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NeXT Hyper ObscureArchivio per marzo 8, 2026
Just write
…costruendo elementi per una costruzione epica, che racchiuda ogni elemento d’intollerabile schifo fino a su, fino alla bocca dello stomaco, fino alle porte della cognizione che si spalancano come un Vaso di Pandora…
SANDRO BATTISTI IS THE NEW FLESH | Komplex
Mariano Equizzi mi colloca in un metaverso di dolori psichici inimmaginabili, e di apocalittici estremi IA connessi con l’usuale realtà.
Alba Longa, la madre di Roma, “nascosta” tra Velletri e Lariano, sul Monte Artemisio – Castelli Notizie
Su CastelliNotizie un articolo intrigante che insinua la nozione di una sede diversa per l’antica città di Albalonga, in sostanza la madre di Roma, locata sui Castelli Romani (dove, esattamente?) che comunemente si ritiene sepolta sotto l’attuale Albano Laziale, sul lago di Castel Gandolfo; un estratto:
La prima intuizione sull’ubicazione di Alba Longa si deve ad Angelo Capri e Riccardo Bellucci, che già dal 1978 iniziarono a indagare insieme il territorio dei Colli Albani, confrontando fonti antiche e dati topografici. Dopo anni di ricerche sul campo, nel 1992 maturarono una prima ipotesi strutturata sulla possibile collocazione della città. Nel 1996, con Gianni Dolfi, pubblicarono un estratto delle loro ricerche intitolato Longa Alba, Alba Longa, pubblicato per la prima volta nel 2015 e ristampato nel 2025, che si apre con un’introduzione di Aldo Onorati che mette in luce la passione e l’intuizione di Riccardo Bellucci. Il testo approfondisce la questione della mitica città, fondata da Ascanio, figlio di Enea, capitale della Lega Latina e madre della dinastia dei Silvii, che precedette Roma. Secondo la tradizione, la città si colloca tra Castel Gandolfo, Albano Laziale o nei pressi del Lago Albano, ma Bellucci affronta il tema con spirito critico, analizzando Strabone, Tito Livio, Dionigi di Alicarnasso e Virgilio, incrociando dati letterari, archeologici e paesaggistici.
La sua conclusione è sorprendente: Alba Longa potrebbe trovarsi nel territorio oggi compreso tra Velletri e Lariano, sul crinale tra il Maschio d’Ariano, noto anche come Maschio di Lariano, e il Maschio dell’Artemisio, offrendo una nuova prospettiva sui sentieri dei Colli Albani e immaginando che sotto i nostri passi possa nascondersi la madre di Roma.
Midori Hirano & CoH – Sudden Fruit | Neural
[Letto su Neural]
Sudden Fruit è un progetto collaborativo nel quale la pianista e compositrice giapponese Midori Hirano e l’architetto sonoro Ivan Pavlov danno vita con precisione chirurgica a un’opera immersiva e fantasmatica, sospesa tra acustico e digitale, permeata da una sensibilità minimalista e gentile, sfumata in un ambient introspettivo, venato da glitch e coloriture idm. Sono nove le tracce presentate, ognuna delle quali costituisce un frammento di un mosaico sonoro più ampio, dove le note cristalline del pianoforte di Hirano sono intrecciate alle manipolazioni elettroniche sottili e sofisticate di Pavlov. L’album si apre con delicati tocchi pianistici che sembrano emergere dal silenzio, subito accompagnati da texture elettroniche che non invadono mai lo spazio sonoro ma lo arricchiscono con discrezione. La collaborazione tra i due artisti raggiunge momenti di rara bellezza quando le melodie organiche si fondono con i processi digitali, creando un equilibrio perfetto tra calore umano e precisione tecnologica. Il lavoro di sound design di CoH si rivela particolarmente raffinato nell’uso di micro-suoni e interferenze controllate che aggiungono profondità e mistero alle composizioni, mentre Hirano dimostra una sensibilità fuori dal comune nel dosare spazi e silenzi, lasciando che ogni nota respiri e trovi il proprio posto nell’architettura complessiva del brano. Sudden Fruit è configurato anche come un viaggio contemplativo attraverso paesaggi sonori che evocano tanto la fragilità della natura quanto la complessità della percezione moderna. Insomma, un disco che richiede un ascolto attento e che ricompensa l’ascoltatore con sfumature sempre nuove a ogni riascolto, confermando la maturità artistica di entrambi i protagonisti e la loro capacità di creare bellezza attraverso la sottrazione piuttosto che l’eccesso. Particolarmente degne di nota sono le tracce centrali dell’album, dove emerge con chiarezza la complementarità tra l’approccio melodico di Hirano e quello processuale di Pavlov. Qui le frequenze acute del pianoforte vengono modellate e rifratte attraverso algoritmi che ne preservano l’essenza emotiva trasformandone la percezione spaziale. L’utilizzo parsimonioso d’effetti e la stratificazione di field recording quasi impercettibili contribuiscono a creare un’atmosfera di sospensione temporale che invita all’immersione totale. La produzione, curata nei minimi dettagli, restituisce una dinamica che valorizza tanto i momenti di maggiore densità sonora quanto quelli di rarefazione estrema, dimostrando come il silenzio possa essere eloquente quanto il suono stesso. L’esperienza d’ascolto si rivela così un percorso di scoperta progressiva, dove ogni elemento trova la propria collocazione in un disegno compositivo di rara coerenza estetica.


