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Archivio per Teosofia

Il Twin Peaks di Pupi Avati – Il Tascabile


Sul Tascabile un lungo articolo che parla esaustivamente di Voci notturne, lo sceneggiato che trent’anni fa Pupi Avati realizzò a Roma usando come base suggestioni esoteriche, storiche, politiche in cui Roma recito un ruolo di primissimo piano. Un estratto:

Un’opera di Avati del 1995, che non ha diretto, ma soltanto scritto, è quasi interamente girata a Roma, e vede la città come uno dei protagonisti. Stiamo parlando della miniserie TV, Voci notturne, un unicum nella storia della TV italiana, che purtroppo non ha avuto seguito e che soprattutto non è stata valorizzata come avrebbe meritato.
Cos’è Voci notturne? Per quale motivo, dal momento della sua messa in onda avvenuta dal 24 settembre 1995 al 15 ottobre 1995 su RAI 1, si è creato un vero e proprio culto, popolato da adoratori, non necessariamente fan incalliti del cinema di Avati? Ma soprattutto, perché questo prodotto televisivo è ammantato da una coltre fittissima di mistero, paragonabile a quella che caratterizza la sua trama fitta e impegnativa? I motivi sono diversi. Forse per entrarci basta leggere il brano che apre ognuna delle 5 puntate da un’ottantina di minuti l’una per capire il tono della miniserie:

“Nella Roma Imperiale sussistevano i resti di uno strano ponte di legno. Era composto da travi sublique ed oblique, senza chiodi e affidato a persone sacre, una sorta di fratellanza o setta, che rispondeva, con la vita dei suoi membri, della sua conservazione. A costoro derivò il titolo celeberrimo di pontefici o facitori del ponte. Su questo ponte si compivano in epoca arcaica misteriosi e segreti sacrifici”.

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Voci notturne a ponte Sublicio – A X I S ✵ m u n d i


Marco Maculotti su AxisMundi traccia le rotte esoteriche e non solo che Pupi Avati predispose, più di ventisei anni fa, col suo sceneggiato TV Voci Notturne, trasmesso in prima serata su Rai1 e di fatto, da allora mai più rimandato in onda così popolarmente.

Al centro della misteriosa vicenda vi è infatti il ricordo (che solo ricordo non è) di ancestrali riti sacrificali con vittime umane, officiati dai sacerdoti del culto dal ponte Sublicio, che fu il primo ponte sacro per i Romani, evidentemente continuatori di una tradizione più arcaica, di ecumene etrusca. Il ponte da cui il sacrificio veniva effettuato era stato edificato, secoli prima del dominio romano, in legno senza l’utilizzo dei chiodi (Sublicius significa proprio “che poggia su pali”): peculiarità da connettere forse alla credenza diffusa anticamente, ad es. anche nei paesi celtici, sull’effetto negativo del ferro sugli spiriti dimoranti nell’Altro Mondo.

Si trattava, dunque, di un rito antichissimo, espressione esteriore di un culto in parte acquatico officiato in epoca romana dal collegio sacerdotale degli Argei: ogni anno le vestali gettavano dal ponte alcuni manichini di vimini, come reminiscenza dei mai dimenticati (e, forse, mai realmente interrotti) sacrifici umani che venivano compiuti nel medesimo luogo in epoca preromana. La vittima veniva precedentemente cosparsa di unguenti e le si faceva ingurgitare una sostanza purificatrice, un estratto di silfio, per separarla dal mondo profano. Il suddetto background storico degli avvenimenti narrati nei cinque episodi che compongono Voci notturne ci viene riferito nel bel mezzo di un dialogo dell’episodio IV: viene pure riportata una testimonianza di Marco Terenzio Varrone, secondo cui le vittime designate (due per volta) venivano annegate nel Tevere, anticamente chiamato Albula.

Fin dai tempi della dominazione etrusca — si rivela in seguito — i costruttori del ponte (pontifex) avevano mantenuto il più stretto riserbo sul segreto iniziatico connesso ai sacrifici rituali, di cui essi erano e — lasciano intendere gli eventi narrati in Voci notturne — sono tuttora gli unici depositari. Da tale confraternita semisegreta derivò successivamente, come viene esplicitato nel IV episodio, quella dei Fratelli Muratori e dei Costruttori delle Cattedrali gotiche. Viene anche detto che i membri della setta, che tra di loro si chiamano alternativamente “custodi del passaggio”, “costruttori del passaggio” e “costruttori del ponte”, si ricordano le rispettive vite passate e si credono immortali, oltre a essere capaci di uccidere pur di mantenere gelosamente i proprî segreti.

