Archivio per USA
27 marzo 2025 alle 21:08 · Archiviato in Deliri, Sociale, Storia and tagged: CarmillaOnLine, Cina, Donald Trump, Europa, Guerra, Infection, Liberismo, Luce oscura, Russia, Sandro Moiso, Ucraina, USA
Su CarmillaOnLine un’analisi di Sandro Moiso sullo stato attuale del Capitalismo sfrenato, di come si stia avvitando su se stesso e stia tentando di non divorarsi da solo; un paio di estratti, qui sotto, per far capire il tenore del post:
«Come ci si sente se Trump tratta l’Europa da debole? Come ci si sente se i diritti e la giustizia sono sottomessi al business? Tutto questo lo conoscono bene e da tante tempo i popoli arabi e quelli dell’Africa».
C’è da dire, le posizioni espresse dall’attuale amministrazione americana, dal possibile ritiro dall’impegno militare in Europa e nella Nato fino ai dazi sui prodotti europei e canadesi (oltre che cinesi) e al disconoscimento di organizzazioni internazionali ormai fallimentari come l’ONU o il tribunale penale internazionale dell’Aja o l’estromissione dei maggiori paesi europei da qualsiasi trattativa diplomatica riguardante le sorti dell’Ucraina, non sono, come molta stampa liberaldemocratica vorrebbe far credere, frutto di decisioni improvvise e inaspettate. Piuttosto, invece, sono il frutto obbligato di una crisi dell’Occidente che ha finito, inevitabilmente, col riflettersi nel voto americano, prima, e nel sistema delle alleanze interne allo stesso ordine occidentale, dopo. In fin dei conti la brutalità e la “mancanza di tatto” del presidente statunitense, la nuova ricerca di una nuova condivisione del governo del mondo, successivo al tanto agognato nuovo ordine mondiale ventilato fin dalla caduta del muro, e il rifiuto di coinvolgere ancora l’Europa e i suoi rappresentanti nelle politiche globali, ha almeno un pregio: quello di togliere il velo che nascondeva la finzione insita nelle roboanti dichiarazioni atlantiste e liberali sul ruolo dell’Occidente e di un’Europa sempre più evanescente sulla scena politica mondiale, dell’ONU e degli altri organismi internazionali nel governo democratico del mondo e sulla diffusione di valori e diritti liberali dati per scontati, ma scarsamente condivisi in diverse aree del globo.
22 marzo 2025 alle 19:20 · Archiviato in Cognizioni, Deliri, Futuro, Sociale, Storia and tagged: CarmillaOnLine, Europa, Guerra, Infection, Liberismo, Nico Maccentelli, Russia, USA
Su CarmillaOnLine un passaggio criticopolitico di Nico Maccentelli che sottolinea alcuni passi ideologici non di poco conto, da tenere bene a mente nell’ordalia pericolosissima di queste settimane, vorrei dire, ma in realtà sono solo giorni; un estratto:
È il titolo più appropriato per la prossima kermesse europeista dem, se dopo Michele Serra a Roma, fosse Roberto Vecchioni a organizzare a Milano un raduno guerrafondaio di pacifinti, con tutte le corbellerie tutt’altro che “di sinistra” che ha detto dal palco di piazza del Popolo. Ed è dai tempi di piazza Venezia nel 1941 che non si vedeva un’adunata di questo tipo e per un antico scopo che torna in auge su scala continentale.
No, non “sono solo canzonette”: c’è il nemico e c’è la guerra. Per questo i marchettari artistici e intellettuali del PD e affini sono andati al raduno nazionale del partito hanno risposto alla chiamata: sono la prima linea dei battaglioni atlantisti che hanno il compito di guastatori delle menti già assuefatte dal politically correct. Ossia: imbonire il popolino di sinistra per far passare gli 800 miliardi di lacrime e sangue che subiranno a breve i popoli europei con Rearm Europe. Tagli assassini alla spesa sociale, una gigantesca messa a profitto bellica tra risparmi a capitali di rischio, ETF dei fondi speculativi, facendo degli europei carne da macello che, se non va in trincea è parco buoi del risparmio gestito, massa precaria assolutamente flessibile, in un’emergenza funzionale a imporre ancora una volta il TINA (There Is Not Alternative). Una democrazia del facciamo quello che ci pare. Ma gli intellettuali non avevano la funzione di critici del regime? A questi giullari presenti il 15 marzo in piazza del Popolo mancava solo lo sponsor Leonardo-Stellantis-Repubblica sulla maglietta. I nuovi repubblichini. Sì perché il fascismo oggidì non dobbiamo vederlo con l’orbace e il fez, ma comprendere che la sua funzione di strumento del capitalismo colonialista e imperialista che ha avuto nel secolo scorso, continua assolverla sotto altre vesti, in base alle condizioni storiche e sociali profondamente mutate.
