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L’eredità di Valerio Evangelisti | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com, nell’ambito di Delos253, un articolo di Andrea Cattaneo sull’opera e l’eredità di Valerio Evangelisti; un estratto:

La storia editoriale di Eymerich avrebbe potuto essere molto diversa da quella che conosciamo. L’idea iniziale della serie non aveva nulla di fantascientifico, si trattava di una storia gotica ambientata nella metà del Trecento sulle avventure di uno spietato inquisitore.
L’idea che le divinità del passato potessero sopravvivere solo grazie alla fede dei credenti veniva dal romanzo Malpertuis di Jean Ray (pubblicato in Italia da Agenzia Alcatraz), Lo svolgimento della trama però abbandonava l’atmosfera onirica di Ray per calarsi in un contesto di realismo magico assolutamente unico nel panorama letterario italiano. Il funzionamento e le dinamiche del culto dei neopagani combattuti da Eymerich ricalca quello degli adoratori di Diana praticato nel santuario della dea sulle rive del lago di Nemi, ad Ariccia e descritto nel contestato Il ramo d’oro di James G. Frazer (l’ultima edizione italiana è del 2012, pubblicata da Bollati Boringhieri). Ma tutto questo non bastava per vincere il Premio Urania del 1993 al quale Evangelisti partecipava con Nicolas Eymerich, inquisitore. La giuria era combattuta: dov’era la Fantascienza in quel meraviglioso romanzo? La redazione di Urania, all’epoca guidata dal compianto Giuseppe Lippi, intervenne forzando la mano. Consigliò a Evangelisti di contaminare la trama gotica con elementi sci–fi assenti nella prima stesura. Il resto è storia.

La casa sull’abisso | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione di Cesare Buttaboni al classico “La casa sull’abisso”, di William Hope Hodgson, riproposto da Fanucci in una nuova veste editoriale; vi lascio alle parole di Cesare:

La casa sull’abisso è una pietra miliare della cosiddetta narrativa dell’orrore cosmico. La scrittura onirica di Hodgson scava nelle profondità della psiche umana ed è fortemente simbolica, e certo non si può dire che lui sia un autore di narrativa “popolare” superficiale”: il suo universo è paragonabile per complessità a quello di Lovecraft e Jean Ray. Il romanzo emerge come un faro sinistro, guidando il lettore attraverso i meandri oscuri dell’inconscio umano con la maestria visionaria di William Hope Hodgson.

In questa epica della follia e dell’angoscia, l’autore britannico intreccia magistralmente gli elementi del gotico con l’orrore cosmico, creando un’opera immortale che si insinua nella psiche del lettore come un’ombra inquietante. La trama si dipana con la lentezza inesorabile di un incubo, seguendo le vicissitudini del Recluso, un’anima tormentata che trova rifugio in una remota dimora irlandese insieme alla sua sorella e al fedele cane Pepper. Tuttavia, il santuario apparente si trasforma ben presto in un teatro di orrori indicibili, quando creature dalle sembianze suine emergono dagli abissi dell’inconscio per assediare la famiglia.
Il fulcro dell’orrore risiede nella casa stessa, che diventa una sorta di prigione metafisica in cui il protagonista si ritrova intrappolato tra le mura di una mente distorta. Le stanze si trasformano in cellule di un labirinto psichico, dove l’orrore si annida dietro ogni angolo e ogni porta aperta rivela un nuovo abisso di terrore. Ma Hodgson va oltre il semplice spavento superficiale, affondando le sue radici nell’oscurità primordiale dell’universo. Le creature che assediano la casa sono manifestazioni di forze extra-cosmiche, simboli dei demoni interiori che si annidano nell’animo umano, richiamando le teorie di Freud sull’inconscio e suggerendo un’oscura connessione tra l’individuo e l’universo infinito.

L’atmosfera che permea l’intera narrazione è una solitudine metafisica, un senso di alienazione e disperazione che avvolge il lettore come un sudario funereo. Il Recluso si trova intrappolato in un ciclo di studio ossessivo e difesa disperata, mentre le forze oscure che lo circondano minacciano di spazzarlo via come foglie morte. Ma è nel viaggio astrale del protagonista che Hodgson raggiunge le vette più alte dell’orrore cosmico. Attraverso visioni e allucinazioni, il Recluso si trova catapultato oltre i confini della percezione umana, in un turbine di spazio e tempo dove l’universo stesso si sgretola sotto il peso dell’eternità. Questo viaggio iniziatico, ricco di simbolismi ermetici ed esoterici, solleva interrogativi profondi sulla natura dell’esistenza e dell’universo.

