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L’inferno oltre l’orizzonte degli eventi | Fantascienza.com


Su Fantascienza.comDelos273 – un articolo di Andrea Cattaneo sul topic esplorato dal film “Event Horizon”, di circa trent’anni fa, che lasciava però fumoso il discorso di cosa ci fosse oltre l’orizzonte, oltre la frontiera; l’incipit:

L’inferno non è qui fuori, l’inferno è dentro di noi. È questo il mantra che ripetono a turno gli astronauti a bordo della nave spaziale Event Horizon. A qualcuno forse questo nome suonerà nuovo, ma la Event Horizon è una delle navi spaziali più iconiche della fantascienza horror: il primo vascello dotato di un motore in grado di superare i limiti della velocità della luce, scomparso nel nulla durante il suo viaggio inaugurale e riapparso dopo 7 anni alla deriva, nell’atmosfera alta di Nettuno.
I fatti che seguono il tentativo di recupero della nave sono raccontati nell’omonimo film (in Italia Punto di non ritorno, 1997, regia di Paul W. S. Anderson). L’ingegnere che aveva creato il “motore gravitazionale”, un bravissimo Sam Neill, guida una missione che finisce in un massacro. Il suo congegno infatti non funziona come aveva pensato lui (o forse sì…), se azionato apre un portale per un’altra dimensione molto simile all’inferno. E, a quanto scopriamo, gli abitanti di quest’altra dimensione non attendono tranquilli le nostre mosse. Sono in grado di riattivare il motore gravitazionale, possono influenzare e sconvolgere le menti degli sventurati astronauti e tormentarli con allucinazioni orrorifiche.
Event Horizon è un film maldestro, con una sceneggiatura capace di creare un senso d’attesa angosciante, ma incapace di soddisfare tutte le curiosità dello spettatore (non si vedrà mai la misteriosa dimensione infernale dall’altra parte del portale), derivativo in molte sue trovate. L’inferno nel quale piombano gli astronauti, per esempio, è caratterizzato da una estetica body horror che richiama molto Hellraiser.
L’idea di unire una catabasi, una storia di discesa all’inferno, con la fantascienza dei viaggi nello spazio mi ha sempre affascinato. Tutta la pseudoscienza, che in molte storie di fantascienza ci permetterebbe di superare i limiti della fisica einsteiniana, mi è sempre sembrata pericolosissima. Giocare con il tessuto stesso dell’universo ha implicazioni filosofiche e anche spirituali che poche storie affrontano.

Fino a qualche giorno fa, chi come me considerava questo sfortunato film un piccolo cult che avrebbe potuto essere un capolavoro, era rimasto con moltissime domande e poche risposte. Una su tutte: quindi come è fatto l’inferno? La mini-serie a fumetti (5 numeri) Event Horizon: Dark Descent (20026, IDW Publishing) finalmente dà le risposte che cercavo. Cosa hanno trovato gli astronauti durante il viaggio inaugurale della nave?
Il motore gravitazionale non li ha portati vicini a Proxima Centauri come previsto, ma nelle interiora di una specie di organismo galattico. Lo spazio quindi è fatto di carne e sangue e questo basterebbe a spiegare lo stato di grande agitazione e ansia in cui precipita tutto l’equipaggio. Ma non è finita qui.
Il motore gravitazionale ha attirato l’attenzione di una creatura che si fa chiamare Paimon. L’aspetto è quello di un diavolo e anche i modi non sono amichevoli. Paimon sale a bordo della Event Horizon attraverso il motore gravitazionale con l’intenzione di impossessarsi della nave. Ha poteri psicocinetici, è in grado di fare emergere i sensi di colpa dei membri dell’equipaggio e guidarli verso la follia. Ecco spiegato il mantra iniziale: l’inferno è dentro di noi: ll massacro sulla Event Horizon è in gran parte autoinflitto, è l’equipaggio stesso che vuole espiare le proprie colpe e lo fa attraverso il dolore fisico.
Il fumetto si conclude con la spiegazione più importante: perché il personaggio di Sam Neill ha costruito il motore gravitazionale? Cosa cercava di raggiungere? Proxima Centauri o l’Inferno dove pensava di ritrovare sua moglie morta suicida, e quindi fuori dalla grazia di Dio?

