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Archivio per Luiss University Press

Carmilla on line | Identità e maschere nell’era digitale


Su CarmillaOnLine la recensione di Gioacchino Toni a uno studio di Edoardo Boncinelli e Marco Rossano sulle maschere in generale, in particolare su quelle digitali: La maschera e il codice. Trasfigurare l’identità dai riti di passaggio agli avatar digitali; Luiss University Press editore. Un estratto:

Sebbene le maschere ed il mascheramento tendano spesso ad essere associati, negativamente, al nascondimento ed al menzognero, si tratta in realtà di prodotti culturali complessi che hanno assunto nei secoli e nelle diverse culture molteplici significati simbolici. Il volume steso da Edoardo Boncinelli e Marco Rossano, impreziosito da una serie di fotografie di Ferdinando Scianna, affronta l’universo delle maschere ricostruendone i meccanismi di funzionamento sia storici che relativi alla contemporaneità digitalizzata. Se, come scrivono gli stessi autori, esistono numerosissimi studi sulle maschere, decisamente meno sono quelli che le accostano all’universo digitale e questo volume intende essere un contributo a questo ultimo ambito di analisi che merita assolutamente di essere approfondito.
Indossare una maschera comporta sempre una trasformazione di un individuo in un “altro”: indipendentemente dalla finalità per cui si ricorre al mascheramento, chi vi ricorre «esce momentaneamente dalla sua identità e subisce una sorta di metamorfosi; si trasforma transitoriamente in un personaggio contraddistinto dall’anonimato, spesso libero da qualsiasi inibizione, che agisce in modo inusuale e dà spazio a comportamenti trasgressivi» (pp. 15-16).
Oltre a modificare l’aspetto con cui ci si presenta o a rappresentare manifestazioni di una realtà soprannaturale, la maschera ed il maschermento «contribuiscono anche a tracciare i contorni fra le diverse sfere della realtà e della vita sociale ed individuale» (p. 17). Allo stesso tempo la maschera traccia i confini e mette in comunicazione ambiti diversi, consente di essere sé stessi ed al tempo stesso altro da sé, racchiude un doppio significato: ciò che si cela con il mascheramento e ciò che si mostra e si vuole rappresentare attraverso esso. La maschera funziona però soltanto nel momento in cui viene indossata, quando vive di una realtà sociale.
Nell’attuale universo digitalizzato la maschera assume forme e funzioni particolari: è attraverso essa che ci si presenta in quel “non-luogo virtuale” che rappresenta ormai un’estensione della vita quotidiana degli individui e delle società. Si può parlare di maschera, sostengono gli autori, anche facendo riferimento ai «rivestimenti virtuali propri delle tecnologie digitali» (p 42).

Carmilla on line | In Chatbot We Trust


Su CarmillaOnLine una recensione di Gioacchino Toni a Diario di un chatbot sentimentale. Come le macchine ci imitano e ci manipolano, saggio di Guido Scorza edito da LuissPress; un estratto:

Si può dire che la storia dei chatbot, cioè dei software in grado di simulare una conversazione con un essere umano, prenda il via con il primordiale modello capace di emulare uno psicoterapeuta realizzato dall’informatico Joseph Waizenbaum del MIT attorno alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso. Tale modello è stato chiamato Eliza dal suo inventore richiamando Eliza Doolittle, la popolana non acculturata protagonista della commedia Pigmalione di George Bernard Shaw (ispirata al personaggio della mitologia greca innamoratosi della statua di una divinità) che il professore di fonetica Henry Higgins trasforma in una donna raffinata insegnandole il linguaggio e le maniere dell’alta società. Waizenbaum ha finito col pentirsi della sua creazione non appena si è reso conto della tendenza a percepirla come umana nonostante la consapevolezza della sua natura artificiale.
È proprio da Eliza che prende il via il volume Diario di un chatbot sentimentale (2025) di Guido Scorza dedicato alle modalità con cui i chatbot, divenuti nel frattempo sempre più sofisticati, tendono ad essere vissuti da un’umanità che si sta rivelando sempre più propensa a cercare in essi ciò che fatica a trovare nei suoi simili: attenzione, confronto, soluzioni ed empatia. Dopo aver tratteggiato le vicende del modello embrionale di Waizenbaum, l’autore passa ad affrontare alcuni tipi di chatbot oggi disponibili: da quelli che propongono l’immortalità a quelli che offrono amicizia, amore, sesso, compagnia o sostegno psicologico.
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Carmilla on line | Scenari di intelligenza condivisa


