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Archivio per Occidente

Carmilla on line | Quel malefico Oriente


Su CarmillaOnLine un articolo molto acuto di Paolo Lago che indaga un po’ i motivi della tensione che da sempre esiste tra Oriente e Occidente, sviscerandone un po’ le forze ataviche che vi si nascondo0no dietro.

Per l’immaginario occidentale, l’Oriente ha costantemente rappresentato un’entità malefica e pericolosa, associata al vizio e alla corruzione. È da oriente che sono sempre arrivati i nemici. Per gli antichi greci lo erano i persiani, o comunque i popoli orientali in genere, corrotti ed effeminati. Nelle “Baccanti” di Euripide (fine del V secolo a.C.), il dio Dioniso, tornando a Tebe, per non farsi riconoscere si traveste da misterioso viaggiatore giunto da oriente, accompagnato da un corteo di seguaci vestite di abiti dai colori sgargianti, le Baccanti, e viene prontamente fatto incarcerare dal re Penteo. Per i romani, invece, nemici erano i persiani e gli stessi greci, considerati corruttori della romanità tradizionale. Il conservatore Catone il Censore si oppose al processo di ellenizzazione di Roma facendo espellere diversi filosofi greci. A partire dal 168 a.C., infatti, quando con la battaglia di Pidna Roma sconfisse il Regno di Macedonia annettendo anche la Grecia, cominciarono ad arrivare a Roma molti schiavi greci colti che finivano a fare i precettori dei figli dei nobili romani. Dalla Grecia arrivava inoltre una cultura filosofica e poetica che poteva corrompere gli austeri costumi romani, basati sulla rigidità della disciplina militare. Nel II secolo a.C., al genere della “togata”, la commedia di ambientazione romana, si opponeva la “palliata”, la commedia di argomento greco (da “pallium”, il mantello dei greci), carnevalescamente intrisa di elementi comici e, per certi aspetti, anche sovversivi, portati sulle scene romane dall’estro geniale di Plauto che sapeva creare, ogniqualvolta si rappresentava una sua commedia, una sorta di rovesciamento carnevalesco in cui gli schiavi potevano farsi beffe dei padroni1. L’Oriente corruttore subirà poi una decisiva sconfitta nel 31 a.C. nella battaglia di Farsàlo, in cui Ottaviano (che diventerà Augusto, riformatore della moralità tradizionale) sconfigge Antonio, romano ormai corrotto dai costumi orientaleggianti, e la ‘viziosa’ regina egizia Cleopatra.
E se l’impero romano d’Occidente cadrà travolto dalle popolazioni barbariche giunte ancora una volta dai lembi orientali dell’Europa, la cultura greca prenderà definitivamente il sopravvento trasformando i romani in bizantini, la cui lingua ufficiale non era più il latino ma il greco. L’Oriente rappresenta una minaccia anche per l’Occidente cristiano: adesso sono i “mori”, i musulmani il nemico per eccellenza. I cantari epici medievali raccontano le epiche imprese di Orlando e degli altri cavalieri di Carlo Magno contro gli eserciti saraceni, nuova incarnazione del Male assoluto, il quale compariva sulle coste italiche ed europee anche sotto le vesti di feroci pirati. Verso quel magico e corruttore Oriente, rivestito di mondi fantastici ed utopistici, abitato da favolosi animali da bestiario, nel Medioevo, non muovevano solo i crociati, con le armi, per liberare la Terra Santa preda degli “infedeli” ma anche numerosi mercanti guidati dalle necessità più razionali del commercio. Marco Polo, nel Milione, descriverà questo mondo riconducendolo alla realtà mostrando che tutti quegli animali ‘strani’ che popolano l’Oriente tanto fantastici non sono ma è soltanto l’immaginario europeo ad averli resi tali. Non è un caso, poi, che sia una bellissima principessa musulmana, Angelica, a far innamorare e a fare impazzire molti cavalieri cristiani, fra cui Orlando, nell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto.

