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Archivio per Pupi Avati

L’orto americano | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la recensione a “L’orto americano”, nuovo film di Pupi Avati; un passo della valutazione:

L’orto americano è basato sul romanzo scritto dallo stesso regista Pupi Avati che ha cofirmato la sceneggiatura insieme al figlio, e che segna anche il suo un ritorno all’horror. Difficile dare un giudizio univoco a quest’opera che passa da momenti di cinema alto, soprattutto quando ci si avventura nel gore, ad altri che sfiorano l’imbarazzante, specie se si guardano snodi nella trama davvero poco probabili. Anche l’elemento soprannaturale se in alcuni momenti aiuta il film ad avere un alone mistico e surreale, in altri sfocia in una nota stonata che fa uscire lo spettatore dalla sospensione di incredulità.

Il Twin Peaks di Pupi Avati – Il Tascabile


Sul Tascabile un lungo articolo che parla esaustivamente di Voci notturne, lo sceneggiato che trent’anni fa Pupi Avati realizzò a Roma usando come base suggestioni esoteriche, storiche, politiche in cui Roma recito un ruolo di primissimo piano. Un estratto:

Un’opera di Avati del 1995, che non ha diretto, ma soltanto scritto, è quasi interamente girata a Roma, e vede la città come uno dei protagonisti. Stiamo parlando della miniserie TV, Voci notturne, un unicum nella storia della TV italiana, che purtroppo non ha avuto seguito e che soprattutto non è stata valorizzata come avrebbe meritato.
Cos’è Voci notturne? Per quale motivo, dal momento della sua messa in onda avvenuta dal 24 settembre 1995 al 15 ottobre 1995 su RAI 1, si è creato un vero e proprio culto, popolato da adoratori, non necessariamente fan incalliti del cinema di Avati? Ma soprattutto, perché questo prodotto televisivo è ammantato da una coltre fittissima di mistero, paragonabile a quella che caratterizza la sua trama fitta e impegnativa? I motivi sono diversi. Forse per entrarci basta leggere il brano che apre ognuna delle 5 puntate da un’ottantina di minuti l’una per capire il tono della miniserie:

“Nella Roma Imperiale sussistevano i resti di uno strano ponte di legno. Era composto da travi sublique ed oblique, senza chiodi e affidato a persone sacre, una sorta di fratellanza o setta, che rispondeva, con la vita dei suoi membri, della sua conservazione. A costoro derivò il titolo celeberrimo di pontefici o facitori del ponte. Su questo ponte si compivano in epoca arcaica misteriosi e segreti sacrifici”.

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Scheletri ebook presenta “Oscure varianti” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di Oscure varianti, ridefinizioni di Danilo Arona sui temi di tre mostri sacri dell’universo fanta-horror: La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati, Giro di vite di Henry James e L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel.
Come sempre, mai perdersi un’opera di Danilo

Palude: per chi non ha paura del buio | Scheletri


Su Scheletri la segnalazione dell’ultima fatica di Uduvicio Atanagi: Palude; ecco il dettaglio assai intrigante di cosa è capace quest’autore:

Dopo aver pubblicato Lucenti (2018), piccolo cult di nicchia, Eris presenta ora Palude, nuovo romanzo dalle atmosfere orrorifiche, in cui l’autore Uduvicio Atanagi dimostra ancora una volta la sua capacità di abbracciare il genere e portarlo all’estremo, per andare oltre il puro intrattenimento affrontando tematiche esistenziali e nichiliste.

