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Carmilla on line | Insurrezione, tumulto, ribellione!


Su CarmillaOnLine è disponibile un’altra recensione a “La sposa!”, dove si allude alla sposa di Frankenstein – già recensito qui e qui. Ecco cosa ne pensa Sandro Moiso:

La sposa! (The Bride!), questo il titolo del film prodotto, sceneggiato e diretto dalla Gyllenhaal, vede infatti come protagonisti della storia, ambientata comunque negli anni Trenta, non due giovani delinquenti destinati ad una tragica fine, ma due umanissimi mostri usciti dalla penna di Mary Shelley e dal cinema di serie B dello stesso periodo, ovvero la creatura di Frankenstein, interpretata nel film del 1935 (The Bride of Frankenstein) da Boris Karloff, e la sua altrettanto resuscitata sposa. Una narrazione sempre sospesa tra horror e commedia nera che, come sempre più spesso accade, riesce in virtù della sua proiezione fantastica a far sprofondare lo spettatore nelle contraddizioni della realtà e della sua quotidiana violenza di genere.
Una vicenda di rinascita, amore, morte, violenza e ribellione che offre moltissimi punti di riflessione e altrettanti piani e chiavi di lettura. A partire dal fantasma di Mary Shelley che compare fin dalle prime immagini per cercare di rivelare una volta per tutte perché una giovane donna del primo Ottocento abbia finito con il diventare l’autrice di una delle storie più drammatiche e disperate della fantascienza, di cui forse fu la vera fondatrice, e della letteratura fantastica. Sicuramente una ribellione contro l’ordine maschile del mondo, anche nell’ambiente disinvolto e apparentemente “libero” del Romanticismo inglese di Byron e di Percy Bysshe Shelley, che la giovane figlia di Mary Wollstonecraft, forse la prima autrice e pensatrice femminista non soltanto britannica, sfidò con un’opera talmente audace, tanto da suscitare ancora oggi un gran numero di svariate e contraddittorie interpretazioni, da essere in seguito attribuita per molti anni al marito. Quel Percy Bysshe Shelley, con il quale era fuggita a soli sedici anni, che nel 1819, un anno dopo la pubblicazione di Frankenstein, or The Modern Prometheus, avrebbe composto il poema a sfondo politico sull’anarchia, posto qui in esergo, in seguito al massacro di operai a Peterloo, che avvenne nello stesso anno che, però, sarebbe stato pubblicato soltanto nel 1832. Tanto per chiarire da quale ambiente derivavano le idee libertarie dell’autrice inglese (1797-1851) che aveva scritto quel romanzo a soli diciotto anni.

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La Sposa! Il mostro “preferirebbe di no” – Posthuman.it


Su PostHuman, Mario Gazzola dà la sua rece a “La sposa!”, il film già segnalato pochi giorni fa su FantasyMagazine che è una sorta di sequel di Frankstein; un estratto:

Fanta-horror, poi un frenetico musical (le scene di ballo nel jazz club underground che assomiglia a una discoteca moderna, e poi nella festa chic) e poi ancora… già, il gangster movie, perché la fuga in auto per l’America degli anni ’30 della coppia di amanti-mostri è una fantastica epica di Bonnie & Clyde del XXI secolo. E naturalmente, su tutto, la struggente storia d’amore di due outcast che fanno paura a chiunque li guardi bene e quindi hanno solo l’uno l’altra al mondo per sperare di poter sperimentare anche l’accettazione e la passione oltre all’esclusione e alla violenza.
Se non vi basta, se siete dei cinefili raffinati, sappiate che il film si apre con una geniale cornice metanarrativa, in cui è la stessa Mary Shelley a possedere la giovane escort Ida, facendole vomitare al bar le verità inconfessabili per cui verrà uccisa da un laido mafioso italoamericano, i cui sgherri poi inseguiranno la Sposa rediviva (come la polizia e il detective corrotto con la sua abile assistente Myrna) per metterla a tacere definitivamente. È al termine di questa cornice iniziale che la Shelley ci annuncia che “è ora di scrivere un sequel”, ovviamente del suo celeberrimo romanzo Frankenstein o il moderno Prometeo del 1818, iniziatore di una mitologia cinematografica di oltre 180 pellicole a oggi. L’autrice letteraria tornerà a comparire di tanto in tanto nel corso della trama, come contraltare della Sposa.
Nel romanzo però il personaggio della Sposa non veniva creato: in realtà nasce nel 1935 come sequel, per complessivi soli tre minuti, nei quali tuttavia riesce a rendere iconica l’acconciatura “a covone” dei capelli elettrificati con la ciocca bianca a fulmine.

