Archivio per Documentario
22 dicembre 2025 alle 13:03 · Archiviato in Cognizioni, Creatività, Futuro, Passato, SF and tagged: Android, Apple, Arte.tv, Blade Runner, Cinema, Documentario, Giornata della Fantascienza, Isaac Asimov, Pop, Science Fiction Revolution, Star Wars, Terminator
Su FantasyMagazine la segnalazione di Science Fiction Revolution, serie di documentari dedicati ai film che dagli anni Ottanta a oggi hanno ridefinito i confini del genere e dell’intrattenimento pop – in una qualche misura, quindi, anche per la SF; lo spunto servirà come alibi per festeggiare il 2 gennaio la Giornata della Fantascienza, poiché in quella data si presume sia nato Isaac Asimov.
Dai futuri distopici di Blade Runner alle galassie di Star Wars, dal viaggio nel tempo di Ritorno al Futuro all’alieno “di casa” E.T., fino alla rivoluzione cyborg di Terminator: un decennio creativo che ha influenzato in modo profondo il cinema, le serie tv e l’immaginario visivo contemporaneo. Lo speciale ripercorre quell’epoca come un vero e proprio laboratorio di linguaggi e professioni che hanno inaugurato un nuovo modo di raccontare il futuro, anticipando temi oggi centrali.
I documentari sono già visibili gratuitamente sulla piattaforma Arte.tv, accessibile anche dalle relative app Android e Apple.
23 giugno 2024 alle 09:06 · Archiviato in Cognizioni, Creatività, Empatia, Energia, Experimental, Filosofia, InnerSpace, OuterSpace, Recensioni and tagged: Architettura, Beatrice Minger, Christoph Schaub, Design, Documentario, E.1027 Eileen Gray and the House by The Sea, Eileen Gray, Gender, Jean Badovici, Le Corbusier, Movie, Olistico, Olosensorialità, Omosessualità, Ridefinizioni alternative, Sacha Rosel, Sparizioni, Stupro
Su ThrillerMagazine una bella recensione, articolata, complessa, profonda, di Sacha Rosel a E.1027 Eileen Gray and the House by The Sea, film/documentario di Beatrice Minger e Christoph Schaub che indaga la vita dell’architetto/designer Eileen Gray; vi lascio a un corposo incolla dell’articolo, che dona un respiro non comune alle visioni del non visto, ma intimamente vero:
Siamo nella Parigi dei primi anni del Novecento: ricca e affamata d’arte, Eileen (Natalie Radmall-Quirke) è una donna solitaria che preferisce il lavoro alla mondanità. Continuamente alla ricerca di un linguaggio estetico che possa creare un respiro continuo fra gli oggetti d’arte, lo spazio che li ospita e le persone che vi sostano dentro, Eileen abita la sua identità queer esercitando la pratica della sparizione, un minimalismo esistenziale che la porta a schivare il contatto umano e a concentrarsi esclusivamente sulla sua quest personale ed artistica. Dopo una parentesi amorosa incendiaria con la ballerina Damia, che preferiva il frastuono all’armonia del silenzio, Eileen si dedica alla creazione di pezzi di arredamento quali sedie e poltrone, dando loro un design innovativo attraverso l’utilizzo di materiali quali vetro e metallo ma soprattutto imprimendovi una forza circolare. Ogni mobile diventa una sorta di abbraccio o una vibrazione che avvolge le persone, e nel loro camminarvi accanto esse stesse fungono da cassa di risonanza di quella sensazione avvolgente.
