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RICHARD WRIGHT: GLI ALTI E BASSI DELLA CARRIERA SOLISTA DEL “SILENZIOSO” DEI PINK FLOYD | PINK FLOYD ITALIA
Su PinkFloydItalia un post che indaga i momenti meno clamorosi, se mail il clamore abbia mai visitato la sua vita, di Richard Wright, tastierista dei Floyd. Vi lascio ad alcune note scritte dalla figlia Gala e dal genero Guy Pratt:
Con la recente ristampa e Remix del primo album solista di Richard Wright, Wet Dream, si è venuto a ricreare un certo interesse per il tastierista dei Pink Floyd e della sua breve carriera solista, quindi in questo articolo (tratto da loudersound.com) ripercorriamo la carriera di uno dei più silenziosi musicisti della musica, cha ha pubblicato solo due album da solista e una collaborazione, preferendo invece andare in barca a vela.. Con interessanti interventi di Gala Wright e Guy Pratt.
Richard Wright, cofondatore dei Pink Floyd, ha ridefinito l’idea di “silenzioso” nel rock. Discreto fino all’invisibilità, Wright ha fatto sembrare altri leggendari membri taciturni del gruppo, come John Entwistle o George Harrison, decisamente sgarbati al confronto. Eppure, ciò che portò ai Floyd fu una brillantezza inconfondibile; il suo lavoro era semplicemente lì, scintillante e mutevole, molto meno definibile delle altre parti della somma. Dagli eterei “bip e bip” dei giorni di Syd Barrett al suo materiale più magistrale del periodo intermedio, fino a quella bellissima improvvisazione bluesy intorno a Old McDonald Had A Farm all’inizio di Sheep su Animals, Wright ha aggiunto una notevole magia. In modo silenzioso. In modo testuale. Così silenziosamente che pochi nel mondo si sono accorti che aveva lasciato il gruppo fino a quando il suo nome non è stato inserito nell’album The Final Cut del 1983.
Più felice sulla sua barca che in uno studio di registrazione, fu licenziato dai Pink Floyd da Roger Waters nel 1979, ma poi tornò notoriamente al tour di The Wall con un salario, essendo l’unico membro della band a essere pagato.
Wright rientrò nel gruppo come musicista session man nel 1987 prima di tornare a far parte a pieno titolo di The Division Bell nel 1994 e, dopo la sua triste scomparsa nel 2008, divenne – come Syd Barrett in Wish You Were Here – la principale ispirazione per un album dei Floyd, The Endless River nel 2014.
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Continuando a parlare di Roger Waters, vorrei fare un piccolo salto indietro e rievocare un suo concerto di venti anni fa, forse il suo più intimo a cui ho assistito, pregno del senso floydiano ma anche per pochi sodali, dove vederlo in azione sul palco a pochi metri ha ancora i miei occhi un valore inestimabile, pur se all’epoca Roger non aveva con sé tutto l’apparato tecnologico – ora molto più che floydiano – ma di cui s’intuiva comunque la presenza.
Ho pescato dalla Rete questa recensione dell’epoca, e mi ci specchio quasi totalmente, anche se ricordo che i due chitarristi non arrivavano a fare mezzo Gilmour 🙂
Roma, stadio Flaminio, 12 giugno 2002, un abisso di tempo riesumato su XTM…
Non siamo neanche arrivati al cancello d’ingresso, io e Pink, che iniziamo a sentire, proveniente dall’interno dello stadio, il riff inconfondibile di “In The Flesh”. Sono le 8 di sera, il sole splende ancora altissimo. “Non ti preoccupare, Floyd”, mi fa Pink, “sarà l’impianto di diffusione”. Macché, il concerto è già partito, e d’altro canto l’avevano detto che sarebbe iniziato puntuale per evitare di finire in tarda serata e distruggere la quiete agli abitanti del quartiere.
Inizia una forsennata corsa verso l’erba verde del Flaminio, “The Happiest Days Of Our Lives” e siamo ancora virando sotto le tribune. Entriamo al coro di “We don’t need no education, we don’t need no thought control”, con la Roger Waters Band che alla luce del sole esegue una versione ad altissima fedeltà di “Another Brick In The Wall”. E non ci sono cinismi che tengano, perchè è un momento realmente emozionante: fino a un paio di mesi prima mi stavo rassegnando all’idea che avrei stirato le zampe senza ascoltare mai una nota dei Pink Floyd dal vivo, e invece l’evento sta avendo luogo, proprio di fronte ai miei occhi.