Palude è una storia nera e violenta, una favola cupa e asfissiante, un racconto ancestrale di presagi e carne. Palude è un luogo che inghiotte ogni cosa. Palude è un destino già compiuto che continua a ripetersi sempre uguale e da cui i personaggi non possono sottrarsi. Palude è il Male, il potere perpetuo che annienta, l’orrore inevitabile. Un piccolo gioiello editoriale per i lettori che amano Thomas Ligotti e film come La casa delle finestre che ridono. Quelli che, per intenderci, non hanno paura del buio.
Su Issuu è possibile leggere un’anteprima del libro.
Per informazioni www.erisedizioni.org

Conosciuta non riconosciuta – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la corposa recensione di Franco Pezzini al manuale uscito per Odoya Almanacco dell’Italia occulta. Orrore popolare e inquietudini metropolitane, a cura di Fabio Camilletti e Fabrizio Foni.
Cedo volentieri il posto al maestro Pezzini, che delinea magnificamente i contorni dell’opera.

Seguito ideale dell’Almanacco dell’orrore popolare. Folk horror e immaginario italiano degli stessi curatori Camilletti e Foni e per gli stessi tipi Odoya, questo nuovo Almanacco – il termine è importante, a suggerire una varietà di temi da compendio popolare – torna anche a riproporre la dialettica del volume precedente tra Folk Horror e Urban Wyrd. Soffermandosi qui maggiormente su questo secondo aspetto, per cui l’inurbarsi dell’orrore popolare legato alla civiltà rurale a seguito dei fenomeni di migrazione interna al Paese, e lo stesso imprevisto innesto di storie perturbanti sul tessuto cittadino, conducono all’assorbimento di inquietudini specifiche della vita metropolitana. Ne emergono paure dai connotati arcaicissimi ma in realtà sempre presenti – magari con disagio, vergogna o strappando ironie forzate – al nostro orizzonte interiore, irruzioni dell’occulto, dell’insolito e dello strano che in un’indagine di questo tipo (in gran parte saggistica e memoriale, con modiche dosi di fiction) permettono di svelarsi anche a noi quale conosciuto non riconosciuto: in sostanza, perturbante. Il volume richiama anche uno studio precedente di Camilletti, Italia lunare. Gli anni Sessanta e l’occulto (Lang, 2018), virato su editoria, cinema e televisione nei Sixties: in questa coppia di Almanacchi ne troviamo l’ideale sviluppo cronologico con una fase topica negli anni Settanta e strascichi fino all’oggi.

Articolato in tre parti, dopo la bella introduzione Storie arcane di Fabrizio Foni (qui maestro di cerimonie, come Camilletti lo era stato del primo volume), il volume presenta ricche spigolature dai rotocalchi e incomparabili amarcord, con storie altrimenti destinate a perdersi. Teniamo presente il ricchissimo fondo di storie familiari che nutre gli annali dei fantasmi nostrani: sarebbe davvero prezioso che si prendesse l’abitudine di trascrivere tali storie, con tutte le ricchezze e le trasversalità delle appartenenze sociali. Come ricorda Pupi Avati,

“La tavola veniva sgombrata, tutti si sceglievano una sedia e mia zia Laura tirava fuori da non so dove un tabellone con le lettere e un piattino: era il momento della seduta spiritica. Non avendo televisione né altri passatempi, la grande passione di quel periodo era l’evocazione dei defunti, praticata come gioco, senza alcuna titubanza in una famiglia cattolica come la mia, malgrado la tassativa proibizione della Chiesa”.

A casa mia non si usava (lo faremo noi, da ragazzi, negli anni Settanta, con un ruspante spirito sperimentale che oggi mi appare piuttosto naïf), però ricordo il fascino e il brivido quando questi temi venivano evocati, magari alla venuta dei parenti, a casa di mia nonna. Storie spesso legate alla guerra: dall’amica che pettinandosi al mattino allo specchio se n’era uscita nel raggelante e incomprensibile epiteto “vedova” senza sapere che il marito era appunto caduto su qualche fronte, al conoscente di mio zio angosciato perché sapeva quali dei compagni d’armi non sarebbero tornati dalle missioni, doveva resistere alle loro pressioni sul tema e rientrando in casa si vedeva accogliere dal tavolino – tanto gonfio di medianità da muoversi sua sponte, lasciando tracce di sporco dove la gamba andava a battere sulle imbottiture circostanti… Prendeteli come mi sono arrivati: ma io li trovavo – e li trovo, ancora – terribili e meravigliosi.