Il primo (e per molto tempo l’unico) ad accorgersi del senso vero di quella ricerca è Jean Badovici (Axel Moustache), giornalista e aspirante architetto che vede attraverso le forme create da Eileen e capisce il suo voler andare oltre i limiti funzionali imposti dall’architettura e dal design. Accomunato dal suo stesso intento liberatorio, “Bado” incoraggia Eileen a progettare non più esclusivamente dei mobili, ma un’intera casa attorno a essi, e la designer, che già desiderava costruire un luogo dove le donne come lei potessero vivere indisturbate e sentirsi protette ma allo stesso tempo libere, si trasforma consapevolmente in un’architetta. Partita alla ricerca del luogo perfetto dove poter vivere il silenzio e la gioia, Eileen getta le basi del suo capolavoro in un angolo sperduto eppur vitalissimo di natura: Roquebrune, in Costa Azzurra. Qui, fra le rocce, Eileen crea la sua casa bianca a ridosso del mare, dando corpo a un sogno nutrito dal desiderio nonostante le leggi dell’architettura di allora ritenessero folle e pericoloso costruire così vicino al mare, e così ad un passo dall’annegare sotto i suoi flussi capricciosi. Eileen non si cura di queste leggi, ma si lascia conquistare dalla forza della sua creatura, e a suggellare l’unione con Bado decide di chiamarla E.1027, come le loro iniziali: E e 7 per “Eileen” e “Gray”, 10 e 2 per “John” e “Badovici”.
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24 febbraio 2024 alle 15:52 · Archiviato in Cognizioni, Cyberpunk, Digitalizzazioni, Postumanismo, Recensioni, Sociale, Tecnologia and tagged: ChatGPT, Connected, Documentario, Emanuele Manco, Epica aziendale, Intelligenza Artificiale, Movie, Simon Poggi, Simona Calo, Solarpunk
Su FantasyMagazine una recensione di Emanuele Manco a Connected, docufilm di Simona Calo, co-sceneggiatrice insieme a Simon Poggi, sulle intelligenze artificiali che indaga parzialmente il rapporto tra loro e noi, come se esse possedessero già uno status di un certo rilievo; un estratto:
Le interviste non entrano nei dettagli scientifici ovviamente, ma portano avanti, in vario modo alcune tesi. La prima, ed è la più forte, ricordandosi di cosa si occupa Bip, è che, come molte innovazioni, quella delle AI è probabilmente destinata a restare. D’altra parte, è quanto accaduto con tutti gli ausili tecnologici di cui l’uomo si è avvalso nei secoli, dalla scoperta degli attrezzi, al fuoco, all’aratro, via via nei secoli, passando per il vapore, fino alla scissione dell’atomo e all’informatica del XX secolo. Siamo sempre stati creature che si avvalgono di tecnologia per superare i propri limiti.
Non manca però la tesi che possano esserci dei problemi, per i quali la Comunità Europea sta approntando una legislazione che possa garantirci ora e nei futuri sviluppi da eventuali storture. In breve, problemi legati al diritto di autore quando le AI sono utilizzate per la generazione di contenuti, per i quali attingono alla rete.
Connected, per ragioni di comunicazione aziendale, è altresì ottimisticamente sbilanciato verso la direzione delle opportunità, lambendo poco il fronte dei rischi. Va detto che, la parte di finzione di Connected potrebbe essere considerata come afferente alla fantascienza più ottimistica degli albori, o all’odierno solarpunk. Il conflitto c’è nella parte iniziale, con il protagonista riluttante, ma viene risolto in modo soft, con l’AI che conquista la fiducia dell’uomo sul campo, mostrando le sue doti. Inoltre, con la scelta di una narrazione che mescola musica e immagini, viene alleggerito il relativo peso della parte documentaria, che pure mantiene un tono colloquiale e non cattedratico.
Volendo parlare a un pubblico più ampio possibile, la parte documentaristica non entra molto nei dettagli tecnologici, neanche da parte dei più tecnici tra gli intervistati. È una scelta condivisibile. Risulta pertanto una docufiction che cerca di illustrare l’oggi, con uno sguardo positivo, dichiaramente e onestamente di parte.
