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Torino: la città del brivido | SherlockMagazine


Su SherlockMagazine un articolo che mette in relazione Torino e i film di Dario Argento, profilando sullo sfondo la figura archetipica di Ecate; un estratto:

Come tutti sanno, Torino è una città ricca d’arte e cultura, che ha molto da offrire ai suoi visitatori: le residenze sabaude, le grandi piazze, il Duomo, i numerosi musei e naturalmente la Mole Antonelliana, simbolo della città… Ma il capoluogo piemontese cela un lato più oscuro di cui non tutti i suoi turisti sono consapevoli. La città, infatti, è la silenziosa ma onnipresente protagonista di moltissimi film. In particolare i fan del “maestro del brivido” Dario Argento non possono ignorare il fondamentale ruolo che Torino gioca in alcuni dei suoi film più famosi.
Nato a Roma e conosciuto in tutto il mondo per i suoi horror e thriller, Argento ha sempre avuto un debole per la città piemontese e vi ha ambientato ben otto film. Ma perché proprio a Torino? Innanzitutto vi sono i motivi sentimentali: nella sua autobiografia Paura, pubblicata nel 2014, Argento racconta del suo primo incontro con il capoluogo piemontese. Era ancora un bambino, quando suo padre si recò a Torino per lavoro, portando con sé il figlio giovanissimo. Arrivarono di sera, la pioggia conferiva alla città un’aura magica, che conquistò immediatamente il cuore del futuro regista. Molti anni dopo, nel 1970, Argento inaugura la sua carriera con il film L’uccello dalle piume di cristallo. Tuttavia, fu solo con la sua seconda opera, Il gatto a nove code (1971), che Torino divenne l’ambientazione prescelta per i suoi film. I personaggi di questo noto giallo vivono e agiscono tra le vie della città, si muovono lungo le rive del Po e si ritrovano fra le tombe del Cimitero Monumentale. Sempre nel 1971 uscì un terzo film, Quattro mosche di velluto grigio, un giallo dalle tinte fosche, e ancora una volta Torino costituisce il set dell’intera vicenda. Nel 1975 è il turno dell’inquietantissimo Profondo Rosso. Qui le residenze dei Savoia, le piazze e le vie del centro di Torino sembrano quasi imporsi sulla trama stessa del film. A tal proposito Villa Scott, bellissimo edificio collocato sulle colline della città, è ormai irreparabilmente connessa al terrore suscitato dalle scene di Profondo Rosso, essendo stata usata come casa “maledetta” durante le riprese del film.
In seguito Torino venne scelta come set per altri cinque film, il primo dei quali fu il thriller Non ho sonno del 2001. Seguì Ti piace Hitchcock?, tv movie del 2005, un esplicito omaggio all’altro maestro del brivido, l’inglese Alfred Hitchcock. Nel 2007 vennero girate a Torino le riprese de La terza madre, il capitolo conclusivo della saga de Le tre madri, una serie di tre film horror incentrati sulle figure di tre antichissime streghe. Infine, gli ultimi due film di Argento ambientati a Torino furono il thriller Giallo del 2009 e il non apprezzatissimo horror Dracula 3D del 2012. Per le riprese di quest’ultimo Argento scelse diverse location collocate fra Torino, il castello di Montalto Dora (TO), il Ricetto di Candelo (BI) e Budapest.
Andando oltre le vicende personali di Argento, si può comunque affermare che Torino rappresenti una “location naturale” per ambientare storie di magia e misteri. Perché? A questo punto è necessaria una spiegazione per i profani, che certamente non possono comprendere i collegamenti fra Torino e il mondo magico…

La leggenda delle Ondine del Conero | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di  La leggenda delle Ondine del Conero, romanzo horror di Daniele Zaccone edito da Delos Digital; la quarta:

