HyperHouse

NeXT Hyper Obscure

Archivio per Sciamanesimo

LILI REFRAIN – COIL


Nel miracolo della complessa cognizione di sé.

NYTT LAND – Hailambi Xulembi / Ritual of Exorcism of Evil Spirit


Ecco, gli sciamani…

Suono delle parole


Il suono delle parole diviene crocchiante e onomatopeico, stralcia ogni connessione preesistente e crea nuovi flussi, come uno sciamano sulla parete rocciosa linda e integra, non ancora illustrata da surdimensioni psichiche.

Disco psychedelia (p.1 – p.2) | PostHuman


Su PostHuman Mario Gazzola traccia in due puntate (qui e qui), con la sua consueta erudita e profonda arguzia, una sorta di traccia che percorre la musica pop ma anche sperimentale, colta, dove è possibile rintracciare le cognitività legate alla trance e alla psichedelia, un labile ma robusto filo rosso che ci lega ai primordi della nostra razza fino alle profondità di un futuro ancora da scoprire, ma che ha già i connotati del surreale e della trascendenza fino a realizzare le finiture della new wave e sue derivate; un estratto:

Dunque qual è davvero la psichedelia moderna? Il revival di sonorità vintage percorso da molto alternative rock, talvolta anche con spiritosa riproposizione di look colorati d’epoca, o le glaciali sonorità della techno da rave, che alcuni indicano come la nuova musica “da trance”?
Il fenomeno in realtà risale già agli anni ’90 e si è saldato alla scena dell’indie rock attraverso il capolavoro dei Primal Scream citato al termine della prima parte di questo servizio, cioè lo Screamadelica che ha dato la stura a tutta la scena di crossover fra rock psichedelico, a volte anche hard, e sonorità elettroniche – dal big beat al trip hop – in cui svettano nomi come Daft Punk, Prodigy e Chemical Brothers. Un vero incrocio generazionale in cui si capisce come il nuovo nasca inesorabilmente dal passato (di seguito invece vi godete la folgorante scena del ballo proprio su Supernature).

Kami: scopri l’affascinante mondo delle divinità giapponese della natura | Iridediluce


Nuova incursione di IrideDiluce nella mitologia giapponese dettagliando su Kami, la dèa della natura; un estratto che mette in luce, ancora una vola, la natura sciamanica dei tiri ancestrali:

Le divinità giapponesi della natura, o Kami, sono parte integrante della mitologia e della cultura giapponese. Queste divinità si trovano in natura, come nelle montagne, nei fiumi e negli alberi. La mitologia giapponese antica credeva che i Kami potessero portare prosperità o disastro, a seconda di come venivano trattati.
Il ruolo dei Kami nella società giapponese si è evoluto nel tempo, passando dalla protezione dell’agricoltura e della caccia all’influenza sulla famiglia imperiale. In questo articolo esploreremo le origini, le credenze e i principali Kami delle divinità giapponesi della natura, nonché il loro significato nei santuari e nei templi shintoisti e la loro rappresentazione moderna nella società giapponese.
I kami non sono antropomorfi, ma sono visti come spiriti che assumono molte forme e vivono intorno a noi. Possono apparire come animali, ma non lo sono e possono formare oggetti inanimati. Si credeva che avessero poteri immensi, persino la capacità di creare la vita o distruggere interi villaggi in un batter d’occhio.
Grazie al loro potere, il popolo giapponese li tiene in grande considerazione e li venera.

Da Roma al cuore della Sardegna, con Julian Cope | Humans vs Robots


Un’intervista a Julian Cope, musicista psichedelico di quarant’anni fa sopravvissuto all’acido (non come Syd Barrett) da cui ha preso una sensibilità notevole al mondo sottile, alle linee energetiche, alle essenze sciamane che ci sono intorno; un estratto della chiacchierata, anzi, dell’empatia:

