HyperHouse
NeXT Hyper ObscureArchivio per Siouxsie & The Banshees
The Creatures – Killing Time
Quel senso strisciante di decadenza che conosco bene, oltre le apparenze, un distacco che sa di stanchezza.
Siouxsie and the Banshees – Forever
Ogni tanto scopro qualche brano di Siouxsie che non conoscevo. Dalle sonorità avvolgenti e il cui testo mi trafigge come mille verità, mai assolute ma dilanianti.
“L’infinito si estende senza limiti
Innumerevoli giorni passano in modo incommensurabile
Gli anniversari si perdono nel vortice
Girando vorticosamente in una tempesta di neve di millenni scintillanti
Non potevamo stare insieme
Questo non poteva durare per sempre
I sensi si dissolvono in soliloqui
Inondando l’ascesa in sincronia
Ma non potevamo stare insieme
Sapevo che non sarebbe durato per sempre
Per sempre solo un altro legame e poi mai più
Questo è l’ultimo filo da recidere
Avanti e avanti sì, va avanti e avanti
Potrei stare ovunque
Durerei per sempre
Per sempre solo un altro legame e poi mai più
Questo è l’ultimo filo da recidere
Per sempre mai per sempre
Questo è l’ultimo filo da recidere
Ti ho perso per sempre e per sempre”.
Pluto Drive – The Creatures (Siouxsie) – An Hour With Jonathon Ross – 17/12/1989
Plutone arriva sempre, quando meno te lo aspetti.
I 10 migliori dischi goth degli anni ’80 | Rolling Stone Italia
Su RollingStoneItalia un articolo di Fabio Zuffanti che elenca i migliori dieci dischi dark (o gothic) della storia, condivisibile in larga parte, mancano ovviamente tanti album, ma come si fa a essere esaustivi su tutto? L’incipit:
Malinconia, spleen, nichilismo, la bellezza decadente di cimiteri e ville in rovina, di statue consumate dal tempo, di giardini sfioriti. Nero come colore dell’anima, neri i cappotti, neri i capelli, con acconciature stravaganti che non temono la forza di attrazione terrestre. L’amore per intellettuali come Albert Camus e Jean-Paul Sartre, poeti come Charles Baudelaire o dandy come Oscar Wilde. Ritmiche squadrate, chitarre lancinanti, voci disperate, come dal fondo di un abisso. Altre volte invece tappeti funerei di tastiere, un canto da altre dimensioni, archi e fiati che richiamano un classicismo dolente, da medioevo oscuro o da salotti ottocenteschi tarlati e ammuffiti.
In Inghilterra si chiama gothic rock (in alternativa goth rock o goth), in Italia semplicemente dark. La terra d’Albione non è nuova a questo tipo di proposta: già tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70 tutta una serie di formazioni indugiò in tematiche oscure e destabilizzanti; da cult band come Atomic Rooster, Still Life, Dr. Z, Quatermass e High Tide ai famosissimi Black Sabbath, che daranno vita a un persistente movimento dark-metal. In questi casi però il dark sound racconta storie più o meno inquietanti, traspone in musica gli orrori letterari di Poe o Lovecraft, insiste su streghe, castelli maledetti e tutto un apparato fumettistico/fantastico. C’è almeno un caso però, quello dei Van Der Graaf Generator, nel quale l’orrore in musica non è più solo quello dei manieri stregati, ma è il male di vivere, le paure dell’uomo moderno, il non sentirsi adeguati al mondo. Questi argomenti verranno sviluppati da un manipolo di band a partire dalla rivoluzione punk e poi da quella post punk (o new wave). Dal 1978 il punk muta infatti in qualcosa d’altro, si contamina con svariati stili mantenendo intatta la sua tendenza all’essenziale, il suo fare a meno di assoli e lungaggini assortite. Dalla new wave prende le mosse il gothic rock, con l’approfondimento dei temi esistenziali già caratterizzanti la band di Peter Hammill, che prendono definitivamente campo in un gran numero di formazioni dal sound teso e malato.I seguaci del goth sono figure ancora più pessimiste dei Sex Pistols e del loro “no future”. Non è solo la società il nemico, è la propria anima, persa in un mondo che non riconosce più la bellezza, un’esistenza frettolosa e avida che non accetta la sensibilità e l’introspezione. Gruppi e ascoltatori sono uniti da uno stato di nichilismo assoluto, diventando fautori di una filosofia nella quale non è peccato affogare nelle proprie malinconie e nel proprio disagio esistenziale. Tra la fine dei ’70 e quella degli ’80 si assiste così a una vera esplosione di formazioni dedite ai suoni oscuri del gothic rock. Alcune caratterizzate da suoni metallici e ossessivi, retaggio del punk, altre maggiormente elettroniche, altre ancora dedite a composizioni ammantate di orchestre, cupe tastiere e voci d’oltretomba. Con diversi personaggi che diventeranno vere e proprie icone (due per tutti: Robert Smith dei Cure e Siouxsie Sioux dei Siouxsie And The Banshees). In Inghilterra, come in Italia e in svariati angoli del globo, il dark diventa una moda, con giovani esistenzialisti nerovestiti – capelli sparati, catene, anfibi e trucco – che si aggirano per le città con in mano l’immancabile copia de I fiori del male o de La nausea. In quei giorni ci si può permettere di rifuggire il divertimento a tutti i costi per sentirsi realmente diversi, crogiolarsi nei propri malesseri, girare torvi con le cuffie in testa e l’anima inquieta che si riflette nella decadenza di cimiteri e parchi abbandonati. Il dark funge da colonna sonora di vite alla costante ricerca di sé. L’âge d’or del dark viene qui riassunta in 10 dischi più che essenziali.
Siouxsie And The Banshees – This Unrest
Come un mantra improvviso nella mente, destrutturando le immagini…
Siouxsie & The Bashees – Swimming Horses
Attraverso i cavalli nuotanti vedi i risvolti di realtà che non possono esisterti.
Siouxsie And The Banshees – Bring Me The Head Of The Preacher Man
Meraviglie di un tempo elegantemente oscuro.