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L’influenza del cristianesimo sullo sviluppo del diritto occidentale – L’INDISCRETO


Con la conversione degli imperatori romani al cristianesimo nel quarto secolo, la chiesa si trovò a operare dall’interno della struttura di potere. Era ora di fronte ad una prospettiva del tutto differente sulla questione del rapporto tra diritto e religione. Ci si doveva ormai chiedere se il fatto che l’imperatore aveva abbracciato la fede cristiana comportasse delle conseguenze rispetto al suo ruolo di legislatore. La storia rispose che gli imperatori cristiani di Bisanzio considerarono una propria responsabilità cristiana quella di modificare il diritto, come dissero, «nel senso di una più grande umanità».5 Sotto l’influenza del cristianesimo il diritto romano postclassico riformò il diritto di famiglia. Diede alla moglie una posizione di maggiore eguaglianza giuridica attraverso il requisito del mutuo consenso di entrambi gli sposi per la validità del matrimonio, nonché attraverso un più difficile accesso al divorzio (al tempo ciò rappresentava un passo verso la liberazione delle donne!) e l’abolizione del potere di vita e di morte del padre sui figli. La riforma riguardò anche la schiavitù: fu riconosciuto allo schiavo il diritto di ricorrere ad un magistrato se il padrone abusava dei suoi poteri e persino il diritto alla libertà se il padrone si comportava in modo crudele; vennero così moltiplicati i modi in cui gli schiavi potevano essere «manomessi» e si permise loro di acquisire diritti attraverso legami di parentela con uomini liberi. Fu anche introdotto il concetto di equità nei diritti e nei doveri e venne così temperato il rigore delle prescrizioni generali. La collezione di leggi compilate da Giustiniano e dai suoi successori nel sesto, settimo e ottavo secolo fu così ispirata almeno in parte dalla convinzione che il cristianesimo esigesse una sistematizzazione del diritto onde consentirne l’umanizzazione. Di certo tali riforme non andavano attribuite soltanto al cristianesimo, ma esso diede loro una forte spinta e ne fornì la maggiore giustificazione ideologica. Come la disobbedienza civile, la riforma del diritto nel senso di una maggiore umanità rimane un principio fondamentale del pensiero giuridico cristiano derivato dall’esperienza della chiesa nei primi secoli.Diversamente dagli imperatori bizantini che ereditarono la grande tradizione giuridica della Roma pagana, i governanti dei germani, degli slavi e degli altri popoli europei di quel tempo, tra quinto e decimo secolo, seguivano un regime costituito principalmente da consuetudini primitive tribali e dalla legge del taglione. È ben più che una coincidenza il fatto che i governanti di molti dei maggiori popoli tribali, dall’Inghilterra anglo-sassone alla Russia di Kiev, dopo la loro conversione al cristianesimo abbiano promulgato collezioni scritte di leggi tribali e abbiano introdotto varie riforme, soprattutto in materia di famiglia e schiavitù, di protezione dei poveri e degli oppressi, di proprietà ecclesiastica e diritti del clero.6 Le leggi di Alfredo il Grande (890 dC circa) si aprono con i Dieci Comandamenti e con estratti della legge mosaica. Lo stesso Alfredo il Grande, nella sua rivisitazione delle leggi anglosassoni delle origini, include questi fondamentali principi di giustizia: «giudica con grande equanimità. Non giudicare in un modo per il ricco e in un altro modo per il povero. Non giudicare in un modo per il tuo amico e in un altro modo per il tuo nemico».

Basta questo estratto per definire, e quindi segnalarvi, il post su L’Indiscreto che indaga il rapporto tra cristianesimo e Diritto. Filosofia, morale e Storia che s’intrecciano sul filo dell’Impero Romano d’Oriente, forse la società più sofisticata e a suo modo intrigante che la cultura abbia mai espresso.

Carmilla on line | Quale spazio oggi per il fascismo?


Nel gioco della democrazia liberale l’antifascismo da pratica si è fatto valore morale rientrando negli strumenti discorsivi di una metà della classe dirigente e, in quanto tale, è diventato bersaglio delle crociate culturali della nuova destra impegnata nello smantellamento feroce di ogni tabù che le si ponga come argine. Nel paradossale discorso destrorso l’antifascismo non è una difesa delle libertà e di una parvenza d’egualitarismo, ma un’ipoteca sul diritto d’espressione, il diritto di dire qualsiasi bestialità, di renderla apprezzabile e farne programma politico.
E d’altro canto è proprio una certa spocchia elitaria dei liberali ad aver alimentato una disaffezione non solo dall’antifascismo, ma da un immaginario progressista tout court. Abbandonando ogni velleità di cambiamento per farsi araldi dello status quo, hanno inseguito elettoralmente i competitor di destra sul piano delle politiche con l’illusione di poter mantenere una qualche forma di egemonia culturale slegata da qualsiasi legame sociale. Questa conversione della sinistra in sacerdotessa del liberalismo, incapace di imporre alcuna direzione alternativa, è la prima responsabile della piega involutiva d’Occidente.