Il mare non dimentica. E quando la terra trema, i suoi segreti tornano a galla.
Dopo un violento terremoto al largo del Monte Conero, anomalie inspiegabili iniziano a emergere dalle profondità: segnali acustici mai registrati, ombre sotto la superficie, imbarcazioni ritrovate senza equipaggio. Viola Santarelli, biologa marina segnata da una perdita che il mare non le ha mai restituito, viene coinvolta in un’indagine che la costringerà a tornare proprio là dove tutto ha avuto origine.
Le grotte sommerse del Conero, credute inaccessibili, sembrano nascondere qualcosa di antico e predatorio. Qualcosa che canta. E chi ascolta, scompare.
Tra scienza e leggenda, razionalità e folklore, La leggenda delle Ondine del Conero rilegge i miti adriatici in chiave oscura e contemporanea, trasformando le Ondine da figure eteree a presenze disturbanti, fisiche, terribilmente reali. Un racconto teso e atmosferico, dove il mare non è solo scenario, ma entità viva, e dove il confine tra ciò che è creduto e ciò che è reale si dissolve come schiuma sulla scogliera. Perché alcune storie non dovrebbero mai essere risvegliate. E alcune voci non andrebbero mai ascoltate.

Cristiano Fighera e gli orrori dentro di noi | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine una bella intervista di Cristiano Saccoccia a Cristiano Fighera e ai stilemi horror, ma non solo; un estratto:

Puoi raccontarci come hai maturato la passione per la scrittura?

Ho imparato a leggere da solo quando avevo cinque anni. Ho divorato tutto quello che mi è capitato sotto mano, letteralmente qualsiasi tipo di libro. Un giorno, ai tempi del primo anno del liceo, ero a letto con l’influenza. Come al solito stavo leggendo, e a un certo punto mi è venuto in mente che potevo anche provare a scrivere qualcosa io, e ho inventato un breve racconto nel quale, se ricordo bene, i miei compagni di classe volavano su caccia da combattimento, o qualcosa di altrettanto inverosimile. L’ho portato a scuola e fatto leggere. È piaciuto. Da quel momento non ho mai smesso. Anche se prima di riuscire a mettere insieme qualcosa di decente, e soprattutto prima che imparassi a terminare le storie che iniziavo, ci sono voluti anni.

Ti muovi tra vari generi letterari, in quale ti senti più a tuo agio?

Sicuramente l’horror, che da bambino mi terrorizzava. È un genere che amo, che conosco bene, del quale ho imparato tutti i “trucchi”, le regole, gli stilemi, i significati, le sfumature i sottogeneri e le metafore. Ma in senso più generale direi il Fantastico nelle sue più varie accezioni. In tutte le storie che ho scritto, anche quelle apparentemente più “normali” c’è sempre un elemento fuori posto, qualcosa di strano, di surreale, di grottesco, di incomprensibile. Anche quando si tratta di una semplice storia d’amore.

Thelma | ThrillerMagazine


SPOILER

Il film ci spiega come il controllo sia l’unica legge che il patriarcato (e una delle sue emissarie per eccellenza, la religione cristiana) conosce, di fronte al “mistero” del potere femminile – un potere incomprensibile e inaccettabile perché difficile da appropriare e spesso annichilente, come dimostra il potenziale istinto di rabbia omicida che si annida in Thelma. Questo perché, a differenza della cultura dominante, che soggioga ogni elemento e ogni persona riducendole a semplificazioni manicheiste, salvifiche o letali, positive o negative, l’energia vitale raramente si manifesta in maniera univoca. In alcune culture, i demoni non sono mai solo malevoli o solo benefici, ma possono invece cambiare la propria natura a seconda delle circostanze e delle necessità.

Quello che ho incollato qui sopra con inchiostro bianco è il significativo riassunto della recensione di Sacha Rosel a Thelma, film horror (dell’anima, soprattutto) di Joachim Trier; vi lascio a un altro estratto preso da ThrillerMagazine:

Il desiderio nelle sue strane manifestazioni è il tema centrale di Thelma.
In un continuo gioco chiaroscurale fra sogno e realtà, energie psichiche e architetture asettiche, la storia si concentra sulla figura della protagonista, Thelma appunto, studentessa di biologia presso un’università norvergese. La sua vita ci appare circoscritta a pochi luoghi, racchiusi dentro il perimetro rassicurante del campus: le aule dove assistere alle lezioni, la biblioteca dove studiare, la piscina dove nuotare, la camera dove dormire e farsi da mangiare. Isolata e senza amici, la ragazza sembra non essere avvezza alle regole poste alla base dell’interazione sociale. In una delle prime inquadrature del film, Thelma ci appare come una studentessa fra tante, confusa nello sciame di persone che si agitano nel campus: i campi lunghissimi, che già evidenziano lo status di formiche anonime di tutte le persone che gravitano dentro l’università, amplificano il senso di spaesamento della protagonista, che non sa bene come orientarsi in quello che è a tutti gli effetti il suo primo vero e proprio ingresso nel palcoscenico della vita.
In effetti, per Thelma l’unico sbocco verso il mondo esterno è dato dalle telefonate che fa o riceve dai genitori. Seppure fisicamente distanti perché rimasti nella casa di campagna, il padre Trond e la madre Unni sono una presenza costante nella vita di Thelma, pronti a rassicurarla, orientarla, non da ultimo controllarla. Costretta sulla sedia a rotelle, la madre va in apprensione non appena la ragazza si sottrae a qualche chiamata, come quando non può rispondere perché sta seguendo una lezione in facoltà. Il marito, di professione medico, le ha mostrato come poter seguire il calendario delle lezioni online, in modo da rintracciare Thelma in ogni momento. Com’è allora che la figlia non ha risposto? C’è stato un cambio improvviso di orario alla lezione, la ragazza spiega pazientemente. In fondo, è abituata a condividere tutto con loro, specialmente col padre. Proprio lui le ha insegnato fin da piccola a fidarsi della presenza genitoriale e Thelma lo considera il suo migliore amico, l’unica persona a cui riesce a dire tutto. E poi, è la prima volta che si ritrova a vivere per conto proprio, forse è normale che si preoccupino per lei e che seguano anche la sua pagina Facebook per sapere se si è fatta degli amici.

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Carmilla on line | Occhio attonito e gambe di donna


Continuano le segnalazioni/recensioni – qui e qui – di questo libro/film datato ormai parecchi decenni fa: Ritual, di David Pinner, un capolavoro posto tra weird e paganesimo; ne parla adesso Franco Pezzini, sulle epages di CarmillaOnLine. Un estratto:

Ma sia il film di Robin Hardy che il pallido remake di Neil LaBute menzionano come testo ispiratore il romanzo Ritual dell’attore, drammaturgo e romanziere inglese David Pinner (classe 1940), apparso nel 1967 con una strana, disturbante copertina: un pezzo di legno sagomato spalanca al centro un occhio attonito, mentre la parte superiore sembrare mostrare capovolte delle gambe di donna con tanto di pube. Un seguito tardivo, The Wicca Woman, comparirà nel 2014.
Ora Ritual appare finalmente in Italia (senza la descritta copertina), proposto meritoriamente da Agenzia Alcatraz, e leggendolo capiamo il livello di libertà giocate da Hardy e dallo sceneggiatore, a fronte di quella che è nei fatti un’altra storia, pur con alcuni punti forti comuni. A partire da un’atmosfera generale di sopravvivenza pagana, che permette di riconoscere a Ritual un ruolo pionieristico nello sviluppo del Folk Horror e lo colloca tra i prodromi di quel revival magico e pagano anglosassone consacrato pochi anni dopo dall’uscita della monumentale, epocale enciclopedia Man, Myth & Magic, 1970. Va detto che un certo sottomondo tradizionale inglese lì semplicemente erompe alla pubblica attenzione, come in generale nel più ampio panorama di quel revival che Margaret Murray (1863-1963) non arriva a vedere:

“La quercia era molto antica. Uno dei suoi rami più bassi era stato spezzato di recente e, circa un metro e mezzo più giù, una testa di scimmia e tre fiori d’aglio erano stati fissati al tronco con uno spillone da cappello. Eppure la bambina, addormentata alla sua ombra, sembrava ignara dell’albero e delle sue strane decorazioni. Non si accorse nemmeno del corvo che stava volando verso di lei. Non si accorse di nulla, mentre il sangue le sussurrava tra i denti e le scivolava lungo la gola. Presto le rigò i capelli color grano, ma lei continuò a non accorgersi di niente. Non stava dormendo. Dian Spark aveva otto anni ed era decisamente morta”.