29 ottobre 2023 alle 20:48 · Archiviato in Cognizioni, Creatività, Empatia, Energia, Futuro, InnerSpace, Oscurità, OuterSpace, Passato, Sociale, Storia, Surrealtà and tagged: Cinema, Documentario, Marco Giusti, Olosensorialità, Paolo Sorrentino, Ridefinizioni alternative, Roberto D'agostino, Roma
Sull’ANSA un articolo che racconta cos’è Roma – uno dei suoi tanti punti di vista e di esistenza – con gli occhi del funambolico Roberto D’agostino, tanto da rendere la vertigine di una metropoli con tremila anni ininterrotti e attuali di storia; vi lascio a uno stralcio:
Raccontare Roma, “è un atto di presunzione. Amare questa città è facile, capirla non solo è impossibile ma inutile”. Roberto D’Agostino, il fondatore di Dagospia, conoscitore di inciuci, retroscena, attovagliamenti di potere, tradimenti sessuali, penna arguta e temuta da decenni, vuota il sacco. Con il suo savoir-faire noto, esprime lo spirito romanesco del sordiano ‘io so io e voi non siete un cazzo’ per raccontare con consapevole scandalosità la Roma magica, che tutto attrae, tutto nasconde, tutto dimentica pronta a ricominciare perché con duemila anni di storia cosa vuoi che cambi? Roma Santa e Dannata è il documentario di D’Agostino con Marco Giusti, presentato oggi in anteprima alla Festa del cinema di Roma. Il Premio Oscar Paolo Sorrentino “dai racconti voleva farne un film nel 2021, ne abbiamo parlato per anni, era diventata una serie a puntate e poi non se ne è fatto più nulla”.
Aspettiamo i barbari da millenni, poi “li portiamo ‘Al bolognese’ con quattro zoccole vicine e diventano stronzi come noi”.
Roma unica, “New York, Londra hanno le loro stagioni e poi passano, Roma resta con Dio a destra e il demonio a sinistra, il Papa e la Dolce Vita, ma non uno contro l’altro bensì uniti nella lotta senza ideologia, quella dello sticazzi e del mecojoni; Roma tenera, debole, compassionevole, godereccia, in cui vivere è surfare sulle onde, mescolarsi sapendo di arrivare a riva perché tutto a Roma finisce con una pernacchia”.
27 aprile 2023 alle 18:06 · Archiviato in Acido, Creatività, Deliri, Empatia, Energia, Experimental, Fantastico, InnerSpace, Notizie, Onirico, Oscurità, OuterSpace, Presentazioni, Quantsgoth, Surrealtà and tagged: Arte, Documentario, Have You Got It Yet? The Story of Syd Barrett and Pink Floyd, Luce oscura, Movie, Olosensorialità, Pink Floyd, Ridefinizioni alternative, Roddy Bogawa, Storm Thorgerson, Syd Barrett, The Who, Trailer, Video
Su PinkFloydItalia l’annuncio dell’uscita di Have You Got It Yet? The Story of Syd Barrett & Pink Floyd, documentario su Syd Barrett e su cosa ha significato per lui e per noi il periodo in cui è stato con i Floyd, all’inizio della loro parabola. In basso il trailer del film:
Icona di culto, enigma, recluso… la vita di Syd Barrett, membro fondatore dei Pink Floyd, è piena di domande senza risposta. Fino a oggi.
Mettendo insieme la sua ascesa cometaria alla celebrità pop, i suoi impulsi creativi e distruttivi, l’esaurimento nervoso, l’uscita dalla band e la successiva vita solitaria, questo documentario si inserisce nel contesto sociale degli esplosivi anni Sessanta. Diretto da Storm Thorgerson (Hipgnosis) e dal pluripremiato regista Roddy Bogawa, presenta nuove interviste agli amici, agli amanti, alla famiglia e ai compagni di band di Syd, Roger Waters, David Gilmour e Nick Mason. Il documentario – che prende il nome da una canzone inedita che Barrett portò alle sue ultime prove con i Pink Floyd – include anche interviste a legioni di artisti ispirati dalla breve permanenza di Barrett nella band – Pete Townshend degli Who, Graham Coxon dei Blur, Andrew VanWyngarden degli MGMT e altri ancora – oltre agli ex manager dei Pink Floyd Peter Jenner e Andrew King, al drammaturgo Tom Stoppard e alla sorella di Barrett, Rosemary Breen.
