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Archivio per Interazioni

I/Another, don’t think, just move | Neural


[Letto su Neural]

Apparentemente a metà strada tra un gioco cinestetico e la rappresentazione cibernetica di una coreografia, I/Another, l’installazione interattiva ideata da Animaspace – la pratica artistica di Angelina Kozhevnikova, artista, designer e ricercatrice interdisciplinare – in realtà si pone una grande sfida: il dialogo universale. Dal soffitto di una stanza cala la struttura di una macchina composta da strisce fosforescenti stampate in 3D e cucite a mano tra di loro a comporre una sorta di rete a maglie molto larghe, libera nei movimenti, intorno ed attraverso la quale il pubblico è invitato a muoversi. A differenza della robotica antropomorfa o delle macchine dotate di emozioni artificiali, e in perfetta controtendenza con la corsa all’umanizzare le intelligenze artificiali, Another non cerca di imitare i movimenti umani per generare empatia nello spettatore. Il robot è bensì progettato per stimolare un rapporto del tutto fisico, basato non sull’illusione dell’intelligenza emotiva, ma su un processo istintivo dove l’uomo e la macchina si influenzano reciprocamente attraverso il movimento. Ispirandosi alla cibernetica di secondo ordine, I/Another, messo a punto grazie a una collaborazione multidisciplinare tra ingegneri e artisti, ripropone un concetto di interazione meno “intelligente” e più disponibile; in questo spazio performativo, infatti, il dialogo è un processo di costruzione, in cui la macchina non è uno strumento per controllare o da controllare, ma un partner con cui apprezzare l’imprevedibilità del presente. Una silenziosa critica all’efficienza contemporanea e un invito a lasciare spazio al proprio corpo, affinché esso si esprima e risponda, per una volta tanto, al posto della mente.

Interazioni


Abilitato alle performance estatiche, non riesci a non interagire coi tuoi disagi interiori e questi, maledetti, modificano tutta l’elegia che stai ancora respirando.

Carmilla on line | Tecnopotere totalitario


Su CarmillaOnLine la recensione di Gioacchino Toni a Il re invisibile. Storia, economia e sconfinato potere del microchip, di Cesare Alemanni ed edito da Luiss University Press.

Considerato la tecnologia più importante e strategica al mondo ed essendo il manufatto più complesso mai prodotto serialmente e quello riprodotto nel maggior numero di esemplari, il motore di ogni astrazione del mondo contemporaneo, il microchip è divenuto talmente indispensabile da poter essere considerato una materia prima attorno a cui gravitano le maggiori trame geopolitiche contemporanee.

A ricostruire il passato, il presente e il futuro del semiconduttore di cui non si può più fare a meno provvede il volume Il re invisibile di Cesare Alemanni che ne racconta i presupposti pre-informatici, dunque la nascita della microelettronica applicata al calcolo e di come l’industria dei semiconduttori sia divenuta una complessa filiera globale attorno a cui si sfidano Stati Uniti e Cina, non mancando di soffermarsi sull’importanza di un materiale come il silicio e di un isola come Taiwan, in cui ha sede la più importante fabbrica al mondo di chip.
Alla luce del fatto che la competizione geopolitica, soprattutto se si appresta ad evolvere in conflitto armato, richiede solidità interna in termini di coesione sociale e consenso cultuale, gli Stati capaci di esprimere progetto, consenso e potere, in lotta per l’egemonia, per conquistare leadership o per evitare di perderla, diventano i soggetti centrali delle organizzazioni politico-economiche imperiali attorno a cui si aggregano Stati di minor peso.

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Self-assembling Nanotechnology


Interazioni deboli rischiarano le forze.

Vasi di costrizione


Costretti dai riverberi empatici, i pensieri si adagiano scomposti sul pack della percezione, e distorcono l’interazione.