Su CarmillaOnLine Gioacchino Toni recensisce L’intelligenza condivisa. Vivere e lavorare insieme all’AI, di Ethan Mollick, edito da Luiss Univerity Press, una garanzia di serietà e profondità di riflessione; un estratto:

Che con la comparsa dell’intelligenza artificiale generativa il mondo stia cambiando in aspetti tutt’altro che marginali è certo e tutto lascia pensare che sia destinato a cambiare ancora più radicalmente in un futuro non troppo lontano, sebbene nessuno sia in grado di prevedere in che termini, come ammette lo stesso Ethan Mollick nel suo saggio Co-intelligence. Living and Working with AI (2024) ora pubblicato in italiano da Luiss Univerity Press. «Nessuno sa davvero dove stiamo andando. Non lo so neanch’io. Non ho risposte definitive», scrive l’autore, «nessuno ha un quadro completo del significato della AI e […] perfino le persone che creano e si servono di questi sistemi non ne comprendono in pieno le implicazioni» (p. 16).
Insomma, con l’AI si naviga davvero a vista ma, soprattutto, l’impressione, almeno da parte di chi guarda al fenomeno con spirito critico, è che si sia entrati in un meccanismo che rischia di diventare sempre meno “umanamente governabile”. L’incapacità di immaginare con una certa precisione in che termini l’intelligenza artificiale impatterà sul mondo, modificandolo, sembra dipendere, più che dalla velocità con cui sta procedendo il suo sviluppo, dall’imprevedibilità di quest’ultimo, che infatti si sta dimostrando ben poco lineare nel suo procedere prendendo direzioni inaspettate (autonome, direbbero i più preoccupati) rispetto a qualsiasi pianificazione umana.

Rispetto a quella umana, quella delle macchine pensanti è un tipo diverso di intelligenza (artificiale, appunto) che, per quanto nutrita di conoscenze umane, segue traiettorie di ragionamento sue e si avvia ad oltrepassare i limiti dell’umana intelligenza e comprensione. Di pari passo all’incapacità umana di prevedere gli scenari determinati dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale, questa, invece, si sta appropriando del linguaggio oracolare per interpretare e giudicare il mondo e una volta che ha previsto quanto dovrebbe accadere, derivandolo dalla mera analisi statistica, propone agli esseri umani di assecondare il futuro prefigurato.

“Dal punto di vista pratico, disponiamo di una AI le cui capacità sono poco chiare, sia per quello che riusciamo a intuire noi utenti sia per chi crea tali sistemi. Una AI che talvolta supera le nostre aspettative e talvolta ci delude con le sue baggianate. […] Abbiamo inventato una sorta di mente aliena. Ma come facciamo a essere sicuri che questo alieno sia amichevole? (p. 35)”.

È proprio da questo interrogativo che nasce il problema dell’allineamento, cioè di come far sì che la AI sia al servizio degli interessi umani senza rivelarsi dannosa nei loro confronti.

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Carmilla on line | Tecnopotere totalitario


Su CarmillaOnLine la recensione di Gioacchino Toni a Il re invisibile. Storia, economia e sconfinato potere del microchip, di Cesare Alemanni ed edito da Luiss University Press.

Considerato la tecnologia più importante e strategica al mondo ed essendo il manufatto più complesso mai prodotto serialmente e quello riprodotto nel maggior numero di esemplari, il motore di ogni astrazione del mondo contemporaneo, il microchip è divenuto talmente indispensabile da poter essere considerato una materia prima attorno a cui gravitano le maggiori trame geopolitiche contemporanee.

A ricostruire il passato, il presente e il futuro del semiconduttore di cui non si può più fare a meno provvede il volume Il re invisibile di Cesare Alemanni che ne racconta i presupposti pre-informatici, dunque la nascita della microelettronica applicata al calcolo e di come l’industria dei semiconduttori sia divenuta una complessa filiera globale attorno a cui si sfidano Stati Uniti e Cina, non mancando di soffermarsi sull’importanza di un materiale come il silicio e di un isola come Taiwan, in cui ha sede la più importante fabbrica al mondo di chip.
Alla luce del fatto che la competizione geopolitica, soprattutto se si appresta ad evolvere in conflitto armato, richiede solidità interna in termini di coesione sociale e consenso cultuale, gli Stati capaci di esprimere progetto, consenso e potere, in lotta per l’egemonia, per conquistare leadership o per evitare di perderla, diventano i soggetti centrali delle organizzazioni politico-economiche imperiali attorno a cui si aggregano Stati di minor peso.

