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Archivio per USA

Il business della coscienza – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un’interessante ricerca riguardo la cura dell’ansia e il disagio mentale da cui ricavare profitto, ma non solo: si parla anche di come la tecnologia stia percorrendo sentieri adiacenti per un controllo mentale, del pensiero, delle azioni ad ampio spettro, tecnofascismo che riemerge ovunque e che non ha radici recenti.

I governi e le istituzioni concepiscono il rapporto con le sostanze psicotrope in termini perlopiù repressivi: pensano che «la droga» sia una malattia o una forma di delinquenza, e che fare la guerra alle sostanze sia la risposta migliore. Ma le war on drugs ci sono sempre state, e le droghe anche. Non ha molto senso agire sui sintomi; bisognerebbe intervenire alla fonte, cioè nelle forme di vita delle società: intervenire sulla domanda prima che sullo spaccio o la produzione. Finché ci sarà domanda, si troverà un modo di soddisfarla. D’altra parte, è possibile che questa domanda sia legittima, se non legale. Potrebbe essere addirittura una risposta «sana» o razionale a determinate sollecitazioni imposte dal mondo in cui viviamo. L’Occidente contemporaneo – lo stesso che oggi, in certe sue derive destrorse e populiste, vorrebbe reprimere l’uso di sostanze psicoattive non tradizionali – è la società probabilmente più tossicomane e tossicofila che mai sia esistita nella storia umana. Oltre al fatto palese che molte delle molecole più insidiose degli ultimi anni, dai barbiturici agli oppioidi sintetici, sono farmaci «legali» regolarmente prescritti, il numero di dipendenze che attraversano le nostre società, non ultime quelle legate all’uso di tecnologie informatiche, è esorbitante.
Se la nostra è una società patogena, in particolare per quanto riguarda i problemi di salute mentale (di cui si registrano incrementi a dir poco allarmanti ormai da qualche decennio), diffondendo il consumo di molecole psicoattive non si farà molto più che mettere delle pezze individuali su problemi più ampi. Non risolti, questi problemi torneranno a presentarsi sotto nuove forme, forse peggiori. Se il problema è lo stile di vita che una società promuove, allora la questione è politica e culturale, non psicologica. Un discorso a parte riguarda il consumo di queste sostanze in contesti comunitari capaci di costruire orizzonti di senso alternativi come le feste, i rave, certe comunità religiose: ma in tal caso non stiamo più parlando di ambiti propriamente terapeutici [→ Rave].

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Carmilla on line | …e pace in terra agli uomini e alle donne di buona volontà / 4 – Grosso guaio nel Golfo


Sandro Moiso, su CarmillaOnLine, rende omaggio a Sergio Altieri con un brano che lui scrisse più di trent’anni fa e che è di una lucidità, attualità sconvolgente: “L’occhio sotterraneo1, una delle prime prove dell’autore milanese e ormai da lungo tempo introvabile, potrebbe essere considerato il suo capolavoro. Romanzo della catastrofe assoluta, narra di un futuro prossimo (all’epoca ambientato a ridosso del 2000) che si è rapidamente trasformato nel nostro presente, anticipando un devastante conflitto tra Stati Uniti (con i propri alleati arabo-sauditi e israeliani) e Iran”.