Un contesto insomma di assoluto fascino che rappresenta un motivo in più per avvicinare questo Ritual, scoprendovi tasselli poi ripresi liberamente nel film: un poliziotto puritano che indaga sulla scomparsa – qui morte – di una bambina in un villaggio isolato – non nelle Ebridi ma in Cornovaglia – ritrovandosi alle prese con pagani usi a riti sessuali; un pittoresco negozio che vende anche dolciumi; una ragazza disinibita che dalla propria stanza suscita in lui turbamenti notturni; costumi rituali con teste di animali. Ma ci sono anche punti di distanza…

Ascension di Nicholas Binge | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione dell’Urania Jumbo di questo mese: Ascension, di Nicholas Binge, che ci riporta al tema lovecraftiano dell’orrore proveniente dallo spazio profondo; la quarta.

Non era lo stesso di una volta. Gli occhi erano diversi, come se avessero strappato qualcosa dentro di lui, o lo avessero rimpiazzato con un altro

Harold Tunmore, scienziato giramondo, è scomparso da quasi tre decadi ed è ormai dato per morto, quando suo fratello lo ritrova in un manicomio, in preda alla paranoia. È solo grazie alle sue lettere che è  possibile ricostruire ciò che gli è accaduto in tutti quegli anni. O meglio, cosa lo abbia portato alla follia. Le lettere di Harold raccontano della comparsa di una misteriosa montagna innevata nel bel mezzo dell’oceano Pacifico. Nessuno sapeva quando fosse comparsa, come… o perché. Insieme ad altri scienziati, Harold aveva preso parte a una missione segreta per svelare i misteri della montagna. Ma questa si era presto rivelata un luogo in cui le leggi della fisica erano sovvertite, i minuti diventavano ore, le ore giorni. Tra venti gelidi, creature mostruose e pericoli mortali, Harold si era man mano reso conto di star perdendo pezzi di se stesso, della propria mente, della vita che aveva lasciato prima di partire. La lettura delle lettere di Harold prosegue spasmodica alla ricerca di una risposta. Ce l’aveva fatta alla fine ad arrivare sulla cima alla montagna impossibile? E una volta arrivato lì, quale sconvolgente verità gli ha fatto perdere la ragione?

ODDITY- La recensione – HORROR CULTURA


La premessa è tagliente: la medium non vedente Darcy si reca nel vecchio casolare dove sua sorella gemella Dani è stata brutalmente uccisa un anno prima. Il suo obiettivo è scoprire la verità celata dietro l’omicidio e il presunto assassino, e per farlo è disposta a usare mezzi…non convenzionali. Darcy, infatti, pratica la psicometria esoterica, ossia è in grado di leggere gli oggetti e percepire così gli eventi passati.
Damian McCarthy eccelle nel creare tensione ma l’orrore non è affidato a jumpscare dozzinali, ma a una regia che usa il buio e gli spazi claustrofobici come una morsa. La fotografia è scura, sporca, amplificando la sensazione che qualcosa si annidi negli angoli e sotto la superficie di una narrazione apparentemente lineare. A mio avviso, l’efficacia del film risiede anche nella capacità di trasformare la casa in un organismo vivo, saturo di colpa.
Ma il vero cuore tematico e visivo di Oddity è il manichino di legno portato da Darcy, un oggetto sinistro e grottesco che funge da “estensione” della medium. Questo fantoccio inanimato non è solo un espediente narrativo, ma l’incarnazione fisica del concetto di stranezza e bizzarria. La sua presenza destabilizza il concetto di realtà, e porta l’orrore a un livello più profondo, quasi folcloristico, ricordando l’orrore popolare e quello legato alle maledizioni.

Questa è la recensione di Miriam Palombi su HorrorCulturaOddity, film di Damian McCarthy che sembra confezionare un horrorweird notevole ed evocativo, sulla falsariga di altri – pochi – capolavori dei decenni scorsi.