Mancanza di interazioni


Ricollochi i tuoi pensieri in un ordine che sa di precario, poi ne disponi gli epigoni e infine le linee guida occulte, ma quello che non ti sfugge è la mancanza di interazioni all’interno del tutto.

Lankenauta Rock Lit | Lankenauta


Su Lankenauta la segnalazione di Rock Lit, sorta di saggio di Liborio Conca che indaga le commistioni tra Letteratura e Rock. Interessante, in qualche modo similare a quello Rock e SF, Fantarock, che qualche tempo fa ha curato Mario Gazzola. Un estratto:

Bando alle etichette, sempre stucchevoli e parziali, infatti Conca nel volume ne fa un uso parsimonioso (per non dire inesistente), il percorso tracciato dal saggio inizia da un party svoltosi a metà degli anni Ottanta al Limelight di New York, una chiesa sconsacrata, festa alla quale prenderanno parte tra gli altri William Burroughs, David Bowie, Sting. Già il trovarsi vicini il “Padrino” della beat generation e alcuni fra i maggiori interpreti del panorama “rock” degli anni successivi (fra i quali al Limelight anche Lou Reed e Patti Smith) è sintomo di una possibile contaminazione fra musica e letteratura. Nello specifico burroughsiano (aggettivazione che è anche il titolo del primo capitolo del volume), analizzando le influenze sulla musica di alcuni grandi firme del panorama a musicale di quelli e degli anni successivi, una particolare attenzione è posta ai R.E.M., il gruppo di Athens – Georgia, che da metà degli anni Ottanta del secolo scorso al 2011 (anno del loro scioglimento) ha calcato i palcoscenici mondiali, focalizzando l’autore l’attenzione proprio sull’influenza della poetica dell’autore de Il pasto nudo sui testi delle canzoni scritte da Micheal Stipe, il quale infatti dirà “le parole devono volare”, un chiaro prestito dal cut-up di William Burroughs. Sempre su prestiti, derivazioni e influenze significativo è quanto detto dallo stesso leader dei R.E.M.: “Ho letto tutto Rimbaud a causa di Patti Smith”, una frase che racchiude uno dei nuclei di tutto il libro, ammette Conca.

Nella scia “burroughsiana” si inserisce anche la parabola di Kurt Cobain, il leader dei Nirvana morto suicida nell’aprile del 1994, anche lui “contaminato” dal “Padrino” della beat generation con il quale ha anche collaborato. Il valore aggiunto di Rock Lit  è anche e soprattutto la ricchissima aneddotica frutto certamente di una certosina documentazione dell’autore, la quale ha un effetto straniante e avvolgente al tempo stesso, lasciando in un certo modo in sospeso il giudizio del lettore sul confine fra la realtà (evidentemente documentata) di quanto narrato e la possibile invenzione di tanti piccoli grandi eventi musical-letterari che escono fuori dal volume come tante perle scintillanti, e questo è un piccolo miracolo del libro, che poi questa fra invenzione e realtà è da sempre la stessa dicotomia che affascina gli amanti della letteratura. Il ricorso alle note a piè di pagina (mai didascalico) ricorda David Foster Wallace e dà il giusto tocco “postmoderno” per quanto questo possa significare a un volume che già per la sua stessa essenza lo è.

Interface I, system tension and complexity | Neural


[Letto su Neural]