Alan D. Altieri alias Sergio Altieri, quest’ultimo il suo vero nome, è stato uno dei più importanti scrittori italiani di genere (action, thriller, science-fiction, poliziesco e altro ancora) degli ultimi quarant’anni e sicuramente uno dei più visionari, forse il più visionario in assoluto. Motivo per cui collaborò spesso con Carmillaonline, da sempre dedita all’esplorazione delle varie forme dell’immaginario critico dell’esistente e diretta da un altro grande visionario della letteratura fantastica, al quale fu da sempre legato da una profonda amicizia: Valerio Evangelisti.
Autore di ben 19 romanzi e di svariate antologie di racconti, le cui trame si svolgono dal tempo della Guerra dei Trent’anni fino a un prossimo e non meglio definito futuro in cui, comunque, a dominare la scena è quasi sempre la guerra, sia essa tra stati, imperi o bande criminali interessate al dominio dei traffici illegali di una megalopoli (spesso Los Angeles), di materie prime, del pianeta nel suo insieme o addirittura delle altre possibili risorse presenti nel cosmo. Cambiano le coordinate spazio-temporali, ma non i moventi e, conseguentemente, le azioni e le distruzioni che ne derivano. Sì, perché la visionarietà catastrofista, la violenza selvaggia ed ineludibile che animano le sue pagine hanno i piedi ben piantati nella realtà che ci circonda e che accompagna da secoli il modo di produzione ancora dominante. Come i fatti di questi giorni dovrebbero rendere ancor più evidente. Nonostante la disattenzione alimentata, a Destra come a Sinistra, da un referendum farlocco che ha funzionato come un’autentica arma di distrazione di massa, usata su entrambi i fronti a difesa dell’ordine vigente.

Ecco l’estratto dal suo romanzo:

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NextStep


USA – and rest of the world – 2036

Minneapolis come laboratorio della post-verità – L’INDISCRETO


In un’epoca in cui diverse narrazioni sono in guerra, la realtà è sopravvalutata: a convincerci è, come sempre, la storia che vogliamo ascoltare.

Questa la chiosa su un articolo dell’Indiscreto che analizza le violenze degne di ben altro regime – ma il discorso qui si farebbe lungo, ne parleremo in a parte – che le forze speciali statunitensi ICE commettono, con orrore e determinazione disumana, nei confronti di chi ritengono immigrati (una colpa colossale, il culmine della diversità che va sempre e comunque condannata, perché il Mercato fiaccato dalla pandemia ha bisogno di ripartire forte, di concentrarsi sugli elementi forti del businness). Un altro estratto, che analizza l’orrore dell’uccisione di Renee Nicole Good:

Il Vicepresidente J.D Vance ha adottato una strategia diversa, affermando, senza alcun fondamento che Good apparteneva a una rete più ampia di attivisti che progettavano “di attaccare, di doxare e di aggredire” le forze dell’ordine federali, criticando i media per aver parlato dell’agente senza empatia e dicendo che Good è morta per la propria ideologia. È a dir poco allarmante se a riscrivere la realtà è un apparato statale, con la consapevolezza che la narrazione “ufficiale” ha un peso ben diverso di qualsiasi prova e testimone. Il sindaco dem di Minneapolis Jacob Frey non ha fatto molti giri di parole, definendo la versione dell’amministrazione “narrazione spazzatura”. “L’Ice dovrebbe “andarsene da Minneapolis”, ha aggiunto.
Chi supporta queste violenze non cambierà idea nemmeno di fronte all’evidenza più lampante, perché, pur se non lo ammetterà esplicitamente, ritiene che queste violenze siano in qualche modo giustificate se la si pensa diversamente da Trump e si fida ciecamente della narrazione dominante che chiama terrorista una madre di 37 anni disarmata che voleva tornare a casa sua.
Ad aumentare la confusione sui social media sono stati alcuni deepfake, indirizzati sia contro la vittima che contro l’agente. Il giornalista del Washington Post Drew Harwell ha pubblicato un video sulle immagini generate dall’intelligenza artificiale (in particolare Grok su X) che rimuovevano la maschera dell’agente dell’ICE Jonathan Ross divenute virali sui social media, prima che fosse identificata la sua vera identità. I generatori di immagini non sono in grado di smascherare le persone, possono infatti solo basarsi su dati del passato già acquisiti, dunque questo genere di utilizzo è privo di senso.
I commentatori politici di Fox News (ma anche di ambienti più moderati, sia in Europa che oltreoceano) che parlavano di nuovo fascismo in riferimento a iniziative definite dittatura del politicamente corretto, adesso spiegano che chi non obbedisce agli agenti mette consapevolmente a rischio la sua vita. Nel mentre i commentatori esaltano l’attacco di Trump al Venezuela e celebrano i manifestanti iraniani contro il sanguinario regime dittatoriale in Iran ergendosi a paladini della libertà, come se le violenze delle autorità iraniane fossero diverse da quelle statunitensi. I diritti umani e la libertà, del resto, valgono solamente in funzione della propria visione geopolitica.
A creare un “clima infame” a Minneapolis, come riassunto da Francesco Marino nella newsletter Culture Wars, ha contribuito anche l’ecosistema mediatico dei creator al servizio dell’estrema destra, che adesso sta amplificando le diffamazioni contro Renee Nicole Good. Lo scorso dicembre, lo youtuber MAGA Nick Shirley pubblica, un video in cui “smaschera” presunte frodi in una serie di asili nido somali a Minneapolis, di cui in realtà FBI erano a conoscenza da anni, ma che in ogni caso diventano la scusa perfetta perfetta per attaccare il governatore del Minnesota Tim Walz, bloccare i fondi federali e inviare migliaia di agenti dell’ICE a Minneapolis.

