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ODDITY- La recensione – HORROR CULTURA
La premessa è tagliente: la medium non vedente Darcy si reca nel vecchio casolare dove sua sorella gemella Dani è stata brutalmente uccisa un anno prima. Il suo obiettivo è scoprire la verità celata dietro l’omicidio e il presunto assassino, e per farlo è disposta a usare mezzi…non convenzionali. Darcy, infatti, pratica la psicometria esoterica, ossia è in grado di leggere gli oggetti e percepire così gli eventi passati.
Damian McCarthy eccelle nel creare tensione ma l’orrore non è affidato a jumpscare dozzinali, ma a una regia che usa il buio e gli spazi claustrofobici come una morsa. La fotografia è scura, sporca, amplificando la sensazione che qualcosa si annidi negli angoli e sotto la superficie di una narrazione apparentemente lineare. A mio avviso, l’efficacia del film risiede anche nella capacità di trasformare la casa in un organismo vivo, saturo di colpa.
Ma il vero cuore tematico e visivo di Oddity è il manichino di legno portato da Darcy, un oggetto sinistro e grottesco che funge da “estensione” della medium. Questo fantoccio inanimato non è solo un espediente narrativo, ma l’incarnazione fisica del concetto di stranezza e bizzarria. La sua presenza destabilizza il concetto di realtà, e porta l’orrore a un livello più profondo, quasi folcloristico, ricordando l’orrore popolare e quello legato alle maledizioni.
Questa è la recensione di Miriam Palombi su HorrorCultura a Oddity, film di Damian McCarthy che sembra confezionare un horrorweird notevole ed evocativo, sulla falsariga di altri – pochi – capolavori dei decenni scorsi.