Non c’è alcun software, per lo meno non qui che si possa vedere. Invece troviamo un’infrastruttura, un sistema collegato insieme da motori, stringhe e elastici, messi in movimento per caso generato dalla radiazione ambientale naturale della nostra terra. Interface I di Baecker è una cosa tangibile nel mondo – trasparente e spettacolare – sotto l’influenza degli ambienti circostanti, nonché della logica della sua stessa materialità che è soggetta alle leggi della fisica che governa tutte le altre entità materiali. Due sistemi interattivi si trovano uno di fronte all’altro verticalmente, connessi attraverso le stringhe nella loro parte centrale. Ogni sistema è alimentato da un motore che spinge questi sistemi in direzione contraria. Baecker genera una tensione e una problematica in questo sistema grazie all’attaccamento delle bande elastiche che legano accoppiandole ogni stringa alla sua vicina. Il movimento e il comportamento del sistema nel suo insieme sono influenzati da segnali casuali provenienti dai tubi Geiger Mueller che trasmettono delle vibrazioni. Così, il comportamento del sistema si svela con l’andare del tempo in quanto passa e risponde alle fluttuazioni materiali e entropiche. Interface I attira la nostra attenzione su una molteplicità di cose: all’infrastruttura di internet e al suo rapporto con la geografia; ai protocolli, ai pacchetti e ai percorsi delle informazioni; ai mercati economici, ai rischi e ai calcoli; alle reti elettriche e di comunicazione. Ma lo scopo di Baecker non è tanto quella di parlare con un’interpretazione chiara. Al contrario la sua estetica deliberatamente minimale ambisce ad elaborare una comprensione implicita di sensazioni e percezioni che riguardano la relazione fra tecnologia e geofisica. Quello che realizza qui è un nuovo modello di immagine, che cerca di rappresentare un sistema che include I suoi processi e la sua struttura. Un’immagine di un arrangiamento complesso, aggrovigliato alle condizioni ambientali e geopolitiche, che è impegnato in maniera attiva nella propria composizione. Egli suggerisce una critica lontana dall’analisi delle sole interfacce e rivolta a capire come siano connesse e modellate dai movimenti nel mondo. Questa mediazione sulla temporalità delle interfacce apre un varco sulla speculazione riguardante l’ambito materiale della tecnologia e la sua costruzione culturale. Ma cosa possiamo ottenere da un’analisi critica di una tale sistema? Come possiamo pensare alla struttura di interfacce e ai vari livelli in cui operano? Prima di tutto, una comprensione più ampia di un’interfaccia e di un’infrastruttura mette in primo piano i processi di distribuzione che sono stati nascosti dai processi di produzione e consumo. Questo ci porta a pensare le interfacce su diversi livelli, lontano dal pensarle rigide e inflessibili. Invece le riconosciamo come parte di relazioni socio-tecniche multivalenti che coinvolgono un’analisi critica degli standard e dei formati necessari per indirizzare le informazioni tra di loro. Secondariamente, I materiali unici che sono necessari per modellare, dare energia e sostenere la distribuzione delle informazioni attraverso i sistemi e gli ambienti. Questo pone nuovi arrangiamenti, oggetti e interessi al centro dell’attenzione, e apre una distanza critica dal considerare altri modi di guardare e pensare le interfacce. In un momento di incertezza politica e di produzione, forse una distanza critica è proprio quello di cui abbiamo bisogno.

La Mariée Remise à Nu Par le Binaire / The Machine is Speaking | Neural


[Letto su Neural]

Dare corso ad alcune funzioni fondamentali del nostro corpo affidandole a una macchina può essere un gesto estremo, anche se è solo temporaneo. Se questo abbandono comporta anche la nostra capacità di comunicare volontariamente, poi il gesto diventa ancora più radicale. La Mariée Remise à nu par le Binaire di Nataliya Petkova è una struttura robotica performativa che consente questo tipo di azione. Essa riprende alcune parti nodali del corpo coinvolte nel sistema vocale in modo da permettere a una macchina di utilizzarle per “parlare”. L’artista sostiene che il corpo diventa semplicemente una “scatola di risonanza”. Infatti, i motori che controllano i movimenti della bocca, le piccole scosse elettriche inviate alla lingua elettronicamente e la laringe artificiale premuta alla gola per stimolare le corde vocali, articolando un discorso generativo o audio-reattivo, tutto sottolinea questa sensazione. In questo progetto – allora – la Petkova incarna straordinariamente un profondo immedesimarsi nei meandri di una comunicazione ostruita per mezzo di timori elettromeccanici in una funzionale e ancora universale protesi.

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