La sposa! Al cinema | FantasyMagazine


FantasyMagazine segnala l’uscita del film “La sposa!”, un’idea geniale di Maggie Gyllenhaal che perpetua il mito di Frankstein di Mary Shelley; nel dettaglio:

Un solitario Frank si reca nella Chicago degli anni Trenta per chiedere alla pionieristica scienziata Dr. Euphronious di creare per lui una compagna. I due riportano in vita una giovane donna assassinata, e così nasce La Sposa. Ma ciò che segue va ben oltre ogni aspettativa: omicidi! Possessioni! Un movimento culturale radicale! E due amanti fuorilegge uniti in una storia d’amore esplosiva e incontrollabile!

Qui è possibile leggerne la rece, e sotto il trailer, che mi ha conquistato. Buona visione!

Povere creature! | Fantascienza.com


Mostro. Nella maggior parte dei casi, appena si legge questa parola, si pensa subito a qualcosa di diverso, raccapricciante, un’alterità che provoca paura, incomprensioni, «combina l’impossibile e il proibito» (Nuzzo: 18). Mostruosità e differenza: mostrare la mostruosità significa concentrarsi su quello spazio in cui emerge la differenza e come questa viene «costruita, assoggettata, neutralizzata, usata» (Nuzzo: 26). La differenza è mostruosa, perché ci mette davanti ai nostri limiti, a quelli del nostro pensiero, nel suo aggrapparsi con tutte le forze alla sovranità dell’Uno, invece di aprirsi alla possibilità del Molteplice. 
È difficile, quindi, quando Bella appare davanti a noi, pensare che lei/questa sia un mostro. Ci si aspetterebbe di vedere la Creatura di Frankenstein, patchwork di corpi umani, un essere brutto, la cui alterità fisica subito lo etichetta come mostro. La mostruosità con cui abbiamo a che fare, invece, è Bella – esempio eclatante di questa discordanza è Febo di Notre Dame de Paris (il romanzo, non la versione animata), la cui deformità interiore veniva celata dal suo bell’aspetto, come accade con il personaggio di Wedderburn. La bellezza della ragazza non la notiamo soltanto, ma ci viene sottolineata per tutto il film, fin da quando McCandles la vede per la prima volta. L’alterità arriva in un secondo momento, quando la sentiamo (tentare di) parlare, quando la vediamo muoversi in modo strano, come chi sta imparando a muovere i primi passi nel mondo, comportarsi a metà tra l’infantile e il problematico. Come la Creatura di Frankenstein dimostra però segni di intelligenza, capacità intellettuali, se pur minime, un desiderio di imparare e di intessere legami, di avere compagnia. 
Il continuo paragone con Frankenstein non è dovuto solo alla comune trattazione dell’entità mostruosa: attraverso un continuo gioco di specchi, di doppi, di indizi minimi la storia che ci viene narrata è quella di Mary Shelley stessa.

Questo è un estratto dalla recensione apparsa su Fantascienza.com al film “Povere creature”, di Yorgos Lanthimos, pellicola che ha incuriosito un po’ tutti in queste settimane invernali; v’invito a leggere il resto della rece, interessante, avvolgente, istruttiva.

Frankenstein di Marco Cannavò e Corrado Roi | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione della versione a fumetti di Frankenstein, il classico del fantastico rivisto e immaginato da Marco Cannavò e disegnata da Corrado Roi. La quarta:

Frankenstein o il moderno Prometeo, capolavoro ottocentesco di Mary Shelley, è uno dei più apprezzati testi del genere horror: il rapporto tra lo scienziato Victor Frankenstein e il cosiddetto “mostro” è ormai assurto a mito archetipico della travagliata relazione tra il creatore e la sua creatura, un espediente che la scrittrice utilizza brillantemente per trattare argomenti come il confronto dell’Uomo con Dio, o per discutere i limiti razionali del progresso scientifico – una questione, oggi, più attuale che mai.
Esegue la trasmutazione grafica di un tale capolavoro sono lo sceneggiatore Marco Cannavò e Corrado Roi, maestro indiscusso del Fumetto horror italiano. La combinazione dello stile narrativo del primo e la profondità delle chine acquerellate del secondo sono la scarica elettrica capace di dar vita a questo imperdibile romanzo illustrato.