Sempre da “The Wall”, Waters attacca la lenta, struggente “Mother”, ed è il momento di guardarsi intorno: pubblico tra i 10 e i 70 anni di età, tutti con un sorrisino ebete stampato sul viso tranne, presumibilmente, quelli seduti in tribuna, imbufaliti per aver pagato 60 euro (molto più di noi che stiamo sul prato) ed essere relegati in una posizione di sguincio, dato il cambio di venue al Flaminio dal previsto Olimpico (dove avrebbero avuto diritto a una eccelsa postazione di fronte al palco). “Brezhnev took Afghanistan, Begin took Beirut”, attacca Waters, affiancato dai suoi chitarristi Snowy White e Andy Fairweather-Low, e dal tastierista Chester Kamen, fratello di Nick. Arriva anche “Southampton Dock”, mentre sui megaschermi, che dovrebbero proiettare immagini mirabolanti, continua a vedersi poco o nulla, causa sole. All’esecuzione di “Pigs On The Wing” e “Dogs” (da “Animals”) mi è ormai chiaro che si tratta del concerto da stadio con il miglior sound che abbia mai visto, in perfetta tradizione pinkfloydiana. Calano finalmente le prime ombre della sera, e durante “Set The Controls For The Heart Of The Sun” (unica concessione ai Pink Floyd pre-1970) si vedono finalmente nitidamente le prime immagini dai megaschermi: sono Waters, Gilmour, Mason e Wright, ripresi mentre si rotolano in un campo di grano in un pomeriggio inglese degli anni sessanta, giovanissimi e psichedelicissimi. Vengono concessi anche dei momenti di gloria alle tre coriste; una di loro, quella che fa l’assolo, è la mitica P.P. Arnold, “Incise due album sul finire degli anni ’60 per l’etichetta Immediate di Loog Oldham, il manager degli Stones”, informo enciclopedico il buon Pink, “il primo è eccezionale, il secondo molto meno, anche perché uscito in un momento in cui l’etichetta stava collassando…”
Discorso interrotto dall’arrivo, in sequenza, di “Shine On You”, “Welcome To The Machine” e “Wish You Were Here”, un terzetto che lascia me e tutti i presenti con la bocca aperta e le orecchie in tiro.
C’è un break di 20 minuti, che serve a malapena per rifiatare. Si ricomincia con quello che è il clou del concerto e, in ultima analisi, il vero motivo per cui 20.000 persone sono riunite stasera su questo prato dove di solito si gioca a rugby: la sequenza di brani tratti da “The Dark Side Of The Moon”, partendo dal battito cardiaco di “Breathe”, passando per “Time” e concludendo con una ballabile versione di “Money”.
Mi viene in mente, ascoltando quei brani immensi, eseguiti live con una precisione e un’alta fedeltà colossale, di come a volte dimentichiamo (tutti) che “Dark Side” è e resta un caposaldo della musica che in difetto di migliori termini definiamo “rock”. Troppo spesso, certa critica un po’ troppo snob ha storto il naso di fronte al successo universale e un po’ “nazional-popolare” di quell’album datato 1973 e, citando i Pink Floyd, ha magnificato i dischi dell’epoca Barrett per sminuire quelli, diversi ma altrettanto grandi, del periodo Waters. E in cima alle classifiche dei dischi più influenti di tutti i tempi ci andavano regolarmente cose tipo “The Velvet Underground & Nico”, mentre “Dark Side” non riceveva neanche lo straccio di una citazione. Ha influito, su “quella” critica, l’epiteto di “dinosauri” con cui le nuove leve del punk definirono la generazione dei Led Zeppelin, degli Stones e, certo, dei Floyd; e forse anche la famosa t-shirt indossata da Johnny Rotten in alcuni concerti del ’76, recante la scritta “I Hate Pink Floyd”. Ma un mondo senza “Dark Side” sarebbe, musicalmente parlando, molto più povero. Per fare un esempio, una band come i Flaming Lips di “Soft Bulletin” e “Yoshimi” non è assolutamente concepibile se eliminiamo dall’equazione l’epopea sul “lato oscuro della luna”.
La suite di cui sopra viene intervallata da alcuni pezzi tratti dai dischi solisti di Waters, tratti dal valido “The Pros And Cons Of Hitchhiking” e dagli sbiaditi “Kaos Radio” e “Amused To Death”, poi veniamo rispediti sulla luna, con “Brain Damage” ed “Eclipse”, splendidi come li conoscevamo. Waters, che fino a quel momento è rimasto fisso al centro del palco, fa una passeggiata dalle nostre parti, e riusciamo finalmente a vederlo da vicino. “’Ammazza, quanto è vecchio”, è il lapidario commento di Pink, che purtroppo corrisponde a verità: capelli bianchi e abbondanza di rughe, sembra quasi un reduce, come se il Tenente Waters protagonista di alcune delle sue canzoni fosse tornato indenne dallo sbarco di Anzio per offrirci una dissertazione in musica sui suoi orribili incubi di guerra.
Si finisce in crescendo, con “Comfortably Numb”, uno dei migliori episodi (il migliore?) da “The Wall”. C’è tempo per una encore, la nuovissima “Flickering Flame”, unico pezzo inedito contenuto nell’appena uscita compilation di brani del periodo solista.
Poi tutti a casa, anzi, nel nostro caso, al pub, a discettare del perché e del percome le canzoni epocali che Waters scrisse quando aveva tra i 20 e i 30 anni siano nettamente superiori a quelle prodotte in età più matura; e di come vedere Waters (il songwriter) sia ben più significativo che non assistere ai Floyd di Gilmour, Mason e Wright, che sono sempre stati dei semplici, benchè validi, esecutori.