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13 febbraio 2025 alle 20:38 · Archiviato in Cognizioni, Creatività, Empatia, Fantastico, Passato, Recensioni, Storia and tagged: CarmillaOnLine, Cinema, Diego Gabutti, Ennio Morricone, Giulio Perrone Editore, Guido Aristarco, Infection, Liberismo, Luce oscura, Omero, Postmoderno, Sandro Moiso, Sergio Leone, Spaghetti western, USA, Western
Su CarmillaOnLine una rece3nsione di Sandro Moiso a Nel West con Sergio Leone. Dollari, armoniche e pistole a Cinelandia, saggio di Diego Gabutti uscito per Giulio Perrone Editore, “cavalcata” è il caso di dire sul genere western visto dalla sensibilità di Sergio Leone (che poi diventa “spaghetti western”); un estratto:
A partire da C’era una volta il West, il film di Sergio Leone del 1968, Diego Gabutti ci consegna ancora una volta un’opera-mondo, definizione certamente usata a sproposito al giorno d’oggi per troppi romanzi e saggi, ma che serve perfettamente a riassumere il lavoro del saggista e giornalista torinese appena pubblicato da Perrone Editore nella collana Passaggi di dogana.
Come ogni opera realmente degna di questa definizione, a partire dal quarto film western realizzato da Leone, il sintetico saggio di Gabutti mette a fuoco ed esplora, aprendosi a riflessioni che procedono per cerchi concentrici, sia lo storia del cinema western che quella del regista italiano, allargandosi progressivamente a tutto l’immaginario cinematografico, hollywoodiano e non, e pop del secolo appena trascorso, con qualche puntata anche negli anni più recenti, per poi tornare alle origini e al suo centro reale: la novità rappresentata dal regista stesso e dal suo cinema. Cinema innovativo che ha anticipato, si scusi ancora l’utilizzo di un altro termine fin troppo abusato, tutto ciò che è stato definito postmoderno, sia nella letteratura che nell’arte e nel cinema, nei decenni successivi. Un cinema totale, ma non reale o realistico, in cui tutto l’immaginario, popolare e dotto, a partire da Omero fino a Popeye passando per la letteratura picaresca e il vaudeville oppure Tex Willer e John Ford e dalla commedia dell’arte alla commedia all’italiana, ma l’elenco potrebbe continuare all’infinito, è stato riassunto, sintetizzato e magnificamente portato sugli schermi con un successo di pubblico, anche se non sempre di critica, enorme e, probabilmente, mai raggiunto da tutto il cinema italiano precedente e successivo. Con buona pace di tutti gli estimatori, spesso sfegatati e immotivati, del neorealismo.
