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NeXT Hyper ObscureArchivio per Stanislaw Lem
Il pianeta del silenzio di Stanislaw Lem | Fantascienza.com
Su Fantascienza.com la segnalazione dell’Urania di questo mese: Il pianeta del silenzio, di Stanislaw Lem; la quarta:
Durante un viaggio con il suo cargo verso Titano, Angus Parvis viene coinvolto in una missione di soccorso. È il prologo di una vicenda destinata a concludersi molti anni dopo, quando il genere umano invia l’astronave Hermes sul lontanissimo pianeta Quinta, da cui sono giunti segnali di una civiltà tecnologicamente molto avanzata. Una volta arrivati, però, i terrestri scoprono che i Quintani sono violenti, poco comunicativi e sembrano impegnati in una cruenta guerra spaziale. Contro chi? L’equipaggio della Hermes è deciso a portare a termine la sua missione: stabilire il primo contatto con una specie aliena intelligente. Ma scoprire i segreti nascosti sotto la superficie silenziosa di Quinta potrebbe avere un costo davvero troppo elevato… Capolavoro della fantascienza classica, Il pianeta del silenzio è un romanzo sorprendente e illuminante, che ancora oggi stupisce per la sua preveggenza.
Dopo un prologo ambientato su Titano, il gigantesco satellite di Saturno, l’azione si sposta perciò su Quinta, un mondo lontano abitato da alieni. Gli umani sono superiori tecnologicamente ma sin da subito emergono seri problemi,il pianeta è circondato da un anello di ghiaccio chiaramente non naturale, ha diversi satelliti artificiali che sono stati distrutti da nanomacchine e le comunicazioni sono disturbate al punto da essere impossibili.
Appare evidente che gli abitanti di Quinta non sono interessati a incontrare altre specie intelligenti e preferiscono continuare un conflitto strano e totale contro un nemico misterioso.
Ritorno dall’universo | Fantascienza.com
Su Fantascienza.com la recensione di Giulia Abbate a Ritorno dall’universo, romanzo di Stanislaw Lem ritenuto minore, ma non per questo meno interessante; un estratto:
Si leggono a fatica, i primi capitoli di questo romanzo minore del grande scrittore di fantascienza polacco; e non perché siano mal scritti, ma perché restituiscono in modo efficace la difficoltà, lo sforzo immane, lo spaesamento e l’esasperazione di uno straniero catapultato in un mondo frenetico, efficientista e completamente incomprensibile. Pagine che richiamano quelle di un altro grande romanzo, uscito però successivamente: Epepe dell’ungherese Ferenc Karinthy, un monumento allo straniamento, una tragedia di incomunicabilità e mancanza di contatto umano a partire da una lingua indecifrabile. (Prima edizione Ritorno dall’universo: 1961. Epepe: 1970).
In Ritorno all’universo, invece e per fortuna, la decifrazione arriva: un passo alla volta, un errore alla volta, intravediamo le logiche del mondo nel quale il protagonista si ritrova, e parallelamente il suo passato traumatico che emerge a sprazzi, e che ci dà le chiavi di lettura del suo dramma.La storia è quella di un ritorno particolare: Hal Bregg fa parte dell’equipaggio di una missione di esplorazione spaziale, che nella sua corsa interstellare ha trasceso il tempo terrestre. Per gli astronauti sono trascorsi dieci anni, invece per la Terra ne sono passati più di centocinquanta. Lo shock culturale dei ritornati (potremmo quasi chiamarli reduci, e non solo perché la missione conta delle vittime) è quello di chi si ritrova in un mondo radicalmente cambiato, oltre ogni immaginazione, anche oltre l’addestramento cognitivo che aveva tentato di proteggere gli astronauti. È cambiata la società, la tecnologia, le abitudini; sono cambiati rapporti interpersonali, i valori, i presupposti del vivere civile; soprattutto, è cambiata l’importanza che la società tributa alla missione e al sacrificio degli astronauti, e questa è la scoperta più raggelante, che si fa strada in Hal insieme al ritorno dei suoi ricordi dell’orrore dello spazio e del trauma dell’addestramento.
La teologia è la madre di ogni fantascienza – L’INDISCRETO
Su L’Indiscreto un lungo articolo che parla di teologia e fantascienza, argomento ostico e minato che, però, a un certo punto s’illumina parlando del Solaris di Tarkovskij; vi lascio a uno stralcio dell’argomento.
