HyperHouse

NeXT Hyper Obscure

Archivio per BDSM

Completa complessa


L’osare stille di ormonali potenze fino alla completa sottomissione, che può addentrarsi negli interstizi frattali del piacere, fino alla tua complessa sottomissione.

The Police – Wrapped Around Your Finger


“Devil and the deep blue sea behind me
Vanish in the air you’ll never find me
I will turn your face to alabaster
When you’ll find your servant is your master”

Consapevolezze tra Eros e Thanatos


Macchie di consapevolezza sul bordo di una visione perturbata, contorsioni sessuali, estensioni della perversione; Ade e Persefone ed Ecate in un abisso di nero piacere, Eros e Thanatos in fibrillazione emotiva…

Music | POTOCHKINE


Interessante questo progetto dei francesi Potochkine, come si evince dai numerosi brani che sono presenti alla loro pagina; vi lascio a un esempio di essi:

Strange Darling: il serial killer nell’era del “Me Too”


Mario Gazzola sul suo PostHuman recensisce “Strange Darling”, il film di JT Mollner che straccia un po’ tutti i ruoli e cliché che abbiamo sulle violenze operate da un serial killer. Un estratto:

Quel che si può riassumere senza spoilerare è davvero poco: Lei rimorchia quel tonto di Lui per una notte di sesso occasionale in un motel. Essendo i due sconosciuti, Lei si premura di fargli capire che rischio rappresenti sempre l’azzardo di un po’ di divertimento trasgry per una donna: “voi credete che a noi non piaccia, invece ci piace eccome, ma hai idea del pericolo? Mi prometti che tu non sei un serial killer?” (citiamo a memoria il dialogo, potrebbe non essere filologico ma il senso è quello). Però il film si apre proprio con Lei (benché bionda invece che rossa come appare nell’incontro) che scappa a gambe levate in un bosco inseguita dall’energumeno armato di fucile Winchester: allora la promessa era falsa?
Un momento: tornando nel motel, scopriamo che però è stata proprio Lei stessa a richiedere d’essere ammanettata e strangolata per un bel “famolo shtrano” ché è il mio compleanno. Allora chi ha superato i limiti?
Lei si rivela poi anche una vera rompicoglioni, che induce comprensibilmente Lui a seccarsi e ammanettarla di nuovo dandole qualche scapaccione non più per gioco ma per rabbia e reale desiderio di ristabilire i ruoli. Ma quali?
Perché Lei a questa svolta va in brodo di giuggiole, quindi era proprio quel che voleva… però poi invoca la safeword (che nei giochi s/m è il limite convenuto da ambo i partner per non rischiare oltre il desiderato). Quindi il gioco si complica, anche grazie a qualche bustina di polvere bianca: chi davvero ha tradito le regole?

Death In June: Nada! – Ver Sacrum


Su VerSacrum una bella recensione di Cesare Buttaboni all’album “Nada!”, dei Death in June, lavoro che è datato 1985; vi lascio ad alcuni stralci:

Ci sono dischi che non appartengono semplicemente a un’epoca, ma sembrano fluttuare nel tempo, sospesi tra il crepuscolo di un passato in rovina e un futuro incerto, inafferrabile. Nada! dei Death in June, pubblicato dalla New European Recordings nel 1985, è uno di questi. mostra Douglas P. e Patrick Leagas (prima che questi uscisse dai Death in June per formare gli esoterici Sixth Comm) sono qui ancora uniti (mentre nel frattempo se ne era uscito Tony Wakeford) sotto l’egida di una visione comune: l’album rappresenta una frattura rispetto al passato e, al contempo, un’inevitabile evoluzione. Per molti fan della band, questo album rappresenta ancora oggi il loro apice creativo, il lavoro che meglio incarna l’estetica e la poetica dei Death in June. Personalmente non si tratta del disco dei Death In June che amo di più ma rimane il primo che ho ascoltato e ne riconosco l’importanza. Se gli esordi della band affondavano le radici in un post-punk contaminato da pulsioni marziali, con Nada! il suono si spoglia delle impetuose asperità post-punk e si cristallizza in un folk apocalittico e decadente a cui non è estraneo il contributo dell’allora amico David Tibet. Fra i membri troviamo anche Richard Butler.

Un’estetica decadente e nichilista, in cui l’iconografia di Nada! è tanto evocativa quanto la sua musica. La copertina, in un bianco e nero sepolcrale, ritrae tre figure di spalle di fronte a un sepolcro, su cui sono disposte una spada, un pugnale e un teschio. La scena sembra quasi un rituale funebre, immerso in un’atmosfera di silenziosa contemplazione e di morte. Questa immagine trasmette perfettamente il senso di ineluttabilità e decadenza che permea l’album. In alto a destra sulla copertina viene inoltre raffigurato (come anche nella inner sleeve e sull’etichetta del disco) il simbolo del Whiplash Hand, una mano guantata e borchiata che stringe una frusta, circondata da un cerchio con un piccolo “6” nell’angolo. Utilizzato dai Death in June sin dall’uscita di “She Said Destroy”, questo simbolo afferente anche l’immaginario BDSM, come dichiarato da Pearce, rappresenta il concetto di controllo, ispirandosi all’espressione britannica “avere la mano a frusta”.

