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Archivio per Energia

Quello che resta | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di “Quello che resta”, romanzo di Simone Capodicasa uscito per DelosDigital nella collana weird “InnsMouth”; la quarta:

Eugenio lascia Zurigo in sella alla sua bici, carico della stanchezza di una vita di doveri, in cerca di silenzio e libertà. Ma quando un temporale anomalo lo costringe a rifugiarsi in una baita sperduta nel bosco, insieme a due sconosciuti – un giovane musicista e un anziano ferito – la fuga si trasforma in una trappola surreale. Il bosco sembra respirare, i sentieri si riavvolgono su se stessi, il tempo perde ogni significato. Cosa sta succedendo in quel lembo di foresta? È un’allucinazione collettiva, l’effetto di una misteriosa tossina, o qualcosa di molto più profondo e personale che attinge dalle paure più antiche di ognuno di loro?
Quello che resta è un romanzo che mescola la tensione del thriller psicologico con il respiro del dramma esistenziale. Un viaggio ipnotico e claustrofobico attraverso paesaggi esterni e interiori, dove la linea tra realtà, memoria e follia si dissolve con maestria narrativa.

Sandro Battisti – Intervista allo scrittore | StraniEoni


Sul blog StraniEoni è possibile leggere una lunga e corposa intervista al sottoscritto, orchestrata da Paolo Sista del Gruppo Telegram “Lovecraft Italia”; è stata una bella cavalcata, le domande appropriate e profonde, attente hanno richiesto una mia grande attenzione nelle risposte. Paolo ha preparato anche una bella recensione al mio Premio Urania, L’Impero restaurato, e al recente EarthBound, un post che è più che altro una recensione all’Impero Connettivo; qui sotto ecco invece l’intera trascrizione del dialogo:

Il Gruppo Telegram “Lovecraft Italia” intervista lo scrittore Sandro Battisti, colonna portante della fantascienza italiana e nome indissolubilmente legato al Connettivismo

LI: Ciao, Sandro. Buttiamoci subito nell’occhio del ciclone. Connettivismo: chi, cosa, come, perché?
SB: Ciao a tutti, grazie davvero per ospitarmi tra le vostre colonne digitali.
Parlando di Connettivismo, è un oggetto che ha superato agevolmente i venti anni di esistenza ed è, ovviamente come tutti gli organismi viventi, soggetto a mutamenti di vario tipo, ci piace l’idea di considerarle evoluzioni; il Movimento è stato necessario agli inizi del millennio perché ha dato una qualche forma a ciò che era sotteso al fandom – e non solo – di allora. Si cercava di percorrere un viatico che potesse un po’ dare un senso, significato, forma, sostanza a molteplici suggestioni che apparivano slegate, proiettandole verso un futuro che sa di postumanesimo e memore di un passato che sa di trascendenza, ideali che poi si coniugano con alcune suggestioni della fisica quantistica immersa in un caos che sa di matematica superiore, e così via con i rimandi ad altre cognizioni e conoscenze.
Eravamo in tre (non somari ma briganti): Giovanni De Matteo, l’estensore del Manifesto; Marco Milani e me. Poi si è unito praticamente subito dopo Lukha B. Kremo che, in con una chiara manifestazione della Sincronicità, quella stessa notte della nascita connettivista aveva creato, in piena autonomia e senza che nessuno di noi sapesse dell’altro, la Nazione Caotica. A seguire, nei mesi e negli anni si sono uniti e disuniti molti altri artisti, attratti dal fatto che quel Manifesto fosse aperto, non una stele immutabile ma un oggetto in grado di assorbire le vibrazioni esterne per renderle mutuate, mutandoci tutti; la natura multimediale del Connettivismo è infine uscita particolarmente fuori in questi ultimi anni, con performance e utilizzo di altri media diversi dalla scrittura: è un po’ una ulteriore consacrazione del Movimento, che dopo tutti questi lustri continua a crescere e a variare, a rimanere valido e attuale non solo nel panorama italico ma anche fuori, perché da quando siamo nati di collettivi alla stessa stregua non mi pare ce ne siano stati molti.