Carnacki. L’indagatore dell’occulto | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione di Cesare Buttaboni a Carnacki. L’indagatore dell’occulto, antologia a cura di Gabriele Scalessa ed edita da “Il Palindromo”; un estratto che indaga l’opera di William Hope Hodgson:

Il Carnacki si inserisce nel proficuo filone dei detective dell’occulto e deriva sicuramente dal celebre John Silence di Algernon Blackwood ma ovviamente, come fa acutamente notare Franco Pezzini nell’introduzione, non si possono non fare i nomi del celeberrimo Sherlock Holmes, di  Martin Hesselius di Le Fanu e di Van Helsing di Bram Stoker. Il progenitore di tutte queste figure è poi il Dupin di Edgar Allan Poe. Devo dire però che non vedo mai nessun accenno all’Harry Dickson di Jean Ray, considerato lo Sherlock Holmes americano.
Tornando a Carnacki devo dire subito che il livello di queste storie è molto lontano (come faceva notare anche Lovecraft) dai suoi romanzi capolavoro ma anche dai suoi migliori racconti marinareschi. Carnacki è obiettivamente inferiore anche al citato John Silence di Algernon Blackwood. Detto questo le storie sono in ogni caso ancora leggibili e godibili: non sempre ci troviamo di fronte al soprannaturale ma a delle truffe che poi vengono spiegate. Non mancano indubbiamente spunti di interesse come la presenza di un testo di formule protettive del XIV secolo denominato Manoscritto Sigsand, l’esistenza di forze mostruose presenti sul piano astrale che premono per materializzarsi nella quotidianità, le Manifestazioni Aeiirii e Saiitii, l’utilizzo del Pentacolo Elettrico come forma di protezione e l’utilizzo di mezzi scientifici moderni. Ma manca in definitiva il senso di orrore cosmico che fa di William Hope Hodgson uno dei più importanti autori fantastici del secolo scorso. Qualche spunto ogni tanto emerge come in Il maiale, che ricorda le creature suine del suo romanzo capolavoro La casa sull’abisso, e in Il Jarvee infestato, racconto nel solco dei suoi racconti di ambientazione marina.

Le mini recensioni di Horror Magazine – Il vento che soffia tra i mondi


Su HorrorMagazine Cesare Buttaboni recensisce Il vento che soffia tra i mondi, di Cristiano Fighera; eccone un estratto:

Sono sinceramente rimasto affascinato da questo racconto lungo. Dopo la morte della moglie, il protagonista vive un’esistenza triste e solitaria nella non meglio specificata città francese di “X”. Per cercare di rendere la sua esistenza più sopportabile, inizia a fare lunghe passeggiate per le vie di “X”. Si imbatte così in Rue D’Auseil – vicolo che ricorda La musica di Erich Zann di H. P. Lovecraft così come Il vicolo tenebroso di Jean Ray – da cui ha inizio un viaggio attraverso un labirinto di vie e vicoli caratterizzati da finestre chiuse e sbarrate, zone nascoste che vengono murate per celarne gli orrori e sacchi della spazzatura posti fuori dalle abitazioni da cui fuoriesce un liquame nero e viscido.
In questo modo l’uomo scopre una parte della città a lui sconosciuta, abitata da strani personaggi con cui è impossibile interloquire.

Fighera ha il pregio di scrivere molto bene e di calare il lettore in un incubo a occhi aperti, sembra infatti di essere all’interno di un quadro surrealista o metafisico o tra le strade di una Parigi extradimensionale. Pagina dopo pagina, l’atmosfera diventa sempre più minacciosa e si avverte più vicina la presenza di un orrore che attende dormendo da secoli. Un incubo ricorrente che lo imprigiona in una finestra spazio-temporale ignota. E nel racconto non mancano certo bizzarrie e mostruosità in un ambiente che a tratti ricorda La maschera di Innsmouth.

La recensione di “La giostra del maleficio” di Jean Ray | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione di Cesare Buttaboni a La giostra del maleficio di Jean Ray, raccolta di racconti edita da Agenzia Alcatraz; ecco un passo della valutazione di Cesare:

Ci troviamo qui di fronte a racconti minori dell’autore, ma certo non mancano spunti notevoli che fanno emergere il talento tipico dello scrittore di razza.
In La giostra del maleficio troviamo atmosfere che uniscono fantastico, insolito e bizzarro con immagini forti. Non manca nemmeno un tocco di umore nero, tanto che si sarebbe tentati di definire le storie di questa antologia – citando Poe – i racconti del grottesco e dell’arabesco di Jean Ray.

