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The Conjuring – Il rito finale | FantasyMagazine
Su FantasyMagazine la recensione a “The Conjuring – Il rito finale”, film di Michael Chaves che ha uno sviluppo da un lato classico, ma dotato di risvolti raccapriccianti dal punto di vista weird, molto potenti emotivamente:
America, anni ‘60. Una notte cupa e piena di fulmini. Il primo caso di due giovanissimi e inesperti Ed e Lorraine Warren li vuole nell’ufficio di un antiquario, trovato misteriosamente impiccato nel magazzino, dopo i molti strani accadimenti avvenuti pochi giorni prima in seguito all’arrivo in negozio di uno strano specchio. Alto più di un metro, nero, molto pesante, sormontato sulla cornice in alto da tre putti dall’aria triste, in basso da decorazioni di tipo floreale. La commessa dell’esercizio, durante la registrazione del primo incontro con i Warran, appare confusa: parla di porte e luci che si accendevano e spegnevano in modo anomalo, oggetti trovati in luoghi diversi, voci sinstre, un forte senso di oppressione che ha caratterizzato senza sosta i giorni antecedenti, dando la sensazione di un pericolo imminente. Mancano troppi dettagli per procedere, ma una Lorraine agli ultimi giorni di gravidanza decide istintivamente di affrontare da sola l’oggetto maledetto: al buio, nel suo territorio, senza troppi preamboli. Quasi sfidandolo, con un senso di “urgenza”: avvertendo vicino a lei nel magazzino la presenza addolorata dell’antiquario, ancora dondolante alla trave su cui era stato rinvenuto appeso. Lo specchio però è troppo potente. La attacca appena lei si avvicina troppo alla sua superficie riflettente, nel modo più subdolo e spietato. La colpisce con strane visioni, accelerando le contrazioni del suo parto. Ed è costretto a portarla via e correre sotto la tempesta in auto nel primo ospedale possibile. In sala parto è chiaro che l’influenza dello specchio non è ancora finita: una creatura di color cenere si palesa a Lorraine in travaglio tra le ombre del soffitto o dietro medici e infermieri, con i suoi occhi grigi penetranti, allungano le sue mani oscure fino al ventre della partoriente. Urla e lampi. Salta la corrente e non parte il generatore di emergenza. Cade di colpo un surreale silenzio. La piccola viene estratta senza vita, con il cordone ombelicale stretto con forza sul collo, “impiccata”, proprio come l’antiquario. Judy nasce morta, ma dopo un intero minuto di preghiere torna alla vita. Una vita in cui fin da piccola dimostra di avere lo stesso “potere” della madre: la capacità innata di vedere spiriti e demoni. Lorraine non ha mai voluto che sua figlia vivesse le sue quotidiane ed estenuanti lotte contro gli spiriti, come non ha mai preteso che la piccola partecipasse o credesse alle loro indagini paranormali. Per aiutarla, le ha insegnato una buffa filastrocca per allontanare le visioni, l’ha sempre incoraggiata a non dare ascolto alle voci moleste e imploranti dei morti, fino a darle la consapevolezza di poterli ignorare del tutto: con la sola volontà togliergli ogni potere, relegarli a nulla di più che uno sporadico attacco d’ansia.

