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Archivio per Cesare Buttaboni

Ancora vivi | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione di Cesare Buttaboni a una piccola perla che non conoscevo: l’antologia “Ancora vivi”, dedicata al tema della reincarnazione, a cura di Alessio Valsecchi e Gabriele Lattanzio; un estratto:

“Ancora Vivi” è un viaggio in dieci tappe dentro un’idea che inquieta da sempre, ma qui viene spogliata della sua aura mistica per mostrare il suo lato più oscuro. La reincarnazione, in queste pagine, non è una seconda possibilità. È una condanna ciclica, un parassita che si annida tra le pieghe della carne, un ritorno che nessuno ha davvero chiesto. Consigliato a chi ama l’horror che sa essere creativo, inquietante e profondo. Ma attenzione: certi ritorni non lasciano scampo.

Le confessioni di un peccatore eletto | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione, a cura di Cesare Buttaboni, di “Le confessioni di un peccatore eletto”, lavoro di James Hogg edito da Alcatraz; l’incipit:

“Le confessioni di un peccatore eletto”, pubblicato in origine nel 1824 e ora riproposto in una pregevole edizione da Agenzia Alcatraz nella meritoria collana “Bizarre”, è un classico della letteratura gotica bizzarra e fuori dagli schemi, grazie ai suoi cambi di prospettiva e alla notevole miscela di inquietudine, mistero, introspezione psicologica, satira religiosa e messaggio antiautoritario. È un incubo gotico avvolto nel velluto nero del fanatismo religioso, una spirale discendente nella psiche di un uomo che si crede giusto e si scopre mostruoso. È il racconto di un’anima in bilico tra il cielo e l’abisso, tra la grazia divina e la dannazione più oscura. Il romanzo si sviluppa come un mosaico spezzato, in cui la verità si rifrange in schegge di delirio. Da un lato, la cronaca degli eventi raccontata da una voce esterna, dall’altro, le memorie di Robert Wringhim, un uomo convinto di essere tra gli eletti di Dio e dunque sciolto da ogni vincolo morale. La sua coscienza si annulla sotto il peso di un’idea terribile: se è destinato alla salvezza, allora nessuna colpa potrà mai macchiarlo. Il male, allora, si traveste da fede, e il suo cammino si riempie di ombre in agguato. In questo teatro dell’ossessione, si muove una figura inquietante, un doppio che emerge dalla nebbia, un uomo che lo guida e lo seduce, che lo incita alla vendetta e al crimine. È un demone? È la proiezione della sua stessa follia? Hogg non offre risposte definitive, ma lascia il lettore a perdersi nei meandri di questa allucinazione moralista e infernale. Accolto con perplessità per il suo essere troppo iconoclasta e in anticipo sui tempi, il romanzo è oggi considerato tra i migliori esempi di narrativa del perturbante, nonché una delle principali ispirazioni di R. L. Stevenson per il suo romanzo “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”. L’architettura del romanzo è un gioco di specchi deformanti: la narrazione scivola tra il documento e la confessione, tra il reale e l’irreale, evocando un senso di disorientamento che si fa ipnotico. La scrittura di Hogg ha la crudezza di un anatema e il fascino di un requiem sussurrato tra le rovine. È una lingua che arde di visioni febbrili, che si contorce tra il fervore mistico e il terrore puro. Il lettore è trascinato in un gorgo senza appigli, tra persecuzioni notturne e apparizioni spettrali, fino a un finale che è il suggello di una condanna eterna. Questa edizione rappresenta un evento unico: per la prima volta, il romanzo è accompagnato da un ciclo di illustrazioni inedite realizzate da James Hogg, fumettista contemporaneo e omonimo discendente diretto (o forse vera e propria reincarnazione?) dello scrittore scozzese. Un connubio di arte e letteratura che getta nuova luce sulle atmosfere cupe e sulfuree del testo.