Prendiamo un testo fantascientifico a noi relativamente vicino, un romanzo (e film) dal valore paradigmatico: Solaris di Stanislaw Lem, pubblicato nel 1961 e filmato nel 1972 da Andrej Tarkovskij. Entrambi, con poche discrepanze, raccontano la storia di uno psicologo (la professione è solo apparentemente incongrua) inviato in missione su una stazione spaziale da cui arrivano segnali anomali e preoccupanti. La stazione orbita intorno al pianeta Solaris, oggetto di una secolare quanto inconcludente esplorazione scientifica e definibile a detta di alcuni – con un’ipotesi che non può essere confermata né rifiutata – come una «sostanza pensante». I vertici scientifici e militari del programma ascoltano increduli i rapporti degli astronauti, classificano come allucinazioni quei confusi racconti di giardini con alberi e sentieri fuggevolmente creati dall’oceano gelatinoso del pianeta, di giganteschi bambini nudi che nuotano nello spazio: anche perché le immagini girate dagli astronauti per comprovare queste loro visioni mostrano solo delle nuvole. Quei rapporti «non corrispondono alla realtà», sono fatti da gente «senza alcuna qualifica scientifica»: si valuta l’opportunità di abbandonare il progetto perché Solaris, nonostante tutti gli sforzi, resta un mistero. Lo psicologo Kelvin dovrà capire cosa sta accadendo sulla stazione spaziale (restano solo tre membri degli iniziali ottanta dell’equipaggio) e in base a questo decidere se sospendere l’intero programma oppure proseguire con l’attività di ricerca.
Solaris è ai nostri fini un caso speciale e privilegiato: da un lato il pianeta pensante e misterioso funziona come una Trascendenza sostitutiva, elaborata dalla fantascienza in un’epoca convinta che l’essere sia in realtà niente e che la Trascendenza (fraintesa come secondo mondo e «al di là» cristiano) sia una vecchia e ormai insostenibile favola; dall’altro romanzo e film mettono consapevolmente in scena l’oblio della Trascendenza nel progressivo dispiegarsi del pensiero razionalista: il pianeta Solaris è un’allusione al Sole divino, Essere e Uno della tradizione neoplatonica, di Copernico e Keplero; la «solaristica» (l’indagine dell’essere del mondo naturale) è arrivata secondo gli scienziati a un punto di stallo a causa del «fantasticare di alcuni irresponsabili» che hanno eretto «una montagna di fatti irrelati e incoerenti»; «tutto ciò che sappiamo di Solaris è negativo», argomentano i positivisti fautori della sospensione del programma, e aspirando a distruggere quanto non possono capire suggeriscono di bombardare l’oceano di Solaris con delle radiazioni. L’io narrante racconta esplicitamente nel romanzo come l’incessante metamorfosi del pianeta pensante sia per alcuni un’«incarnazione dell’Essere», l’attività di «un cervello immane, in anticipo di milioni di anni rispetto allo sviluppo della nostra civiltà; qualcosa come uno “yogi del cosmo”, un saggio, onniscienza divenuta forma […] inadeguata all’immaginazione umana». Arrivato in orbita, Kelvin scopre che i tre uomini superstiti e ormai quasi pazzi vengono visitati con regolarità da misteriose presenze umane, presto anche lui verrà visitato da una figura identica a sua moglie, morta da tanti anni; le presenze (gli enti, quanto l’uomo percepisce e ama) sono apparentemente originate dall’interazione di Solaris con l’uomo stesso, eliminarle con mezzi ordinari è impossibile perché dopo una breve assenza ritornano. Solo la tecnologia (un apparecchio «annichilatore») permetterà di sbarazzarsene in modo definitivo.
La nostra recensione di “Zothique 11” dedicato a Grabinski | HorrorMagazine
Su HorrorMagazine la recensione di Cesare Buttaboni a Zothique11, la rivista weird che ha dedicato in questo numero uno speciale a Stefan Grabinski, edito da Edizioni Hypnos con la pubblicazione Il villaggio nero ma, anche, autore segnalato da altre realtà di genere nostrane. Un estratto della recensione:
Il critico Karol Irzykowski lo ha definito, forse un po’ forzatamente, il “Poe polacco”, ma indubbiamente dal punto di vista del valore il paragone non suona blasfemo. Grabinski è un autore modernissimo, contemporaneo di H.P. Lovecraft. Assieme a quest’ultimo, e ad altri scrittori weird come William Hope Hodgson e Jean Ray, ha contribuito a svecchiare i topos della letteratura gotica sulla base delle nuove scoperte scientifiche di Einstein che hanno ridimensionato l’importanza dell’uomo nel tempo e nello spazio.