Konstantin Ciolkovskij: alle origini del pensiero spaziale moderno | Fantascienza.com


Su Delos273, un post dedicato a Konstantin Ciolkovskij, cosmista russo dalla importante visione cosmica. Un estratto chiarificatore:

Per i cosmisti, l’universo non è un insieme casuale di eventi, ma un sistema razionale e dinamico, attraversato da una legge evolutiva che conduce la materia verso forme sempre più complesse di vita, coscienza e intelligenza. In questo contesto si colloca l’incontro, decisivo sul piano intellettuale, tra Ciolkovskij e il pensiero di Nikolaj Fëdorov, il bibliotecario filosofo anche definito il Socrate Moscovita, considerato il fondatore del cosmismo. Pur non essendone stato allievo diretto, Ciolkovskij entrò in contatto con le sue idee negli anni a Mosca, facendo di questo incontro uno dei pilastri della propria visione del mondo: l’umanità ha una responsabilità attiva nei confronti del cosmo e il progresso scientifico deve essere orientato all’evoluzione della specie.
Tale visione, come mostrato da Silvano Tagliagambe in Dal caos al cosmo. Introduzione al cosmismo russo, a oggi uno degli ultimi studi in lingua italiana dedicato al movimento russo e uno dei riferimenti fondamentali per la stesura di questo articolo, si fonda sul concetto di samozaroždenie, ossia autogenerazione. La materia, governata da leggi razionali, tende spontaneamente a organizzarsi in forme sempre più complesse, fino a generare la vita e l’intelligenza. In questa prospettiva, la Terra rappresenta solo una tappa intermedia. L’universo, vastissimo e antico, avrebbe prodotto altrove forme di intelligenza molto più evolute dell’uomo. Inoltre, come evidenziato dallo studio pubblicato nel 1995 sul Quarterly Journal of the Royal Astronomical Society, Ciolkovskij affrontò nei primi anni del novecento una domanda che diventerà celebre solo nel dopoguerra: se esistono civiltà extraterrestri, perché non ne osserviamo tracce?
La sua risposta, sorprendentemente moderna, anticipa nella sostanza di decenni sia il Paradosso di Fermi sia una delle sue soluzioni proposte più note ossia l’Ipotesi dello Zoo [1] (nonché la prima direttiva di Star Trek [3]): le intelligenze superiori, per ragioni etiche ed evolutive, volutamente sceglierebbero di non interferire con civiltà ancora immature come la nostra.
Il silenzio del cosmo non è quindi una negazione, ma un’attesa. L’umanità, segnata da conflitti e violenza, non sarebbe ancora pronta a un contatto diretto. Solo quando il genere umano avrà superato la propria condizione terrestre, diventando una specie interplanetaria capace di adattarsi a nuove condizioni fisiche e ambientali, potrà colmare tale distanza evolutiva.

Ritratto di un fan di fantascienza | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com, nell’ambito della ezine Delos272, una carrellata di Carmine Treanni sui fan della SF, visti spesso come una caricatura che ha dato infine vita a una sitcom assai celebre, BigBangTheory, un’esilarante magma di nerd che ha una visione assai particolare, ingegneristica per certi versi, della realtà; ma di cosa parliamo, invece, davvero?

