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Victoria Keddie – Pshal, P’shaw | Neural
[Letto su Neural]
L’Istituto Max Planck per l’Estetica Empirica, situato a Francoforte, è un centro di ricerca scientifica d’eccellenza che si dedica allo studio sistematico dell’esperienza estetica e della maniera in cui le persone percepiscono, elaborano e valutano l’arte e altri stimoli estetici. Le metodologie che questo centro utilizza sono sia di tipo rigorosamente scientifico sia interdisciplinari, al fine di comprendere a fondo, in tutti i loro aspetti, i meccanismi cognitivi, emotivi e neurobiologici alla base delle esperienze estetiche. Proprio dalla collaborazione tra raster-media e l’istituto nasce White Noise, un progetto che in questa sua seconda implementazione vede Victoria Keddie esplorare le dimensioni sonore e cadenzate del linguaggio fonetico, intrecciando e fondendo molteplici modalità – dalla parola scritta alle composizioni sonore, dalle sequenze video all’elaborazione di dati – supportate da algoritmi di apprendimento creati appositamente per questo scopo. Attraverso questa stratificazione di mezzi espressivi, l’artista ci invita a percepire le sottili vibrazioni e i ritmi nascosti che abitano la nostra comunicazione verbale. Il progetto studia il suono degli otto dittonghi dell’inglese americano attraverso registrazioni effettuate con partecipanti di differenti nazionalità. Durante le sessioni di registrazione è stato fondamentale considerare come i suoni fondamentali del linguaggio prendessero forma nella bocca, nella gola e sulla lingua di chi parla, rivelando così quella dimensione fisica e primordiale caratteristica dell’espressione fonetica. Coerentemente a questa impostazione, uno dei maggiori meriti di Victoria Keddie, già co-direttrice per oltre una decade della E.S.P. TV, è stato quello di concentrarsi sull’aspetto parlato del linguaggio e in particolare sulle sue intonazioni oratorie, sulla conversazione e sull’imitazione di specifiche inflessioni, che cambiano a seconda dei contesti e delle emozioni provate. L’opera di Keddie si distingue per la capacità di trasformare elementi fonetici apparentemente banali in un’esperienza artistica immersiva e rivelativa. Traendo ispirazione dall’architetto visionario Hermann Finsterlin, noto per i suoi rendering architettonici speculativi, Pshal P’shaw costruisce un ponte tra la materialità del suono e l’architettura degli spazi fonetici. Questa pubblicazione rappresenta quindi non solo un documento sonoro di valore artistico, ma anche un importante contributo alla comprensione dell’intreccio tra percezione sensoriale, espressione linguistica e identità culturale – temi centrali della nostra ipertrofica contemporaneità.
Il destino di chi scrive
Così, lasciando andare le semplici distanze, ti attieni alle parole che non sanno di nulla e preferisci cullarti con i suoni, e le immagini…
Ductape – Gölgesiz
Tra le ruvide ombre di novembre appena cresciuto.
Il sole tramonta sempre da solo, in silenzio.
In luoghi che non conosci, c’è il mio urlo.
Le tristezze si accumulano.
Mi crollano addosso.
Sulle mie spalle ho fardelli che non conosco.
Sono nato dalle mie ceneri e sono stato nuovamente spazzato via.
Mentre affondavo nelle profondità, mi sono aggrappato al fondo.
La solitudine mi sta consumando.
Il sole tramonta sempre da solo, in silenzio.
Oggi è un giorno senza ombre
Non finisce mai
Io sono una tempesta
Che si abbatte nell’oscurità
Silenziosa e
Senza ombre
Io sono una tempesta
Che si perde nei tuoi occhi
Silenziosa
Senza ombre
Intervista a Daniele Corradi: Oltre il Mondo di Lovecraft, tra Traduzione e Fantastico | HorrorMagazine
Su HorrorMagazine una bella e corposa intervista di Cesare Buttaboni a Daniele Corradi, cultore delle opere di HP Lovecraft; un estratto:
La tua carriera letteraria abbraccia sia il mondo accademico con saggi e traduzioni di Lovecraft, sia la narrativa con romanzi ispirati al cinema dell’orrore e del fantastico. Come hai bilanciato queste due sfaccettature della tua scrittura e quali sono le sfide e le gratificazioni che hai incontrato nel passare dalla critica accademica alla creazione narrativa?
