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NeXT Hyper ObscureArchivio per Steven Wilson
“Mangiatori di buio”: Steven Wilson live a Milano
Mario Gazzola recensisce su PostHuman il recente concerto di Steven Wilson a Milano, dove ha dato fondo a tutto il potente immaginario evocato inizialmente dai Floyd di più di mezzo secolo fa, rivisitandolo con la sua sensibilità e alla luce dei tempi moderni; un estratto:
Memorabile concerto spaziale di due ore e mezzo (alla ventiquattresima) all’Arcimboldi del leader dei Porcupine Tree in veste solista ma al comando di una band eccellente in grado di volare oltre la Via Lattea. Un weird reportage: anche il regista Cortez notato fra il pubblico, ma chi era la dama in rosso accanto a lui?
La prima parte del concerto di Steven Wilson in un Teatro degli Arcimboldi milanese, fitto fino al “super cluster” della seconda galleria è composto da circa tre quarti d’ora di viaggio cosmico sulla rotta dell’ultimo album The Overview (l’effetto della veduta d’insieme della Terra dallo spazio, a sinistra la copertina dell’album, a destra la versione cartonata nel teatro)), eseguito integralmente, di filato, con solo un breve stacco fra “lato A e B”: Objects Outlive Us e il brano che gli dà il titolo, arabescati dai video di Miles Skarin(con gran uso di AI, fin troppa).
Seguono ben venti minuti di pausa a luci accese per sgranchir le gambe, come fra un primo e un secondo tempo (prima volta in assoluto a un concerto rock!): anche perché – “settati i controlli per il cuore del sole” – la seconda parte supera l’ora e mezza di crociera interstellar oltre il sistema solare, come dichiara il testo del brano Perspective, declamato dalla voce (registrata) della moglie Rotem Wilson, interamente composto da distanze spaziali e di elenchi dei corpi celesti siti in quelle sempre più remote plaghe di buio cosmico. La prima è un megametro, ossia 1000 km, dove si trovano Ganimede, Callisto e Wolf 359, stella nana rossa già scenario di battaglie di Star Trek e del romanzo Terrore sul mondo di Henri René Guieu (Urania n. 21 del 1953).
RECENSIONI: PINK FLOYD AT POMPEII – MCMLXXII | PINK FLOYD ITALIA
su PinkFloydItalia Recensione mostruosa, imponente, di PinkFloyd@Pompeii nella versione del 2025 (scritta nel titolo, ovviamente, alla romanantica); estratti:
Mi scappa quasi da ridere fare la recensione a “MCMLXXII“, la nuova versione di quel “Live at Pompeii” uscito più di 50 anni fa e che ogni fan dei Pink Floyd conosce perfettamente, ma sono conscio del fatto che (per dirla come l’articolo su Pompeii del magazine NME) l’industria musicale del 2025, con sua eterna vergogna, deve guardare a queste cose per andare avanti e vendere. Quindi, come prima uscita discografica di mamma Sony, che si è comprata tutto il catalogo Pink Floyd, e che negli ultimi mesi ha fatto una gran campagna di pubblicizzazione su Live at Pompeii, vediamo nel dettaglio che tipo di operazione è stata fatta (e come..) sul video e audio di questo concerto, che di concerto ha poco, visto che non c’era pubblico. Ormai questo film è passato alla storia come qualcos’altro. Incredibile.
La parte video del film è stata oggetto di restauro sopraffino, non ci si è concentrati solo sulla “ripulitura” della pellicola originale ma si è intervenuti anche sul colore, rendendolo più fedele alla realtà, lasciando anche in alcuni frangenti quel pizzico di “grana” tipica dei filmati di quell’epoca. Alcune differenze sono imbarazzanti, solo per citarne alcune, la maglietta di Nick Mason in “Set the Controls…” che nella versione Dvd sembra color “mogano” e invece in 4K è molto più tendente al rosso, la sabbia e l’erba dell’anfiteatro hanno un colore molto più vivido e accentuato, per non parlare del formato del video, finalmente nelle giuste proporzioni in modo tale che sia visibile tutto quello che è stato filmato. Chi conosce a memoria il film, non avrà difficoltà a vedere particolari prima nascosti ed ora venuti alla luce. In definitiva, sarebbe difficile fare di meglio. Peccato solo non siano state trovate altre inquadrature inedite, ma sappiamo che quelle bobine sono andate perdute da tempo.
