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Quello che resta | FantasyMagazine
Su FantasyMagazine la segnalazione di “Quello che resta”, romanzo di Simone Capodicasa uscito per DelosDigital nella collana weird “InnsMouth”; la quarta:
Eugenio lascia Zurigo in sella alla sua bici, carico della stanchezza di una vita di doveri, in cerca di silenzio e libertà. Ma quando un temporale anomalo lo costringe a rifugiarsi in una baita sperduta nel bosco, insieme a due sconosciuti – un giovane musicista e un anziano ferito – la fuga si trasforma in una trappola surreale. Il bosco sembra respirare, i sentieri si riavvolgono su se stessi, il tempo perde ogni significato. Cosa sta succedendo in quel lembo di foresta? È un’allucinazione collettiva, l’effetto di una misteriosa tossina, o qualcosa di molto più profondo e personale che attinge dalle paure più antiche di ognuno di loro?
Quello che resta è un romanzo che mescola la tensione del thriller psicologico con il respiro del dramma esistenziale. Un viaggio ipnotico e claustrofobico attraverso paesaggi esterni e interiori, dove la linea tra realtà, memoria e follia si dissolve con maestria narrativa.
La Chiesa extraurbana e il Colombario del Tuscolo | Nemora
Il Tuscolo è un luogo magico, per me; la montagna sopra Frascati, da cui si gode un panorama senza eguali dei Castelli Romani e della caldera dell’antico Vulcano Laziale, urla il suo pantheon arcaico e ne reclama ancora il culto di ognuno degli dèi che soggiornavano lì; su Nemora c’è un post che relaziona passaggi storici e nozioni per dare volto a una possibile lettura del mito e alle forme di energia che si percepiscono sul luogo; un estratto:
Oggi, recandosi presso la collinetta a sud, è possibile passeggiare fra i resti semisepolti dall’erba e dalle piante. A seconda delle stagioni, si possono identificare gli elementi in maniera più o meno evidente.
Questo piccolo promontorio è lontano dall’area nevralgica, affollata, del Tuscolo. È difficile che le persone si avventurino fin qui, apparentemente -da lontano- non sembra ci sia granché interessante.
Ma non è così. Al netto della meravigliosa vista sulla Valle Latina e sul Monte Cavo di cui si gode, recandosi qui si afferra l’intuizione di qualcosa di tanto grande quanto indefinito.
Ci immaginiamo i raggi arancione fuoco del sole che lambiscono la facciata di Sant’Agata e le ombre che si allungano nei porticati. La luna che lentamente si affaccia dal castello dei conti di Tuscolo, sulla rocca, indossando per mantello un cielo stellato.
È facile ipotizzare che quanto portato alla luce nel corso degli scavi non sia che una minima frazione dell’immensità che è passata per di qui. Basta guardarsi attorno.
E se vi fate guidare dall’intuito, al punto tale da oltrepassare collinetta a sud e circumnavigarla verso la parete rocciosa a ovest, troverete qualcosa di meraviglioso. Non è semplice da rintracciare così com’è, incastonato in alto in una grotta e coperto dalla vegetazione. Non so neanche spiegarmi la ragione che in prima istanza mi ha spinta ad attraversare i rovi e a infilarmi proprio in quell’antro. È tutta la vita che frequento il Tuscolo, eppure proprio lì non c’ero mai andata. Ma quando ho alzato gli occhi ho provato un’emozione difficile da quantificare: sopra alla mia testa c’era un colombario (o colombaio) scolpito nella viva roccia. Decine di piccole celle ricavate all’interno di un incasso nella pietra, come tante orbite vuote, rivolte verso il mare in lontananza.
Carmilla on line | Pazuzu e Hastur contro l’umanità
Su CarmillaOnLine, a firma di Franco Pezzini, la recensione a un libro che ho nel cuore, perché scritto da Danilo Arona, Daniele Bonfanti e Valentina Kay: “Pazuzu: effetto nocebo”; libro che ho in lettura sul comodino e che apprezzo per le cose che recensisce Franco:
L’intreccio narrativo di personaggi da saghe diverse non è certamente un’invenzione postmoderna, ma è solo negli ultimi secoli che lo sviluppo raggiunge le forme spudorate a noi note. Così per esempio il vampiro Lord Ruthven polidoriano – o meglio postpolidoriano, quello che sgambetta tra romanzi apocrifi e balletti teatrali – fa un suo timido ingresso nientemeno che nel Conte di Montecristo, evocato molto di sfuggita da Dumas (che lo riprenderà addirittura in un’opera teatrale). Il fenomeno assume poi in età odierna connotati sontuosamente labirintici, e merita esaminare due casi recenti.