L’attore William Shatner, al secolo il capitano James Tiberius Kirk dell’astronave Enterprise di Star Trek, partecipò al famoso show televisivo Saturday Night Live nel dicembre del 1986. Coerentemente con lo stile dello show, Shatner, tra le altre cose, fece anche un famoso sketch nel quale interpretava se stesso ospite di una convention di fan della serie televisiva che lo aveva reso famoso. Esasperato dal pubblico, rappresentato come un gruppo di disadattati sociali e in sovrappeso, interessati solo a delle insignificanti minuzie sul mondo di Star Trek, alla fine Shatner esplose sul palco con quella che era destinata a diventare una battuta storica: «Get a life!», ovvero: «Fatevi una vita!».
Leggenda vuole che in realtà fosse tutta una messa in scena. Lo stesso attore nel 1999 pubblicò un libro con lo stesso titolo dove aveva intervistato numerosi fan della saga, dando così modo di far conoscere il variegato mondo degli appassionati, che non era sempre ritratto come un nerd brufoloso. Non soddisfatto, nel 2012 realizzò anche un documentario.
I fan, tuttavia, non sono una prerogativa di Star Trek, ma nel mondo della fantascienza sono sempre esistiti, almeno da quando la stessa science fiction è stata inventata.

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Einstein, Gödel e il nonno immortale | Fantascienza.com


In ambito Delos272, un articolo di Antonino Fazio sui paradossi temporali, intrisi di fisica e matematica che a molti può apparire assurda, ma al momento è ciò che analiticamente descrive meglio il margine delle nostre esistenze, sia dal punto di visto fisico che metafisico, filosofico; un breve estratto:

Il tema dei viaggi temporali, si sa, è costellato di paradossi [1] il più famoso dei quali è il “paradosso del nonno”. In breve, se io tornassi indietro nel tempo e uccidessi mio nonno prima del suo incontro con mia nonna, uno dei miei due genitori non nascerebbe e non nascerei nemmeno io, perciò non potrei ucciderlo. La questione non interessa solo la fantascienza ma anche i fisici. In un precedente intervento [2] è stata discussa la soluzione di Lorenzo Gavassino [3] che riprende una tesi di Carlo Rovelli [4] sulle curve spazio-temporali chiuse di tipo tempo (più brevemente, curve temporali chiuse, o CTC) che permetterebbero a una linea di universo di incrociare se stessa.
L’idea del viaggio temporale sorge dalla tesi eternalista che lo spazio-tempo sia già tutto dato, perché viaggiare nel tempo richiede la coesistenza di passato, presente e futuro. Se l’universo c’è già tutto, la possibilità che il futuro influisca sul passato implica che la realtà si possa modificare. Ma se la realtà è già data, come si può cambiare?
Un modo per rendere coerente l’idea di un influsso dal futuro è di supporre che tale influsso sia già presente nel passato, come in Interstellar (Christopher Nolan, 2014) dove l’astronauta viaggia nel futuro per la dilatazione temporale esistente in prossimità di un buco nero, e poi viaggia all’indietro non su una curva temporale chiusa, ma lungo una dimensione extra (la quarta spaziale, o la quinta del continuum). Ciò evita l’obiezione basata sull’incremento entropico. Il ritorno del viaggiatore dal futuro non azzera il suo tempo relativo (tempo proprio) e non si creano paradossi, dato che lui non era più presente sulla Terra, e dato che non è rientrato prima della sua nascita.

La fantascienza che ti fa la morale | Fantascienza.com


Una riflessione di Andrea Catttaneo su Delos272, leggibile qui, riguardo al ruolo che gli scrittori – di genere fantascientifico in questo caso – possono avere per la platea e per le generazioni future, tema che del resto sento anche mio: essere, in una qualche forma, degli insegnanti, degli apripista per aiutare chi non ha la stessa visuale a raggiungere consapevolezze che un giorno, a loro volta, potranno trasmettere più o meno allo stesso modo; un estratto:

L’argomento è sempre caldissimo nel piccolo ambiente della letteratura di genere. Storie con una morale sì? Storia con una morale no? Aggiungerei anche una terza domanda: storie con una morale perché?
Negli ultimi anni, in ambito fantascientifico, abbiamo assistito al proliferare della distopia. Immaginare un futuro più o meno prossimo in cui una dittatura opprime la gente e nega le libertà date oggi per scontate è un modo di fare politica a bassa intensità. Se leggere storie distopiche aiutasse la gente a riconoscere la dittatura quando si presenta nel mondo reale probabilmente il nostro presente sarebbe molto diverso da come è. La distopia rischia spesso di diventare una comfort zone: solo lì ho il coraggio di guardare in faccia le cose brutte che succedono realmente nel mondo.
Ma i lettori che scappano a gambe levate dai libri che contengono una morale che storie cercano? Storie di puro intrattenimento. Magari storie che seguano il noto schema: tizio (non uso a caso il genere maschile) deve fare qualcosa per ottenere qualcos’altro. Nella maggior parte dei casi riesce, magari a caro prezzo, nell’impresa. Fine. Il lettore è soddisfatto dall’avventura letta e passa incolume alla prossima.