Ishtar | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di Ishtar, racconto lungo di Maurizio Cometto edito da DelosDigital; la quarta:

Paolo, Beatrice e Mattia: una famiglia che sembra felice. Eppure ogni notte ciascuno di loro viene visitato da tre misteriose voci. La prima racconta a Paolo di voler divorziare dalla moglie; la seconda confida a Beatrice l’intenzione di farla finita; la terza sbeffeggia Mattia, e sparla di Martina, la ragazza di cui è innamorato. Solo Ishtar conosce l’orrore che si nasconde dietro di loro. Appena le sente arrivare, infatti, rizza il pelo e scappa via. E adesso è pure incinta. Ma perché quelle voci sono così preoccupate del suo destino? Da dove arriva l’atmosfera cupa che avvolge la casa, come se un evento misterioso, accaduto chissà quando, stesse facendo marcire la loro vita? E com’è possibile che Ishtar e Mattia siano implicati in quell’evento? Presto Ishtar partorirà i suoi gattini. E allora ogni voce troverà il suo volto. E il quadro orrorifico che andranno a comporre svelerà una tragica verità.

The Conjuring – Il rito finale | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la recensione a “The Conjuring – Il rito finale”, film di Michael Chaves che ha uno sviluppo da un lato classico, ma dotato di risvolti raccapriccianti dal punto di vista weird, molto potenti emotivamente:

America, anni ‘60. Una notte cupa e piena di fulmini. Il primo caso di due giovanissimi e inesperti Ed e Lorraine Warren li vuole nell’ufficio di un antiquario, trovato misteriosamente impiccato nel magazzino, dopo i molti strani accadimenti avvenuti pochi giorni prima in seguito all’arrivo in negozio di uno strano specchio. Alto più di un metro, nero, molto pesante, sormontato sulla cornice in alto da tre putti dall’aria triste, in basso da decorazioni di tipo floreale. La commessa dell’esercizio, durante la registrazione del primo incontro con i Warran, appare confusa: parla di porte e luci che si accendevano e spegnevano in modo anomalo, oggetti trovati in luoghi diversi, voci sinstre, un forte senso di oppressione che ha caratterizzato senza sosta i giorni antecedenti, dando la sensazione di un pericolo imminente. Mancano troppi dettagli per procedere, ma una Lorraine agli ultimi giorni di gravidanza decide istintivamente di affrontare da sola l’oggetto maledetto: al buio, nel suo territorio, senza troppi preamboli. Quasi sfidandolo, con un senso di “urgenza”: avvertendo vicino a lei nel magazzino la presenza addolorata dell’antiquario, ancora dondolante alla trave su cui era stato rinvenuto appeso. Lo specchio però è troppo potente. La attacca appena lei si avvicina troppo alla sua superficie riflettente, nel modo più subdolo e spietato. La colpisce con strane visioni, accelerando le contrazioni del suo parto. Ed è costretto a portarla via e correre sotto la tempesta in auto nel primo ospedale possibile. In sala parto è chiaro che l’influenza dello specchio non è ancora finita: una creatura di color cenere si palesa a Lorraine in travaglio tra le ombre del soffitto o dietro medici e infermieri, con i suoi occhi grigi penetranti, allungano le sue mani oscure fino al ventre della partoriente. Urla e lampi. Salta la corrente e non parte il generatore di emergenza. Cade di colpo un surreale silenzio. La piccola viene estratta senza vita, con il cordone ombelicale stretto con forza sul collo, “impiccata”, proprio come l’antiquario. Judy nasce morta, ma dopo un intero minuto di preghiere torna alla vita. Una vita in cui fin da piccola dimostra di avere lo stesso “potere” della madre: la capacità innata di vedere spiriti e demoni. Lorraine non ha mai voluto che sua figlia vivesse le sue quotidiane ed estenuanti lotte contro gli spiriti, come non ha mai preteso che la piccola partecipasse o credesse alle loro indagini paranormali. Per aiutarla, le ha insegnato una buffa filastrocca per allontanare le visioni, l’ha sempre incoraggiata a non dare ascolto alle voci moleste e imploranti dei morti, fino a darle la consapevolezza di poterli ignorare del tutto: con la sola volontà togliergli ogni potere, relegarli a nulla di più che uno sporadico attacco d’ansia.

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