Un’altra importante influenza deriva dalla psicanalisi e dalla scoperta dell’inconscio da parte di Freud. Non a caso Francesco Corigliano, nel suo ottimo La letteratura weird. Narrare l’impensabile, ha paragonato l’opera di Lovecraft e Jean Ray a quella di Stefan Grabinski, tutti autori che hanno saputi cogliere le pulsioni della modernità. Ora, dopo Il villaggio nero – edito da Edizioni Hypnos e tradotto da Andrea Bonazzi, che è stato anche un pioniere nel far conoscere lo scrittore polacco in un numero della fanzine Hypnos ormai introvabile – e Il demone del moto edito da Stampa Alternativa, la rivista Zothique (curata dall’instancabile Pietro Guarriello) dedica uno speciale all’autore.Come sempre gli interventi sono molto approfonditi: Michols Magnolia in Vita di Stefan Grabinski: dalla Polonia alla Fantasia ci parla della biografia dello scrittore e dei suoi temi, individuando anche un possibile parallelo con H.P. Lovecraft (le affinità tra i due sono evidenti, tanto che Stanislaw Lem ha definito Grabinski “il Lovecraft polacco”).
Sicuramente i due hanno punti in comune, ma bisogna stare attenti alle forzature. La narrativa di Grabinski è molto originale e assomiglia solo a se stessa, come ben mette in luce Obsidian Mirror nel suo articolo Il villaggio nero. Obsidian Mirror analizza alcuni dei racconti migliori di Grabinski mettendo in relazione gli agganci con la filosofia di Bergson e il suo concetto di tempo.Sulla letteratura fantastica è invece un saggio dello stesso Grabinski in cui vengono messi in luce i suoi gusti e la sua idea di fantastico. Sostanzialmente l’autore divide il fantastico in “moderno” (diretto, esteriore e convenzionale) e “di ordine superiore” (interiore, psicologico o metafisico) da lui definito “psicofantastico” o “metafantastico”. Nel primo tipo fa rientrare E.T.A. Hoffmann, autore da lui non particolarmente apprezzato, mentre del secondo fa parte ovviamente Edgar Allan Poe. Molto interessante anche l’intervista a Grabinski in cui l’autore ribadisce proprio la sua affinità con Poe piuttosto con E.T.A. Hoffmann. Dice inoltre di apprezzare Alfred Kubin e Gustav Meyrink mentre, un po’ a sorpresa, non nasconde il suo disprezzo per Hanns Heinz Ewers da lui ritenuto un ciarlatano e dichiara il suo orrore per i critici che lo paragonano alla sua opera.
Tutti gli universi di Stanislaw Lem | Fantascienza.com
Su Fantascienza.com la segnalazione di un’uscita editoriale di pregio, Universi, che comprende la produzione breve omnia di Stanislaw Lem; il volume è in uscita per Mondadori. La quarta:
Universi raccoglie infatti, per la prima volta, l’intero corpus della narrativa breve dell’autore di Solaris, una produzione multiforme ed estremamente originale, nella quale il lettore ritrova i temi presenti anche nei romanzi: l’interesse per la cibernetica, intesa come studio dei rapporti tra sistemi artificiali e biologici, e più in generale l’erudizione scientifica; l’approfondito scavo psicologico e introspettivo, di contro a dialoghi essenziali, secondo i modelli americani; la ricerca di una dimensione esistenziale che tende alla speculazione filosofica.