Sono due modalità (critica e narrativa) presenti in me come in ogni profondo lovecraftiano: mi affascinano le storie in cui i personaggi, oltre ad agire, si trovano a studiare fenomeni che vanno oltre il mondo quotidiano, e spesso questo fronteggiare l’ignoto, questa detection, prende proprio le forme di una indagine filologica: insomma i libri sono i primi a far paura, sono le prime porte cosmiche per derive anti-umane o sovra-umane (ne sa qualcosa il prof Armitage in Dunwich, intento a decifrare il disgustoso manoscritto cifrato di Wilbur…). I due filoni sono perciò fusi insieme: qualche gentile lettore del mio saggio Il linguaggio di Cthulhu mi ha detto che “è un saggio avvincente che si legge come un romanzo”; dall’altra parte, nel romanzo Melita. Signora dei simulacri ho inserito alcune pagine di critica cinematografica sui film del regista Davide Franco (protagonista della narrazione; suoi lavori come The Dead walk! sono ovviamente pseudo-film, alla maniera degli pseudobiblia). Penso di avere una visione enciclopedica, dantesca, della letteratura, per cui tutto si tiene, tutto è collegabile; è quello che ho cercato di fare nel volume CTHULHU (Carcosa Ed. Fantastiche) tessendo una rete di richiami lessicali e sintattici tra le varie parti del libro: il mio racconto inedito Sotto tutto risalendo, la traduzione di Call of Cthulhu di Lovecraft, il lessico lovecraftiano, un saggio junghiano su HPL: tutti si richiamano e riecheggiano nel libro. Per quanto concerne le gratificazioni: sul fronte critico ho avuto tanti bei riconoscimenti (la citazione sul numero di Linus dedicato a HPL, l’inserzione della mia traduzione L’orrore a Red Hook nei 100 Libri che cambiano la vita dello speciale Robinson di Repubblica, o la stima via lettera di Sebastiano Fusco, per esempio); sul fronte narrativo pochi ma buoni: la prefazione di Carlo Pagetti al mio Oltre il mondo. Con amarezza constato invece il totale disinteresse con cui è stato accolto il mio ultimo romanzo sperimentale Contro (2023), forse un’opera troppo azzardata.
Ora ti faccio una domanda scomoda. In “L’orrore a Red Hook – La chiamata di Cthulhu” ti sei cimentato in una nuova traduzione di Lovecraft. Da cosa è nata questa esigenza e come vedi il dibattuto argomento delle traduzioni del Solitario di Providence in Italia? Quali ritieni siano le migliori e le peggiori?
La domanda è scomoda solo se ti rispondo che le traduzioni di Lippi NON sono le migliori in commercio 🙂 Seriamente: l’esigenza è nata, parallelamente al lavoro critico, dal voler dare a Lovecraft ciò che è di Lovecraft, per poterlo leggere in una versione italiana che fosse il più possibile fedele alla sua lingua inglese originaria. L’assunto è: la potenza cosmica e orrifica di HPL risiede non solo nel suo fenomenale e ineguagliato (non da Poe, non da King, non da Ligotti né da nessun altro) immaginario, ma anche nel suo stile; traducendolo infedelmente si rischia di perdere molta di quella potenza. Ho cercato quindi di fornire una versione (per ora dei racconti L’orrore a Red Hook e La chiamata di Cthulhu, per le edizioni Jouvence; sto lavorando a Colour out of space e Dunwich, per cui ho in serbo grandi e credo innovative soluzioni per certe particolarità di quei due testi…) filologicamente fedele. Quando HPL usa i latinismi, li ho rispettati; quando usa 3 aggettivi ne ho lasciati 3; quando il periodo s’appesanta di due relative e due subordinate temporali, ho mantenuto inalterata la pesantezza, e così via. Io ho magari esagerato con la letteralità, complice il mio passato scolastico di traduttore dal greco e dal latino (Fusco mi ha scritto privatamente che traducendo così sembro più simile a una macchina che non a un poeta e che la letteratura è poesia, non filologia: concordo in parte ma fondamentalmente dissento), ma c’è chi ha esagerato con la libertà: il grande Giuseppe Lippi ci ha dato una delle più eleganti traduzioni con i suoi Tutti i racconti, ma Lippi spesso semplifica eccessivamente la sintassi e il lessico lovecraftiani, rendendoceli troppo accessibili e scorrevoli (e, se fosse ancora vivo, si infurierebbe per queste mie parole esplicite, come già si infuriò in passato per alcune mie parole molto più velate; immaginiamolo, indimenticato, mentre ci manda anatemi da una infradimensione, con il suo sorrisetto malefico); con la sua sistemazione cronologica e il lavoro su testi emendati da Joshi (ma spesso appunto traditi), Lippi ci ha dato comunque una delle migliori versioni in commercio…
«Riesci a sentirmi?» Interferire, tradurre. Su “Riddance” di Shelley Jackson – Limina | Rivista
Su LiminaRivista una stupenda e profonda, trascendentale recensione a Riddance, romanzo di Shelley Jackson tradotto proprio dalla recensitrice Valentina Maini; un corposo estratto:
Mentre scrivo questo pezzo, sono ammalata di Covid come l’autrice che sto attualmente traducendo. Coincidenza, certo. Che tra autore e traduttore esista una strana simbiosi, una sorta di passaggio di energia a distanza, molto simile alla telepatia o alla possessione, mi è sempre sembrata un’idea troppo romantica e piaciona, almeno prima di tradurre Riddance di Shelley Jackson che sulla comunicazione ultraumana – nel suo caso tra vivi e morti – porta un’argomentazione piuttosto convincente.
