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Carmilla on line | …e pace in terra agli uomini e alle donne di buona volontà / 4 – Grosso guaio nel Golfo


Sandro Moiso, su CarmillaOnLine, rende omaggio a Sergio Altieri con un brano che lui scrisse più di trent’anni fa e che è di una lucidità, attualità sconvolgente: “L’occhio sotterraneo1, una delle prime prove dell’autore milanese e ormai da lungo tempo introvabile, potrebbe essere considerato il suo capolavoro. Romanzo della catastrofe assoluta, narra di un futuro prossimo (all’epoca ambientato a ridosso del 2000) che si è rapidamente trasformato nel nostro presente, anticipando un devastante conflitto tra Stati Uniti (con i propri alleati arabo-sauditi e israeliani) e Iran”.

Alan D. Altieri alias Sergio Altieri, quest’ultimo il suo vero nome, è stato uno dei più importanti scrittori italiani di genere (action, thriller, science-fiction, poliziesco e altro ancora) degli ultimi quarant’anni e sicuramente uno dei più visionari, forse il più visionario in assoluto. Motivo per cui collaborò spesso con Carmillaonline, da sempre dedita all’esplorazione delle varie forme dell’immaginario critico dell’esistente e diretta da un altro grande visionario della letteratura fantastica, al quale fu da sempre legato da una profonda amicizia: Valerio Evangelisti.
Autore di ben 19 romanzi e di svariate antologie di racconti, le cui trame si svolgono dal tempo della Guerra dei Trent’anni fino a un prossimo e non meglio definito futuro in cui, comunque, a dominare la scena è quasi sempre la guerra, sia essa tra stati, imperi o bande criminali interessate al dominio dei traffici illegali di una megalopoli (spesso Los Angeles), di materie prime, del pianeta nel suo insieme o addirittura delle altre possibili risorse presenti nel cosmo. Cambiano le coordinate spazio-temporali, ma non i moventi e, conseguentemente, le azioni e le distruzioni che ne derivano. Sì, perché la visionarietà catastrofista, la violenza selvaggia ed ineludibile che animano le sue pagine hanno i piedi ben piantati nella realtà che ci circonda e che accompagna da secoli il modo di produzione ancora dominante. Come i fatti di questi giorni dovrebbero rendere ancor più evidente. Nonostante la disattenzione alimentata, a Destra come a Sinistra, da un referendum farlocco che ha funzionato come un’autentica arma di distrazione di massa, usata su entrambi i fronti a difesa dell’ordine vigente.

Ecco l’estratto dal suo romanzo:

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Carmilla on line | Palestina, colonialismo sionista e capitalismo fossile americano


Su CarmillaOnLine un po’ di recente storia, tanto per capire perché certe dinamiche politiche ed economiche regolano il nostro presente; parliamo di Palestina, Israele, Stati Uniti, liberismo… Fabio Ciabatti recensisce Resisting Erasure. Capital, Imperialism and Race in Palestine, di Adam Hanieh, Robert Knox, Rafeef Ziadah.