L’opera di Lem sfugge a qualsiasi categoria. Come definire l’autore? Un filosofo? Un narratore? Uno scienziato? Forse tutte e tre le cose nello stesso tempo. La straordinaria ricchezza inventiva del più celebre autore di fantascienza non angloamericano è ben rappresentata dai racconti presenti in questo volume: quarant’anni di vita intellettuale e creazione letteraria dal primo, Il ratto nel labirinto, del 1956, fino a Il materassino, del 1995. Universi raccoglie infatti, per la prima volta, l’intero corpus della narrativa breve dell’autore di Solaris, una produzione multiforme ed estremamente originale, nella quale il lettore ritrova i temi presenti anche nei romanzi: l’interesse per la cibernetica, intesa come studio dei rapporti tra sistemi artificiali e biologici, e più in generale l’erudizione scientifica; l’approfondito scavo psicologico e introspettivo, di contro a dialoghi essenziali, secondo i modelli americani; la ricerca di una dimensione esistenziale che tende alla speculazione filosofica. In ogni campo in cui si sia cimentato, lo scrittore polacco ha sempre cercato di superare i limiti del già noto, di sperimentare nuove forme e di non adagiarsi su schemi conosciuti. E, se il pensiero è il fondamento delle sue opere, il suo grande talento gli consente di trasformare le idee in personaggi e le trame in congegni perfetti.
Solaris e la ricerca infinita di noi stessi | OcchioDelCineasta
Su OcchioDelCineasta la recensione a uno dei film che adoro di più: Solaris, di Andrej Tarkovskij. In basso, il trailer che lancia la psiche nell’universo del bizzarro pianeta.
Il film, tratto da un romanzo del polacco Stanislaw Lem, vede nella prima parte della versione integrale la presentazione di Kris, psicologo in procinto di partire per decidere le sorti della stazione spaziale che si trova su Solaris, un pianeta extrasolare. Kris vorrebbe trascorrere questi ultimi momenti prima della partenza con il padre, ma un amico di famiglia, Henri Berton, interrompe l’ultimo saluto per avvertire e raccontare a Kris la strana esperienza vissuta in prima persona sulla stazione spaziale di Solaris; Kris liquida Henri dicendo che lui non crede a tutte le teorie studiate attorno al pianeta e non bada troppo al racconto dell’uomo.
Kris giunge su Solaris e si trova davanti una stazione spaziale quasi abbandonata che cade a pezzi; scopre che sono sopravvissute solo due persone all’interno e che un suo caro amico, il Dr. Sartorius è morto suicida e ha lasciato un video per Kris prima di togliersi la vita. Kris comincia a rendersi conto che le cose sono strane all’interno della stazione spaziale, comincia a vedere “ospiti” che abitano la stazione e si rende conto che Solaris ha un’influenza molto forte sulle persone; tanto forte che il pianeta può “riportare in vita” delle persone legate agli umani della stazione, persone legate ai desideri dell’uomo. Kris rivede così la moglie morta suicida anni prima, Hari, e inizia così un viaggio con se stesso fatto di ammissione di colpe passate e redenzione.
Tarkovskij firma questa volta un film diverso dal solito, un unicum nella sua filmografia, questa volta non è fatto solo di silenzi e immagini importanti, “ingombranti” che portano avanti da soli tutta la narrazione, ma in questo caso anche i dialoghi e le spiegazioni sono importanti, siamo in un luogo a noi sconosciuto, un altro pianeta, Solaris, ed è giusto che il regista accompagni e aiuti lo spettatore. Negli altri lungometraggi una riflessione silenziosa e più onirica prevale, basti pensare a Stalker, capolavoro del 1979, molte volte accostato a Solaris proprio perché anche qui l’uomo intraprende un viaggio per mettersi a nudo davanti ai suoi errori, alla vergogna; quello di Stalker era un viaggio più cupo e drammatico dell’uomo, questo di Solaris è un viaggio e una creazione per l’uomo di una sua isola felice dopo la remissione dei suoi peccati; un atto di fede finale per una nuova possibilità data all’essere umano.
Tarkovskij mantiene i suoi punti cardini che sono fondamentali della sua firma, la spiritualità e la metafisica. Non da mai niente per certo, ma pone lo spettatore, disposto a seguirlo, all’inizio della strada del cambiamento, della presa di coscienza, delle sue colpe e del suo Essere umano, fragile
Lankenauta | Solaris parte seconda – intervista a Sergej Roić
Su Lankenauta è disponibile una bella intervista a Sergej Roić, autore di Solaris parte seconda, romanzo audace che prende le mosse dal ben più celebre Solaris di Stanislaw Lem. Un estratto:
Innanzitutto, come mai la sua scelta è caduta su un romanzo come Solaris? Cosa la lega al capolavoro di Lem?