Carmilla on line | Palestina, colonialismo sionista e capitalismo fossile americano


Su CarmillaOnLine un po’ di recente storia, tanto per capire perché certe dinamiche politiche ed economiche regolano il nostro presente; parliamo di Palestina, Israele, Stati Uniti, liberismo… Fabio Ciabatti recensisce Resisting Erasure. Capital, Imperialism and Race in Palestine, di Adam Hanieh, Robert Knox, Rafeef Ziadah.

Ovviamente gli autori non negano che la Shoah abbiano abbia costituito un fattore decisivo di legittimazione per il progetto sionista. Sottolineano, però, che questo progetto non avrebbe potuto essere coronato da successo in mancanza di una convergenza con gli interessi imperialisti inglesi nel Medio Oriente agli inizi del Novecento. Interessi focalizzati sul controllo del petrolio, in particolare attraverso l’Anglo-Persian Oil Company in Iran (nel 1911 il governo britannico decide di sostituire il carbone con il petrolio come combustibile per la sua flotta navale), e sul controllo del canale di Suez, rotta commerciale che connetteva i mercati europei con l’Est e in particolare con l’India, al tempo baricentro dell’impero britannico. Nel 1916, con l’accordo di Sykes-Picot, Inghilterra e Francia si accordano segretamente per spartirsi i territori dell’Impero Ottomano in vista della sua sconfitta nella Prima guerra mondiale in corso. Nel 1917, con la famigerata dichiarazione di Balfour, gli inglesi danno il via libera alla colonizzazione sionista della Palestina, destinata di lì a poco a diventare un mandato britannico, al fine di costituire una fedele testa di ponte in Medio Oriente in vista della futura indipendenza degli stati arabi.
Dopo la Seconda guerra mondiale, però, lo scenario in questa area geografica cambia radicalmente per effetto dell’intrecciarsi di due diverse dinamiche, come mette in evidenza il testo. In primo luogo il petrolio si afferma come principale fonte di energia per i paesi sviluppati alimentando il boom economico di quegli anni: dal 28% del consumo complessivo di combustibili fossili nel 1950 passa a più della metà alla fine degli anni Sessanta per i paesi più ricchi rappresentati nell’OCSE. Più o meno nello stesso periodo il consumo globale di combustibili fossili raddoppia. A metà degli anni Cinquanta circa il 40% delle risorse accertate di petrolio si trova nel Medio Oriente (soprattutto nei paesi della penisola arabica), un’area che ha anche il vantaggio di trovarsi in prossimità dell’Europa.
Il secondo elemento che cambia lo scenario regionale è l’emergere dell’egemonia statunitense nel quadro della guerra fredda con l’URSS. L’ultimo colpo di coda del colonialismo anglo-francese nell’area è rappresentato dal tentativo nel 1956 di riprendere manu militari, insieme a Israele, il controllo del Canale di Suez, nazionalizzato dal presidente egiziano Nasser, il più importante rappresentante del nazionalismo panarabo. Tentativo bloccato proprio dagli USA (provvisoriamente in accordo con l’URSS) che l’anno successivo formulano la cosiddetta dottrina Eisenhower, implicitamente rivolta contro lo stesso Nasser, dichiarandosi pronti a utilizzare la loro forza militare per difendere l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di ogni nazione del Medio Oriente. Ma è il 1967 a rappresentare il vero momento di svolta che designa Israele come perno di un nuovo sistema di sicurezza egemonizzato dagli Stati Uniti: nella guerra dei sei giorni lo stato sionista ottiene una schiacciante vittoria contro Egitto, Siria e Giordania che gli permette di occupare Cisgiordania, Gaza, alture del Golan e penisola del Sinai (quest’ultima restituita nel 1979 all’Egitto). È un colpo mortale per il nazionalismo panarabo di Nasser la cui maggiore attrattiva, sottolinea il testo, era costituita dal considerare il petrolio come “un inalienabile diritto arabo” in grado di unificare i popoli del Medio Oriente contro l’imperialismo occidentale. Un progetto che trovava supporto popolare in tutta l’area, compresi i paesi che si consolideranno come la seconda gamba dell’egemonia statunitense: l’Arabia Saudita e le piccole monarchie del Golfo.
Il progetto nasseriano, sostenuto dall’URSS, doveva essere sconfitto per consolidare il potere del capitalismo fossile a guida americana e Israele si è prestato a fare il lavoro sporco con la sua potenza militare. Con altri mezzi, ma altrettanto sporchi, era stato sconfitto anche il progetto del premier iraniano Mossadegh, colpevole di aver effettuato la prima nazionalizzazione del petrolio nel Medio Oriente. Un colpo di stato orchestrato da Regno Unito e Stati Uniti nel 1953 fa salire al potere lo Shah Reza Pahlavi, fedele alleato dell’Occidente fino alla rivoluzione del 1979 che si conclude con la fondazione della repubblica islamica guidata dall’ayatollah Khomeini.