Death In June: Nada! – Ver Sacrum


Su VerSacrum una bella recensione di Cesare Buttaboni all’album “Nada!”, dei Death in June, lavoro che è datato 1985; vi lascio ad alcuni stralci:

Ci sono dischi che non appartengono semplicemente a un’epoca, ma sembrano fluttuare nel tempo, sospesi tra il crepuscolo di un passato in rovina e un futuro incerto, inafferrabile. Nada! dei Death in June, pubblicato dalla New European Recordings nel 1985, è uno di questi. mostra Douglas P. e Patrick Leagas (prima che questi uscisse dai Death in June per formare gli esoterici Sixth Comm) sono qui ancora uniti (mentre nel frattempo se ne era uscito Tony Wakeford) sotto l’egida di una visione comune: l’album rappresenta una frattura rispetto al passato e, al contempo, un’inevitabile evoluzione. Per molti fan della band, questo album rappresenta ancora oggi il loro apice creativo, il lavoro che meglio incarna l’estetica e la poetica dei Death in June. Personalmente non si tratta del disco dei Death In June che amo di più ma rimane il primo che ho ascoltato e ne riconosco l’importanza. Se gli esordi della band affondavano le radici in un post-punk contaminato da pulsioni marziali, con Nada! il suono si spoglia delle impetuose asperità post-punk e si cristallizza in un folk apocalittico e decadente a cui non è estraneo il contributo dell’allora amico David Tibet. Fra i membri troviamo anche Richard Butler.

Un’estetica decadente e nichilista, in cui l’iconografia di Nada! è tanto evocativa quanto la sua musica. La copertina, in un bianco e nero sepolcrale, ritrae tre figure di spalle di fronte a un sepolcro, su cui sono disposte una spada, un pugnale e un teschio. La scena sembra quasi un rituale funebre, immerso in un’atmosfera di silenziosa contemplazione e di morte. Questa immagine trasmette perfettamente il senso di ineluttabilità e decadenza che permea l’album. In alto a destra sulla copertina viene inoltre raffigurato (come anche nella inner sleeve e sull’etichetta del disco) il simbolo del Whiplash Hand, una mano guantata e borchiata che stringe una frusta, circondata da un cerchio con un piccolo “6” nell’angolo. Utilizzato dai Death in June sin dall’uscita di “She Said Destroy”, questo simbolo afferente anche l’immaginario BDSM, come dichiarato da Pearce, rappresenta il concetto di controllo, ispirandosi all’espressione britannica “avere la mano a frusta”.

Luigi Musolino: Della donna aracnide – Ver Sacrum


Su VerSacrum la recensione di Cesare Buttaboni a “Della donna aracnide”, di Luigi Musolino, per Zona42; un estratto:

Della donna aracnide non è solo un romanzo che sfiora il soprannaturale, ma un’indagine nel profondo delle relazioni familiari e nella pesantezza emotiva di un passato che imprigiona il presente. Il titolo potrebbe evocare il racconto di Ewers, Il ragno (peraltro citato nel libro), ma Musolino si allontana da ogni forma di mostro mitologico per affrontare un orrore più radicato e intimo. L’orrore che esplora non è esterno, ma interno: è quello che nasce dalla solitudine, dai silenzi e dalle incomprensioni familiari.

Nel 1992, due bambini, Filippo e Martina, si trovano a vivere una quotidianità grigia in una provincia senza sorprese. Tuttavia, l’arrivo di un misterioso baraccone in piazza, la Donna Aracnide, li catapulta in un mondo ben più oscuro di quanto avessero mai immaginato. Serafina, la donna-ragno, non è solo una figura fantastica, ma diventa il simbolo di desideri repressi, di un’inquietudine mai risolta, e di una famiglia che ormai non sa più comunicare.
L’orrore che Musolino dipinge non ha niente a che vedere con creature sovrannaturali, ma con le dinamiche familiari che imprigionano i protagonisti in una rete di frustrazioni e traumi non risolti. La scrittura dell’autore è chiara, incisiva, e riesce a creare una tensione palpabile, dove il vero nemico è la memoria, che riporta alla luce le ferite mai cicatrizzate.