E proprio su questo punto è giusto sottolineare le pagine autobiografiche in cui l’autore ricorda, con la sua solita ironia, un esame di Storia del cinema sostenuto col vate del realismo “critico” e dell’intellighenzia cinematografica italiana di un tempo ormai lontano: Guido Aristarco. Critico cinematografico e docente universitario, fondatore della rivista “Cinema Nuovo”, esponente della critica materialista e avverso al cinema di Leone, ma i cui dettami della sua idea di cinema sono probabilmente rappresentati ancora oggi da film assolutamente improponibili e inguardabili di molto cinema italiano e da un’erronea concezione di ciò che dovrebbe essere considerato cinema d’autore (con tutte le ambiguità e le pretese intellettualistiche che tale definizione reca con sé). Si parla della fine del West e del western tradizionale allo stesso tempo. Ferrovie, automobili, filo spinato per dividere le proprietà, grande finanza (non le banche che comunque si potevano ancora tranquillamente rapinare fuggendo a cavallo oppure con l’auto come avrebbe fatto la banda Cavallero proprio negli anni della leoniana Trilogia del Dollaro), avevano finito per chiudere definitivamente gli spazi dei cavalieri, degli sceriffi e dei banditi romantici. La ferrovia sarebbe arrivata fino all’Oceano Pacifico finendo di unificare l’unica potenza che si sarebbe potuta affacciare contemporaneamente sui due Oceani maggiori, rendendo meno ”avventuroso” e quindi niente affatto mitico quel «Go West, Young Boy!» da cui la leggenda aveva avuto inizio. Almeno sugli schermi e nella narrativa popolare.
31 gennaio 2025 alle 19:55 · Archiviato in Cognizioni, Recensioni, Sociale and tagged: Aime Cesaire, CarmillaOnLine, Colonialismo, Donald Trump, Fascismo, Infection, Liberismo, Mikkel Bolt Rasmussen, Occidente, USA

Nel gioco della democrazia liberale l’antifascismo da pratica si è fatto valore morale rientrando negli strumenti discorsivi di una metà della classe dirigente e, in quanto tale, è diventato bersaglio delle crociate culturali della nuova destra impegnata nello smantellamento feroce di ogni tabù che le si ponga come argine. Nel paradossale discorso destrorso l’antifascismo non è una difesa delle libertà e di una parvenza d’egualitarismo, ma un’ipoteca sul diritto d’espressione, il diritto di dire qualsiasi bestialità, di renderla apprezzabile e farne programma politico.
E d’altro canto è proprio una certa spocchia elitaria dei liberali ad aver alimentato una disaffezione non solo dall’antifascismo, ma da un immaginario progressista tout court. Abbandonando ogni velleità di cambiamento per farsi araldi dello status quo, hanno inseguito elettoralmente i competitor di destra sul piano delle politiche con l’illusione di poter mantenere una qualche forma di egemonia culturale slegata da qualsiasi legame sociale. Questa conversione della sinistra in sacerdotessa del liberalismo, incapace di imporre alcuna direzione alternativa, è la prima responsabile della piega involutiva d’Occidente.
Questo è un estratto della critica su CarmillaOnLine a Fasciocapitalismo, di Mikkel Bolt Rasmussen; illuminanti anche alcuni passaggi successivi, che cercano un po’ di dare un orizzonte alle constatazioni qui sopra espresse:
Rasmussen ha ragione nel dire che non è possibile interpretare il fascismo se non nella sua osmosi alla democrazia del tardocapitalismo, che l’idea di fascismo come sinonimo di ignoranza è demenziale oltre che classista, che è difficile negare i fili neri della storia quando si parla serenamente in TV di deportazioni e si rendono off-limits pezzi di città a determinate categorie sociali. Né si può negare la continuità tra una dimensione sotterranea dell’estrema destra più militante come laboratorio di pensiero e le agende della destra di governo, sempre più difficile da definire moderata. Sbaglia però nel pensare che a esso si possa o debba contrapporre un efficace antifascismo, replicando così lo schema delle guerre culturali da cui vorrebbe smarcarsi.
Se giustamente il fascismo non è una variabile ma un frammento congenito della forma politica del presente allora è l’equazione che bisogna invertire: è questa democrazia formale e vuota di senso, scudo dei peggiori squali, ad essere il problema reale.
L’unica dimensione realmente democratica che l’Occidente abbia mai avuto è stata quella del conflitto tra classi avverse rispettivamente organizzate per farsi valere sulla scena.
L’equilibrio di compromesso che fugava lo spettro delle guerre civili e che abbiamo chiamato stato sociale, fondato sulla costante dialettica del rapporto di forza (e a volerla dir tutta sull’ombra sovietica), poteva essere definito Democrazia; la classe media ipertrofica con il suo accesso al consumo ne è stato il risultato, il segno distintivo e infine l’illusione tradita.