Per la parte audio invece il buon Steven Wilson (che ormai sembra prender parte a tutte le future uscite Floydiane) ha fatto quello doveva, un mix perfetto e rispettoso della registrazione originale: sembra essersi concentrato maggiormente sulle parti di tastiera, batteria e sull’equalizzazione generale ma nel complesso ne è uscita fuori la miglior versione in commercio, sicuramente superiore in tutto alla precedente contenuta nel box “The Early Years”. Ascoltarlo in Dolby Atmos deve essere una cosa strepitosa, per i pochi che hanno un impianto del genere a casa, ma anche in versione Stereo è sempre un “gran godere” per le orecchie. Il nuovo mix ha un impatto potente come non mai sugli ascoltatori.
Steven Wilson – Objects Outlive Us: Objects: Meanwhile
Gli echi di un floydiano che imperversa per sempre…
WATERS, GILMOUR, MASON: RECORD STORE DAY 2025 | PINK FLOYD ITALIA
Su PinkFloydItalia un post per ricordare quanto, anche adesso, le novità floydiane siano sul mercato, pur se espresse coi singoli attori della band; ecco perché:
Si prospetta un Record Store Day ricco di uscite Floydiane.. ecco quali saranno in uscita il 12 Aprile 2025:
David Gilmour Between Two Points 12″ clear Vinyl
Il singolo includerà 4 tracce: Between Two Points in versione originale, il remix di Rob Gentrye e una versione live registrata alla Royal Albert Hall compresa del brano “Vita Brevis”. La quarta e ultima traccia sarà una versione live registrata a NYC di “Fat Old Sun”. Vinile 12″ argento.
Nick Mason`s Saucerful Of Secrets Echoes live 12’’ single
Registrazione dal vivo su un lato, incisione sull’altro. Vinile nero. I Saucerful of Secrets di Nick Mason condividono un’incredibile registrazione dal vivo della loro interpretazione del classico brano dei Pink Floyd “Echoes”. Spinta dal roboante drumming di Nick Mason, questa registrazione cattura la band con Gary Kemp, Guy Pratt, Dom Beken e Lee Harris all’apice delle loro forze. La performance è stata registrata il 1° agosto 2024 alla Centennial Hall di Francoforte, in Germania, da Steve Carr. Echoes Live è stata mixata da Steven Wilson con la consulenza e l’assistenza di Dom Beken. È stato masterizzato a mezza velocità da Miles Showell ad Abbey Road. Il lato b include un esclusivo disegno inciso.
Roger Waters The Dark Side Of The Moon Redux Live neon pink vinyl 12’’
Uscita esclusiva per il Record Store Day: Roger Waters – The Dark Side Of The Moon Redux Live.
Stampato su vinile rosa neon in edizione limitata e registrato durante due spettacoli sold-out al London Palladium nell’ottobre 2023, The Dark Side Of The Moon Redux Live cattura l’unica performance dal vivo della versione reimmaginata da Waters dell’album dei Pink Floyd.
RICHARD WRIGHT: GLI ALTI E BASSI DELLA CARRIERA SOLISTA DEL “SILENZIOSO” DEI PINK FLOYD | PINK FLOYD ITALIA
Su PinkFloydItalia un post che indaga i momenti meno clamorosi, se mail il clamore abbia mai visitato la sua vita, di Richard Wright, tastierista dei Floyd. Vi lascio ad alcune note scritte dalla figlia Gala e dal genero Guy Pratt:
Con la recente ristampa e Remix del primo album solista di Richard Wright, Wet Dream, si è venuto a ricreare un certo interesse per il tastierista dei Pink Floyd e della sua breve carriera solista, quindi in questo articolo (tratto da loudersound.com) ripercorriamo la carriera di uno dei più silenziosi musicisti della musica, cha ha pubblicato solo due album da solista e una collaborazione, preferendo invece andare in barca a vela.. Con interessanti interventi di Gala Wright e Guy Pratt.
Richard Wright, cofondatore dei Pink Floyd, ha ridefinito l’idea di “silenzioso” nel rock. Discreto fino all’invisibilità, Wright ha fatto sembrare altri leggendari membri taciturni del gruppo, come John Entwistle o George Harrison, decisamente sgarbati al confronto. Eppure, ciò che portò ai Floyd fu una brillantezza inconfondibile; il suo lavoro era semplicemente lì, scintillante e mutevole, molto meno definibile delle altre parti della somma. Dagli eterei “bip e bip” dei giorni di Syd Barrett al suo materiale più magistrale del periodo intermedio, fino a quella bellissima improvvisazione bluesy intorno a Old McDonald Had A Farm all’inizio di Sheep su Animals, Wright ha aggiunto una notevole magia. In modo silenzioso. In modo testuale. Così silenziosamente che pochi nel mondo si sono accorti che aveva lasciato il gruppo fino a quando il suo nome non è stato inserito nell’album The Final Cut del 1983.