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Ted Chiang: “La fantascienza? È un modo per espandere la propria conoscenza” | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com una bella intervista a Ted Chiang su temi fantascientifici e sull’approccio che lui usa per descriverli, interiorizzarli; un estratto:

In che modo la scienza è una fonte d’ispirazione per la tua narrativa, intendo come risorsa per le idee delle tue storie?

Per me la scienza è un modo di capire l’universo e un punto di vista sul mondo. Anche se non sono uno scienziato penso di vedere il mondo, almeno fino a un certo livello, come lo vedono gli scienziati. Il punto di vista scientifico è un modo molto efficace di capire l’universo. E mi interessano i diversi modi di comprendere l’universo. Ma credo che mi incuriosisca soprattutto il contrasto tra come io vedo l’universo e come lo capiscono le altre persone.

In alcune tue storie usi anche teorie scientifiche del passato o comunque che sono alle origini della storia della scienza, come la teoria del preformismo, che sostiene che l’intero organismo adulto sia già presente in miniatura all’interno degli spermatozoi, la cosmologia, la Kabbalah, il sistema di dottrine mistiche ed esoteriche dell’ebraismo che mira a ottenere una comprensione più profonda del divino e dell’universo. Teorie che oggi non sono propriamente considerate scientifiche, ma su cui tu costruisci un punto di vista scientifico per poi descriverne le conseguenze sull’uomo. Cosa ti affascina di queste scienze primitive e alternative?

Vorrei fare una distinzione tra due modi di capire la scienza. Alcuni la vedono come una raccolta di fatti, ma in realtà è più propriamente un modo di capire l’universo. Perché la raccolta dei fatti su cui si basa la conoscenza scientifica può cambiare, ma il modo di capirla no. Una fantascienza in cui ci sono astronavi che viaggiano più velocemente della luce, per esempio, è un fatto che, per quanto sappiamo oggi, è impossibile. E questo è già fuori da una scienza intesa come corpus di fatti. Eppure queste storie sono considerate fantascientifiche perché aderiscono a un modo della scienza di capire come l’universo funziona. La differenza tra le storie con le astronavi più veloci della luce e le mie è quello che potremmo chiamare il “punto di divergenza”. Le prime partono da una scoperta scientifica o tecnologica e si posizionano nel futuro. Ma puoi, allo stesso modo, immaginare che questa divergenza, ovvero la scoperta scientifica, avvenga nel passato. E poi applicare tutte le stesse tecniche logiche per indagare sulle conseguenze di questa variazione.

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L’illusione di pensare | Fantascienza.com


Se non possiamo evitare di essere influenzati, che cosa distingue il pensiero riflessivo da ciò che sembra pensiero, ma non lo è? La differenza è che il pensiero è analitico, mentre lo pseudo-pensiero si limita a ripetere cose memorizzate. Lo pseudo-pensiero è in realtà riconoscibile, benché non dal soggetto che lo ha assorbito passivamente. La differenza tra le due forme sta nella consapevolezza. È ancora McLuhan a parlare di consapevolezza, che è una caratteristica della riflessione e una qualità che egli attribuisce in particolare agli artisti, i quali possiedono la capacità di anticipare in qualche modo gli effetti delle innovazioni tecnologiche (e qui viene da pensare agli scrittori di fantascienza).