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Carmilla on line | L’umanità tra mistica e cultura digitale


Il paradosso è che, come ormai tanta fantascienza di matrice distopica ha messo in scena, le ibridazioni tecno-umane finiscono per desiderare di essere soltanto umane. E ciò palesa l’incapacità dell’essere umano di immaginare qualcosa totalmente fuori da sé.

“Opporsi alla nuova utopia/distopia del progressismo apocalittico, rimasta l’ultimo appiglio tattico cui aggrapparsi per sopravvivere dopo il fallimento definitivo del fideismo progressista, cesura che ci ha trasformati in zombie intenti a consumare la nostra residua energia nella lotta per scansare la fine. Soggetti e individui oppressi nell’ultima possibile narrazione: l’ideologia del penultimo. Il progressismo ormai ridotto alla stancante ricerca di estemporanee soluzioni utili a contrastare l’eterno non compiersi dell’apocalisse, che ci si prospetta di continuo sotto forma di mutanti di virus, catastrofi ambientali e nuove guerre nucleari. L’uomo si è cristallizzato nella figura tragica di un disperato che staziona inerme al bordo di un precipizio: schiavo della paura che scaturisce dalla percezione dell’imminenza della morte mentre cerca di eluderla9.

Se, come è sempre stato, l’essere umano si trova a fare i conti con il vuoto, a essere profondamente cambiato è il contesto e, con esso l’essere umano stesso, costretto a confrontarsi con inedite e disorientanti tecnomagie.

Così Gioacchino Toni che recensisce su CarmillaOnLine Algoritmi e preghiere. L’umanità tra mistica e cultura digitale, di Guerino Nuccio Bovalino, uscito per Luiss University Press, che continua:

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Carmilla on line | Per una sociologia degli algoritmi. La cultura nel codice e il codice nella cultura


Su CarmillaOnLine la recensione di Gioacchino Toni a Machine Habitus. Sociologia degli algoritmi, di Massimo Airoldi, edito da Luiss University Press.
È un testo che pone in evidenza la potenza degli algoritmi che, in un momento storico come questo, sono in grado di piegare la vastità universale e caotica che l’umanità possiede per virarla a un approccio sistemico, controllabile, riduttivo; in altre parole, organizzato, e quindi digeribile dai sistemi informatici e dai relativi, appunto, algoritmi. Un estratto:

Che gli algoritmi siano strumenti di potere agenti sulla vita degli individui e delle comunità, che lo facciano in maniera del tutto opaca e che alcuni di essi siano capaci di apprendere dagli esseri umani e dai loro pregiudizi, è ormai patrimonio diffuso anche perché, in un modo o nell’altro, lo si sta sperimentando direttamente. Dalla percezione di come le macchine sembrino essere sempre più simili agli esseri umani sono sin qua derivati soprattutto studi comparativi incentrati su conoscenze, abilità e pregiudizi delle macchine oscurando quella che Massimo Airoldi ritiene essere la ragione sociologica alla radice di tale somiglianza: la cultura.
Airoldi, sociologo dei processi culturali e comunicativi, vede nella cultura – intesa come «pratiche, classificazioni, norme tacite e disposizioni associate a specifiche posizioni nella società» – «il seme che trasforma le macchine in agenti sociali»1. La cultura nel codice è ciò che permette agli algoritmi di machine learning di affrontare la complessità delle realtà sociali come se fossero attori socializzati. Il codice è presente anche nella cultura «e la confonde attraverso interazioni tecno-sociali e distinzioni algoritmiche. Insieme agli esseri umani, le macchine contribuiscono attivamente alla riproduzione dell’ordine sociale, ossia all’incessante tracciare e ridisegnare dei confini sociali e simbolici che dividono oggettivamente e intersoggettivamente la società in porzioni diverse e diseguali»2.

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Gli scritti dal futuro di Stanislaw Lem | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione di “Gli scritti dal futuro”, saggio di Stanislaw Lem ripubblicato dagli interessanti e lungimiranti tipi della LuissUniversityPress. La quarta:

“E così, le tecnologie m’interessano – come dire? – per forza di cose, giacché una determinata civiltà comprende sia tutto ciò che la collettività aveva desiderato, sia ciò che non era intenzione di nessuno.” È il 1964 quando Stanislaw Lem, tra i maggiori scrittori di fantascienza e non solo del Novecento, e il più grande nella sua lingua, il polacco, scrive così nelle prime pagine della Summa Technologiae. Di cosa si trattava? Non di un altro romanzo, ma di una raccolta di riflessioni, saggi e scritti teorici nei quali l’autore di Solaris, coniugando la fantasia e l’eleganza del narratore con la finezza del filosofo e l’esattezza dell’ingegnere, andava a caccia dei segni che avrebbero consentito a lui e ai suoi lettori di decifrare il domani. Un domani che Lem preconizzava permeato dall’enorme sviluppo tecnologico, il cui impatto sull’umanità avrebbe mostrato e anticipato in queste pagine. Dalla “intellettronica” alla “fantomatica”, quelle che oggi chiameremmo realtà virtuale e intelligenza artificiale, dal sovraccarico di informazioni alle microtecnologie, dalla relazione tra le macchine e la verità e fino alla possibilità di cercare o creare nuovi mondi, è difficile scorrere le pagine della Summa senza avere la strana sensazione di tenere tra le mani il rapporto scritto magnificamente da un misterioso viaggiatore del tempo, da un personaggio uscito direttamente dalla science fiction tanti anni fa e venuto a visitare la nostra era. E tuttavia il libro di Lem, arguto, profondo, ironico, visionario, non è soltanto una raccolta di profezie che in gran parte si sono avverate (le altre, supponiamo, si realizzeranno nei prossimi decenni). Non è nemmeno una storia fantastica, né uno studio particolarmente lungimirante sulla tecnologia, ma non è nemmeno un’allegoria sociale o una brillante analisi filosofica. È tutte queste cose insieme, e anche di più: è il racconto inesauribile della mente umana alle prese con la più grande risorsa a sua disposizione – il futuro.

Carmilla on line | Estetiche del potere. La (tele)dittatura del divertimento


Su CarmillaOnLine una riflessione-recensione di Gioacchino Toni sui temi distopici cari più ad Huxley che a Orwell; un estratto:

A metà degli anni Ottanta del secolo scorso negli Stati Uniti e in maniera analoga, seppure in leggera differita, in buona parte dell’Occidente, mentre sugli schermi televisivi imperversavano Dynasty, Dallas, The A-Team, Cheers e Hill Street Blues, i telepredicatori facevano il pieno di ascolti e alla sobrietà della tv dei decenni precedenti si sostituivano sguaiate risate registrate e fragorosi applausi a comando, quanti avevano letto Nineteen Eighty-Four (1949) di George Orwell potevano rallegrarsi del fatto che, giunti al fatidico 1984, la società in cui vivevano non aveva assunto le sembianze della distopia prospettata dal romanzo.
A trarre un sospiro di sollievo potrebbero però essere stati soltanto coloro che non avevano letto, o avevano nel frattempo rimosso, il meno celebre Brave New World (1932) di Aldous Huxley in cui la tirannia anziché essere esercitata per via coercitiva aveva saputo rendersi desiderabile.

Insomma, negli anni Ottanta, in Occidente, anziché avverarsi la distopia orwelliana, a compiersi, in sordina, era quella huxleyana, rivelatasi più in linea con le esigenze di una società votata alla mercificazione e al consumismo più sfrenati.
Sebbene nella stretta contemporaneità, segnata da un insistito ricorso a stati emergenziali, i due scenari distopici sembrino non di rado intrecciarsi, si tende a individuare il modello orwelliano, contraddistinto da un tipo di oppressione imposta dall’alto deprivante il popolo della propria memoria e autonomia, nei sistemi esplicitamente dittatoriali, mentre invece quello huxleyano, in cui il potere riesce a far amare al popolo il proprio oppressore e a sostenere le tecnologie tese ad annullare la capacità di pensiero, nei sistemi più democratici.

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Ibridi – Luiss University Press


Ancora meraviglie dalla Luiss University Press: il numero 5 della rivista “LMDP – La Meraviglia Del Possibile”, Ibridi, Demoni, mostri e altri prodigi.

È proprio nel limite, in ciò che sfugge alla norma, che si producono le più meravigliose creazioni, come si legge nell’editoriale a cura di Daniele Rosa al nuovo numero che vogliamo presentarvi. E l’ibrido, la chimera, è proprio una creatura del limite, che sta perennemente sulla soglia. Non questo, non quello – allora cosa? Un’altra cosa, più strana, più bella. Questo nuovo numero de “La Meraviglia del Possibile” è tutta dedicata al concetto di mostro, ibrido, di prodigio, nel senso di una creatura che sfida continuamente e costantemente i limiti e le circoscrizioni del pensiero normalizzato e convenzionalmente accettato. Eppure, il mostro è un qualcosa che quotidianamente fa parte della nostra vita, un essere che attende, che è perennemente in agguato – come Pazuzu, il demone mesopotamico – e che è pronto a stravolgere la linearità del nostro mondo fenomenico. Il mostro inquieta (unhaimlich) proprio questo questo, dal momento che fa la sua irruzione improvvisa, ‘mostrandosi’, quando sarebbe bene che rimanesse celato, nascosto.