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22 gennaio 2025 alle 16:27 · Archiviato in Cognizioni, Filosofia, Futuro, Mood, Passato, Sociale and tagged: Bill Gates, Distopia, Donald Trump, Elon Musk, Fascismo, Gabriele D'Annunzio, Infection, Joe Biden, Liberismo, Lukha B. Kremo, Margaret Thatcher, Ronald Reagan, Silvio Berlusconi, USA
Così scrive Lukha B. Kremo in un suo breve editoriale su FB, riguardo l’insediamento del nuovo presidente americano Trump e l’ideologia feroce che si porta appresso, e io non posso non dargli pienamente ragione, considerando che l’andare a braccetto col Mercato significa soltanto dare l’assist al feroce che prima o poi salterà di nuovo fuori, perché il Mercato è sinonimo di feroce, di oppressione, di crudele e non di gioia né di benessere: il Mercato è sinonimo di distopia, e noi ci siamo dentro ben oltre il collo.
Curioso come per giudicare una persona lo si faccia da un tic autistico fatto scimmiottando il gesto praticamente inventato da uno scrittore (l’autistico è Musk, lo scrittore D’Annunzio).
Il nuovo fascismo non si presenterà come lo scempio di quegli assassini sanguinari che si comportavano da buffi guitti macho dall’espressione scimmiesca, non si presenterà con olio di ricino e marcette. Il neofascismo ha già compiuto il suo Ventennio, e si chiama neoliberismo. Musk è solo l’ultimo figlio disabile di una stirpe di persone che parte dalla Thatcher, passa da Reagan, Berlusconi e Gates, tutti pronti a smantellare un sistema, quello democratico, e trasformarlo in un sistema finanziocratico, lo Stato come un’azienda. E tutto questo mentre i comprimari, come Prodi o Biden, fanno la parte del poliziotto buono, senza fermare minimamente il processo.
Non ho bisogno di eja eja alalah per riconoscere il neofascismo. Queste elezioni americane sono storiche solo perché ora questa banda si permette di dire ciò che questo finazismo [sic] vuole, senza più nascondersi dietro bandierine multicolori e scevà.
Qualcuno oggi si è strofinato gli occhi e ha messo a fuoco i personaggi, come John Nada che si mette gli occhiali in Essi vivono. Qualcuno oggi si è accorto che per evitare un nuovo fascismo non bisognava assecondare lo stile di vita consumistico, circondarsi di bisogni indotti, abbonarsi a tutto per il proprio “intrattenimento” (netflix e compagnia cantante), l’acquisto della propria vita a prestito (leggi mutuo).
Avevano già vinto. Ora possono salutare.
Buon risveglio.
7 dicembre 2024 alle 13:11 · Archiviato in Creatività, Notizie, Sociale and tagged: Attività politica, Hardcore, Punk, USA
Su L’Indiscreto un lungo articolo che traccia un po’ la storia e le coordinate del punk hardcore; un estratto:
Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, a Washington nasce un movimento agitato ed eterogeneo denominato harDCcore, che unisce il nome del genere derivato dal punk alla sigla D.C. Suoni, arti visive, etica DIY e battaglie politiche si intrecciano per rivendicare istanze sociali come solidarietà, diritto alla casa e molto altro, in netto contrasto con le politiche del nuovo presidente, che verrà presto accolto in città. Oggi, questo universo è musealizzato nel DC Punk Archive.
Nella Storia del Rock c’è scritto che «l’hardcore riflette più che mai le condizioni politiche, economiche e sociali di una nazione. Per tutti gli anni Ottanta ha infatti rappresentato ciò che negli anni Sessanta furono i folksingers» ovvero «la voce indipendente dall’America. Dalla parte dei poveri e degli emarginati.» La fierezza della rivolta, l’importanza della solidarietà e la maestosità dell’indipendenza. L’hardcore: al di là dei meriti o dei demeriti artistici, un genere istintivo e cerebrale che avrebbe saputo conquistarsi la fama di oppositore massimo dell’establishment e mica è un caso che tra tutti i focolai di hardcore negli USA il più celebre sia stato quello di Washington, forse proprio per la prossimità a quei centri di potere dai quali mi allontano puntando il palazzone di vetro e di ferro con l’acronimo DCPL: District of Columbia Public Library. Ad accogliermi l’ennesimo controllo di sicurezza, anche se con più candore e senso del ritmo. (Porgendo il documento annuisco alla guardia che assicura la pistola nella fondina e «hallo» dico mentre, cominciando a salire le scale, bramo e temo ciò che mi attenderà. Musealizzato e canonizzato, l’hardcore di DC che tutti ha plasmato e a cui tutti un giorno faremo ritorno.)