Thru The Leaves: Nocturne – Ver Sacrum


Su VerSacrum una recensione di Cesare Buttaboni a Nocturne, lavoro sonoro di Stefano Bertoli ed Erica Volta, in arte Thru The Leaves; un estratto:

Nocturne di Thru The Leaves è un viaggio in un paesaggio sonoro senza tempo, dove la luce e l’oscurità danzano in un equilibrio perpetuo e misterioso. Erica Volta all’arpa e il live electronics di Stefano Bertoli creano un ambiente sospeso, un mondo in cui la musica scorre come un fiume notturno, carico di sfumature silenziose e di riverberi inquietanti.
Nato in un ritiro montano di due giorni in Val Pellice e registrato successivamente in un’unica sessione, il disco ha una qualità grezza e spontanea che accresce la sua profondità. L’immediatezza della registrazione si fonde perfettamente con l’intento dell’opera: un racconto che oscilla tra il quieto abbraccio della notte e il richiamo inquieto della luna. La dicotomia tra luce e tenebre si manifesta in ogni traccia, creando un ciclo musicale che pare avvolgersi su sé stesso, con un movimento che ricorda l’infinito, ma mai senza fine.
In Nocturne, le influenze ambient vengono ridefinite in maniera coraggiosa, accogliendo elementi che spingono chi ascolta in territori meno familiari. L’uso di tempi spezzati e dilatati costruiscono un’atmosfera ipnotica e sfuggente, un soundscape che si evolve ma non risolve, come se la melodia cercasse qualcosa di irraggiungibile. L’arpa di Erica Volta aggiunge un tocco etereo, contrastando e completando il lavoro elettronico con una delicatezza che ricorda il chiarore lunare: una luce gentile e distante che però non illumina del tutto, lasciando spazio al mistero e all’inquietudine.

Intervista a Daniele Corradi: Oltre il Mondo di Lovecraft, tra Traduzione e Fantastico | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine una bella e corposa intervista di Cesare Buttaboni a Daniele Corradi, cultore delle opere di HP Lovecraft; un estratto:

La tua carriera letteraria abbraccia sia il mondo accademico con saggi e traduzioni di Lovecraft, sia la narrativa con romanzi ispirati al cinema dell’orrore e del fantastico. Come hai bilanciato queste due sfaccettature della tua scrittura e quali sono le sfide e le gratificazioni che hai incontrato nel passare dalla critica accademica alla creazione narrativa?

Sono due modalità (critica e narrativa) presenti in me come in ogni profondo lovecraftiano: mi affascinano le storie in cui i personaggi, oltre ad agire, si trovano a studiare fenomeni che vanno oltre il mondo quotidiano, e spesso questo fronteggiare l’ignoto, questa detection, prende proprio le forme di una indagine filologica: insomma i libri sono i primi a far paura, sono le prime porte cosmiche per derive anti-umane o sovra-umane (ne sa qualcosa il prof Armitage in Dunwich, intento a decifrare il disgustoso manoscritto cifrato di Wilbur…). I due filoni sono perciò fusi insieme: qualche gentile lettore del mio saggio Il linguaggio di Cthulhu mi ha detto che “è un saggio avvincente che si legge come un romanzo”; dall’altra parte, nel romanzo Melita. Signora dei simulacri ho inserito alcune pagine di critica cinematografica sui film del regista Davide Franco (protagonista della narrazione; suoi lavori come The Dead walk! sono ovviamente pseudo-film, alla maniera degli pseudobiblia). Penso di avere una visione enciclopedica, dantesca, della letteratura, per cui tutto si tiene, tutto è collegabile; è quello che ho cercato di fare nel volume CTHULHU (Carcosa Ed. Fantastiche) tessendo una rete di richiami lessicali e sintattici tra le varie parti del libro: il mio racconto inedito Sotto tutto risalendo, la traduzione di Call of Cthulhu di Lovecraft, il lessico lovecraftiano, un saggio junghiano su HPL: tutti si richiamano e riecheggiano nel libro. Per quanto concerne le gratificazioni: sul fronte critico ho avuto tanti bei riconoscimenti (la citazione sul numero di Linus dedicato a HPL, l’inserzione della mia traduzione L’orrore a Red Hook nei 100 Libri che cambiano la vita dello speciale Robinson di Repubblica, o la stima via lettera di Sebastiano Fusco, per esempio); sul fronte narrativo pochi ma buoni: la prefazione di Carlo Pagetti al mio Oltre il mondo. Con amarezza constato invece il totale disinteresse con cui è stato accolto il mio ultimo romanzo sperimentale Contro (2023), forse un’opera troppo azzardata.

