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The Harmony Codex: gli Ottanta secondo Steven Wilson


Mario Gazzola, dalle pagine di PostHuman, traccia un po’ le coordinate musicali dettate dall’ultimo lavoro di Steven Wilson, leader dei Porcupine Tree; vi lascio alle sue ardite e architetturali considerazioni, che solo un esperto musicale può permettersi di tracciare.

Il settimo album da solista del leader dei Porcupine Tree riesce a stilare un’elegante summa delle passioni del poliedrico musicista inglese dal prog all’electropop più recente, ben testimoniate dal monumentale archivio degli album storici di cui ha curato le rimasterizzazioni.
Secondo il sottoscritto uno dei musicisti più poliedrici e vari del panorama contemporaneo, viene catalogato come “neo prog” ma è capace di sporcarsi le mani col black metal (Opeth) come col techno pop dell’ultimo The Future Bites: per questo approccio l’abbiamo definito una specie di “nuovo Bowie”, più che per una specifica somiglianza stilistica. Ché quella magari giustificherebbe più il paragone con un moderno Peter Gabriel, che va sublimando nel proprio percorso solista il progressive macinato coi Genesis con l’elettronica e la new wave che appunto nei primi ’80 investivano come un tornado lui, i Pink Floyd e tutti i giganti della generazione precedente (qui sotto il clip della title track).

Il primo pensiero che mi ha attraversato mentre assimilavo il (sempre notevole) The Harmony Codex mi ha portato a quei mega successi dei primi ’80 firmati da superstar del decennio precedente, tipo Owner of a Lonely Heart o Follow You Follow Me (Genesis), per non parlare dell’ormai mitica Another Brick in the Wall Floydiana: ma vi ricordate che discussioni nel 1980 su quella batteria in 4/4 che andava ‘vergognosamente’ forte in discoteca allora, conquistando al concept di Waters il plauso di ragazzi che neanche sapevano cosa fossero Saucerful o Ummagumma (ma che tutt’al più ballavano la Mammagamma di Alan Parsons).
Impresentabili, eh? Infatti, mai avrebbe ammesso d’ascoltarli un Lo Mele dell’epoca, che vedeva sbocciare intorno a sé ogni settimana un Joy Division, un Cure, un Bauhaus e poi un Siouxsie. Eppure quella roba vendette milioni di copie nel mondo… tutte a degli scemi? No, allora solo a gente che magari non riusciva a digerire i duri del postpunk, anche se va ricordato che per esempio dietro Owner of a Lonely Heart c’era anche Trevor Horn, con Geoff Downes anima dei Buggles (Video killed the radio star) ma per un breve periodo parte dei tardi Yes…

Tutta questa rivisitazione serve a dire che oggi la cifra di Steven Wilson è un’intelligente e raffinata sintesi dell’anima ariosa e prog (diciamo alla Animals), con riferimenti anche a Genesis e Gabriel solista (le sentono anche su SentireAscoltare) dei brani lunghi come Inclination, Impossible Tightrope (con belle divagazioni jazzistiche di piano elettrico e sax), come la spaziale, minimalista e futuribile title track (con vibrante recitativo della moglie Rotem) e la conclusiva Staircase, uno dei brani più ruvidi e ritmati del levigato e crepuscolare orizzonte dell’album, con quelle più synth pop delle più asciutte Economies of Scale.

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