A Lem e a „Solaris“ mi legano alcune cose: innanzitutto il romanzo di Lem che lessi molto tempo fa in un’edizione incompleta e che ho riletto un paio di anni fa, ma anche l’iconico film di Andrej Tarkovski. L’immaginario delle due opere, che non coincidono completamente ma hanno una radice comune, è davvero potente: una missione nello spazio, un pianeta che sembra avere una propria volontà, studi pluriennali che non approdano a nulla, un’ultima missione che sfocia in tragedia e, infine, le proprietà inspiegabili ma innegabili di Solaris, quelle che permettono al pianeta (all’oceano) di leggere dentro la mente umana e di materializzare sogni e desideri. Detta così, sembra davvero una trasposizione fantascientifica di qualche teoria platonica: le forme presenti nella mente sono antecedenti alle „cose“ materiali, la memoria (quella platonica equivalente alla conoscenza) è forse contenuta nel sogno, la „seconda navigazione“, la vera conoscenza, può essere materializzata eccetera. Dopo aver letto „Solaris“ per la seconda volta, mi sono detto: proverò a scrivere una „seconda parte“ di quest‘odissea così particolare nello spazio, sembra a tutti gli effetti un’odissea nella mente, nel nostro apparato di conoscenza, nel cervello umano.
Il suo romanzo, è bene precisare, prende le mosse dal Solaris di Stanislaw Lem ma è comunque, in tutta evidenza, un romanzo “altro”, non una sua semplice continuazione…
La „seconda parte“ di „Solaris“ prende le mosse laddove „Solaris“ si conclude, ma molto tempo dopo (o molto tempo prima: l’inizio del mio romanzo ha infatti luogo oggi, nel 21. secolo) e ponendo anche qualche domanda all’opera di Lem. È come se il romanzo lemiano incombesse sul mondo odierno, si stagliasse sul nostro orizzonte. È infatti una giovane donna conosciuta per caso a svelare a uno scrittore dell’esistenza di una seconda opera a proposito dell’oceano senziente e forse divino, opera che lo scrittore – se ne renderà conto presto – dovrà scrivere. La vita di Petar Bogut, che è un pilota del pianeta Solaris popolato da una progenie di „mortali“, è anche quella dello scrittore terrestre che scriverà la „seconda parte“ del romanzo – a dividerli c’è forse solo la tenue trama di un sogno. La mia narrazione parte allora laddove la narrazione di Lem si ferma, ovvero quando l’astronauta-psichiatra mandato su Solaris, il dottor Kelvin, decide di non lasciare il pianeta e di accettarne i „doni crudeli“, ovvero il ricchissimo abisso di memoria che il pianeta sembra in grado di offrirgli. Ecco, il mio protagonista, lo scrittore terrestre che è anche il pilota solariano Petar Bogut, decide di esplorare questo abisso della memoria che propongo quale caratteristica prima di Solaris.
Per concludere, ritiene di aver fatto un passo avanti rispetto alle posizioni teoriche esposte da Lem oppure ritiene che il mistero di Solaris sia ancora un mistero irrisolto?
Per fortuna „Solaris“, il romanzo, e Solaris, il pianeta onnipotente partorito dall’immaginazione del grande „ispiratore di futuro“ Stanislaw Lem è in grado di custodire molti segreti. Qualcuno lo ha definito un „dio bambino“, ancora in fase di crescita, che deve ancora svilupparsi del tutto. Io ho cercato di interpretarlo/incontrarlo sul terreno platonico provando a sfidarlo per quel che riguarda la memoria, il sonno, la conoscenza, il sogno. L’ho persino popolato di esseri, i „mortali“, che hanno formato un’autentica civiltà sul suo suolo. Lui, il pianeta, l’oceano, sembra farsene beffe entrando nei loro sogni, rubando la loro memoria, magari proprio per risvegliarsi da quel gigantesco torpore di dio dormiente, per crescere ulteriormente. I „mortali“, in ogni caso, anche se vorrebbero involarsi nel cielo, non riescono ad abbandonare il loro demiurgo oceanico. E questo vorrà pur dire qualcosa essendo la sola via di comunicazione con noi un abisso del tempo e della memoria. Il pianeta Solaris, scritto con e senza virgolette, è talmente ricco di stimoli e di lati non conosciuti che mi sta ispirando un nuovo romanzo, anche se il pianeta probabilmente non vi sarà menzionato. Si tratta della storia di un regista cinematografico russo che, volendo dipingere le perfette forme primigenie, usa la macchina da presa invece del pennello del pittore. Vi ricorda qualcosa?