Ora ti faccio una domanda scomoda. In “L’orrore a Red Hook – La chiamata di Cthulhu” ti sei cimentato in una nuova traduzione di Lovecraft. Da cosa è nata questa esigenza e come vedi il dibattuto argomento delle traduzioni del Solitario di Providence in Italia? Quali ritieni siano le migliori e le peggiori?

La domanda è scomoda solo se ti rispondo che le traduzioni di Lippi NON sono le migliori in commercio 🙂 Seriamente: l’esigenza è nata, parallelamente al lavoro critico, dal voler dare a Lovecraft ciò che è di Lovecraft, per poterlo leggere in una versione italiana che fosse il più possibile fedele alla sua lingua inglese originaria. L’assunto è: la potenza cosmica e orrifica di HPL risiede non solo nel suo fenomenale e ineguagliato (non da Poe, non da King, non da Ligotti né da nessun altro) immaginario, ma anche nel suo stile; traducendolo infedelmente si rischia di perdere molta di quella potenza. Ho cercato quindi di fornire una versione (per ora dei racconti L’orrore a Red Hook e La chiamata di Cthulhu, per le edizioni Jouvence; sto lavorando a Colour out of space e Dunwich, per cui ho in serbo grandi e credo innovative soluzioni per certe particolarità di quei due testi…) filologicamente fedele. Quando HPL usa i latinismi, li ho rispettati; quando usa 3 aggettivi ne ho lasciati 3; quando il periodo s’appesanta di due relative e due subordinate temporali, ho mantenuto inalterata la pesantezza, e così via. Io ho magari esagerato con la letteralità, complice il mio passato scolastico di traduttore dal greco e dal latino (Fusco mi ha scritto privatamente che traducendo così sembro più simile a una macchina che non a un poeta e che la letteratura è poesia, non filologia: concordo in parte ma fondamentalmente dissento), ma c’è chi ha esagerato con la libertà: il grande Giuseppe Lippi ci ha dato una delle più eleganti traduzioni con i suoi Tutti i racconti, ma Lippi spesso semplifica eccessivamente la sintassi e il lessico lovecraftiani, rendendoceli troppo accessibili e scorrevoli (e, se fosse ancora vivo, si infurierebbe per queste mie parole esplicite, come già si infuriò in passato per alcune mie parole molto più velate; immaginiamolo, indimenticato, mentre ci manda anatemi da una infradimensione, con il suo sorrisetto malefico); con la sua sistemazione cronologica e il lavoro su testi emendati da Joshi (ma spesso appunto traditi), Lippi ci ha dato comunque una delle migliori versioni in commercio…

Alda Teodorani: Tra Horror e Noir, il Cuore Oscuro della Letteratura Italiana | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine una bella intervista di Cesare Buttaboni ad Alda Teodorani, in gran spolvero; uno stralcio:

1. Puoi raccontarci del tuo esordio letterario con il racconto “Non hai capito” e del tuo percorso nel Gruppo 13 insieme a Carlo Lucarelli, Loriano Macchiavelli e Marcello Fois?