Su Delos270 un interessante articolo di Antonino Fazio analizza alcuni fondamenti cognitivi del pensiero, focalizzandosi sulla necessità di farsi influenzare il meno possibile dai sottili ragionamenti indotti che anestetizzano la capacità di discriminare, di avere una propria posizione e non un allineamento ai principali indottrinamenti.

Il pensiero riflessivo viene a volte chiamato pensiero “critico”, il che può creare qualche equivoco. In molti casi, chi ripete una critica assimilata in modo “acritico” (cioè irriflessivo) ha la sensazione (e può darla ad altri) di esercitare un pensiero critico. La confusione è tra “critico” come aggettivo, e “critica” come sostantivo. Non sempre una “critica” è fatta in maniera critica.

Per una Teoria dello Screampunk | Fantascienza.com


Nell’ambito di Delos 270 segnalo questo speciale su Screampunk, la proposta editoriale di DelosDigital scritta da Cosimo Argentina che rompe un po’ la tradizione patinata della SF italica – ma non solo – dove tutto è levigato e non trasmette altro che edulcorazioni a favore del Mercato. Gli interventi sono qui e qui:

Si ritorna al punk più puro. Violento, duro, bastardo, senza argini, disperato come solo il futuro del mondo può essere, Argentina ci trascina in una storia letteralmente sporca, così come sporco, irriverente e ruvido, per usare un eufemismo, è il linguaggio usato dallo scrittore.
Il romanzo è ambientato nel 2095 e il protagonista è Sumatra, un balordo piccolo criminale, un maniaco sessuale, che (soprav)vive ai margini della società. Va contro le regole, la legge, l’etica e tutto ciò che è corretto sia politicamente che umanamente. Nel 2035 viene condannato a essere traslato nel 2095. Ma scopre presto che il mondo del futuro è marcio come quello che ha lasciato. Le scariche elettriche del suo controllore, le scopate che gli sono precluse, un lavoro asfissiante in fabbrica… il futuro diventa per lui una prigione senza sbarre. Una via d’uscita, il nostro antieroe, scopre che però è nelle sue possibilità e allora ecco che si fa, lentamente, coinvolgere in qualcosa che è più grande di lui, riguarda la salvezza dell’universo e, forse, della sua anima (Sumatra mi chiede di correggere quest’ultima affermazione. Mi dice che col caxxo che la sua anima si salverà).

Ecco come lo stesso protagonista si presenta ai lettori di Screampunk: “Sono nervoso ed eccitato, un tossico affamato di qualcosa, qualsiasi cosa, ma so di non poter fare chissà che con il gerente alle calcagna. Car mi ha accennato alla possibilità di scollegarmi da quel figlio di puttana per un tot di ore. E Sigis ha nominato una sorta di dark web illegale, oscuro, ombra, dove le identità vanno a puttane e ci si può muovere con disinvoltura a controllo zero. Dice che le autorità conoscono il sistema occulto, ma chiudono un occhio a meno che non sia necessario andare a recuperare dati identificativi di pregiudicati o di gente losca e pericolosa. Ma non è che uno arrivato nel 2095 possa dire ehi, cazzo, fatemi entrare nel dark web di fine secolo. E quanto a quel coglione di Carnaby, io non mi piego alle sue cazzate politiche. Va a finire che per un po’ di micetta mi spediscono nel 2150 e lì, da quello che ho capito, sono cazzi amari”.
Quello di Sumatra è un urlo disperato verso il mondo che lo vuole ingabbiato in un ruolo sociale ben preciso, quello del bravo cittadino, che non si ribella, diventa manovalanza per le multinazionali, non commette peccati e reati, insomma un cittadino modello. Ma lui non ci sta e la sua smania di godersi la vita prende presto il sopravvento. Del resto perché dovrebbe cambiare la sua vita, il suo modo di essere? Ma un urlo, stavolta, di rabbia è quello di Argentina che con questo romanzo vuole dissociarsi da certa letteratura paludata, poco importa che sia mainstream o di genere, dalla narrativa mordi e fuggi, dall’estetica imposta dalla ricerca dei bestsellers, dalle mode imperanti e da quelli che scrivono romanzi pur facendo nella vita (fatti loro, direbbe Sumatra) tutt’altro, vedi gente dello spettacolo, influencer, attori, guru e quant’altro che un giorno si svegliano e, senza arte né parte, pubblicano il “romanzo” e noi dovremmo accettarlo come il “capolavoro” della letteratura italiana.