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La Chiesa extraurbana e il Colombario del Tuscolo | Nemora


Il Tuscolo è un luogo magico, per me; la montagna sopra Frascati, da cui si gode un panorama senza eguali dei Castelli Romani e della caldera dell’antico Vulcano Laziale, urla il suo pantheon arcaico e ne reclama ancora il culto di ognuno degli dèi che soggiornavano lì; su Nemora c’è un post che relaziona passaggi storici e nozioni per dare volto a una possibile lettura del mito e alle forme di energia che si percepiscono sul luogo; un estratto:

Oggi, recandosi presso la collinetta a sud, è possibile passeggiare fra i resti semisepolti dall’erba e dalle piante. A seconda delle stagioni, si possono identificare gli elementi in maniera più o meno evidente.
Questo piccolo promontorio è lontano dall’area nevralgica, affollata, del Tuscolo. È difficile che le persone si avventurino fin qui, apparentemente -da lontano- non sembra ci sia granché interessante.
Ma non è così. Al netto della meravigliosa vista sulla Valle Latina e sul Monte Cavo di cui si gode, recandosi qui si afferra l’intuizione di qualcosa di tanto grande quanto indefinito.
Ci immaginiamo i raggi arancione fuoco del sole che lambiscono la facciata di Sant’Agata e le ombre che si allungano nei porticati. La luna che lentamente si affaccia dal castello dei conti di Tuscolo, sulla rocca, indossando per mantello un cielo stellato.
È facile ipotizzare che quanto portato alla luce nel corso degli scavi non sia che una minima frazione dell’immensità che è passata per di qui. Basta guardarsi attorno.
E se vi fate guidare dall’intuito, al punto tale da oltrepassare collinetta a sud e circumnavigarla verso la parete rocciosa a ovest, troverete qualcosa di meraviglioso. Non è semplice da rintracciare così com’è, incastonato in alto in una grotta e coperto dalla vegetazione. Non so neanche spiegarmi la ragione che in prima istanza mi ha spinta ad attraversare i rovi e a infilarmi proprio in quell’antro. È tutta la vita che frequento il Tuscolo, eppure proprio lì non c’ero mai andata. Ma quando ho alzato gli occhi ho provato un’emozione difficile da quantificare: sopra alla mia testa c’era un colombario (o colombaio) scolpito nella viva roccia. Decine di piccole celle ricavate all’interno di un incasso nella pietra, come tante orbite vuote, rivolte verso il mare in lontananza.

Carmilla on line | Pazuzu e Hastur contro l’umanità


Su CarmillaOnLine, a firma di Franco Pezzini, la recensione a un libro che ho nel cuore, perché scritto da Danilo Arona, Daniele Bonfanti e Valentina Kay: “Pazuzu: effetto nocebo”; libro che ho in lettura sul comodino e che apprezzo per le cose che recensisce Franco:

L’intreccio narrativo di personaggi da saghe diverse non è certamente un’invenzione postmoderna, ma è solo negli ultimi secoli che lo sviluppo raggiunge le forme spudorate a noi note. Così per esempio il vampiro Lord Ruthven polidoriano – o meglio postpolidoriano, quello che sgambetta tra romanzi apocrifi e balletti teatrali – fa un suo timido ingresso nientemeno che nel Conte di Montecristo, evocato molto di sfuggita da Dumas (che lo riprenderà addirittura in un’opera teatrale). Il fenomeno assume poi in età odierna connotati sontuosamente labirintici, e merita esaminare due casi recenti.
Uno dei padri – nonni, dice lui – del fantastico italiano è senz’altro Danilo Arona, che con il conio di una peculiare cifra stilistica tra il narrativo e il saggistico ha consegnato ai lettori un pandemonium di storie in continua e lussureggiante ramificazione: tanto più che, da grande studioso di leggende metropolitane, il Nostro ha un’acuta coscienza della babelica transmedialità del fenomeno. È come se la realtà – psichica ma anche storica – fosse non solo traversata ma letteralmente tessuta da saghe cinematografiche, televisive, videoludiche portatrici di grandi figure di personaggi come pure di climi, epopee, bufere: qualcosa che non stupisce chi studi l’immaginario, ma ci provoca sul nostro appartenere alla specie Homo narrans, sulla nostra incapacità di concepire la realtà (a partire da quella della vita che ci tocca) se non come narrazione.

