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Archivio per Blade Runner

Su Arte.tv il 2 gennaio 2026 si celebra la giornata della fantascienza | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di Science Fiction Revolution, serie di documentari dedicati ai film che dagli anni Ottanta a oggi hanno ridefinito i confini del genere e dell’intrattenimento pop – in una qualche misura, quindi, anche per la SF; lo spunto servirà come alibi per festeggiare il 2 gennaio la Giornata della Fantascienza, poiché in quella data si presume sia nato Isaac Asimov.

Dai futuri distopici di Blade Runner alle galassie di Star Wars, dal viaggio nel tempo di Ritorno al Futuro all’alieno “di casa” E.T., fino alla rivoluzione cyborg di Terminator: un decennio creativo che ha influenzato in modo profondo il cinema, le serie tv e l’immaginario visivo contemporaneo. Lo speciale ripercorre quell’epoca come un vero e proprio laboratorio di linguaggi e professioni che hanno inaugurato un nuovo modo di raccontare il futuro, anticipando temi oggi centrali.

I documentari sono già visibili gratuitamente sulla piattaforma Arte.tv, accessibile anche dalle relative app Android e Apple.

Murcof – Twin Color (vol. I) | Neural


[Letto su Neural]

Quasi due decenni ci separano da Cosmos, ultima opera integrale di Fernando Corona, alias Murcof, virtuoso del minimalismo melodico che ha saputo reinterpretare il linguaggio ambient conferendogli una dimensione più contemplativa e cinematografica rispetto ai seminali interpreti del genere. Twin Color si distingue per la sua genesi autonoma, frutto di un’ispirazione personale non vincolata a commissioni esterne – peculiarità notevole per un artista che negli anni più recenti ha orientato la propria ricerca verso creazioni legate a installazioni, performance coreutiche e arti visive. Ma la vera eccellenza di quest’opera risiede altrove: nel ritorno a un’essenzialità compositiva primigenia, arricchita però da nuove suggestioni che conferiscono al progetto una distintiva profondità espressiva. Corona amalgama la rigorosa architettonica delle sue composizioni ambientali – dove sequenze di archi e pianoforti si dissolvono in echi spaziali infiniti – con tensioni post-industriali e strutture ritmiche frammentate che richiamano le partiture di Vangelis per Blade Runner o le atmosfere inquietanti di John Carpenter. Le linee melodiche, avvolte in un velo di nostalgia analogica, esplorano territori inediti, come se uno strumento antico s’incontrasse con le imperfezioni digitali di un’intelligenza artificiale difettosa, generando una singolare intersezione tra memorie remote e proiezioni futuristiche. Questo cortocircuito temporale diventa metafora di un presente sospeso, dove ogni nota sembra interrogarsi sul destino dell’umanità in simbiosi con la tecnologia. La sinergia con Simon Geilfus trascende la mera collaborazione visuale: le sue elaborazioni algoritmiche di paesaggi naturali hanno contribuito a definire la stessa struttura sonora dell’album, instaurando un dialogo simbiotico tra dimensione acustica e rappresentazione visiva. Twin Color si configura così come un’opera che sollecita l’ascoltatore ad abbandonare ogni passività percettiva, conducendolo in un dedalo di sensazioni dove i confini tra naturale e artificiale si dissolvono. Con questa pubblicazione, Murcof riafferma la propria posizione di innovatore, dimostrando come un’opera musicale possa essere simultaneamente entità autonoma e organismo in evoluzione, capace di manifestarsi con eguale intensità sia nelle performance dal vivo che nell’ascolto domestico. Il futuro, sembra suggerirci l’artista messicano, non è che una reinterpretazione del passato attraverso codici rinnovati – ed è proprio in questa tensione dialettica che la sua musica trova oggi la sua più eloquente espressione, trasformando ogni frequenza in un ponte tra ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora risuonare.