Si è spesso parlato dello scrittore fiammingo come il Lovecraft europeo ma, anche se ci sono possibili collegamenti, Danilo Arona in un vecchio articolo apparso su Carmilla afferma che probabilmente il belga si sarebbe trovato più a suo agio in compagnia di un Montague Rhodes James. Inoltre Ray, a differenza del Solitario di Providence, si è molto interessato all’uomo e alle meschinità della sua natura.
In generale le storie qui presenti sono molto brevi e rappresentato a sprazzi il talento di Jean Ray, tuttavia il libro merita indubbiamente di essere letto e piacerà ai suoi estimatori.

Bacchus di Eddie Campbell arriva in omnibus da NPE | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di Bacchus, il fumetto di culto di Eddie Campbell uscito per i tipi NPE. Di cosa parla nelle sue oltre mille pagine di cartonato?

Il volume, in edizione cartonata da oltre mille pagine, ha per protagonista il dio greco Bacco, in una moderna versione fumettistica del tema della “persistenza degli antichi miti nell’età moderna” che ha trovato sbocco nei racconti di Sheridan Le Fanu, i romanzi Malpertuis di Jean Ray e American Gods di Neil Gaiman, e nel ciclo di Percy Jackson e gli dèi dell’Olimpo di Rick Riordan, giusto per fare qualche esempio.

Siamo abituati a pensare alle divinità come a degli esseri perfetti, immutabili, eterni. «Bacchus» scardina ogni convinzione al riguardo, mostrando per la prima volta debolezze, stranezze e limiti degli dèi. In una elegante commistione di azione, commedia, suspense e divagazioni filosofiche, Eddie Campbell riversa i miti dell’Antica Grecia nella modernità, come se non avessero mai smesso di calcare la polvere del nostro mondo.
Guerre tra bande, decostruzioni del capitalismo, tour sulle isole greche, colpi di Stato, assassinii sull’Olimpo e l’apparizione di Dio in persona, sono solo alcune delle appassionanti e incredibili vicende che si scatenano intorno al dio del vino e ai suoi strambi compagni di viaggio: il fidato Simpson, il terribile Pupilla Kid e il tormentato Joe Teseo. Con tutte le inevitabili conseguenze.

Una vera epopea che, in oltre mille pagine, raccoglie un lavoro di dodici anni e diversi milioni di sbronze. Dal visionario autore di From Hell (con Alan Moore) e Alecun cult del fumetto internazionale raccolto in un unico volume. Con note inedite e commenti di Eddie Campbell.

La nostra recensione di “Zothique 11” dedicato a Grabinski | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione di Cesare Buttaboni a Zothique11, la rivista weird che ha dedicato in questo numero uno speciale a Stefan Grabinski, edito da Edizioni Hypnos con la pubblicazione Il villaggio nero ma, anche, autore segnalato da altre realtà di genere nostrane. Un estratto della recensione:

Il critico Karol Irzykowski lo ha definito, forse un po’ forzatamente, il “Poe polacco”, ma indubbiamente dal punto di vista del valore il paragone non suona blasfemo. Grabinski è un autore modernissimo, contemporaneo di H.P. Lovecraft. Assieme a quest’ultimo, e ad altri scrittori weird come William Hope Hodgson e Jean Ray, ha contribuito a svecchiare i topos della letteratura gotica sulla base delle nuove scoperte scientifiche di Einstein che hanno ridimensionato l’importanza dell’uomo nel tempo e nello spazio.
Un’altra importante influenza deriva dalla psicanalisi e dalla scoperta dell’inconscio da parte di Freud. Non a caso Francesco Corigliano, nel suo ottimo La letteratura weird. Narrare l’impensabile, ha paragonato l’opera di Lovecraft e Jean Ray a quella di Stefan Grabinski, tutti autori che hanno saputi cogliere le pulsioni della modernità. Ora, dopo Il villaggio nero – edito da Edizioni Hypnos  e tradotto da Andrea Bonazzi, che è stato anche un pioniere nel far conoscere lo scrittore polacco in un numero della fanzine Hypnos ormai introvabile – e Il demone del moto edito da Stampa Alternativa, la rivista Zothique (curata dall’instancabile Pietro Guarriello) dedica uno speciale all’autore.