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THE FINAL AMERICAN CIVIL WAR | Komplex


Via Equizzi, and more also…

Carmilla on line | Il corollario razzista e imperialista del mito della Frontiera


Su CarmillaOnLine una recensione di Sandro Moiso a I Robinson d’America. Le avventure di una famiglia persa nel gran deserto del West, saggio di David W. Belisle sulle frontiere e su quanto significhi per il colonialismo, razzismo e tutta quella congerie di idee orribili e fasciste, a volte anche naziste, connesse; un estratto:

Sull’importanza della Frontiera nella storia degli Stati Uniti e, soprattutto, per la creazione del mito americano non vi può essere più alcun dubbio. Questo assunto è d’altra parte facilmente verificabile a partire dall’opera di Frederick Turner, intitolata The Frontier in American History pubblicata nel 1953, che raccoglieva una serie di saggi dello stesso autore editi tra il 1920 e il 1947.

«La frontiera non costituisce una linea in cui fermarsi, ma un’area che invita ad entrare».

Originariamente il termine aveva lo stesso significato e in Inghilterra e nel continente europeo e nelle colonie inglesi del Nord-America. Il cambiamento di significato del termine fu determinato dalla consapevolezza che, attorno agli insediamenti coloniali, non c’era un confine rigido e impenetrabile se non sotto la pressione eccezionale di un conflitto bellico; c’era invece spazio aperto e disponibile. La scoperta di questo fatto dava al dinamismo espansionista, che era alla base della creazione delle colonie, nuovo vigore e nuova vitalità. La consapevolezza di trovarsi all’orlo di un continente, che aspettava solo di essere esplorato, conquistato e sfruttato, era travasato nel linguaggio stesso e nel significato traslato che parole come frontier venivano ad assumere. Mitford M. Mathews è in grado di citare esempi di un simile uso del termine che risalgono a prima della fine del ‘6001.