“Cosa c’è di più strano del nostro rapporto con le nostre creazioni? È qui che si collocano diversi saggi, che ci chiedono, per esempio, se dovremmo rapportarci all’IA come genitori con un bambino prodigio, o, ancora, se la tecnologia non sia che uno specchio, un amplificatore che ci ammonisce e ci accusa delle nostre profonde paure. L’indistinzione segue anche il filo della specie, che non separa solo umano e non umano – il mostro non è solo l’altro, il mostro a volte siamo noi. E così seguiremo grazie a un’archeologia letteraria ciò che ha fatto sì che fra diverse specie di homines ne rimanesse solo una. Avanzando di poco, cronologicamente, evocheremo il demone sumero Pazuzu – dalla sua funzione mitologica alla sua duratura possessione della cultura pop contemporanea. E ancora, il limes di tutto ciò che è altro, affrontando ciò che vuol dire mostro o prodigio, per una cultura che purtroppo viene spesso neutralizzata da questi stessi attributi. Dalla mitologia ai movimenti queer seguiremo la meravigliosa faglia di indistinzione nella cultura islamica, o, altrove, in altri saggi, le implicazioni sociologiche dell’ibridazione e alla mostruosità ambivalente degli Stati sovrani. In breve queste pagine, questa argilla, sono tutto ciò che speravo che fossero: qualcosa di diverso, qualcosa di strano, e quindi più bello. L’alchimia prodigiosa di un’argilla che vuole diventare testo, e un testo che vuole diventare argilla”.

Ricchi in fuga – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione di Gioacchino Toni a Solo i più ricchi, saggio-diario di Douglas Rushkoff  edito da Luiss University Press. Intrigante, interessante, istruttivo, fa riflettere a fondo – come, devo dire, gran parte della produzione di quest’inaspettata casa editrice, da cui ti aspetti ben altro che la feroce critica al sistema cognitivo che la sostiene.

Cinque tra gli uomini più ricchi del pianeta invitano un massmediologo marxista in una località segreta nel deserto per ricevere una consulenza circa l’efficacia dei piani di fuga a cui stanno pensando in vista di quello che chiamano l’Evento, una non meglio definita catastrofe che prevedono si stia per abbattere sulla Terra.
Non si tratta di un romanzo o di un film. Questo è quanto è realmente accaduto a Douglas Rushkoff, docente di teoria dei media e di economia digitale presso il Queens College di New York, divulgatore sui temi dell’innovazione e dell’hi-tech e conduttore del celebre podcast “Team Human”.

Il volume si apre con lo stupore dell’autore per la bizzarra proposta ricevuta di raggiungere un lussuoso resort situato in una imprecisata località nel deserto al fine di fornire un suo parere sul “futuro della tecnologia” a un gruppo si uomini di affari. Trattandosi di un’offerta economicamente importante, lo studioso accetta pur attendendosi la classica raffica di domande volte unicamente a comprendere se vale o meno la pena investire su questa o quella trovata tecnologica nel totale disinteresse circa l’impatto che avrebbero avuto sulla società. Dopo un viaggio aereo in prima classe, proseguito poi in limousine, raggiunto un lussuoso resort in mezzo al nulla, il “massmediologo marxista”, come egli stesso si definisce, scopre di non dover tenere una conferenza a una platea di invitati ma bensì dialogare con soli «cinque tipi ricchissimi» appartenenti «alla più alta élite nel campo degli investimenti tecnologici e dei fondi speculativi» (p. 10).
Cosa diavolo vogliono da lui costoro? Qualche dritta su ove conviene investire in ambito tecnologico? Ed eccoci alla vera sorpresa: a costoro interessa capire quale zona del mondo subirà di meno la futura crisi climatica, se la minaccia principale deriverà dal cambiamento climatico o da una guerra biologica, quanto si potrà resistere isolati senza aiuto esterno e come potranno continuare ad esercitare la loro autorità sulle forze di sicurezza che dovranno difenderli nei loro bunker da razzie o ammutinamenti dopo l’evento. «L’Evento. Era il loro eufemismo per il collasso ambientale, le rivolte nelle strade, l’esplosione nucleare, la tempesta solare, il virus inarrestabile o l’hack informatico in grado di bloccare ogni cosa» (p. 11).

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ALL'OMBRA DEL MONTE FUJI

Alla scoperta del Giappone in punta di...bacchette

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