Come sempre gli interventi sono molto approfonditi: Michols Magnolia in Vita di Stefan Grabinski: dalla Polonia alla Fantasia ci parla della biografia dello scrittore e dei suoi temi, individuando anche un possibile parallelo con H.P. Lovecraft (le affinità tra i due sono evidenti, tanto che Stanislaw Lem ha definito Grabinski “il Lovecraft polacco”).
Sicuramente i due hanno punti in comune, ma bisogna stare attenti alle forzature. La narrativa di Grabinski è molto originale e assomiglia solo a se stessa, come ben mette in luce Obsidian Mirror nel suo articolo Il villaggio nero. Obsidian Mirror analizza alcuni dei racconti migliori di Grabinski mettendo in relazione gli agganci con la filosofia di Bergson e il suo concetto di tempo.

Sulla letteratura fantastica è invece un saggio dello stesso Grabinski in cui vengono messi in luce i suoi gusti e la sua idea di fantastico. Sostanzialmente l’autore divide il fantastico in “moderno” (diretto, esteriore e convenzionale) e “di ordine superiore” (interiore, psicologico o metafisico) da lui definito “psicofantastico” o “metafantastico”. Nel primo tipo fa rientrare E.T.A. Hoffmann, autore da lui non particolarmente apprezzato, mentre del secondo fa parte ovviamente Edgar Allan Poe. Molto interessante anche l’intervista a Grabinski in cui l’autore ribadisce proprio la sua affinità con Poe piuttosto con E.T.A. Hoffmann. Dice inoltre di apprezzare Alfred Kubin e Gustav Meyrink mentre, un po’ a sorpresa, non nasconde il suo disprezzo per Hanns Heinz Ewers da lui ritenuto un ciarlatano e dichiara il suo orrore per i critici che lo paragonano alla sua opera.

Il Signore dell’Incubo – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la prefazione di Valerio Evangelisti a Malpertuis, romanzo di Jean Ray, una delle punte acuminate del weird omaggiata da Valerio nel suo Nicolas Eymerich, inquisitore. Un estratto:

Mette a disagio introdurre un autore che dichiarò di avere orrore di prefazioni e preamboli, in nome delle “storie in cui si entra come un coltello nella carne”. Consola il fatto che di Raymond Jean Marie De Kremer (Gand, 1887-1964), meglio noto come Jean Ray, non c’è mai da fidarsi. Di prefazioni ne scrisse a decine, ai suoi stessi racconti. Sulla sua biografia inventò di tutto, peggio del “capitano” Emilio Salgari. Sarebbe stato prima mozzo e poi marinaio, contrabbandiere di whisky e rhum nell’America proibizionista. Avrebbe navigato per il mondo intero, vivendo secondo lui avventure così terrificanti da non essere riferibili, per non spaventare i lettori. Qualche biografo ingenuo ci ha creduto.
Balle. Il futuro Jean Ray trovò lavoro, nell’incantevole città di Gand, come impiegato comunale. Vi restò fino a un processo per appropriazione indebita, o peculato, e a una condanna a quasi tre anni di prigione. Li scontò tutti. Ma, pessimo funzionario e navigatore di fantasia, De Kremer aveva pubblicato nel 1925 una raccolta di racconti, Les Contes du whisky. Ebbero un buon successo. Uscito dal carcere e inibito dagli impieghi pubblici, non aveva che una via da percorrere: quella della scrittura.

Dopo qualche tentativo senza eco di romanzi per la gioventù, arrivò improvvisa la fortuna. Si era in una fase calante del romanzo popolare. Tramontato il genere feuilleton e appassito il suo derivato diretto (i volumi mensili con il capolavoro di Marcel Allain e Pierre Souvestre, Fantômas, lo Zigomar di Léon Sazie, il Belphégor  o il Judex di Arthur Bernède, per citare solo i più noti), si stava affermando la dime novel, di origine statunitense. Fascicoletti di poche pagine, a basso prezzo (negli Stati Uniti un decimo di dollaro: un dime, appunto), contenenti una storia completa. Questo tipo di pubblicazioni ebbe particolare successo in Germania. Accanto a traduzioni dei fascicoli americani (con eroi quali Nick Carter, Nat Pinkerton, Buffalo Bill), ne furono prodotti altri, originali, con protagonisti europei.  Spesso si attingeva alla narrativa popolare; ed ecco imprese settimanali di Sherlock Holmes, il ladro gentiluomo Raffles (poi ribattezzato Lord Lister) e altri ancora.