15 ottobre 2024 alle 13:59 · Archiviato in Creatività, Oscurità, OuterSpace, Passato, Recensioni, SF, Sociale and tagged: Decadenza, Emanuele Manco, Francis Ford Coppola, Impero Romano, Megalopolis, Movie, Trailer, USA, Video
Coppola costruisce un mondo alternativo, simile al nostro ma divergente nella misura in cui racconta di New Rome, città della costa est degli Stati Uniti che reitera le dinamiche dell’antica Roma repubblicana. In questa città Catilina è un architetto che vorrebbe costruire una utopia ipertecnologica, Megalopolis, una città che dia benessere e un adeguato stile di vita a tutti. Cesare ha come antagonista un sindaco conservatore, Franklyn Cicero, ma anche nella sua stessa famiglia si nascondono nemici, pronti anche a sobillare le masse con argomenti populisti, come il cugino Clodio.
Al tema della ricerca dell’utopia, della lotta contro i nuovi conservatori e i populisti, la trama mescola la gestione del potere e la responsabilità che ne segue. Catilina infatti ha il potere di fermare il tempo, ma per fortuna (o sfortuna penserebbero in molti) non lo vuole usare come facile via per i suoi scopi, a rischio di soccombere. Ma forse l’amore di Julia, figlia di Cicero, sarà una forza propulsiva e unificante, che aiuterà Cesar a realizzare il suo sogno.
Coppola cita Metropolis, il noir, tutto il suo cinema, dalle visioni cupe a quelle più luminose e speranzose. Gioca con i generi, con una prevalenza fantascientifica data dal contenitore generale e da quegli elementi, come il potere di fermare il tempo, e il Megalon, un materiale scoperte di Catilina dalle potenzialità infinite.
Questo è il plot del nuovo film di Francis Ford Coppola, Megalopolis; Emanuele Manco lo analizza e ne dà il responso, lasciandoci col fiato sospeso se la sontuosità possa dare il senso di un passato reso lustrini e glamour decadente.
8 settembre 2024 alle 23:16 · Archiviato in Cognizioni, Creatività, Editoria, Experimental, Futuro, InnerSpace, Letteratura, OuterSpace, Passato, SF, Surrealtà and tagged: Abramo Lincoln, Adolf Hitler, Armenia, Benito Mussolini, Crononauta, Delos, Donald Trump, Ettore Maiorana, Franco Piccinini, Giuseppe Garibaldi, Pierfrancesco Prosperi, Ridefinizioni alternative, Robert Silverberg, Segretissimo, Ucronia, USA
Su Delos259 trovo un articolo taggato Fantascienza. com dedicato ai deliri di marca USA in cui riconosco alcune cose – a livello di suggestione – che ho scritto anche in anni lontanissimi, senza che avessi sentore degli illustri autori che ne avevano già tratteggiato i memi; un estratto:
Il recentissimo attentato a Donald Trump mi ha fatto ricordare un saggio di qualche anno fa, che raccontava tutte le volte che un presidente degli Stati Uniti è stato oggetto di attentati, riusciti e no. Il libro è stato pubblicato da Armenia nel 1980, in una collana dedicata all’insolito, che parlava di archeologia misteriosa, ufologia, cartomanzia, pratiche medianiche e via discorrendo. Questa scelta ha penalizzato il libro, che meritava ben altra considerazione: si vede che ai tempi l’editore non aveva a disposizione un’altra collana dove collocarlo. Si intitola La serie maledetta (Armenia ed., 1980) ed è stato scritto da Pierfrancesco Prosperi. Architetto, grande appassionato di storia, Prosperi è