Stralci dell’intervista:

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Come fare il mondo con le parole | Fantascienza.com


Su Delos265, è comparso questo interessante articolo di Antonino Fazio che indaga la potenza delle parole; vi lascio ad ampi stralci che confermano, se ci pensate bene, la fondatezza creativa della magia.

Un vecchio detto recita “Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”, per rimarcare la differenza tra le parole e i fatti. Una differenza esiste, ma l’idea che il parlare e il fare siano cose diverse e contrapposte non è affatto corretta, perché parlare è un’attività come un’altra. Si parla come si cucina, si legge o si passeggia. Per dirla tutta, parlando si fanno un sacco di cose. Vediamo quali.
Intanto ci sono i verbi “performativi” studiati da John Austin. In Come fare cose con le parole il filosofo britannico spiega che ci sono cose che si fanno parlando. Per esempio, se dico: “Ti maledico”, la maledizione consiste proprio nell’emissione dell’enunciato. Non si tratta, ovviamente, di magia, ma del fatto che alcune azioni si eseguono parlando. Più in generale, in quanto comunicazione il linguaggio consente di eseguire degli atti linguistici che sono di fatto delle azioni. Se dico: “A che ora ci vediamo?”, sto facendo una domanda. In questo caso, l’espressione grammaticale (locuzione) e l’atto linguistico (illocuzione) coincidono. Se invece dico: “Mi passi il sale?”, locuzione e illocuzione sono diverse, perché ti faccio una domanda, ma la mia è una richiesta. Quest’ultima serve per ottenere che tu mi passi il sale, e questo è il suo aspetto perlocutorio, il risultato specifico.
Le parole si usano anche per fare altro, per esempio: recitare una poesia, cantare, rimproverare, adulare, eccetera. Per quale motivo allora ci sembra che dire le cose non è come farle? Se io dico: “Ti rompo la faccia”, la mia frase non equivale a un colpo sul viso, si limita a minacciarlo. La minaccia, però, è un’azione di per sé, un atto linguistico che corrisponde a un gesto aggressivo, anche se non è fisico ma verbale.

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The Shrouds, il film “confessione” di David Cronenberg | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com, nell’ambito di Delos265, una breve intervista a David Cronenberg che ci parla della sua ultima fatica, “The Shrouds”, un occhio davvero unico e privato sulla vita e sul metodo di fare arte del celebre e celebrato regista; un estratto:

“In inglese, la parola shroud designa il velo funerario, ma ha anche altri significati. Può significare coprire e nascondere. La maggior parte dei rituali funebri riguarda proprio l’evitare la realtà della morte e ciò che accade a un corpo. Direi che, nel nostro film, questa è un’inversione della normale funzione di un sudario. Qui serve a rivelare, piuttosto che a celare. Ho scritto questo film mentre affrontavo il dolore per la perdita di mia moglie, scomparsa sette anni fa. Per me è stata un’esplorazione, perché non si trattava solo di un esercizio tecnico, ma anche di un esercizio emotivo”.
Con questa “confessione”, il regista David Cronenberg ha spiegato il suo ultimo film dal titolo The Shrouds – Segreti sepolti. La storia vede come protagonista Karsh, un uomo d’affari molto creativo, rimasto da poco vedovo. Non arrendendosi al fatto di non poter aver più alcun legame con la moglie, l’uomo decide di costruire un dispositivo che permettere di connettersi con i defunti all’interno di un sudario funerario. Quando alcune delle tombe, però, vengono vandalizzate e rovinate, Karsh cerca di indagare su chi sia l’artefice di questo attacco. Questa cosa lo spingerà a rivalutare i suoi affari e la sua vita, compreso il suo matrimonio e la fedeltà alla memoria della sua defunta moglie.

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