Ovviamente gli autori non negano che la Shoah abbiano abbia costituito un fattore decisivo di legittimazione per il progetto sionista. Sottolineano, però, che questo progetto non avrebbe potuto essere coronato da successo in mancanza di una convergenza con gli interessi imperialisti inglesi nel Medio Oriente agli inizi del Novecento. Interessi focalizzati sul controllo del petrolio, in particolare attraverso l’Anglo-Persian Oil Company in Iran (nel 1911 il governo britannico decide di sostituire il carbone con il petrolio come combustibile per la sua flotta navale), e sul controllo del canale di Suez, rotta commerciale che connetteva i mercati europei con l’Est e in particolare con l’India, al tempo baricentro dell’impero britannico. Nel 1916, con l’accordo di Sykes-Picot, Inghilterra e Francia si accordano segretamente per spartirsi i territori dell’Impero Ottomano in vista della sua sconfitta nella Prima guerra mondiale in corso. Nel 1917, con la famigerata dichiarazione di Balfour, gli inglesi danno il via libera alla colonizzazione sionista della Palestina, destinata di lì a poco a diventare un mandato britannico, al fine di costituire una fedele testa di ponte in Medio Oriente in vista della futura indipendenza degli stati arabi.
Dopo la Seconda guerra mondiale, però, lo scenario in questa area geografica cambia radicalmente per effetto dell’intrecciarsi di due diverse dinamiche, come mette in evidenza il testo. In primo luogo il petrolio si afferma come principale fonte di energia per i paesi sviluppati alimentando il boom economico di quegli anni: dal 28% del consumo complessivo di combustibili fossili nel 1950 passa a più della metà alla fine degli anni Sessanta per i paesi più ricchi rappresentati nell’OCSE. Più o meno nello stesso periodo il consumo globale di combustibili fossili raddoppia. A metà degli anni Cinquanta circa il 40% delle risorse accertate di petrolio si trova nel Medio Oriente (soprattutto nei paesi della penisola arabica), un’area che ha anche il vantaggio di trovarsi in prossimità dell’Europa.
Il secondo elemento che cambia lo scenario regionale è l’emergere dell’egemonia statunitense nel quadro della guerra fredda con l’URSS. L’ultimo colpo di coda del colonialismo anglo-francese nell’area è rappresentato dal tentativo nel 1956 di riprendere manu militari, insieme a Israele, il controllo del Canale di Suez, nazionalizzato dal presidente egiziano Nasser, il più importante rappresentante del nazionalismo panarabo. Tentativo bloccato proprio dagli USA (provvisoriamente in accordo con l’URSS) che l’anno successivo formulano la cosiddetta dottrina Eisenhower, implicitamente rivolta contro lo stesso Nasser, dichiarandosi pronti a utilizzare la loro forza militare per difendere l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di ogni nazione del Medio Oriente. Ma è il 1967 a rappresentare il vero momento di svolta che designa Israele come perno di un nuovo sistema di sicurezza egemonizzato dagli Stati Uniti: nella guerra dei sei giorni lo stato sionista ottiene una schiacciante vittoria contro Egitto, Siria e Giordania che gli permette di occupare Cisgiordania, Gaza, alture del Golan e penisola del Sinai (quest’ultima restituita nel 1979 all’Egitto). È un colpo mortale per il nazionalismo panarabo di Nasser la cui maggiore attrattiva, sottolinea il testo, era costituita dal considerare il petrolio come “un inalienabile diritto arabo” in grado di unificare i popoli del Medio Oriente contro l’imperialismo occidentale. Un progetto che trovava supporto popolare in tutta l’area, compresi i paesi che si consolideranno come la seconda gamba dell’egemonia statunitense: l’Arabia Saudita e le piccole monarchie del Golfo.
Il progetto nasseriano, sostenuto dall’URSS, doveva essere sconfitto per consolidare il potere del capitalismo fossile a guida americana e Israele si è prestato a fare il lavoro sporco con la sua potenza militare. Con altri mezzi, ma altrettanto sporchi, era stato sconfitto anche il progetto del premier iraniano Mossadegh, colpevole di aver effettuato la prima nazionalizzazione del petrolio nel Medio Oriente. Un colpo di stato orchestrato da Regno Unito e Stati Uniti nel 1953 fa salire al potere lo Shah Reza Pahlavi, fedele alleato dell’Occidente fino alla rivoluzione del 1979 che si conclude con la fondazione della repubblica islamica guidata dall’ayatollah Khomeini.