Appuntamento a Paulilautino, centro della Sardegna, pozzo sacro di Santa Cristina. Un luogo dalla potente valenza spirituale con evidenti rimandi all’archeo-esoterismo frequentato con profitto da Cope, esperto delle ley-lines che attraversano il pianeta come punti cardinali di un inconscio collettivo magico e misterioso. Il posto è oggettivamente vibrante: un monumento nuragico con le pietre che lo circondano a forma di vulva, e al centro una struttura arcaica a forma circolare, sormontata da una tholos che somiglia davvero a un “collo uterino”. Pochi gradini verso il basso, entrando direttamente nella terra ci si affaccia sul fondo del pozzo, la cui acqua si illumina grazie all’angolazione del sole nel giorno del solstizio d’estate. Cope ci diede appuntamento nella data dell’equinozio per un’esperienza davvero lisergica, perché la luce nell’acqua crea effetti stranianti: ti affacci e scorgi la tua immagine capovolta. Così, all’improvviso, mi apparve Julian a testa giù dentro la cavità di Santa Cristina.
Sempre magrissimo, altissimo, con un cappellone da cowboy, stivaloni, gilet in pelle. E incredibilmente sorridente: «Ma che magnifica giornata, che incredibile circostanza. È veramente un sogno trovarci qui», disse polverizzando ogni mia ansia. L’aria era immobile, caldo insopportabile, neppure un filo d’ombra. Cope, simile a uno stregone felice, uno sciamano con i capelli lunghi e biondastri, un extraterrestre uscito da un negozio di antiquariato, era lì senza una goccia di sudore a magnificare «il passaggio della stagione propiziato dalla dea fenicia Tanit, signora della fertilità».
C’erano alcuni turisti, pochi in realtà, ma troppi per Julian. Uno in particolare parlava a voce alta: «Tedesco.» commentò Julian, «Io non suono in Germania, non ci vado, mi piace la loro musica ma non quella gente. E ora spostiamoci, troviamo uno spazio alla nostra altezza», disse indicando le macchine.
Sperai proponesse di raggiungere le coste bellissime dell’Oristanese. Is Arutas, ad esempio, proprio sulla punta della penisola del Sinis con quella spiaggia pazzesca, bianca come un manto di chicchi di riso. Ma Julian pretese di andare verso l’interno, verso Borore, luogo selvaggio, deserto, noto solo a lui.
La Tomba di Imbertighe: «Ecco» ci spiegò, «qui si percepiscono le tracce degli dèi, qui c’è il respiro che unisce l’alto al basso, le divinità agli uomini, i giganti e le vedette sui Nuraghi. Ho cercato di raccontare tutto questo nel mio libro The Megalithic European, con due capitoli dedicati alla Sardegna e alla Sicilia, ma ogni volta che torno nelle vostre isole trovo altri indizi, nuove ispirazioni. Non amo i templi, i templi chiudono, serrano, bloccano. Vado alla ricerca di particolari invisibili, soprattutto pietre, le pietre parlano».
Chiesi: «E la tua musica in che modo parla Julian?». Risposta: «Il rock’n’roll deve essere squilibrato. E poi più tempo passa e più mi sento un barbaro. Oltre che un idiota e un eretico protetto dalla croce di San Pietro capovolta e da quattro mori bendati, simbolo della bandiera sarda. Adoro l’idea del dio con le mani legate, rimanda all’idea di caos sotto controllo. Il ruolo dell’artista è proprio quello di liberare questa energia. L’artista è come un fuorilegge: deve conoscere la legge per infrangerla!».
Intanto trovammo un ristorantino e infrangemmo il digiuno. Ricordo che Cope ordinò una gigantesca insalata. «Sono fieramente vegetariano. Berrei volentieri la birra Ichnusa, ma è meglio l’acqua per mantenersi lucidi», ci spiegò attaccando un pomodoro. «Mantenersi lucidi». Sembrava una battuta comica detta da lui che ci raccontava i temi stupefacenti di Uno Tre Uno – Viaggio Hooligan Gnostico Sulle Strade Della Sardegna E Del Tempo. «Il protagonista si chiama Rock Section, compie un viaggio di 10 mila anni per tornare sull’isola sarda e capire cosa sia realmente accaduto durante i Mondiali di Italia 90, ma quando arriva per seguire le partite dell’Inghilterra viene rapito».

Avrei voluto sapere altro, molto altro, parlare della sua discografia e delle grandi citazioni sonore che contiene pur mantenendosi così originale e unica, avrei voluto conoscere l’esatta identità delle 20 Mothers e il valore delle donne nella sua vita pazza e irrituale, o come si sopravvive dal Galles a Liverpool frequentando ogni lato selvaggio, ogni bassofondo dell’anima, e la passione per il krautrock, il rumorismo giapponese, le letture colte, il paganesimo pre-cristiano e se i cerchi di pietra di Avebury erano simili a quelli di Paulilatino. Ma Cope aveva fretta di andare altrove, setacciare la Barbagia, osservare il cielo immenso che avvolge la Sardegna come una coperta tesa tra la luna e il Mediterraneo. Ci salutammo tra baci e abbracci.
«Julian do you remember Rome?», chiesi infine mentre come un sacerdote primitivo spariva verso il tramonto. «Rome? Yeah. Too much modern».