Più felice sulla sua barca che in uno studio di registrazione, fu licenziato dai Pink Floyd da Roger Waters nel 1979, ma poi tornò notoriamente al tour di The Wall con un salario, essendo l’unico membro della band a essere pagato.
Wright rientrò nel gruppo come musicista session man nel 1987 prima di tornare a far parte a pieno titolo di The Division Bell nel 1994 e, dopo la sua triste scomparsa nel 2008, divenne – come Syd Barrett in Wish You Were Here – la principale ispirazione per un album dei Floyd, The Endless River nel 2014.
The Harmony Codex: gli Ottanta secondo Steven Wilson
Mario Gazzola, dalle pagine di PostHuman, traccia un po’ le coordinate musicali dettate dall’ultimo lavoro di Steven Wilson, leader dei Porcupine Tree; vi lascio alle sue ardite e architetturali considerazioni, che solo un esperto musicale può permettersi di tracciare.
Il settimo album da solista del leader dei Porcupine Tree riesce a stilare un’elegante summa delle passioni del poliedrico musicista inglese dal prog all’electropop più recente, ben testimoniate dal monumentale archivio degli album storici di cui ha curato le rimasterizzazioni.
Secondo il sottoscritto uno dei musicisti più poliedrici e vari del panorama contemporaneo, viene catalogato come “neo prog” ma è capace di sporcarsi le mani col black metal (Opeth) come col techno pop dell’ultimo The Future Bites: per questo approccio l’abbiamo definito una specie di “nuovo Bowie”, più che per una specifica somiglianza stilistica. Ché quella magari giustificherebbe più il paragone con un moderno Peter Gabriel, che va sublimando nel proprio percorso solista il progressive macinato coi Genesis con l’elettronica e la new wave che appunto nei primi ’80 investivano come un tornado lui, i Pink Floyd e tutti i giganti della generazione precedente (qui sotto il clip della title track).Il primo pensiero che mi ha attraversato mentre assimilavo il (sempre notevole) The Harmony Codex mi ha portato a quei mega successi dei primi ’80 firmati da superstar del decennio precedente, tipo Owner of a Lonely Heart o Follow You Follow Me (Genesis), per non parlare dell’ormai mitica Another Brick in the Wall Floydiana: ma vi ricordate che discussioni nel 1980 su quella batteria in 4/4 che andava ‘vergognosamente’ forte in discoteca allora, conquistando al concept di Waters il plauso di ragazzi che neanche sapevano cosa fossero Saucerful o Ummagumma (ma che tutt’al più ballavano la Mammagamma di Alan Parsons).
Impresentabili, eh? Infatti, mai avrebbe ammesso d’ascoltarli un Lo Mele dell’epoca, che vedeva sbocciare intorno a sé ogni settimana un Joy Division, un Cure, un Bauhaus e poi un Siouxsie. Eppure quella roba vendette milioni di copie nel mondo… tutte a degli scemi? No, allora solo a gente che magari non riusciva a digerire i duri del postpunk, anche se va ricordato che per esempio dietro Owner of a Lonely Heart c’era anche Trevor Horn, con Geoff Downes anima dei Buggles (Video killed the radio star) ma per un breve periodo parte dei tardi Yes…Tutta questa rivisitazione serve a dire che oggi la cifra di Steven Wilson è un’intelligente e raffinata sintesi dell’anima ariosa e prog (diciamo alla Animals), con riferimenti anche a Genesis e Gabriel solista (le sentono anche su SentireAscoltare) dei brani lunghi come Inclination, Impossible Tightrope (con belle divagazioni jazzistiche di piano elettrico e sax), come la spaziale, minimalista e futuribile title track (con vibrante recitativo della moglie Rotem) e la conclusiva Staircase, uno dei brani più ruvidi e ritmati del levigato e crepuscolare orizzonte dell’album, con quelle più synth pop delle più asciutte Economies of Scale.
Steven Wilson – Move like a fever
Dal nuovo lavoro di Steven Wilson, dei Porcupine Tree, qualcosa che mi sembra in qualche modo innovativamente pop, almeno per la poetica dell’autore.
Porcupine Tree – Arriving Somewhere But Not Here (Rockpalast 2005)
La parte dei Porcupine Tree che mi piace di più, quella visionaria, floydianamente acida e progressive, ricca di voli pindarici…