Il sito ufficiale del documentario: https://www.sydbarrettfilm.com/
15 ottobre 2022 alle 15:25 · Archiviato in Acido, Creatività, Deliri, Empatia, InnerSpace, Notizie, Oscurità, OuterSpace, Segnalazioni, Surrealtà and tagged: Documentario, Have You Got It Yet? The Story of Syd Barrett and Pink Floyd, Interrogazioni sul reale, Luce oscura, Movie, Orian Williams, Pink Floyd, Ridefinizioni alternative, Roddy Bogawa, Storm Thorgerson, Syd Barrett
Su PinkFloydItalia la segnalazione della realizzazione di Have You Got It Yet? The Story of Syd Barrett and Pink Floyd, un documentario che verte su Syd Barrett, il fondatore dei Floyd; ovviamente sono molto gli attori coinvolti, tutti dell’entourage Floyd, tutti coloro che hanno avuto una parte nelle vicende di Syd. Vi lascio a un estratto dall’articolo:
Il documentario esplora l’enigmatico Barrett, che ha scritto i primi due successi dei Pink Floyd e ideato il nome della band. Nel 1968, pochi anni dopo la fondazione del gruppo, Barrett fu costretto a lasciare i Pink Floyd quando i suoi compagni di band si allarmarono per la sua stabilità mentale e l’uso di droghe psichedeliche.
“Barrett abbandonò la musica e tornò a casa, a Cambridge, per gli ultimi 30 anni della sua vita e per il suo primo amore, la pittura“, si legge nel comunicato stampa del documentario. Alcuni dei maggiori successi mondiali dei Pink Floyd – Dark Side of the Moon, Wish You Were Here e The Wall – esaminano i temi della follia e della celebrità, tra cui “Shine On You Crazy Diamond” e “Wish You Were Here”, scritte come tributo a Barrett. Have You Got It Yet? è stato diretto dal pluripremiato regista Roddy Bogawa e dal defunto graphic designer Storm Thorgerson, co-fondatore dello studio Hipgnosis che ha creato alcune delle più famose copertine di album rock di tutti i tempi, tra cui Dark Side of the Moon e Wish You Were Here dei Pink Floyd. Thorgerson conosceva Barrett fin dagli anni ’60.
“Il film è stato completato da Bogawa con il fotografo Rupert Truman degli StormStudios e il produttore Julius Beltrame dopo la prematura scomparsa di Storm nel 2013“, si legge nel comunicato. “Il produttore Orian Williams… è entrato nel progetto mentre era ancora in produzione“. Il documentario, prodotto da Believe Media e A Cat Called Rover, contiene interviste inedite ai membri della band Pink Floyd David Gilmour (amico d’infanzia, e che riempì essenzialmente il vuoto lasciato da Barrett), Nick Mason e Roger Waters, oltre alla sorella di Barrett, Rosemary Breen, ai manager dei Pink Floyd Peter Jenner e Andrew King, a Pete Townshend degli Who, Graham Coxon dei Blur, Andrew VanWyngarden degli MGMT, al drammaturgo Tom Stoppard e ad altri. L’attore Jason Isaacs è il narratore del film.
Orian Williams ha commentato: “La parte più difficile nel raccontare la storia di Syd Barrett è stata l’interpretazione del suo processo di armonia e di come l’inaspettata sinergia sonora e la discordanza visiva, entrambe apparentemente casuali, fossero pianificate e ben pensate. Roddy Bogawa ci dà un’idea di come Barrett abbia incanalato il genio, la follia e la sperimentazione nei Pink Floyd, il contenitore in cui tutto ha preso vita ma che ha anche portato via Syd“.
28 ottobre 2021 alle 09:03 · Archiviato in Acido, Catarsi, Creatività, Empatia, Energia, Experimental, InnerSpace, Inumano, Notizie, Onirico, Oscurità, OuterSpace, Surrealtà, Tecnologia, Virtual Reality and tagged: Adrian Maben, Documentario, Ernesto Assante, Festa, Luca Mazzieri, Movie, Olosensorialità, Pink Floyd, Pompei, Realtà Aumentata, Ridefinizioni alternative
Su RockOl si festeggia dei Floyd, oltre che il mezzo secolo di Meddle, anche i cinquant’anni della realizzazione del film Pink Floyd at Pompeii, avvenuto proprio agli inizi di ottobre del ’71. Le celebrazioni continuano con un docufilm su quell’evento:
A cinquant’anni dalla leggendaria esibizione a porte chiuse dei Pink Floyd all’anfiteatro romano di Pompei – che nel 1972 fu documentata dallo storico film-concerto “Live at Pompeii” – ItsArt, la piattaforma digitale promossa dal Ministero della Cultura, renderà disponibile “Reliving at Pompeii”, docufilm articolato in cinque episodi diretto da Luca Mazzieri con la supervisione di Adrian Maben, che coordinò le riprese del rockumentary originale.