La collaborazione con Nero italiano con la pubblicazione di Non hai capito è nata casualmente: avevo inviato i miei racconti alla casa editrice ACME di Francesco Coniglio che tra l’altro pubblicava una rivista di fumetti, Splatter. Fu una delle prime volte che qualcuno dimostrò di apprezzare i miei racconti e da un paio di essi ricavammo sceneggiature per la rivista. Vivevo piuttosto male quei miei primi tentativi, irti di ostacoli, e la ACME divenne per me una fonte di consapevolezza sulle mie qualità. Proprio grazie a questa casa editrice seppi che si stava realizzando un’antologia di racconti noir, inviai il mio che fu subito accettato.
Con la pubblicazione di quel racconto, conobbi altri scrittori. Già conoscevo Carlo Lucarelli, che fu uno dei primi a dimostrare apprezzamento, e peraltro gli procurai il contatto che gli diede modo di pubblicare anche lui nell’antologia Mondadori. Avevo questa idea che si potesse creare una sorta di factory di scrittori (erano gli anni in cui la Transeuropa di Massimo Canalini era molto attiva in quel senso, anche con le antologie curate da Tondelli). Andammo insieme da Loriano Macchiavelli, eravamo entrambi all’inizio, Fois era già amico di Carlo, grazie ai successivi incontri pubblicai racconti su quotidiani, poi conobbi Luigi Bernardi, l’editore del mio primo libro, Giù, nel delirio.

2. Giù, nel delirio, ambientato a Roma, sembra riflettere un’atmosfera urbana degradata. Qual è stata l’ispirazione dietro questo lavoro e come è stata la transizione dalla tua terra d’origine a Roma?

Ho sempre amato l’horror, fin da bambina, e lo amo tuttora. Proprio grazie alla collaborazione con la casa editrice di Francesco Coniglio mi capitò spesso di recarmi a Roma, e di stringere amicizie. Questo mi diede modo di conoscere una parte di essa ben diversa dalla città turistica che avevo visitato in un paio di occasioni: la stazione, i senzatetto, il vortice di tante culture diverse, la gente che si picchia per strada, la decadenza di certi luoghi, fecero poi parte di Giù, nel delirio, ma c’erano anche molti aspetti umani e geografici della mia Romagna. La mia terra ce l’ho nel sangue, e sempre ne farò parte, ma all’inizio degli anni Novanta ero lacerata tra le mie radici e la voglia di andarmene, non tanto per un senso di avventura, quanto perché la nebbia e il freddo che caratterizzano la mia regione uniti all’insofferenza per legami che volevo spezzare e all’insoddisfazione di non poter scrivere, la fatica di un lavoro che mi stava prosciugando fisicamente e moralmente, gettandomi in una grave depressione, mi fecero decidere di svanire, da un giorno all’altro. Nessuno, nemmeno i miei amici più cari, sapeva dov’ero.

Intervista a Maurizio Cometto: uno scrittore da anni in bilico fra weird e fantascienza | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine c’è una bella intervista di Cesare Buttaboni a Maurizio Cometto, autore del romanzo Le leggi dell’ordine etico, uscito per DelosDigital, che sto leggendo e che mi sta dando belle soddisfazioni; un estratto della chiacchierata:

1.Sei un autore poliedrico che ha toccato diversi generi letterari: quali sono le sfide che incontri nel passare da un genere all’altro? Credi che ci sia un filo conduttore che collega le tue opere, indipendentemente dal genere?

R: Ciao Cesare e grazie per questa bella occasione. Ho iniziato con il fantastico puro, ho proseguito con il weird, sono passato al fantasy di formazione e infine sono approdato al distopico dopo una puntata nel mainstream. Qualcuno potrebbe pensare che ho le idee confuse, ma non è così. Semplicemente, mi piace cambiare e sperimentare nuove possibilità. La mia idea è che uno scrittore, qualunque scrittore, tiri fuori il meglio di sé quando tenta strade inedite; viceversa, il fossilizzarsi su generi o territori sicuri porta inevitabilmente al ripetersi e all’inaridire la propria vena creativa. Ci sono delle eccezioni, ma spesso è così. Un filo conduttore tra le mie opere: forse, semplicemente, l’essere non totalmente “allineate” al genere in cui si tenta di classificarle. Poi ci sono temi come la memoria, il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, la ricerca di un significato alle proprie esperienze e al proprio passato, e tanti altri, ma questi li lascerei scoprire ai lettori.

2.Ci puoi parlare de Il costruttore di biciclette, un romanzo che ebbe l’onore di avere l’introduzione di Valerio Evangelisti? Molti lo considerano ancora oggi un libro di culto e una delle tue cose migliori.