Uno dei padri – nonni, dice lui – del fantastico italiano è senz’altro Danilo Arona, che con il conio di una peculiare cifra stilistica tra il narrativo e il saggistico ha consegnato ai lettori un pandemonium di storie in continua e lussureggiante ramificazione: tanto più che, da grande studioso di leggende metropolitane, il Nostro ha un’acuta coscienza della babelica transmedialità del fenomeno. È come se la realtà – psichica ma anche storica – fosse non solo traversata ma letteralmente tessuta da saghe cinematografiche, televisive, videoludiche portatrici di grandi figure di personaggi come pure di climi, epopee, bufere: qualcosa che non stupisce chi studi l’immaginario, ma ci provoca sul nostro appartenere alla specie Homo narrans, sulla nostra incapacità di concepire la realtà (a partire da quella della vita che ci tocca) se non come narrazione.
Fosse davvero
Sarebbe meraviglioso se il senso della compressione si propagasse per onde quantiche di successivi collassi in raffinazione, che le perfezioni fossero idee olografiche oleose che si appiccicano addosso, che il suono fosse davvero sinestesia craniale.
Atarassico
Ogni oggetto è destrutturato dalle policy di disaffezione che calmano, disgregano, rendono facili i passaggi e aumentano il senso di sollievo, donano un senso di atarassico.
Cammina ancora – Cronache di Bassavilla | FantasyMagazine
Danilo Arona torna con uno dei suoi cavalli di battaglia più potenti, Melissa, una connessione oscura e olografica in ebook per la collana weird “InnsMouth” di DelosDigital: Cammina ancora. La quarta (su FantasyMagazine):
Bassavilla, una città del Nord avvolta da una nebbia che non è solo atmosfera, ma una presenza. Danilo Arona, ex giornalista investigativo, si ritrova intrappolato in un mistero che sfida ogni logica: Melissa. Una ragazza bionda, jeans e giubbotto rosso, investita e uccisa sull’autostrada Bologna-Padova la mattina del 29 dicembre 1999. Ma la sua morte è solo l’inizio.
Nella stessa identica ora, a centinaia di chilometri di distanza, tre diversi automobilisti giurano di averla vista – o di averla quasi investita – su altre autostrade. Nello stesso identico istante, a Bassavilla, una giovane donna muore nel suo letto, il corpo devastato come in un incidente stradale. Da quel momento, Melissa non smette di manifestarsi: come autostoppista fantasma che scompare in un attimo, come virus informatico globale, come volto sanguinante negli specchi, come voce che chiama di notte in una radio pirata, come nome che lega sparizioni del 1925 a suicidi collettivi in Giappone.
Attraverso forum scomparsi, cronache ingiallite, testimonianze sconvolgenti e la sua personale ossessione, Arona tesse la trama di una leggenda metropolitana che forse leggenda non è. Un’indagine che si trasforma in un viaggio ai confini della realtà, dove i morti non riposano, le storie si replicano come virus e una città intera sembra sintonizzata su una frequenza di paura. “Cronache di Bassavilla” non è solo la storia di un fantasma: è la mappa di un contagio dell’immaginario, un’inquietante riflessione su come le tragedie, una volta raccontate, acquisiscano una vita propria, pericolosa e immortale.
Ogni necessità
Nelle giovani esplorazioni della stratosfera psichica, ogni richiamo urla di necessità surreali, inumane, estensioni dell’essere abissale.
Attento a ciò che desideri
Mantenere la concentrazione. Mantenerla nella cascata dei frattali che appaiono caos. Mantenerla mentre quello che desideri con forza avviene e percepisci – retrocasualità o attrattore caotico?