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Carmilla on line | Elogio dell’eccesso / 9 – Oltre il muro del suono: da Louie, Louie all’avanguardia


Su CarmillaOnLine un lungo post di Sandro Moiso che attraversa le sonorità di confine espresse dagli USA in decenni di proliferazione culturale; un estratto:

Sulla carta geografica degli Stati Uniti è possibile tracciare un fitto reticolo di città e località che hanno segnato inconfutabilmente lo sviluppo della musica americana. Dalla musica hillybilly della parte meridionale della catene montuosa degli Appalachi, che si estende per quasi 3.300 chilometri alle spalle della costa atlantica dal fiume San Lorenzo in Canada fino all’Alabama, al blues del delta del Mississippi, passando per città come New Orleans, Los Angeles, San Francisco, Austin, Minneapolis, Detroit, Akron, Chicago, Seattle, Kansas City, Memphis, Saint Louis, Athens, Boston, Nashville non è possibile separare geografia, società e storia dalla musica prodotta in loco e poi riversatasi in concerti, sale da ballo, dischi a 78 giri e microsolco, radio, cd, cassette e Tv, prima degli States e poi, quasi sempre, in seguito in gran parte del mondo, non soltanto occidentale, nel corso del ‘900.
Molte di queste città, come molti lettori già sapranno, saranno rese famose, soprattutto a partire dalla seconda metà del XX secolo, quel cinquantennio che ha fatto parlare, allungandone indebitamente i tempi, di secolo americano, quando la produzione culturale e immateriale statunitense riuscirà ad occupare gran parte dell’immaginario collettivo planetario, grazie allo sviluppo dell’industria cinematografica e alla diffusione su larga scala di nuove musiche giovanili derivanti dal rock’n’roll e dai suoi antenati, il blues e la country music. Musiche paradossalmente originatesi nel cuore del proletariato bianco e nero e della piccola proprietà terriera, spesso passata nelle mani callose dei discendenti degli schiavi o degli immigrati più poveri e disgraziati.

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Liberi tutti! di Rudy Rucker | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione dell’Urania di questo mese: “Liberi tutti!”, del geniale cyberpunker Rudy Rucker:

Benvenuti nella San Francisco del (prossimo?) futuro, in un’America tanto avanzata tecnologicamente quanto politicamente alla deriva. Da otto anni il Paese è nelle mani di Ross Treadle, presidente grottescamente incompetente, sostenuto dalla rete di potere del Top Party e finanziato dal Citadel Club. E che è intenzionato a mettere le mani sulla costituzione per strappare un terzo mandato. Come se non bastasse, corporazioni senza scrupoli traggono profitto dalle macchinazioni del Top Party e sfruttano le lifebox, copie digitali delle coscienze umane, sfruttandole come un esercito di manodopera servile. A opporsi a questo incubo tecno-distopico è un movimento ribelle sotterraneo: i freal, menti libere e disperate che uniscono le forze in una lotta transumanista, a colpi di biotecnologie cyberpunk, telepatia e sabotaggio, nel caos delle elezioni più truccate di sempre.

la NOC mette i dazi del 300% + 100 euro di fisso sulle parole provenienti dagli Stati Uniti – NAZIONE OSCURA CAOTICA


[Letto su NazioneOscura‘s blog]

“Location”, “All inclusive”, “Abstract”, “hipster”, “twittare”, “trollare”, “follow”, “spam”, “tag”, “flag”, “ban”, “lamestream”, “Potgooi”, “bae”, “freegan”, “brian fade”, “pharmacovigilance”, “hot mess”, “janky” sono alcuni esempi di parole che da oggi la NOC tassa con dazi del 300% + 100 eur di fisso. Il fisso è motivato dal fatto che la maggior parte di queste parole ha valore zero, per cui il 300% sarebbe ancora uguale a zero.

ALL'OMBRA DEL MONTE FUJI

Alla scoperta del Giappone in punta di...bacchette

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