L’opera, che sarà visibile gratuitamente – previa registrazione su ItsArt – alle ore 20 del prossimo 28 ottobre, è stata realizzata con il sostegno del Parco archeologico di Pompei e del Gruppo TIM: proponendosi di ripercorrere “i momenti creativi del regista in un viaggio intimo dentro i luoghi del Parco Archeologico e della città di Pompei, per andare alle origini di quella intuizione concretizzata con il primo ciak del famoso film-concerto di cinquant’anni fa”, il documentario – che sfrutta soluzioni tecnologiche immersive come la realtà aumentata e il light mapping – alterna a spezzoni del film originale sequenze inedite in alta definizione, oltre che a una serie di interviste e contributi curate dal giornalista e critico Ernesto Assante.
17 febbraio 2020 alle 16:44 · Archiviato in Cultura, Empatia, Energia, Fantastico, InnerSpace, Oscurità, OuterSpace, Surrealtà and tagged: Anselma Dall’Olio, Damien Chazelle, Documentario, Ernst Bernhard, Federico Fellini, Giuditta Mascioscia, Gustavo Rol, Terry Gilliam, William Friedkin
Su HorrorMagazine la segnalazione del documentario su Federico Fellini, Fellini degli Spiriti.
Prodotto da Mad Entertainment con Rai Cinema e Walking the Dog, Fellini degli Spiriti è un documentario che dà un ritratto inedito del regista, raccontando per la prima volta il mondo non visto di Federico Fellini, quello spirituale, psicoanalitico e soprannaturale.
In uscita nel 2020 e diretto da Anselma Dall’Olio, il film indaga un lato meno conosciuto del grande regista, sottolineando la sua passione per il misterioso e l’esoterico. Questi aspetti, presenti in tutta la sua cinematografia, sono stati oggetto d’indagine grazie all’incontro con il grande psicoanalista junghiano Ernst Bernhard e successivamente con il professor Gustavo Rol, conosciuto per Giulietta degli Spiriti, che attraverso i suoi esperimenti gli proverà che esistono davvero altre dimensioni e che non c’è un termine al viaggio degli esseri umani.
A raccontare il mondo magico di Fellini tante voci: dalla cartomante che il regista consultava sempre al grande Terry Gilliam; da Giuditta Mascioscia, la sensitiva amica di Gustavo Rol al regista Damien Chazelle; dai collaboratori e amici più stretti a registi Premi Oscar come William Friedkin.
20 luglio 2019 alle 21:31 · Archiviato in Deep Space, Futuro, Passato, SF, Sociale, Sperimentazioni, Tecnologia and tagged: Apollo 11, Documentario, Festa, Luna, Movie, NASA, Siderale, Todd Douglas Miller
Su FantasyMagazine, per chiudere il ciclo dei festeggiamenti – almeno per oggi – dell’allunaggio, la recensione ad Apollo 11, documentario che descrive scrupolosamente la spedizione che portò al risultato storico di mezzo secolo fa. Un estratto:
Per realizzarlo Todd Douglas Miller ha avuto a disposizione centinaia di ore in formato pellicola a 70mm, ritrovate di recente da un archivista del Nara (National Archives and Records Administration) l’agenzia statunitense che si occupa di preservare documenti governativi e storici, e poi poi digitalizzate in 4K. Al materiale video si sono aggiunte circa 11mila ore di dialoghi, poiché durante gli oltre 8 giorni della missione ogni singola discussione, avvenuta anche in contemporanea ad altre, è stata registrata. Il risultato è un racconto che riesce a rendere perfettamente l’idea di quanto la missione Apollo 11 sia stata tutt’altro che una passeggiata trionfale, bensì un lavoro meticolosamente preparato e controllato da centinaia di occhi e di orecchie secondo per secondo.