Il design della fantascienza è protagonista di una mostra in Germania | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione di una particolare Mostra che si sta per svolgere in Germania: Science Fiction Design: From Space Age to Metaverse, dedicata al design del futuro che si ricollega alle opere visuali di SF; un bel cortocircuito, no? Questo è il CS:

Molte opere di fantascienza – da Star Trek a 2001: Odissea nello spazio e Blade Runner – sono popolate da design classici che hanno dato forma alla nostra immagine del futuro. E, viceversa, molti designer di oggetti destinati a entrare nel nostro futuro traggono ispirazione dal genere fantascientifico. L’affascinante dialogo tra fantascienza e design è il soggetto di una nuova esposizione nel Vitra Schaudepot. Con il titolo Science Fiction Design: From Space Age to Metaverse, più di cento oggetti della collezione del museo sono stati allestiti in un’esibizione futuristica dell’artista visuale e designer Andrés Reisinger. Accompagnati da una selezione di opere dal mondo cinematografico e letterario, la mostra presenta una gamma di esempi dagli inizi del XX secolo alla cosiddetta Space Age degli anni ’60 e ’70, per arrivare ai più recenti oggetti, concepiti esclusivamente per il mondo virtuale del metaverso.

Carmilla on line | Il reale delle/nelle immagini. La magia del cinema-menzogna


Su CarmillaOnLine un articolo di Gioacchino Toni che prende le mosse dal saggio di Massimo Donà “Cinematocrazia”, edito da Mimesis. L’incipit è già un manifesto:

Il cinema è menzogna, quanto del resto lo sono la fotografia e tutte le arti visive, come, con estrema consapevolezza, ha messo in luce il pittore René Magritte e, prima di lui, per certi versi, lo stesso Diego Velázquez nel suo Las Meninas (1656). Detto ciò, ci si può domandare con Massimo Donà, Cinematocrazia (Mimesis 2021), se alla menzogna cinematografica occorra attribuire una qualche irriducibile specificità.
Già, perché il cinema, come argomenta lo studioso, «finge di non costituirsi come semplice finzione; come pura parvenza di vita » dissimulando la propria fantasmagoricità conferendo alle sue realizzazioni una veridicità tale da farci provare le emozioni dei protagonisti messi in scena.

A differenza della fotografia e della pittura, il cinema «non separa un frammento (inesistente) del reale», esso consente allo spettatore di vivere «davvero come nella vita di ogni giorno» pur trattandosi di un’altra vita, per quanto pur sempre “vita”, facendo dimenticare, al tempo stesso, «che questa vita non è vita». Il cinema, insomma, esige che si guardi al frammento di vita catturata dall’inquadratura dimenticandosi della sua esibita artificiosità.
Nonostante l’artificio al cinema sia palese, pur simulando il contrario, «è proprio la vita che in esso finisce per specchiarsi» trasfigurandosi in inganno, ed è proprio quest’ultimo a rendere il cinema attraente. Al cinema, sostiene Donà, ci si reca per «un indistinto bisogno di vivere la vita, di viverla vivendola» senza giudicare e scegliere, senza tentare di distinguere la sua natura menzognera dal “vero”, sentendo di «esser altri da quel che siamo; pur essendolo (quel che siamo). Essendolo, insomma, senza esserlo».
Il cinema sembra funzionare «come una finestra che, pur aprendosi sul mondo, non si spalanca mai sull’esterno… non apre cioè a improbabili vie di fuga. Ma si spalanca piuttosto sul mondo che, sulla sua trasparenza, finisce in qualche modo per riflettersi come sulla superficie di uno specchio – in cui, a riflettersi, sarà dunque, da ultimo, nient’altro che l’interno della casa. Il quale, proprio nell’attraversare l’apertura della finestra, è destinato a manifestarsi come “altro-da-sé”, negando in primis di essere quel che, della casa (di cui quella finestra è un elemento) dice appunto il semplice “interno”».