Riddance, uscito in una veste grafica che rende perfettamente lo spaesamento che attanaglierà sin da subito il lettore e lo sforzo compositivo che l’autrice lo chiamerà a fare, è un libro letteralmente infestato, e non solo perché parla di fantasmi e di persone morte che si impossessano della voce dei balbuzienti, riuscendo a infiltrarsi nelle loro parole proprio grazie agli spazi vuoti che lasciano tra una sillaba e l’altra. Piuttosto, mentre traducevo, avevo l’impressione che le parole gettassero sulla pagina un’ombra, un’ombra molto lunga, in grado non solo di conferire loro spessore (in questo romanzo le parole hanno un peso specifico impressionante e sembrano al contempo cave al loro interno) ma anche di alternarne il significato, e l’oggetto cui sembravano volersi riferire. Questo oggetto, ad ogni mio tentativo di afferrarlo, mi sfuggiva di mano, o meglio si materializzava altrove.
Appena credevo di averlo compreso, di averlo in un certo senso chiuso, il libro si apriva di nuovo; ero convinta di aver sviscerato una frase in ogni sua componente, di averne assorbito il ritmo, e quella si rendeva incomprensibile, quasi mutasse la lingua in cui era scritta. Il significato che avevo scelto di attribuirle era solo uno tra quelli possibili, il che dava al testo che stavo traducendo tutte le caratteristiche di un caleidoscopio, un apparecchio ottico predisposto a tendermi un inganno, un agguato o una trappola in cui, in un cortocircuito logico piuttosto inquietante, dovevo cadere. E così sono caduta. Molte volte.
Tradire
Lasciando che le istanze maturino il complesso certosino delle parole, fino a renderle autonome, ma traditrici.
La letteratura come devozione – L’INDISCRETO
Come notava Olga Tocarzuck “il nostro problema sta – sembra – nel fatto che non abbiamo ancora narrazioni pronte non solo per il futuro, ma nemmeno per l’oggi concreto, per le trasformazioni ultrarapide del mondo di oggi. Manca il linguaggio, mancano i punti di vista, le metafore, i miti e le nuove favole. Eppure, assistiamo a frequenti tentativi di imbrigliare in immaginari del futuro narrazioni arrugginite e anacronistiche che non possono adattarsi al futuro, senza dubbio partendo dal presupposto che un vecchio qualcosa è meglio di un nuovo niente, o cercando in questo modo di affrontare i limiti dei nostri stessi orizzonti. In una parola, ci mancano nuovi modi di raccontare il mondo. Viviamo in una realtà di narrazioni polifoniche in prima persona e siamo accolti da ogni parte da un rumore polifonico”.
Questo brano mi è saltato agli occhi leggendo questo post su L’Indiscreto, in cui si esamina da un punto di vista “creativo” l’attività dello scrittore. In altre parole, si conferma ciò che penso da tempo: le parole sono una traduzione imperfetta del sensorio umano, non arrivano – e questa è però una mia idea – alla complessità espressiva delle immagini e dei suoni, pur incarnandone una profondità linguistica, semiotica e ideologica altissima.
Significa che parliamo, per riallacciarci all’articolo, di una devozione spuria, approssimativa, basata su una fede vaga per il linguaggio: le parole hanno un senso specifico per un lettore e/o scrittore, e ne hanno altri per qualsiasi altro fruitore o creatore; le regole sintattiche, grammaticali e quant’altro regolano solo in parte l’evocazione umana creata dalla parole, parliamo di una traduzione insomma, in definitiva di un tradimento.
Problemi di traduzione
Scevro da ogni forma di sanità psichica, ti saluto usando il codice alieno del benvenuto ma, per problemi di trasduzione, non sono sicuro tu riesca a comprenderlo nel corretto modo.
Come popcorn…
Uno scontro lasciato evolvere su binari di follia psichica, mentre le parole esplodono di sensi inappropriati.
Sensori tradotti
Un flusso di immagini divengono, a volte, parole da espletare, traduzioni di sensori evoluti che devono riportati alla base di un linguaggio limitato e limitante.