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Arash Akbari – Amnestic Continuum | Neural


[Letto su Neural]

“Affinché le macchine intelligenti funzionino, dobbiamo ridurre il mondo in insiemi di dati numerici che sostengono i database e le operazioni algoritmiche”, così argomenta Arash Akbari che in maniera apodittica e schierata completa il suo pensiero sottolineando in che modo quello che viene dimenticato in questo processo sia il mondo stesso. “Diventiamo semplicemente valori quantitativi in un tempo e in un luogo specifici” e conseguentemente “le storie e le vite dimenticate vengono aggiunte ai set di dati come numeri inerti”. Accompagnato da un libro in formato pdf di 32 pagine, con immagini dello stesso Arash Akbari e poesie di Christopher Doherty-Ingram, Amnestic Continuum s’imprime nelle forme d’un raffinato e critico progetto multidisciplinare che utilizza la sonificazione e la visualizzazione dei dati, nonché la letteratura, per analizzare gli effetti esterni nascosti della crescente egemonia del calcolo e dell’automazione nella società contemporanea. Arash Akbar, artista transdisciplinare iraniano, non è nuovo alla commistione di sistemi artistici dinamici e il suo sforzo è quello di mantenere una certa coesistenza tra mondo fisico e digitale, coniugando alla comprensione dei fatti sociali uno sguardo più emotivo e partecipe, occupandosi al tempo stesso di processi computazionali e vita reale, creando una sorta di sensibilità al contesto e ai soggetti dietro queste sequenze di numeri. L’effetto all’ascolto è subito quello d’un elettronica molto elegante e rarefatta, basata fondamentalmente su droni ma ancora delicata e ricca d’interpretazioni poetiche. Le sonorità messe in campo possiedono una loro bellezza e coerenza, che prescindono dai procedimenti e dalle tecniche di sound design adottate, tali – insomma – da poter essere apprezzate anche senza nessun sovrappiù informatico-filosofico. Ogni traccia – e questo è prodigioso – nasconde però dei dati precisi, a testimonianza d’accadimenti di varia natura, in una sorta di realismo cibernetico, che è anche un ispirato meta-intreccio, inquieto e un po’ paradossale, dove entrano in ballo perfino indicatori di povertà e disuguaglianza, set dettagliati d’informazioni sugli eventi di disordine e violenza nelle grandi città, oppure valori percentuali sulle emissioni cumulative d’anidride carbonica in una specifica area geografica, per non parlare poi del numero totale di morti confermate per attacchi terroristici, comprese tutte le vittime e gli aggressori. Si è travolti da mille stimoli e ci si apre un orizzonte ben differente da quello che di solito noi occidentali possiamo pensare dell’arte, della cultura e dell’attivismo nel mondo islamico, che per quest’artista sono un tutt’uno di rara potenza ed espressività.

Discronie di antichi


Le vestigia di un passato esotico e alieno continuano a tempestare la mia percezione del tempo, mostrando lievi discronie in cui trovano posto antichi in vita.

Subway, dancer in the dark | Neural


[Letto su Neural.it]

L’Iran oggi non promuove alcuna forma di cultura occidentale e deve rispettare i rigidi dettami religiosi islamici: è vietato bere alcolici, è vietato avere rapporti sessuali prima del matrimonio, è vietato ballare in pubblico… e per le donne queste regole e le restrizioni si moltiplicano. Anche se non è stato sempre possibile cambiare le leggi, è spesso possibile trovare modi per mantenere vivo il desiderio di cambiamento anche a miglia di distanza, tra i paesi e le persone che sono apparentemente molto diverse. Subway è stato creato per questo scopo. Un progetto di collaborazione che utilizza i media digitali e i dispositivi mobili in modo creativo, Subway, ha avviato un dialogo a distanza che ha permesso a molti iraniani di fare piccoli gesti di resistenza nei confronti della cultura repressiva a cui sono esposti. L’iraniana Ansari, oggi residente a New York, ha realizzato un breve video ballando liberamente in una stazione della metropolitana. In collaborazione con la Georgia Tech University, il ricercatore Andrew Quitmeyer e il Digital World and Image Group hanno poi sviluppato un’applicazione per Android, grazie alla quale il video in questione è stato diviso in fotogrammi e diffuso in Iran, dove la gente ha liberamente replicato le pose dei singoli fotogrammi come se fossero fotografie. Dance, quindi, senza realmente ballare. I fotogrammi, ricomposti nell’ordine corretto, hanno fatto rivivere la coreografia iniziale, con una moltitudine di iraniani ballerini.

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