Se c’è un film che, secondo Donà, più di altri, è in grado di palesare la paradossale natura dell’esperienza cinematografica, questi è Melò, (1986) di Alain Resnais, nel suo rivelarsi, dietro a una storia di amore e tradimento, un film sulla menzogna, «sull’epifania dell’impossibilità del “vero”», un film «in cui, a tradirci, sono invero sempre e solamente la credibilità e la veridicità di quel che accade».
Riprendendo invece Blade Runner (1982) di Ridley Scott e The Matrix (1999) di Andy e Larry Wachowski, Donà ragiona su come al cinema il corpo dello spettatore venga destrutturato, su come il suo personale punto di vista si eclissi negandogli l’identificazione con uno specifico personaggio della narrazione, inducendolo ad attraversarli tutti senza scegliere “con chi stare”. Al cinema il corpo dello spettatore subisce un processo di trasfigurazione nei corpi proiettati sullo schermo e il tempo della narrazione che lungi dall’essere il suo, viene da questo vissuto da questo come dall’esterno.

Carmilla on line | Dune nell’immaginario di ieri e di oggi


Su CarmillaOnLine un lungo articolo di Gioacchino Toni che recensisce I segreti di Dune. Storia, mistica e tecnologia nelle avventure di Paul Atreides, saggio di Paolo Riberi, Giancarlo Genta in uscita per Mimesis e che traccia le coordinate dell’universo di Dune, attraverso l’opera dell’autore, di suo figlio e delle realizzazioni cinematografiche tentate e realizzate nei decenni; un estratto:

Dune può dirsi un vero e proprio mito contemporaneo capace di segnare profondamente l’immaginario collettivo nato a metà anni Sessanta del secolo scorso dalla creatività narrativa dello statunitense Frank Herbert, per poi svilupparsi nel corso del tempo attraverso diversi romanzi dello stresso scrittore che ne espandono le vicende narrate, numerosi prequel scritti da altri autori, più o meno fedeli allo spirito e alle vicende introdotte da Herbert, adattamenti cinematografici solo progettati o rivelatisi disastrosi insuccessi al botteghino e, in epoca recente, serie televisive e nuove proposte cinematografiche finalmente capaci di tradurre in ambito audiovisivo con una certa fedeltà la fervida creatività dello scrittore statunitense e di soddisfare pubblico e critica.
Questa colossale saga letteriario-audiovisiva nasce dunque con il romanzo di fantascienza Dune di Frank Herbert pubblicato nel 1965 in cui vengono fatti confluire i suoi racconti Dune World e The Prophet of Dune precedentemente pubblicati sulla rivista “Analog SF” tra il 1963 ed il 1965. Vincitrice dei premi i Hugo e Nebula, l’opera di Herbert si è rivelata capace di segnare in maniera indelebile l’immaginario degli appassionati di fantascienza dell’epoca riverberandosi fino ai nostri giorni.
Forte del successo ottenuto con il romanzo del 1965, è lo stesso Herbert a espandere la saga con altri titoli: Messia di Dune (Dune Messiah, 1969), I figli di Dune (Children of Dune, 1977), L’Imperatore-Dio di Dune (God Emperor of Dune, 1981), Gli eretici di Dune (Heretics of Dune, 1984) e La rifondazione di Dune (Chapterhouse: Dune, 1985).

Quel che è certo è che la saga letteraria e cinematografica di Dune ha influenzato enormemente l’immaginario collettivo contemporaneo, ed a ciò, sottolineano Riberi e Genta, contribuisce lo stesso film mai realizzato di Alejandro Jodorowsky, di cui non si è mai smesso di parlare, grazie anche alle trovate prospettate dai suoi collaboratori Hans Ruedi Giger, Chris Foss, Jean Giraud e Dan O’Bannon che avrebbero ispirato opere come Alien (1979) e Blade Runner (1982) di Ridley Scott, The Matrix (1999) delle sorelle Wachowski – tutti film che apriranno la strada a diverse altre produzioni a opera degli stessi o altri registi… Insomma, secondo gli autori del volume è possibile affermare che «l’intero immaginario pop degli ultimi cinquant’anni sia stato influenzato a vario titolo dalle avventure cartacee e cinematografiche di Paul Atreides, che possono essere considerate a tutti gli effetti un autentico mito contemporaneo».

