, la giusta outro per un album dalla significativa struttura emotiva, pieno di sentimento e con un approccio innovativo pur nell’utilizzo d’effetti, amplificatori e dispositivi elettronici alquanto datati.
Orson Hentschel – Heavy Light | Neural
[Letto su Neural]
Sono passati già tre anni dal suo ultimo album in studio e Orson Hentschel ritorna con una nuova prova, Heavy Light, suo quarto progetto su formato esteso che è composto da otto tracce d’un elettronica sensuale e rarefatta, ricca d’atmosfere space-cosmiche, oniriche e avvolgenti, sonorità che comprendono ritmiche spesso fratturate e misuratissime. Alle composizioni presentate fanno seguito un’installazione cinematografica a 3 canali e una performance visiva dal vivo: fondendo elementi di film, danza e musica in una sintesi espressiva eclettica e formalmente impeccabile. Hentschel espande il formato dell’album convenzionale e l’ispirazione per il tutto, ci spiega, sono state le strade di una Berlino praticamente deserta, durante il primo lockdown causato dall’infezione di Covid 19, evento per il quale la luce è diventata l’elemento più vibrante della metropoli, influenzando sia le immagini che i suoni sui quali stava lavorando. Per Hentschel, insomma, è la stessa vita urbana ad essere caratterizzata da impulsi differenti e i droni, i trattamenti elettronici vari, non fanno che restituire questa complessità mantenendo sempre alta la tensione nella modulazione dei vari tappeti sonori che sono dipanati in maniera assai eclettica e coinvolgente. “Fare una passeggiata in una città vuota ti rende estremamente sensibile all’ambiente circostante, al suono, alla luce o ai movimenti”, racconta Hentschel, che era curioso di sapere come un danzatore avrebbe interagito con questo speciale stato di percezione in un processo di improvvisazione. La collaborazione con la talentosa e magnetica Michelle Cheung è a questo proposito particolarmente riuscita proprio nel video della title track, dove preponderanti sono anche le ambientazioni, razionaliste e notturne, siderali e ballardiane. Stilisticamente lo sperimentatore sembra a suo agio con tecniche musicali che occhieggiano a una qualche narrazione ma la sua operatività infine è indipendente dalle immagini, che sono apparentate alla musica solo successivamente, come in una cronaca soggettiva che ha già interiorizzato le dinamiche del tessuto urbano. A seguito dell’emergenza Coronavirus molte sono state le limitazioni per il settore dei beni, delle attività culturali e dello spettacolo, quella che però non si è mai fermata è la voglia di sperimentare e conservare pronte le energie e la creatività anche in una situazione di forte privazione.
The Quiet Club – The Telepathic Lockdown Tapes | Neural
[Letto su Neural]
La confezione si presenta con una cassetta di due tracce di venti minuti per lato, contenuta in una elegante e stilizzata scatola pieghevole di carta assieme a un set di quattro intriganti illustrazioni fotografiche. Le stesse quattro tracce, più altre quattro tracce bonus, assieme a un libretto di grafica in pdf, sono disponibili in download tramite un codice contenuto in una scheda allegata. The Telepathic Lockdown Tapes è il risultato dell’incontro di Mick O’Shea e Danny McCarthy, duo irlandese formatosi nel 2006 e che utilizza per questo progetto improvvisativo e di sound art il moniker The Quiet Club. È un’ampia gamma di dispositivi per la creazione del suono quella che ci sorprende all’ascolto, che vanno da pietre, strumenti fatti in casa, elettronica, trame amplificate, theremin e field recording. L’effetto complessivo è invero piuttosto straniante, seducente, scuro ma non neghittoso, seppure una certa inquietudine serpeggi in tutti i centosessanta minuti presentati. Le registrazioni sono state effettuate dal duo durante il lockdown, in giorni e orari prestabiliti nei quali insieme – ognuno dal proprio studio – partecipava alle sessioni. Il tutto è stato poi mixato senza aggiunta alcuna o editing. Quello che sorprende di un siffatto setting è al contrario proprio l’interazione tra i due artisti, che diventa ancora più avvincente, documentando di fatto un periodo di tempo specifico che non è stato dei migliori per l’arte in generale e la condivisione d’esperienze spettacolari e produttive. A questo s’aggiunge inoltre che il duo non abbia l’abitudine di discutere in anticipo né una linea comune, né quelli che saranno i dettagli dei rispettivi interventi, regola abbastanza singolare anche in ambito improvvisativo e che predispone ad un vasto bagaglio di strumentazione e di materiali pre-registrati, focalizzando quindi sia i punti di convergenza della propria azione che quelli di differenza. Naturalmente a monte d’un simile approccio vi è una grande familiarità, una musicalità tesa ma gentile, in forte relazione comunicativa. Dice Mick O’Shea, “abbiamo avuto dei silenzi molto belli, interessanti, intensi” così come ci sono state delle sovrapposizioni altrettanto significative, “pensavo molto all’altra persona che suonava in un certo modo, ma non c’era alcuna possibilità di dirlo finché non abbiamo ascoltato entrambi i pezzi”. Insomma, “non c’erano le solite soluzioni o reazioni di fronte un’altra persona che suonava”, dice ancora O’Shea, sottolineando l’insolito setting del processo. Anche il racconto di McCarthy a riguardo delle stesse registrazioni è più o meno simile: consapevole di ciò che l’altro componente del combo potesse suonare e dei punti in cui sonorità e trame probabilmente entravano in conflitto o si completavano a vicenda. Il potenziale per la creatività risiede evidentemente in ogni situazione e questo The Quiet Club lo ha reso un fatto compiuto.
Covid: la NOC approva i vaccini sparati dai cecchini – NAZIONE OSCURA CAOTICA
[Letto su NazioneOscura’s blog]
La Nazione Oscura Caotica, già molto rigida in fatto di Covid-19 con l’introduzione del Black Pass, ma che ha vietato i vaccini anticovid come strategia, approva i vaccini sparati da cecchini appostati sopra i tetti ai consenzienti.
Delos Digital presenta “L’autunno dei cinghiali assassini” | HorrorMagazine
Su HorrorMagazine la segnalazione di una nuova uscita per la collana weird di DelosDigital, InnsMouth, diretta da Luigi Pachì: L’autunno dei cinghiali assassini, di Antonella Mecenero. La quarta:
Piemonte, autunno 2020. Tom e Lara hanno dodici anni. La loro via di fuga dalla realtà della pandemia, con i suoi lutti e le sue limitazioni, è la bicicletta. Solo sfrecciano nei boschi sulle due ruote si sentono liberi. Per questo sono i primi ad accorrere quando l’alluvione scoperchia l’entrata di una galleria che si inoltra sotto la chiesa del paese. E sono gli unici a poter collegare questo allo strano comportamento degli animali selvatici e persino alle segnalazioni di zombi che si aggirano nei boschi. Che cosa ha davvero scoperchiato l’alluvione?