29 giugno 2019 alle 21:59 · Archiviato in Concerti, Creatività, Deliri, InnerSpace, Recensioni and tagged: CarmillaOnLine, Documentario, Giangiacomo De Stefano, Punk, Ridefinizioni alternative
Su CarmillaOnLine la segnalazione e critica di un documentario, At the matinée, di Giangiacomo De Stefano, che vuol ricostruire la scena punk-hardcore di New York negli ’80. Un estratto:
È una ricostruzione, con interviste e alcuni filmati dell’epoca, dell’ambiente hardcore punk newyorkese degli anni ’80, che nacque e ruotò intorno a un famoso locale underground nel Lower East Side di Manhattan, il CBGB (acronimo di Country Blue Grass Blues). Negli anni Settanta era stato un punto di riferimento per le nuove tendenze internazionali: ci suonavano abitualmente Patti Smith, i Ramones, i Television, i Talking Heads, i Blondie, i Clash. Poi era caduto in disuso, anche per la tremenda involuzione della città, avvitata sulla crisi economica, il degrado urbano, la violenza. Poi, forse con la modalità casuale con cui nascono le grandi idee, così, tanto per fare, al proprietario Hilly Kristal venne in mente di riconvertirlo. Diventò un locale diurno, la domenica, per attirare un pubblico giovane, con la sua musica, il post punk più estremo che prenderà il nome di hardcore.
Siamo nei primi anni Ottanta. I ragazzini vanno a scuola il lunedì, ma la domenica pomeriggio sono liberi. Lì per lì si formano nuovi gruppi, che scalpitano e ruggiscono intorno ai maestri, i Warzone, i Quicksand, gli Youth Of Today, un ambiente sulfureo e variegato che darà la luce a gruppi simbolo come i Cro-Mags di Harley Flanagan.
Un navigatore d’eccezione, Walter Schreifels, chitarrista e compositore dei Gorilla Biscuits, torna sul posto, di fronte alla nuova vetrina del negozio che un tempo fu il CBGB. Come dice il Bob Dylan di oggi sul Rolling Thunder tour, non resta nulla. Solo polvere. Forse non eravamo neppure nati. Neanche i rumori, i suoni furiosi, le urla “tirate in faccia”, gli odori pregnanti di sudore adolescenziale, i corpi scaraventati tra il pubblico, i muri anneriti ammuffiti rivestiti di collages e graffiti, i bagni lerci di un seminterrato gremito fino all’inverosimile con 40-45 gradi di temperatura interna, nessuna uscita di sicurezza e un angelo custode, anzi, una task force di angeli che l’hanno protetto da un piccolo, insignificante incidente: una sigaretta accesa, una scintilla degli impianti elettrici che avrebbero provocato una strage di ragazzini, imprigionati in una bara mortale come un sommergibile che affonda, un carro armato che va a fuoco.
Schreifels racconta, ricorda, intervista i sopravvissuti, tutti sani e presenti mentalmente: ex chitarristi o cantanti dei gruppi hardcore, che cercano di restituire la furia del periodo, la rabbia entusiasta dei dodicenni, dei quattordicenni che si agitavano sul palco e in platea. Bambini ipercresciuti che spesso, come ha raccontato proprio Harley Flanagan nel libro autobiografico La mia vita Hardcore, già suonavano (dopo avere ottenuto il permesso dalle mamme), fumavano droga e avevano pure dei rudimentali rapporti sessuali con ragazze più grandi. Anche se, precisa giustamente qualcuno degli intervistati, bisogna superare il luogo comune dello sballo a ogni costo. Non tutti volevano drogarsi, da bravi hardcore punk. Molti credevano nell’amicizia, nella solidarietà, nell’accoglienza, non bevevano e non si drogavano affatto.
Le interviste si alternano con filmati dell’epoca, tutti di pessima qualità naturalmente, girati da spettatori, immagini sgranate, traballanti per i continui urti, il corpo di qualcuno scaraventato sulla platea, con un audio inascoltabile, distorto, che forniscono un effetto presenza formidabile, privo di qualunque filtro o rielaborazione. Sembra di esserci, anzi, ci siamo, travolti dall’adrenalina e dal testosterone adolescenziale in totale libertà, come un branco di cuccioli predatori che lottano, giocano, ruggiscono. Era un ambiente soprattutto maschile, per cui le ragazze, dicono un paio di signore oggi distinte e sorridenti che parteciparono a quegli anni frenetici, erano rare, e dovevano essere “toste”.