uno scrittore che opera fin dagli anni Sessanta e nel corso di una lunghissima carriera ha prodotto racconti, saggi, articoli, testi di divulgazione scientifica, romanzi e sceneggiature per fumetti (per esempio per conto di Mondadori sceneggiava Topolino). Ha spaziato tra i generi più vari: dalla fantascienza al fantastico, dal poliziesco allo spionaggio. Recentemente ha raggiunto il successo la sua serie dedicata all’agente italiano dei servizi segreti Leone, pubblicata regolarmente su Segretissimo. Il genere da lui preferito sembra essere l’ucronia, dove la sua preparazione di storico dilettante ha modo di emergere in pieno. Che cosa sarebbe successo se Hitler non fosse morto? E se Mussolini non fosse entrato in guerra? E se dopo l’assedio di Vienna l’Impero Ottomano avesse conquistato l’occidente e imposto a tutti la religione islamica? E se la Jihad Islamica non fosse stata fermata? E se Ettore Maiorana non fosse scomparso? E se Garibaldi avesse accettato l’invito di Lincoln a schierarsi con l’esercito dell’Unione? Sono tutte domande a cui troverete la risposta nei suoi romanzi. Tra gli autori che conosco Prosperi è uno dei più qualificati a trattare il tema degli attentati ai presidenti USA. Solo diversi anni più tardi, lo scrittore americano Robert Silverberg (anche lui appassionato di storia e archeologia) ha scritto un libro sullo stesso argomento, ottenendo un grande successo, superiore a quello di molti suoi romanzi. Le idee politiche e il tipo di cultura di Prosperi sono lontanissime dalle mie, tuttavia gli riconosco una grande preparazione e competenza, oltre che la bravura di scrittore, tant’è che ho avuto l’onore di scrivere la prefazione a uno dei suoi libri (con il piccolo saggio Canoe, Conestoga e Cosmonavi, incluso nel romanzo del 2016 I figli della Galassia). Purtroppo La serie maledetta non è più ristampato da molti anni. Credo che esista ancora una versione in e-book di un altro editore risalente al 2012, ma forse gli ultimi avvenimenti potrebbero spingere l’editoria a recuperare quel saggio e magari invogliare l’autore ad aggiornarlo.
In effetti la domanda posta dal libro è di quelle intriganti, anche se non potrà avere una risposta certa: «ogni vent’anni, inevitabilmente, il presidente degli Stati Uniti muore in carica – perché?».
Manoscritto trovato in una macchina del tempo abbandonata (MS Found in an Abandoned Time Machine, 1973) di Robert Silverberg (ricordo un mio racconto antichissimo in cui il titolo era su queste frequenze, e l’autore risuona con me anche nelle suggestioni su Costantinopoli).
È un attacco feroce a un sistema che ancora perdura, condotto da un autore storicamente molto preparato e di solito molto più moderato nelle sue convinzioni. In questa storia, un crononauta torna agli anni Sessanta e si rende conto che tutti i grandi omicidi politici hanno “stranamente” caratteristiche comuni: un assassino apparentemente isolato e dalla mente instabile, un’uccisione sotto gli occhi di tutti senza che nessuno intervenga, l’eliminazione “mirata” di chi stava cercando di apportare grandi cambiamenti. Già, perché nello stesso decennio le vittime non sono solo John e Robert Kennedy, ma anche Martin Luther King, Malcom X, i capi della rivolta dei Sioux Oglala del 1973 e così via.