Uno di questi sta proprio nell’utilizzo del silfio: proprio semi di silfio vengono rinvenuti nello stomaco di Giacomo Fiorenza, il ragazzo morto improvvisamente in apertura dell’episodio pilota del serial… peccato solo che la pianta del silfio sia estinta da almeno 1500 anni! Più avanti (ep. IV) viene ad ogni modo rivelato che il suo utilizzo provoca effetti stupefacenti: nella massa cerebrale del giovane Giacomo, infatti, continuano a registrarsi deboli segnali elettrici anche a mesi di distanza dalla sua dipartita.

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H.P. Lovecraft, i “mondi perduti” e la Teosofia – A X I S ✵ m u n d i


Su AxisMundi una ricostruzione del mondo cognitivo che ha costituito la base dell’epopea lovecraftiano, la base del patnheon delle divinità che vivevano oltre il tempo e che avrebbero generato la base del nostro universo, che Lovecraft riteneva meccanicista e che per una qualche intuizione comprese che andava ben oltre il Positivismo; per far ciò, prese in prestito – forse a mo’ di salace ironia, forse no – le dottrine anche teosofiche che dal secolo precedente avevano preso a tempestare le fascinazioni di molte persone, tra i quali i nazisti, specchi perfetti di un male assoluto che affonda nelle pieghe dello spaziotempo. Un estratto:

Uno dei più strabilianti parallelismi fra la narrativa lovecraftiana e le dottrine esoteriche tradizionali è il concetto di Asse del Mondo, il luogo metafisico dal quale ha origine tutto l’universo e attorno al quale ruota l’universo stesso. Nelle culture antiche l’Axis Mundi è rappresentato da un monte o una collina: l’Olimpo per i greci, il monte Meru secondo i Veda indiani, il monte Sion per gli ebrei, il Qaf per i musulmani. Secondo la teologia egizia di Hermopoli ed Eliopoli Il dio Atum creò l’universo da una collina emersa dalle acque primordiali, e lo stesso concetto figura in molte altre mitologie. La Montagna Sacra è posta sempre all’estremo settentrione e ciò la connette a una simbologia polare, poiché il polo stesso costituisce il Centro della volta celeste. La Montagna Sacra è il perno attorno a cui ruota il mondo, proprio come attorno al Polo ruota la volta del cielo.

Tutti questi concetti sono meravigliosamente rappresentati dal monte Kadath di cui Lovecraft scrisse nel romanzo The Dream Quest of the Unknown Kadath. La sua mole colossale si innalza al centro del Deserto Gelato all’estremo nord delle Terre del Sogno, dove regna l’eterna notte. Esso è coronato da un titanico Castello d’Onice la cui cima, il Faro degli Antichi, rifulge di un sinistro bagliore nella notte eterna, proprio come la cima del monte Meru risplende di luce. Essa sfiora il vuoto siderale ed è coronata da un diadema di stelle ignote agli uomini. Come nelle Antiche tradizioni esso è popolato da divinità, gli Dei della Terra, che lungi dall’essere i veri padroni del mondo non sono che marionette dominate dagli Altri Dei e dal Caos Strisciante Nyarlathotep. Con ciò Lovecraft si distanzia in modo netto dalla tradizione, affermando che sulle leggi apparentemente sagge e stabili che governano il mondo non governa altro che il Caos.

In una lettera dei primi di marzo 1933 a Clark Ashton Smith Lovecraft accenna di nuovo ad Atlantis and the Lost Lemuria di W.S. Elliot, tratteggiando anche un breve schema riassuntivo della storia esoterica dei continenti secondo il testo in questione. È rilevante, nella lettera in esame, l’accenno al Monte Meru, la Montagna Primordiale che è una figurazione simbolica dell’Asse del Mondo, situata al Polo Nord secondo la tradizione induista e vedica; rilevante perché in The Dream Quest of the Unknown Kadath (del 1927 e quindi scritto successivamente alla lettura del libro) come ben sappiamo la meta del pellegrinaggio onirico di Randolph Carter è proprio il Monte Kadath che come il Meru è una titanica montagna situata all’estremo settentrione.

Voci notturne, un capolavoro televisivo dimenticato – 20contrari


Leggo sul blog 20contrari un interessante intervento che non conoscevo di Davide Pulici, uscito su Nocturno, riguardo la serie TV di venticinque anni fa Voci Notturne, di Pupi Avati. Ve la incollo qui sotto, perché è una definizione sottile e vasta, che ben rappresenta l’anima di questo sconosciuto serial di altri tempi, che rimanda spesso a Il segno del comando ma che ha il pregio di essere notevolmente più credibile.