Voci notturne a ponte Sublicio – A X I S ✵ m u n d i


Marco Maculotti su AxisMundi traccia le rotte esoteriche e non solo che Pupi Avati predispose, più di ventisei anni fa, col suo sceneggiato TV Voci Notturne, trasmesso in prima serata su Rai1 e di fatto, da allora mai più rimandato in onda così popolarmente.

Al centro della misteriosa vicenda vi è infatti il ricordo (che solo ricordo non è) di ancestrali riti sacrificali con vittime umane, officiati dai sacerdoti del culto dal ponte Sublicio, che fu il primo ponte sacro per i Romani, evidentemente continuatori di una tradizione più arcaica, di ecumene etrusca. Il ponte da cui il sacrificio veniva effettuato era stato edificato, secoli prima del dominio romano, in legno senza l’utilizzo dei chiodi (Sublicius significa proprio “che poggia su pali”): peculiarità da connettere forse alla credenza diffusa anticamente, ad es. anche nei paesi celtici, sull’effetto negativo del ferro sugli spiriti dimoranti nell’Altro Mondo.

Si trattava, dunque, di un rito antichissimo, espressione esteriore di un culto in parte acquatico officiato in epoca romana dal collegio sacerdotale degli Argei: ogni anno le vestali gettavano dal ponte alcuni manichini di vimini, come reminiscenza dei mai dimenticati (e, forse, mai realmente interrotti) sacrifici umani che venivano compiuti nel medesimo luogo in epoca preromana. La vittima veniva precedentemente cosparsa di unguenti e le si faceva ingurgitare una sostanza purificatrice, un estratto di silfio, per separarla dal mondo profano. Il suddetto background storico degli avvenimenti narrati nei cinque episodi che compongono Voci notturne ci viene riferito nel bel mezzo di un dialogo dell’episodio IV: viene pure riportata una testimonianza di Marco Terenzio Varrone, secondo cui le vittime designate (due per volta) venivano annegate nel Tevere, anticamente chiamato Albula.

Fin dai tempi della dominazione etrusca — si rivela in seguito — i costruttori del ponte (pontifex) avevano mantenuto il più stretto riserbo sul segreto iniziatico connesso ai sacrifici rituali, di cui essi erano e — lasciano intendere gli eventi narrati in Voci notturne — sono tuttora gli unici depositari. Da tale confraternita semisegreta derivò successivamente, come viene esplicitato nel IV episodio, quella dei Fratelli Muratori e dei Costruttori delle Cattedrali gotiche. Viene anche detto che i membri della setta, che tra di loro si chiamano alternativamente “custodi del passaggio”, “costruttori del passaggio” e “costruttori del ponte”, si ricordano le rispettive vite passate e si credono immortali, oltre a essere capaci di uccidere pur di mantenere gelosamente i proprî segreti.

Uno di questi sta proprio nell’utilizzo del silfio: proprio semi di silfio vengono rinvenuti nello stomaco di Giacomo Fiorenza, il ragazzo morto improvvisamente in apertura dell’episodio pilota del serial… peccato solo che la pianta del silfio sia estinta da almeno 1500 anni! Più avanti (ep. IV) viene ad ogni modo rivelato che il suo utilizzo provoca effetti stupefacenti: nella massa cerebrale del giovane Giacomo, infatti, continuano a registrarsi deboli segnali elettrici anche a mesi di distanza dalla sua dipartita.

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“La casa dalle finestre che ridono”: feticcerie e (auto)sacrifici


Su AxisMundi la celebrazione dei 45 anni del film La casa dalle finestre che ridono, opera indimenticabile di Pupi Avati di cui, più in basso, potete leggere una abbastanza recente intervista.