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Racconti macabri | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione di Cesare Buttaboni a Racconti macabri, di Claude Seignolle. Eccone uno stralcio:

Jacques Van Herp (1923-2004), critico di fantascienza, letteratura fantastica e scrittore, paragona la sua opera a quella di Poe, H.P. Lovecraft Jean Ray, evidenziandone i caratteri di originalità e forza, “in primis” il forte legame di Seignolle con la tradizione folclorica francese, così come sottolineato anche da un altro importante critico del fantastico come Jacques BergierLo scrittore francese è infatti imbevuto delle tradizioni del folklore della Francia. Nel corso della sua vita si è consacrato alla raccolta sul terreno delle tradizioni popolari in tutte le loro forme di espressione, interrogando direttamente la popolazione dei villaggi. Il materiale, raccolto da Seignolle in alcuni volumi, costituisce la base di molti dei suoi racconti fantastici e quindi anche di alcuni di quelli presenti in questa antologia, uscita in origine nel 1966 presso Marabout (di cui la presente edizione preserva, nello stile di questa collana, copertina e veste grafica) dove trovarono posto anche Histoire maléfiques, Histoires vénénueses e Récits cruel oltre al citato La Malvenue.

Il clima letterario attorno al fantastico in Francia in quel periodo era favorevole grazie anche al ruolo della rivista Fiction, sulle cui pagine furono pubblicati anche dei racconti di Seignolle. In Racconti macabri vengono trattati tutti i topos del genere come i vampiri, i licantropi, i fantasmi e il diavolo. D’altronde non va dimenticato come il grande tema dell’opera di Seignolle è quello del diavolo, argomento che ha trattato in alcuni volumi come Le Diable dans la tradition populaire e Les Evangelis du diable, quest’ultimo una vera e propria bibbia nera dell’occulto.
Fra i racconti presenti in questa raccolta, notevole è L’Uomo che sapeva in Anticipo, in cui un falegname riesce a prevedere chi è destinato a morire tramite il dono della premonizione. Realizza così in anticipo le bare per evitare lo spreco di materiale. Il finale è atroce e beffardo. Spicca anche La memoria del legno, in cui si narra la vicenda di uno scultore che trae l’ispirazione per raffigurare le sue opere dal legno di bare rubate: l’atmosfera macabra non lascia indifferenti e sconfina nell’allucinazione. In Isabelle troviamo invece un fantasma uscito da un dipinto, mentre nell’atroce Quello che aveva sempre freddo assistiamo a un tragico equivoco fra i morti e i vivi di un villaggio che si chiude con un finale crudelissimo. La fine del mondo si stacca parzialmente dall’atmosfera perversa e sadica di queste storie: si tratta in effetti di una sorta di racconto apocalittico.
Ma forse il testo migliore è proprio quello più lungo che chiude l’antologia ovvero Il famiglio. Qui, come in La Malvenue, Seignolle riesce a descrivere il paesaggio della campagna francese e il contesto rurale (con tutte le sue superstizioni) in maniera estremamente efficace. Si tratta di una storia di magia dove non manca l’immancabile casa infestata e dove lo scrittore calca la mano con la descrizione di carcasse di cani e gatti in putrefazione con un tocco necrofilo che deve sicuramente qualcosa a Poe

Lo scrittore dell’abisso | Pulp libri


Recensione di Walter Catalano a Terrore degli abissi e Acque profonde, opere di Edizioni Hypnos che racchiudono i racconti di mare scritti da William Hope Hodgson. La trattazione fa un quadro anche della vita dell’autore. Su PulpLibri.

In questo campo Hodgson fu autore innovativo e originale nei registri del fantastico e del weird che seppe articolare essenzialmente in tre direzioni: l’horror cosmico dei suoi romanzi maggiori, La casa sull’abisso (1908) e La terra dell’eterna notte (1912), che profonda influenza avrebbe avuto su H. P. Lovecraft e tutti i suoi seguaci; il mystery sovrannaturale, con i racconti dedicati a Thomas Carnacki, l’ennesimo detective dell’occulto da affiancare al Martin Hesselius di Le Fanu, al Jules De Grandin di Seabury Quinn, all’Harry Dickson di Jean Ray, al Principe Zaleski di M.P. Shiel, al Van Helsing di Bram Stoker, ma soprattutto al Phisician Extraordinary per antonomasia, il contemporaneo John Silence di Algernon Blackwood. A differenza di questi ultimi, però, Carnacki, mantiene un piglio ironico e disincantato nei confronti del fantasma di turno che disinfesta utilizzando, a preferenza delle arcane conoscenze esoteriche, strumenti parascientifici di ispirazione assolutamente positivista come il pentacolo elettrico (innovazione di quelli tradizionali dei grimoire), la barriera cromatica e altre affini diavolerie metapsichiche della Seconda rivoluzione industriale. Infine si annovera il weird marinaresco, nella tradizione del “Manoscritto trovato in una bottiglia” e del Gordon Pym di Poe, dei suoi romanzi Naufragio nell’ignoto (1907), I pirati fantasma (1909) e della gran parte dei suoi racconti.

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