Torture Garden Italy 2024 Opening Party BY Priscilla Nutshell – Ritual The Club


Su RitualTheClub gallerie di foto – anche qui, qui, qui e qui – che definiscono in qualche insufficiente modo cosa sono le feste del Ritual, del Torture Garden. Enjoy

Ritual Pool Experience – Ritual The Club


Festa a tema “Fetish – BDSM – Bondage – Wax” dal RitualTheClub il 7 luglio, a Bracciano vicino Roma: info sul post. Artwork della locandina di Fabio Timpanaro. Party imperdibile…

Never more


Non sono più interessato ai rapporti. Non tollero più le complicazioni dettate dalle sofisticazioni caratteriali, non voglio più impattare con gli egoismi umani per seguire una regola conviviale pena la solitudine; che sia, allora, questa solitudine emotiva! Che si risolva in un incontro fisico e non spirituale, se quest’ultimo dovesse significare esplorare soltanto il bassamente umano, non le guglie inumane; che le rincorse trascendentali si sfaldino sulla mia pelle e facciano dimenticare ogni dinamica di coppia: non ho più quella coatta determinazione d’ascoltare i faticosi cortocircuiti mentali altrui.
Signora, dove sei? Trovarti, scavarti, scavarsi, assume il senso delle metafisiche? Con quale tramite imponi il destarsi, quand’è notte; attraverso quali segnali mostri le inclinazioni mie, Tue, loro? Princìpi archetipali dell’inumano scaturiti dal didascalico da incarnarsi, ed è qui l’ossimoro che interpreto? Umano che desidera l’inumano attraverso la Tua lente: ma cosa sei, Tu, se ti vedo attraverso il gioco delle dominazioni e sottomissioni?
Signora, amministra la tua stirpe caotica e genera frattali, delibera la libertà, estendi la vibrazione istantanea che sei verso il bisogno interiore; tu umano ascoltati, ascoltaLa, percorri le Sue vibrazioni nella delibera delle scelte.

Mi accorgo che scavando nel principio divino, passo dal didascalico al trovarmi di fronte ai Suoi archetipi, alle dinamiche profonde dei rapporti domsub, tanto da comprendere come io abbia sostanzialmente sempre evitato di rapportarmi con l’altro e di come ora sia stanco d’interpretare la ricerca di un confronto, ma soprattutto di quanto scavare in Lei significhi ribaltare ogni logica percorsa prima, di come ciò assuma il senso della comprensione di sé, di una comunione tra umano e superiore.

 

La Divina – Isabella Santacroce – recensione


Cesare Buttaboni recensisce La Divina, di Isabella Santacroce, nome che riemerge dagli abissi dell’oblio; però, sembra valerne la pena:

“Quando un uomo si innamora di me vorrei tagliargli la gola, vederlo crepare davanti ai miei occhi, dargli fuoco. Il potere di una donna è nel disprezzo”.
Pubblicato per scelta al di là dell’editoria convenzionale, “La Divina” vede la luce grazie alla Desdemona Undicesima Edizioni (la mia è la copia numero 415), conferendo al romanzo un’aura di indipendenza e originalità che si riflette nella sua trama audace e nelle sue tematiche complesse.

Il libro è dedicato a re Ludwig II di Baviera, il monarca considerato pazzo e deposto, che un giorno disse: «Voglio rimanere un eterno enigma, per me e per gli altri». Il riferimento al re Ludwig II di Baviera, il “re dei cigni”, e al suo desiderio di rimanere un enigma irrisolvibile, riflette il tema dell’incognita e del mistero che pervade anche il romanzo. Questa sensazione di essere un enigma universale, un sentimento con cui molti possono identificarsi, si intreccia con la ricerca personale di serenità, una dimensione che sembra sfuggire. La protagonista è Eva, “incantevole e folle, angelo pieno di demoni, regina della perdizione e della purezza, libera di sognare la felicità nell’impossibile”.
Nell’oscurità profonda di “La Divina” di Isabella Santacroce, ci si immerge come in un abisso avvolgente, un mondo intriso di colpa e desiderio, in cui l’eros e il thanatos danzano una danza macabra sotto lo sguardo implacabile della Divina Padrona. Attraverso uno stile colto e decadente, Santacroce ci conduce in un regno sospeso tra il terreno e il divino, in cui la figura della Divina domina sovrana, incarnando un’entità mitica che trascende la carne e l’anima. Sotto il suo regno, il BDSM diviene un rituale sacro, una via per l’estasi religiosa, in cui il dolore e la sottomissione sono vie per il riscatto e la redenzione. In questo labirinto di piaceri e tormenti, la Divina si erge come una Grande Madre, una Dea implacabile che trae potere dal disprezzo e dalla distruzione. Attraverso la sua figura, Santacroce esplora i confini estremi dell’esistenza umana, spingendo il lettore oltre i limiti della sua stessa natura. Tuttavia, dietro la maschera della dominazione e del piacere, si cela una discesa agli abissi dell’anima umana, un viaggio verso l’oscuro nucleo dell’esistenza. Come afferma la protagonista, “la vita è una cosa strana se ci pensi, anche quando splende è ignobile”, eppure è proprio in questa oscurità che si trova il nucleo intoccabile, il mistero insondabile che ci spinge ad andare avanti. Attraverso una prosa incisiva e visionaria, Santacroce ci svela i misteri dell’amore e della morte, mostrandoci la bellezza e la brutalità della condizione umana. “La Divina” non è solo un romanzo sul BDSM, ma un’opera che sfida le convenzioni e le certezze, spingendo il lettore verso l’ignoto, verso le profondità insondabili della propria anima.

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