R: È un romanzo a cui sono molto affezionato, per vari motivi. Innanzitutto, è il mio primo romanzo pubblicato (avevo esordito con una raccolta di racconti, L’incrinarsi di una persistenza, sempre per le edizioni Il Foglio). In secondo luogo, inaugurò la storica collana “Fantastico e altri orrori” de Il Foglio, e insieme mi fece conoscere l’allora curatore Vincenzo Spasaro, con cui nacque una profonda amicizia che dura ancora adesso. E infine, grazie alla benevolenza del grande e compianto Valerio Evangelisti, che seppe apprezzarlo, mi permise di farmi conoscere a un pubblico di lettori un poco più vasto. In sé questo romanzo contiene molti degli elementi a me più cari, ed è stato un punto di partenza per altre successive esplorazioni. Per certi versi inaugurò il filone cosiddetto “Magnivernese” della mia produzione, cioè quella più weird e più legata alla mia infanzia. Non a caso è stato posto all’inizio di Magniverne, un libro che cerca di mettere un po’ di ordine in quest’area del mio immaginario.

3.Il contesto storico ed economico degli anni 2007-2008, segnati dalla prima crisi economica del secolo, sembra essere un elemento centrale nel romanzo Cambio di stagione, una delle tue opere migliori a mio avviso. Come hai integrato questa situazione di instabilità e precarietà nell’evoluzione del protagonista e nella narrazione complessiva del libro?

R: Mi ha aiutato molto il fatto di viverla in prima persona. Questo libro è figlio diretto di quella crisi economica, i cui effetti, per fortuna non catastrofici, almeno sul piano personale, potei toccare con mano. Si tratta di un libro per certi versi irripetibile, perché, appunto, spuntato fuori dall’unione tra il mio immaginario e certe situazioni di vita lavorativa che mi sono ritrovato ad affrontare. Iniziai scrivendo il racconto Lo smeraldo a porta nuova, cercando di riportare sulla pagina il senso di precarietà e di sfiducia che si respirava allora. Non avevo idea che avrei scritto successivamente altri racconti con gli stessi personaggi, ambientazione e temi. Ma quella vena risultava fervida e urgente, e così uscirono fuori tutti gli altri pezzi, uno dopo l’altro. L’idea di collegare i racconti con un filo conduttore, in modo da farlo diventare una sorta di “romanzo a episodi”, venne dalla discussione con Vincenzo Spasaro, a cui li avevo sottoposti; in quest’ottica revisionai tutti i racconti e scrissi l’atto conclusivo, L’angelo della morte, che scava nella Torino Egizia e ne porta fuori, in fondo, un segno di speranza. Il libro uscì per le edizioni Il Foglio nel 2011, e oggi lo si può leggere anche in formato ebook, essendo uscito per Delos Digital nel 2023. 

 

Intervista a Francesco Corigliano: un viaggio alle radici del Weird | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine c’è l’intervista di Cesare Buttaboni a Francesco Corigliano, autore e saggista weird tra i più quotati; vi lascio ad alcuni brani della chiacchierata:

1.”Malasacra” è finora il tuo libro più importante. Si avverte come un senso si Apocalisse imminente. Hai cercato di trovare una via a una sorta di Sacro capovolto in questi racconti?

Malasacra raccoglie alcuni dei racconti che più mi hanno aiutato a formarmi nel campo del fantastico. L’ispirazione principale resta perlopiù quella lovecraftiana, anche se in alcuni testi ho tentato di trovare una prospettiva diversa, più moderna. Certamente il sacro è un tema centrale di alcuni di quei racconti (come in Sancta Sanctorum e Del male), che poi ho approfondito in storie successive. 
Per me il sacro, inteso soprattutto nell’accezione cattolica, è un argomento che si presta perfettamente alla narrazione fantastica odierna (oltre che essere un punto fondamentale della tradizione letteraria, a cominciare dal gotico). L’idea che il soprannaturale si incarni nel materiale, e che pur diventando concreto non perda la sua qualità metafisica, è un concetto che porta in sé un senso di inquietudine molto vicino alla sensibilità contemporanea. Soprattutto se si immagina che quel sacro abbia una concezione di “giusto” e “sbagliato” diversa da quella comune. In un’epoca che celebra la ricerca del controllo assoluto, la prospettiva che Dio esista e che ce l’abbia con noi può risultare antiquata ma non per questo meno terrificante.