La Lupercalia, l’eredità sciamanica nell’Antica Roma | LinkedIn


Su Linkedin un dotto articolo di Alessio Brugnoli sui Lupercalia, festa della Roma arcaica che si fonde con la celtica Imbolc e coi riti della Candelora cristiana e, infine, del Carnevale. Un estratto:

Tra le più famose feste della Roma Arcaica vi è la Lupercalia, che si celebrava a metà febbraio, che Valerio Massimo descriveva in questo modo:

Infatti la festa sacra dei Lupercali ebbe inizio per opera di Romolo e Remo, quando, esultanti per il permesso avuto dal loro avo Numitore, re degli Albani, di edificare una città nel luogo in cui erano nati, sotto il colle Palatino, già reso sacro dall’arcade Evandro, fecero per esortazione del loro maestro Faustolo un sacrificio e, uccisi dei capri, si lasciarono andare, resi allegri dal banchetto e dal vino bevuto in abbondanza. Allora, divisosi in due gruppi, cinti delle pelli delle vittime immolate, andarono stuzzicando per gioco quanti incontravano. Il ricordo di questo giocoso rincorrersi intorno si ripete da allora ogni anno.

Festa sulla cui natura si discute da secoli, visto che persino gli antichi, a cominciare da Varrone, avevano le idee confuse. Ma cosa sappiamo di preciso sull’argomento ? Per prima cosa, abbiamo chiaro il luogo da cui partivano le celebrazioni, ossia dal Lupercale, posto

“a ridosso del lato del Palatino sulla strada che porta al circo”

come ci narra Dionigi di Alicarnasso, nel Cermalus, uno dei monti ricordato da Varrone nella lista di quelli costituenti il Septimontium, centro sul sito di Roma precedente la fondazione della città, di cui ho parlato qualche giorno fa. Sempre Dionigi di Alicarnasso descrive il luogo di culto come una grotta, circondata da un bosco sacro, all’interno della quale era una sorgente:

E per prima cosa costruirono un tempio a Pan Liceo – per gli Arcadi è il più antico e il più onorato degli dei – quando trovarono il posto adatto. Questo posto i Romani lo chiamano il Lupercale, ma noi potremmo chiamarlo Lykaion o Lycaeum. Ora, è vero, da quando il quartiere dell’area sacra si è unito alla città, è divenuto difficile comprendere l’antica natura del luogo.

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La Dea celtica Artio : l’antica natura selvaggia e l’abbondanza | Iridediluce


Da IrideDiLuce ancora segnali dal mondo celtico, dove le divinità femminili mostrano da un lato la verità ancestrale del matriarcato, da un altro la profonda connessione col sostrato precedente, quello dello sciamanesimo: la dèa Artio e le sue connessioni con la natura e gli orsi.

Artio condivide legami con la dea greca Artemide e la dea romana Diana. Similmente ad Artio, entrambe sono associate agli orsi. Questa associazione sottolinea il significato transculturale degli orsi nell’archetipo del divino femminile.
L’intreccio di queste dee in culture diverse simboleggia le loro caratteristiche comuni e la venerazione per il mondo selvaggio e naturale. La sua associazione con l’orso simboleggia il suo ruolo nella salvaguardia dell’equilibrio e dell’armonia dell’ecosistema. Come divinità dell’abbondanza e della trasformazione, Artio garantisce il benessere e la salvaguardia di creature grandi e piccole. È considerata una fonte di saggezza e guida per coloro.
Nella mitologia celtica, l’influenza di Artio si estende oltre il regno terreno. È strettamente legata ai corpi celesti e ai modelli astrali. Le costellazioni dell’Orsa Maggiore e dell’Orsa Minore hanno un significato particolare nella sua tradizione. Il legame di Artio con queste formazioni stellari sottolinea il suo ruolo di guida celeste e sottolinea la sua associazione con i misteri dell’universo. Il profondo legame di Artio con la natura la avvicina allo sciamanesimo, dove i regni spirituali si intrecciano con il mondo fisico. Gli sciamani e coloro che praticano tradizioni sciamaniche cercano la guida e l’assistenza di Artio nei loro percorsi spirituali. Inoltre, si ritiene che Artio abbia una stretta relazione con gli animali spirituali. Questi animali fungono da guide e alleati, aiutando gli individui nella loro ricerca di auto-scoperta, trasformazione e illuminazione spirituale.
Esplorando il ruolo di Artio nella mitologia e nella cosmologia celtica , emerge il suo profondo legame con il mondo naturale e il regno spirituale. In qualità di protettore, guida e simbolo di trasformazione, Artio continua a ispirare riverenza e timore reverenziale in coloro che cercano saggezza e armonia dentro di sé e nel cosmo più ampio.

Sei nelle brane


Nei silenzi i motivi di una unione che esplode tempi spazi. Dal nulla erompi profonda. In quel silenzio ogni brana mi porta a te che trovo nelle linee dell’essere.

LILI REFRAIN – NAGAL


Il nuovo singolo di Lili Refrain, nel solco del suo sciamanesimo.

ALL'OMBRA DEL MONTE FUJI

Alla scoperta del Giappone in punta di...bacchette

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E' solo un punto di vista

quindi, sì, nudo e crudele

Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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