Carmilla on line | Rileggere oggi il “Manifesto contro il lavoro”


Su CarmillaOnLine  la recensione di Paolo Lago a Manifesto contro il lavoro e altri scritti, saggio del Gruppo Krisis che indaga anche intellettualmente il significato di lavorare, oggi. Estratti:

È sicuramente un’esperienza interessante rileggere oggi il Manifesto contro il lavoro (Manifest gegen die Arbeit) del Gruppo Krisis, uscito in Germania nel 1999 e tradotto per la prima volta in italiano nel 2003 per DeriveApprodi1. Come ci informa Massimo Maggini nell’introduzione di questa nuova edizione uscita per i tipi di Mimesis, il Manifest ebbe in Germania altre tre edizioni, la seconda già nel settembre del 1999, la terza nell’ottobre del 2004 e la quarta ed ultima nel 2019. Le teorie esposte nel Manifest appartengono alla corrente di pensiero chiamata Wertkritik, cioè “Critica del Valore”, secondo la quale la crisi che sta investendo il sistema del capitale è irreversibile ed è determinata proprio dalla crisi del lavoro, provocata a sua volta dalle varie ‘evoluzioni’ che esso stesso ha subito nel tentativo di aumentare e rendere migliori le sue applicazioni tecnico-scientifiche. Ciliegina sulla torta è stata la “rivoluzione micro-elettronica”, che ha espulso e reso inutili enorme masse di forza lavoro umana, ormai improduttive dal punto di vista della valorizzazione capitalistica. Naturalmente, come ricorda anche l’autore dell’introduzione, il lavoro che attaccano gli studiosi della “Critica del Valore” non è tanto l’operare umano in sé quanto invece quello che Marx definisce “lavoro astratto”, non finalizzato al benessere degli individui ma all’aumento del profitto e all’accumulazione monetaria in vista di nuovi investimenti.

Gli autori del Manifesto sono tre fra gli studiosi di spicco del Gruppo Krisis: Robert Kurz, Norbert Trenkle e Ernst Lohoff. La presente edizione2 ripropone, insieme al Manifesto, dei saggi significativi di questi studiosi (ai quali si aggiunge un saggio di Anselm Jappe) già presenti nella traduzione italiana del 2003. In più, adesso possiamo leggere un nuovo testo di Norbert Trenkle, Il manifesto contro il lavoro vent’anni dopo che fungeva da postfazione alla quarta edizione tedesca, un’intervista a Robert Kurz in occasione dell’uscita del suo importante saggio Libro nero del capitalismo, un altro scritto di Norbert Trenkle dal titolo Rottura qualitativa. Sull’attualità della critica del lavoro, uscito nel 2022, e, infine, Il duplice Marx di Robert Kurz, uscito in occasione dei centocinquanta anni dall’apparizione del Manifesto del Partito Comunista. Come possiamo vedere, l’attuale edizione è corredata di numerosi altri testi che integrano e chiosano in modo sicuramente interessante le teorie espresse nel Manifesto. Ma che senso ha rileggere oggi il Manifesto contro il lavoro? E, soprattutto – possiamo chiederci – è sempre attuale? La risposta è sì, senza dubbio, nonostante gli anni siano passati e la situazione sia nettamente cambiata rispetto al 1999. Una rilettura del Manifesto, oggi, va indubbiamente caricata di senso nuovo perché le pagine degli studiosi del Gruppo Krisis hanno ancora tanto da dire e possono diventare delle fondamentali chiavi di lettura per comprendere la contemporaneità.