27 luglio 2024 alle 12:22 · Archiviato in Creatività, Letteratura, Oscurità, SF and tagged: Delos, Franco Piccinini, Nazismo, P.K. Dick, Preveggenze, USA
Su Fantascienza.com l’editoriale di Franco Piccinini per Delos258 verte su “I simulacri” di PK Dick, sulle sue preveggenze politiche USA che potrebbero essere realtà in questo scorcio storico:
I simulacri (The Simulacra) è un romanzo di fantascienza dello scrittore statunitense Philip K. Dick pubblicato nel 1964, che appartiene al periodo più fecondo dell’autore (indicativamente dal 1960 al 1966/67). Si tratta di un romanzo corale, in cui non si riesce a individuare un protagonista, mentre invece una lunga serie di personaggi si muove fra complotti di stato, lotte di potere fra corporazioni e conflitti sociali fra élite e massa. Il romanzo è ambientato nel XXI secolo, quando secondo Dick ci saranno degli ipotetici “Stati Uniti d’Europa e America”, governati dal partito unico Democratico-Repubblicano. Gli USEA (Stati Uniti d’America e d’Europa) sono nati dalla fusione di USA e Germania Ovest durante la guerra fredda. Ufficialmente a governare è il presidente, un uomo molto anziano del quale non si pronuncia mai il nome. È noto solo come Der Alte (il Vecchio, in tedesco). In realtà costui pronuncia solo dei vuoti discorsi televisivi, mentre il vero motore del potere è la giovane First Lady Nicole Thibodeaux (figura nella quale non è difficile indovinare i tratti di Jacqueline Bouvier – Kennedy, che Dick non ha mai amato). Ben presto emerge che Der Alte non è un essere umano molto vecchio ma solo un simulacro, un androide etero diretto, che viene periodicamente sostituito. Mentre i governanti tramano per decidere il cambio del Presidente, si scatena la spietata concorrenza delle industrie che costruiscono i simulacri stessi (la grande multinazionale Karp e la piccola azienda familiare Frauenzimmer). Intanto le piazze sono agitate dalle manifestazioni di un movimento giovanile para-nazista chiamato “I Figli di Giobbe”, diretto dalle oscure macchinazioni di Bertold Goltz, giovane ebreo tedesco, che si oppone al governo ma non è chiaro per quali motivi.
Nel frattempo assistiamo alla progressiva distruzione della psiche del pianista telecinetico Kongrosian, che è capace di suonare le più belle melodie di Schumann al pianoforte senza toccare la tastiera, ma è affetto da schizofrenia. Richard Kongrosian non può più curarsi dal suo psicanalista, il dottor Egon Superb (nomen omen!), dato che psicologi e psicanalisti sono stati messi fuorilegge, su pressione delle industrie farmaceutiche come AG Chemie, che vogliono usare esclusivamente i loro medicinali per le cure psichiatriche.
La situazione precipita quando, nel tentativo di consolidare la struttura di questa società futura, la first lady progetta di portare il gerarca nazista Hermann Göring nel presente, grazie a una macchina del tempo, per trattare con lui la salvezza degli ebrei deportati nei lager. In cambio gli offrirebbe armi sofisticate del futuro, che assicurerebbero la vittoria dei nazisti. Le varie trame s’incrociano in una successione di colpi di scena e rivelazioni, che culminano in una catastrofe finale, con lo scoppio di una guerra civile che porta gli USEA sull’orlo della distruzione. Il finale però rimane aperto, come spesso nei romanzi di Dick.
Dunque ricapitoliamo: c’è un vecchio presidente che non sa fare niente, un burattino a cui tirano i fili; ci sono aziende multinazionali più potenti dei governi; ci sono gli Stati Uniti d’Europa ormai inglobati negli Stati Uniti d’America; ci sono movimenti neonazisti che dilagano; c’è il tentativo di riscrivere la Storia (concretamente, con il viaggio nel tempo, e non rimaneggiando i libri come in 1984); ci sono nuovi farmaci psichiatrici che rivoluzionano il concetto di cura dei disturbi mentali: siamo sicuri di essere nel 1964 e non nel 2024?
15 luglio 2024 alle 13:30 · Archiviato in Creatività, eBook, Letteratura, Oscurità, Weird and tagged: Claudio Foti, Delos Books, Innsmouth, Luce oscura, Luigi Pachì, USA, Western
Su FantasyMagazine la segnalazione di “Il Lascito di Stella Caduta”, racconto di Claudio Foti uscito per la collana weird di DelosDigital, durata da Luigi Pachì. La quarta:
1876: cosa si nasconde dietro la battaglia di Little Big Horn? Cavallo Pazzo affronterà e sconfiggerà le ancestrali divinità dei nativi americani prima della disfatta di Custer ma a quale prezzo? Chi o che cosa popola il fiume delle Black Hills?