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Nirrta: la dea vedica della distruzione | Iridediluce


Interessante questa dèa vedica, Nirrta, la dèa della distruzione; ce ne parla IrideDiluce nella sua enciclopedica disquisizione sulle divinità mondiali storiche e preistoriche che porta avanti da ben più di un anno. Un estratto:

Il significato simbolico del nome Nirrta sottolinea il suo ruolo di forza di distruzione e decadenza. Incarna l’inevitabile declino che tutte le cose devono subire, fungendo da promemoria dell’impermanenza della vita. In questo senso, Nirrta non è semplicemente una forza malevola, ma necessaria, che facilita il ciclo di creazione, conservazione e distruzione che è centrale nella cosmologia indù.
Sebbene Nirrta non svolga un ruolo di primo piano nei principali poemi epici indù come il Mahabharata o il Ramayana, la sua influenza si percepisce nei temi di distruzione e decadenza che permeano questi testi. Ad esempio, la rappresentazione della Grande Guerra e delle sue conseguenze nel Mahabharata può essere vista come l’incarnazione del potere distruttivo di Nirrta, che apre la strada a un nuovo ordine.
In vari racconti popolari regionali, Nirrta è spesso raffigurata come una dea temibile che deve essere placata per scongiurare la sventura. In alcune storie, è raffigurata come una figura oscura ed emaciata, che vaga per i luoghi desolati della terra. Questi racconti servono a rafforzare la sua associazione con il decadimento e il disordine.

Fosse davvero


Sarebbe meraviglioso se il senso della compressione si propagasse per onde quantiche di successivi collassi in raffinazione, che le perfezioni fossero idee olografiche oleose che si appiccicano addosso, che il suono fosse davvero sinestesia craniale.

Atarassico


Ogni oggetto è destrutturato dalle policy di disaffezione che calmano, disgregano, rendono facili i passaggi e aumentano il senso di sollievo, donano un senso di atarassico.

Cammina ancora – Cronache di Bassavilla | FantasyMagazine


Danilo Arona torna con uno dei suoi cavalli di battaglia più potenti, Melissa, una connessione oscura e olografica in ebook per la collana weird “InnsMouth” di DelosDigital: Cammina ancora. La quarta (su FantasyMagazine):

Bassavilla, una città del Nord avvolta da una nebbia che non è solo atmosfera, ma una presenza. Danilo Arona, ex giornalista investigativo, si ritrova intrappolato in un mistero che sfida ogni logica: Melissa. Una ragazza bionda, jeans e giubbotto rosso, investita e uccisa sull’autostrada Bologna-Padova la mattina del 29 dicembre 1999. Ma la sua morte è solo l’inizio.
Nella stessa identica ora, a centinaia di chilometri di distanza, tre diversi automobilisti giurano di averla vista – o di averla quasi investita – su altre autostrade. Nello stesso identico istante, a Bassavilla, una giovane donna muore nel suo letto, il corpo devastato come in un incidente stradale. Da quel momento, Melissa non smette di manifestarsi: come autostoppista fantasma che scompare in un attimo, come virus informatico globale, come volto sanguinante negli specchi, come voce che chiama di notte in una radio pirata, come nome che lega sparizioni del 1925 a suicidi collettivi in Giappone.
Attraverso forum scomparsi, cronache ingiallite, testimonianze sconvolgenti e la sua personale ossessione, Arona tesse la trama di una leggenda metropolitana che forse leggenda non è. Un’indagine che si trasforma in un viaggio ai confini della realtà, dove i morti non riposano, le storie si replicano come virus e una città intera sembra sintonizzata su una frequenza di paura. “Cronache di Bassavilla” non è solo la storia di un fantasma: è la mappa di un contagio dell’immaginario, un’inquietante riflessione su come le tragedie, una volta raccontate, acquisiscano una vita propria, pericolosa e immortale.

Ogni necessità


Nelle giovani esplorazioni della stratosfera psichica, ogni richiamo urla di necessità surreali, inumane, estensioni dell’essere abissale.

Attento a ciò che desideri


Mantenere la concentrazione. Mantenerla nella cascata dei frattali che appaiono caos. Mantenerla mentre quello che desideri con forza avviene e percepisci – retrocasualità o attrattore caotico?

ALL'OMBRA DEL MONTE FUJI

Alla scoperta del Giappone in punta di...bacchette

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Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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