La prima paura che ho provato è sicuramente legata alla favola rurale e al rapporto con la morte, che nella cultura contadina ricorre sempre», ebbe modo di confessare Pupi Avati, rivelando la sorgente prima da cui sorse la sua personalissima poetica: quella del “gotico padano”, definizione coniata dagli esperti del settore per descrivere il suo peculiare modo casereccio di fare cinema dell’orrore. Un orrore non notturno e oscuro, ma piuttosto panico e meridiano, che colpisce perpendicolarmente la sua vittima designata (lo spettatore) come il sole al suo zenit nelle campagne dell’Emilia-Romagna. Un terrore atavico che emerge talvolta attraverso le maglie espositive delle fole contadine raccontate intorno al fuoco, le sere d’inverno, dai più anziani ai più giovani: proprio da quell’ascolto, il Nostro seppe distillare materiale prezioso ai fini dell’edificazione del suo personalissimo impianto narrativo orrorifico.

Non alla mera follia psicologica si deve dunque pensare, confrontandosi con il pittore Buono Legnani di La casa dalle finestre che ridono: a un certo punto della pellicola si parla esplicitamente, riferendosi al nefando operato di questi in combutta con le depravate sorelle, di «comunioni sacrificali», di «riti a base di sacrifici umani» e della «possibilità che gli uomini ancora oggi possano trovare contatti con i defunti attraverso queste pratiche», aggiungendo in seguito che i tre erano venuti in contatto con tali pratiche proibite in Brasile, dove avevano trascorso l’infanzia. Attraversando idealmente l’Atlantico e in qualche modo sincretizzando le tradizioni popolari nostrane con quelle afroamericane e caraibiche, Avati prese ispirazione da una serie di allarmi giornalistici di cui, a partire dall’ultimo ventennio del XIX secolo, si occuparono i quotidiani brasiliani: testimonianze sull’esistenza di «sessioni notturne» e di feticcerie, sull’ambiguità delle pratiche e degli strumenti utilizzati – idoli mostruosi, radici sconosciute e liquidi sospetti. Fu allora che si cominciò a parlare di «sacerdoti di culti malefici», «sessioni di possessione» (macumbas) e «associazioni maledette», i cui riti notturni si ispiravano allo spiritismo nero di origine sub-sahariana e all’adorazione degli orixás.

Suggestioni esoteriche ed esotiche che il cinema italiano di quegli anni sfruttò adeguatamente con una manciata di pellicole, a metà strada fra l’horror canonico e il mondo movie, ispirate alle credenze tradizionali e ai rituali ancestrali di quelle popolazioni considerate in qualche modo “primitive” ancora nella seconda metà del XX secolo. Tra i risultati più meritevoli sono da menzionare Il dio serpente di Piero Vivarelli (1970), Il paese del sesso selvaggio di Umberto Lenzi (1972) e Il profumo della signora in nero di Francesco Barilli (1974).

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25 anni di “Arcano Incantatore”: conversazione con Pupi Avati – A X I S ✵ m u n d i


Su AxisMundi una bella intervista ed esegesi della sua opera a Pupi Avati, fatta in occasione del venticinquennale di L’arcano incantatore, film da subito pietra miliare del genere weird italiano, o meglio, gotico padano. Un estratto della chiacchierata:

“Fola esoterica dalle nostre campagne”: il cartello che compare nei titoli di testa riassume i due elementi fondanti dell’avatiano “Gotico padano”: il mondo rurale e le sue storie di paura (che furono d’ispirazione, già vent’anni prima, per La casa dalle finestre che ridono). Uno dei due termini è però qui contraddetto: pur idealmente ambientato nelle campagne intorno a Bologna (l’accento d’alcuni caratteristi è eloquente), il film è stato girato tra l’Umbria e il Lazio, per lo più nelle campagne fra Todi e il lago di Corbara: e il fatto che questo lago, all’epoca nella quale il film è ambientato, non esistesse contribuisce allo straniamento dello spettatore – lo stesso nel quale sprofonda Giacomo lungo il corso del film – trasponendo la vicenda in un mondo che non c’è.