I Pink Floyd come non li avete mai ascoltati prima – Rockol
Su RockOl un bell’articolo che ripercorre le vicissitudini del remix di Animals, dei Floyd, uscito ieri, articolo arricchito di aneddoti che non conoscevo e che mi gasano davvero, è come se fosse nato un loro nuovo disco, tornando ai tempi in cui erano davvero tosti.
Grazie a James Guthrie, produttore e ingegnere del suono londinese, vero e proprio mago del suono alla corte dei Pink Floyd sin dai tempi di “The Wall”, l’upgrade sonoro completato nel 2018 si è ramificato all’interno di tutto l’album, evidenziando in particolare la limpidezza dei suoni e in particolare delle timbriche della batteria di Nick Mason. È proprio lo storico batterista dei Floyd il primo a dichiararsi soddisfatto del 2018 remix: “Sono contento che l’abbiamo remixato invece di lasciarlo così com’era. Penso che di tutti gli album sia forse quello registrato meno bene. Ha meritato un miglioramento”. Anche Aubrey Powell, che ha curato le grafiche della nuova copertina, esterna la sua approvazione: “So che la band non è mai stata del tutto soddisfatta di “Animals”. Lo realizzarono nel loro studio per la prima volta e hanno avuto un sacco di problemi iniziali. Ora ha preso vita e la grinta è proprio quella immaginata da Roger. È incredibile”.
Bisogna ammettere che “Animals” è un disco di rottura nella discografia dei Floyd, vera e propria linea di demarcazione che separa la musica sognante e onirica di “The Dark Side Of The Moon” e “Wish You Were Here”, i loro due dischi precedenti, dal successivo “The Wall”, vero e proprio tsunami lirico e sonoro. Con “Animals” la band rompe musicalmente col passato: niente musica d’atmosfera, da ascoltare a occhi chiusi: il suono di “Animals” ti tiene sveglio, non te lo godi rilassato sulla sedia a sdraio, non puoi suonarlo con la chitarra davanti a un falò con gli amici, non potrai utilizzarlo all’interno di un documentario sul surf o come colonna sonora per l’acqua minerale, come gran parte delle canzoni dei Pink Floyd. Nulla di tutto questo. “Animals” ti fa riflettere, ti colpisce dritto nello stomaco e ti costringe a reagire, ribellarti, prendere posizione. Non è accomodante, è scomodo. Ed è pericolosamente visionario e attuale. Non è un caso che quarant’anni dopo Roger Waters ne abbia ripescato suoni e iconografia per i suoi concerti dell’”Us+Them” tour del 2018, adattandoli perfettamente alla situazione politica e sociale di quel periodo. Per questo i testi e le musiche di “Animals” suonano ancora più pregnanti oggi, fungendo da perfetta colonna sonora dei tristissimi tempi che stiamo vivendo.
A parte l’impegno in fase d’incisione, c’è da rimarcare il diverso coinvolgimento dei quattro musicisti all’interno dei Britannia Row Studios. Sin dalle prime settimane Nick Mason si è particolarmente attivato producendo ai Britannia Row alcuni musicisti e prendendo confidenza con le attrezzature, prima dell’inizio delle incisioni di “Animals”. Richard Wright, preso da problematiche personali, si pone ai margini delle lavorazioni del disco, vivendo con disagio lo strapotere decisionale del quale si era investito Roger Waters anche grazie alle distrazioni degli altri componenti della band. Infine Gilmour e Waters vivono quelle settimane totalmente presi dalla loro vita privata: freschi sposi, diventano per la prima volta genitori proprio nel 1976, Gilmour ad aprile, Waters a novembre.
David Gilmour: “L’unica volta che ho visto i Pink Floyd dal vivo me la ricordo bene perchè ero molto arrabbiato”
Su OndaMusicale un aneddoto assai particolare, che riguarda i Floyd e in particolare Gilmour. Ve lo riporto pari pari:
Durante un’apparizione nel nuovo podcast The Lost Art of Conversation David Gilmour ha ricordato un episodio che lo ha profondamente sconvolto e che è avvenuto durante un concerto dei Pink Floyd del 1977 a Montreal, in Canada. David ricorda di essersi addirittura rifiutato di tornare sul palco per eseguire l’ultima canzone in programma.
“L’unica volta che ho visto i Pink Floyd dal vivo è stato durante il bis allo stadio di Montreal nel 1977 – l’ultimo concerto degli Animals tour, quello in cui Roger [Waters] ha sputato su uno spettatore – ha detto Gilmour – Ero così incazzato per quel gesto, così tanto che mi sono rifiutato di suonare il bis, e sono andato al mixer a guardare la band suonare con Snowy [White] che suonava le mie parti di chitarra. Questo è stato l’unico momento in cui ho visto suonare i Pink Floyd.”