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In fumetti il prequel di Blade Runner | Fantascienza.com


Il prequel di BladeRunner a fumetti? Non c’era, e ce ne parla ora Fantascienza.com:

Los Angeles, 2009. Il detective del LAPD Cal Moureaux indaga sul sospetto suicidio di uno scienziato che stava lavorando a un nuovo tipo di replicante e scopre una cospirazione letale all’interno della Tyrell Corporation.
Ambientato dieci anni prima del film di Ridley Scott, questo prequel mostra la nascita del dipartimento Blade Runner e introduce un nuovo eroe nell’universo fantascientifico immaginato da Philip K. Dick. Una storia appassionante scritta da K. Perkins, Mellow Brown, Mike Johnson e disegnata da Fernando Dagnino per i colori di Marco Lesko.

Nirvana: quando la Realtà è un videogioco | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com, nell’ambito della ezine Delos250, una recensione-retrospettiva al film Nirvana, di Gabriele Salvatores, uscito più di un quarto di secolo fa; vi lascio ad alcuni brani dell’articolista Giuseppe Vatinno.

Indubbiamente la tematica cyber di Nirvana è debitrice ad autori letterari come William Gibson (Neuromante), Philip K. Dick (Il cacciatore di androidi, Rapporto di minoranza, Un oscuro scrutare) e William Burroghs (Il pasto nudo) e, in generale, alla cultura “acida” e psichedelica dell’LSD dell’underground americano di quegli anni.
Atmosfere cupe, di chiara ispirazione gotica, compaiono nel film e ne guidano lo sviluppo.
Un discorso a parte meritano le influenze subite e donate. Per capirne i flussi dobbiamo riportare le date.
Blade Runner è del 1982, Nirvana è del 1997, Matrix, Il tredicesimo piano ed EXistenZ sono del 1999.
Questa analisi di tipo cronologico è molto importante perché dimostra l’assoluta originalità del film di Salvatores per quanto riguarda il livello di realtà, che ha un debito solo con Blade Runner di Ridley Scott, basato sul romanzo Il cacciatore di androidi di Philip Dick. Sono invece debitori a Nirvana gli altri tre importantissimi film menzionati e cioè Matrix di Andy e Larry Wachowsk, Il tredicesimo piano di Josef Rusnak ed EXistenZ di David Cronenberg.
Infatti, se Blade Runner fornisce a Nirvana gli “effetti speciali” dei cartelloni luminosi e goticissimi, risplendenti nella città notturna, la pellicola di Salvatores è il primo film a parlare di “realtà nella Realtà” e cioè dei livelli multipli di ambienti di programmazione, di cui anche la nostra realtà potrebbe fare parte. E non è lascito da poco visto che si tratta di un film di fantascienza italiano, un genere che da noi non ha mai tirato moltissimo.

Rogas Edizioni presenta “Alle radici di un nuovo immaginario” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di Alle radici di un nuovo immaginario, un saggio dei già conosciuti su CarmillaOnLine Gioacchino Toni e Paolo Lago. La quarta:

Consapevoli che lo sguardo sull’alterità è inevitabilmente anche uno sguardo su se stessi, sulla propria identità, alcune opere cinematografiche uscite a ridosso dei primi anni Ottanta del Novecento – Alien (1979) e Blade Runner (1982), entrambe di Ridley Scott, La Cosa (1982) di John Carpenter e Videodrome (1983) di David Cronenberg – hanno affrontato in maniera del tutto nuova le montanti paure identitarie del periodo costringendole al confronto con alterità sempre più spaventose. In film come questi, di cui vengono qua indagati i concetti di identità, alterità e spazio, si possono cogliere le premesse alla nostra contemporaneità, le radici di un nuovo immaginario.

Dead Melodies – Polaroid


Ricerche di un luogo che sa di malinconia, e profondo dolore.

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