Pupi Avati – Mi colpisce che tu abbia trovato Il mattino dei maghi proprio dopo aver partecipato a un mio film, perché per me e per la mia formazione, per il mio panorama e per il mio immaginario, è un testo fondamentale.

Tommaso de Brabant Jung parlerebbe di sincronismo, “coincidenza significativa”.

PA – Proprio così. Tieni da conto quel volume, è introvabile. Il mattino dei maghi fa parte di quella cultura esoterica alla quale ho dedicato tanto interesse, ancora prima che arrivasse Dan Brown col suo “Codice da Vinci” a gettarla in caciara. Ma sono studi che mi interessano ancora, e che mi hanno portato a realizzare L’arcano incantatore. Sono arrivato all’idea per quel film da lunghi studi, da una documentazione che assieme a mio fratello ho curato per anni… ma si è anche trattato di pura ispirazione. Soprattutto dall’ispirazione.

Nonostante Avati si schermisca affermando d’aver seguito l’ispirazione più immediata, i suoi film – e quelli dell’orrore in particolare – dimostrano una cultura vasta e profonda. Proprio L’arcano incantatore, fiaba gotica sospesa tra scorci bellissimi d’un Settecento realistico e sognante al contempo, è forse il suo film più colto. Cultura che traspare dalla bellezza del film e della ricostruzione che offre dell’epoca in cui è ambientato, ma non solo. I riferimenti letterari (e non solo) ci sono: precisi, documentati, accurati. Tutta una cultura sta dietro la crittografia per la quale Monsignore si avvale del suo novello segretario, Giacomo. Ed è uno dei testi capitali di questa cultura a fare da “manuale” per i communiqué che il sospettoso (ma per lo più ignaro) ex seminarista affida a Severina, la conversa (diversamente da lui, consapevolissima) che lo traghetta attraverso il lago: novella Caronte sia per il ruolo di rematrice, che per il mondo infernale al quale pertiene.

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Il signor diavolo di Pupi Avati – LA GIOIA DEL SERPENTE


Sul nuovo blog di Luca Bonatesta, LaGioiaDelSerpente, una recensione (con spoiler) di Gordiano Lupi a Il signor diavolo, recente pellicola del maestro Pupi Avati. Un estratto:

Pupi Avati afferma che per lui è come chiudere un cerchio, perché quando si diventa anziani molte delle cose che ti piacevano da ragazzo tornano a sedurti. In effetti Avati torna su antiche strade – per la precisione nelle Valli di Comacchio – ritrova vecchi attori (Capolicchio, Cavina, Haber) e cerca di capire come faceva a spaventare il pubblico quasi cinquant’anni fa. Una macchina da presa molto agile, una troupe molto leggera, la possibilità di riprendere quel che succedeva in tempo reale, senza le complicazioni di una macchina immensa, confida Avati, contento di tornare a fare cinema dopo anni di televisione, troppo condizionata dalle regole degli ascolti. Quel che è certo è che in televisione una storia truce come Il signor diavolo non si sarebbe potuta raccontare con la libertà narrativa che consente il cinema, dove è ancora possibile parlare del male e raffigurarlo con fattezze oscene e atteggiamenti efferati (la bambina sbranata nella prima orribile sequenza, i denti da cinghiale dell’essere mostruoso). Avati parla del diavolo, del maligno, di una figura rimossa nell’immaginario collettivo, un’entità che proviene dalle campagne della sua infanzia, dai narratori di favole che raccontavano storie solo per il gusto di spaventare.