Voci notturne rappresenta, ancora oggi, l’apice di un certo universo avatiano ‘a latere’ della sua filmografia ufficiale, quello del gotico avatiano: e in esso, il grande regista bolognese concentrò il distillato più puro e ossessionante del proprio immaginario fantastico-esoterico, tanto vero e sentito da essere ancora oggi pienamente inquietante e terrificante..() Avati scrisse ‘Voci notturne’ partendo proprio dall’enigma dell’esistenza di Fulcanelli , intessendo intorno a questo nucleo primario una stratificata, labirintica e coltissima serie di trame e sottotrame che mescolavano religioni classiche e musicologie antiche, telefonate dall’aldilà e scandali politici allora come oggi in voga, oscuri segreti della seconda guerra mondiale e Olocausto con fenomenologia delle sette new age”.

Sinestesia e occultismo nell’era Vittoriana | L’indiscreto


Su L’indiscreto una ricerca particolare e approfondita sull’intreccio tra sinestesia e occultismo di inizio ‘900 e su alcuni risultati che può aver generato. Un estratto, non esaustivo.

“Mi sono sempre considerato come una voce di una più vasta rivoluzione che è appena iniziata nel mondo – la rivolta dell’anima contro l’intelletto”, così scrisse William Butler Yeats nel 1892 al suo mentore, il nazionalista irlandese John O’Leary. Yeats credeva che la magia fosse al centro non solo della propria arte, ma anche di un’epoca nascente in cui spiritualità e tecnologia avrebbero marciato insieme verso un futuro incerto.

Da questo fermento di misticismo tardo-vittoriano è emerso Le forme-pensiero (1901), un libro strano, accattivante, spesso pretenzioso ma assolutamente originale. È stato scritto da Annie Besant e Charles Leadbeater, ex membri della London Theosophical Society come lo era Yeats, e presenta una splendida serie di immagini a illustrazione dell’argomento centrale del libro: emozioni, suoni, idee ed eventi si manifestano anche come aure visive.

Le ambizioni del libro sono evidenti sin dalla prima pagina. “Dipingere nei colori spenti della Terra le forme vestite di viva luce di altri mondi,” si lamenta Besant, “è un compito duro e ingrato”. Poi insiste sul fatto che le immagini del libro “non sono forme immaginarie, costruite da un manipolo di sognatori”. Piuttosto, “sono rappresentazioni di forme realmente osservate, percepite da uomini e donne comuni”. Inoltre l’autrice spera che grazie ad esse il lettore “si renda conto della natura e del potere dei propri pensieri”. Questa magniloquenza era tipica dell’epoca: gli occultisti di fin de siècle hanno dato vita ad alcune delle scritture più barocche della storia letteraria, la più purpurea tra le prose barocche.

Ma cosa intendiamo, esattamente, quando definiamo una prosa scritta nero su bianco “purpurea”? [N.d.T: un termine usato in inglese come sinonimo di “prosa ornata”]?

Queste particolari associazioni tra parole, colori e suoni erano proprio quel che ha mosso Le forme-pensiero. In altre parole, il libro parla di sinestesie. L’illustrazione della musica di Mendelssohn riprodotta sopra, ad esempio, raffigura linee gialle, rosse, blu e verdi che emergono da una chiesa. Questo, secondo Leadbeater e Besant, “esemplifica il movimento di una delle parti della melodia, i quattro movimenti che si dispiegano approssimativamente insieme, denotando rispettivamente il soprano, l’alto, il tenore e il basso”. Inoltre, “il bordo smerlato che circonda il tutto è il risultato di varie fioriture e arpeggi, e le mezzelune galleggianti al centro rappresentano accordi isolati”. Il colore e il suono si erano così mescolati.

Eppure Leadbeater e Besant non miravano solo a visualizzare il suono, ma anche a dimostrare i loro doni psichici: la capacità di rilevare le “vibrazioni” spirituali di idee, emozioni e suoni come forme visive. In altre parole, una sorta di sinestesia spirituale, un fatto religioso quanto neurologico.

Il mood d’inizio ‘900 (ma anche di fine ‘800) dev’essere stato assai particolare, generando mostri ma non perché la ragione si assopiva (eravamo al culmine del Positivismo) bensì perché, involontariamente, si gettava luce soltanto sugli aspetti del reale mentre le cose in ombre rigurgitavano, acquisivano forza dai loro rivoli occulti; perché l’esistenza umana e l’intero cosmo sono tutt’altro che razionali…

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