2.Nel racconto “Il dragone del vuoto”, hai descritto il conflitto tra l’antica conoscenza e lo scetticismo moderno. Qual è il messaggio principale che desideravi comunicare attraverso questa allegoria surreale?

Il dragone del vuoto è uno dei racconti di Malascra a cui tengo di più. L’idea di base era quella di giocare con il concetto di “iperoggetto”, descrivendo un’entità che sfidasse I normali approcci conoscitivi. Il Drago è un drago, ma anche una tradizione e una maledizione, una cosa che non si vede ma che pesa sui tetti delle case, che permea un’intera comunità e ne replica i tratti. Per delineare i confini di un ente quasi impercepibile, ho pensato che fosse necessario deformare la prospettiva narrante, e calare il lettore nella mente di qualcuno che sfida l’inconoscibile e che ne è ossessionato. Per affrontare la sua quest lo studioso deve partire dalla conoscenza antica, adattandola in modo nuovo (le pagine che diventano lenti degli occhiali) e confrontandosi direttamente col mostro invisibile. Probabilmente l’intera storia può essere vista come un’allegoria dello studio, della filosofia e anche altro. Direi però che il finale esprime una certa sfiducia epistemologica.

3.In ‘Funerale’, la tua narrazione trasporta il lettore a San Filario, nell’entroterra calabrese, dove una misteriosa confettura sembra determinare non solo la vita e la prosperità degli abitanti, ma anche il loro trapasso. Questo scenario evoca fortemente il folk-horror, con i suoi elementi di oscurità e mistero. Come hai utilizzato l’ambientazione, il tono narrativo e i riferimenti al folk-horror per immergere il lettore negli oscuri riti del Funerale immaginato?

In Funerale ho tentato di rappresentare il punto di vista infantile dinanzi a eventi che sono insieme familiari e minacciosi. La tradizione è rassicurante per gli adulti, ma per arrivare a quel senso di comfort bisogna comunque attraversare un momento di consapevolezza, una soglia che può risultare spaventosa. C’è un primo Natale per tutti, una prima Pasqua e una prima festa del santo patrono. E c’è anche un primo funerale. A San Filario questo cambiamento consiste nel conoscere il mistero che si stende sotto il paese; un mistero il cui orrore viene lenito dal senso della comunità, da volti e sapori conosciuti, e da una fiducia quasi sacrale nella sapienza degli adulti e dei vecchi. Il rito di passaggio della morte coinvolge il defunto, la sua famiglia e l’intero paese, legando tutti in un senso di identità morboso e opprimente, ma che a una bambina può sembrare la cosa più meravigliosa del mondo.
Questa impostazione mi sembrava adatta all’uso della seconda persona singolare, per evocare un tono che fosse insieme di confessione e di comando, un monologo/dialogo interiore infantile.

 

Weird | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione di Cesare Buttaboni alla nuova rivista “Weird”, edita da DagonPress di Pietro Guarriello e che si differenzia dalla sorella “Zothique” per la presenza esclusiva di narrativa e schede degli autori; un estratto:

“Weird” non si limita a proporre solo i racconti: troviamo nel volume anche dettagliate schede biografiche che rivelano le vite oscure e gli strani destini dei loro autori. In questo, la Dagon Press si erge come custode di un patrimonio letterario dimenticato, risvegliando antiche voci nell’eco dei tempi moderni. In conclusione, Weird della Dagon Press è molto più di una semplice rivista: è un portale verso mondi nascosti e realtà alterate, un viaggio attraverso le pieghe dell’ignoto, dove il terrore e la meraviglia si fondono in un’esperienza letteraria unica e indimenticabile. 

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