#Extra: “Voci Notturne”, la serie cult. Recensione (no spoiler) e spiegazione (con spoiler)


Su IlBazarDelCalcio un interessante post che ricorda e svela alcuni aspetti nascosti di Voci Notturne, lo sceneggiato di un quarto di secolo fa, scritto da Pupi Avati e che, ambientato a Roma, esplora i primordi mistici del passato arcaico della metropoli e li proietta con un filo logico verso il presente e il passato più prossimo, come quello della Seconda Guerra Mondiale. Un estratto:

Voci notturne” è una miniserie da 5 episodi trasmessa da Rai 1 nel lontano 1995, replicata solo quattro anni fa, purtroppo priva di una versione in dvd che renderebbe felici tanti appassionati, compreso il sottoscritto.
La regia è di Fabrizio Laurenti, ma la sceneggiatura e il soggetto sono di Pupi Avati. Criticatissimo, Pupi, per il suo ultimo film, “Il signor diavolo”, soprattutto da parte di chi non è riuscito a entrare in sintonia con la poetica horror del regista bolognese. Gotica, ma non solo. Molto probabilmente, “Voci notturne” sarebbe bollata da costoro come una mediocre fiction televisiva imbevuta di pseudo-esoterismo.
Il punto di forza della miniserie è riuscire a trasmettere ansia e inquietudine grazie a un semplice condominio: tanti piani e scalinate infinite, inquilini assenti, porte sigillate e buio. Eppure, dall’esterno, il condominio è solamente un grande edificio che si affaccia su una delle tante strade trafficate di Roma.

La genialità del maestro Avati è proprio questa. Raccontare l’orrore che si insedia vicino a noi. Rispetto a “La casa dalle finestre che ridono”, in “Voci Notturne” è presente anche l’elemento soprannaturale. Come nell’Arcano Incantatore, come in “Zeder”. Approfittando però dei lunghi tempi televisivi, il regista “incastra” quattro investigazioni parallele. C’è quella di Stefano, così simile a quella di tutti i protagonisti degli horror avatiani. Personaggi che si ritrovano loro malgrado in situazioni più grandi di loro, vogliosi però di andare fino in fondo, di attraversare le colonne d’Ercole, a loro rischio e pericolo. Ma non solo. Viene narrata l’investigazione “ufficiale”, quella delle forze dell’ordine, con il commissario Morlisi, ben interpretato da Massimo Bonetti. Quella di Andrea, nipote di Morlisi, esperto musicologo. Quella parallela, in America, del detective privato italo-americano Mario Fedrigo. Quest’ultima parte sembra quella più estranea, la meno avatiana, quasi una necessità, da parte di regista e sceneggiatore, di strizzare l’occhio alla saga cult di Twin Peaks. Bisogna aspettare il terzo episodio. Un colpo di scena abbatterà le nostre certezze, o meglio, i nostri dubbi sull’importanza di quella parte. Anche perché Fedrigo incrocerà solo di sfuggita gli inquirenti italiani, ma toccherà con mano la verità. Tornando al parallelismo con “La casa dalle finestre che ridono”, lì c’era un registratore che riproduceva la voce inquietante del pittore Legnani, mentre in “Voci notturne” abbiamo telefonate misteriose, registrazioni (della Polizia) e uso delle tecnologie (dell’epoca) per risolvere il mistero legato alla morte di Giacomo Fiorenza, studente di architettura, figlio di Michele, architetto rimasto coinvolto in un vicenda di corruzione del mondo politico. “Voci Notturne” si conclude sostanzialmente senza i colpi di scena che hanno caratterizzato le opere horror del maestro Avati. Il finale, comunque notevole, lascia aperti interrogativi e ha lasciato, vanamente, le porte aperte per un seguito.

** GLI INTERROGATIVI DI VOCI NOTTURNE (SPOILER) **

Non è facile dipanare i mille argomenti che arricchiscono la narrazione di questa opera cult, certo mi ha aiutato la recensione di Nocturno… (continua qui).

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