Questo è un  estratto della critica su CarmillaOnLine a Fasciocapitalismo, di Mikkel Bolt Rasmussen; illuminanti anche alcuni passaggi successivi, che cercano un po’ di dare un orizzonte alle constatazioni qui sopra espresse:

Rasmussen ha ragione nel dire che non è possibile interpretare il fascismo se non nella sua osmosi alla democrazia del tardocapitalismo, che l’idea di fascismo come sinonimo di ignoranza è demenziale oltre che classista, che è difficile negare i fili neri della storia quando si parla serenamente in TV di deportazioni e si rendono off-limits pezzi di città a determinate categorie sociali. Né si può negare la continuità tra una dimensione sotterranea dell’estrema destra più militante come laboratorio di pensiero e le agende della destra di governo, sempre più difficile da definire moderata. Sbaglia però nel pensare che a esso si possa o debba contrapporre un efficace antifascismo, replicando così lo schema delle guerre culturali da cui vorrebbe smarcarsi.
Se giustamente il fascismo non è una variabile ma un frammento congenito della forma politica del presente allora è l’equazione che bisogna invertire: è questa democrazia formale e vuota di senso, scudo dei peggiori squali, ad essere il problema reale.
L’unica dimensione realmente democratica che l’Occidente abbia mai avuto è stata quella del conflitto tra classi avverse rispettivamente organizzate per farsi valere sulla scena.
L’equilibrio di compromesso che fugava lo spettro delle guerre civili e che abbiamo chiamato stato sociale, fondato sulla costante dialettica del rapporto di forza (e a volerla dir tutta sull’ombra sovietica), poteva essere definito Democrazia; la classe media ipertrofica con il suo accesso al consumo ne è stato il risultato, il segno distintivo e infine l’illusione tradita.

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Lo zen e la Scuola di Kyoto – L’INDISCRETO


Secondo Nishitani, l’Occidente non solo fece l’errore di separare la filosofia dalla religione, ma anche quello di separare la ricerca religiosa da quella scientifica. Perché tutto ciò che riguarda la nostra vita ha, in qualche modo, una dimensione religiosa di ricerca: «Diventiamo consapevoli della religione come bisogno, come vitale necessità, solo quando tutto perde la sua necessità e la sua utilità». Nishitani elaborerà la «posizione della vacuità» e lotterà con il nichilismo e il dubbio radicale, si porrà domande che troveranno ristoro, se non proprio risposte, nello studio della filosofia. Fu lo stesso anche per me, da giovane nichilista qual ero: iniziai a trovare pace e conforto solo nello studio, prima nella filosofia occidentale, poi in quella orientale, fino ad arrivare alla pratica, all’insegnamento dello yoga e infine della mindfulness, quest’ultima una pratica laica e secolare, che volutamente lascia da parte la componente spirituale (come approfondirò più avanti), per permettere a tutti di cominciare a medi tare. Il mio imprinting è cristiano, sono figlia dell’Occidente, mi sono innamorata e appassionata dell’Oriente, e quando ho scoperto la scuola di Kyoto, mi sono sentita per la prima volta meno sola. Continuo a farmi domande e forse me le farò per sempre; ho tanti dubbi, ma è proprio questa mia curiosità a darmi la spinta per continuare a indagare e ad abbracciare il mistero della vita. Si tratta delle grandi domande che riguardano non soltanto qual che sparuto individuo ma l’umanità intera, perché ogni giorno, come c’è scritto ne La religione e il nulla: «È come se un immenso abisso si aprisse sotto i propri piedi, nel bel mezzo della vita ordinaria, un “abisso di nihilum”, cioè il nulla».

Così su L’Indiscreto, parlando di Oriente e Occidente, di filosofia, di meditazioni, di nichilismo, di superamento della condizione umana…

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