Luni Editrice presenta “Storia dei vampiri e degli spiriti malefici” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di Storia dei Vampiri, a cura di Collin de Plancy, in cui viene fatta una disamina sui casi di vampirismo; attenzione, però, il libro è del 1820, e questo non fa altro che aumentarne la suggestione.

Sul finire del Settecento e per tutto l’Ottocento, in particolare in Francia e Inghilterra, si sviluppò la ricerca quasi ossessiva delle forze dell’occulto, che coinvolse persone di ogni ceto sociale, portando alla produzione di molti testi che ancora oggi dominano e suscitano terrore, sia sui vampiri sia su personaggi “malefici” nati proprio in quel particolare momento storico culturale.
Questo libro, pubblicato nel 1820 a Parigi solo un anno dopo The Vampyre di John Polidori e due anni dopo Frankenstein, or the modern Prometheus di Mary Shelley, anticipa di due secoli i moderni studi sul vampirismo e sulle “presenze” dell’occulto, oggi argomento totalmente sdoganato e di comune accettazione, ed è la base e il fondamento di tutti gli studi successivi.

È singolare il fatto, osservato dallo stesso Plancy, che fosse stato proprio il secolo di Voltaire e degli enciclopedisti a registrare il maggior numero di racconti sui vampiri. Ciò, tuttavia, non dovrebbe stupire, in quanto, come già enunciava Edmund Burke, con la sua teoria del delightful horror – proprio nel XVIII secolo – ciò che suscita terrore può nondimeno affascinare, come dimostra il fortunato filone dell’horror, dal primo romanzo gotico del Walpole a oggi.

La ragazza invisibile di Mary Shelley | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di La ragazza invisibile, racconto di Mary Shelley uscito per i tipi di DelosDigital nella collana weird InnsMouth. La quarta:

Mary Shelley dipinge un quadro misterioso. Un quadro attraverso il quale il lettore potrà compiere un viaggio nell’anima della madre di Frankenstein. Un dipinto che resiste alle intemperie in una rocca desolata e disabitata. Una rocca in cui però si aggira La Ragazza Invisibile in attesa che qualcuno la trovi e la salvi dal destino che la vita sembrava aver scelto per lei. Un racconto nel racconto, che ci propone barlumi emozionali della vita e della personalità di Mary Shelley.

ABEditore presenta “Spettriana. Storie di fantasmi dell’antica Europa” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di Spettriana. Storie di fantasmi dell’antica Europa, una raccolta di storie di spettri dimenticate in giro per l’Europa edita da ABEditore. Vi lascio alle note dell’articolo:

“Che ne è stato dei fantasmi dalla mano ammonitrice e dalla forma sfuggente, che domavano il cuore spavaldo del soldato e facevano svelare all’omicida, nello stupore del mezzogiorno, l’opera occulta della mezzanotte?”.

A porre la domanda, nel 1824, è Mary Shelley: mentre la ghost story inizia ad acquisire una fisionomia autonoma in quanto genere letterario, l’autrice di Frankenstein lamenta la progressiva scomparsa di quelle “storie tradizionali” la cui “autorità era sufficiente a farci vacillare quando le relegavamo insieme a tutte quelle cose che ‘parevano impossibili’”. Quelle storie avevano fatto parte, per secoli, di un patrimonio narrativo condiviso in tutta Europa. Aneddoti paurosi, raccontati nei salotti e garantiti per veri da amici degli amici; storie moraleggianti, diffuse dai predicatori nelle chiese e nelle piazze e rinarrate nelle stalle durante le lunghe veglie d’inverno; testimonianze certe – perché garantite dai Padri della Chiesa o dagli scrittori dell’antichità – dell’azione del Demonio nel mondo, oppure, di converso, dell’infinita misericordia di Dio.
Sulle vie d’Europa, Spettriana raduna una ventina di queste storie dimenticate che per i nostri antenati rappresentavano l’essenza della paura, selezionate e tradotte da antologie, trattati teologici, raccolte di prodigi, cronache e resoconti. Tra le sue pagine – per dirla, ancora, con le parole di Mary Shelley – troveremo quei “fantasmi che sollevano le cortine ai piedi del letto mentre la pendola batte l’una, che si levano pallidi e orrendi dai cimiteri e che infestano le loro antiche dimore; che, quando gli si parla, rispondono, e che con il loro tocco freddo e ultraterreno fanno drizzare i capelli sulla testa; il vero fantasma”, insomma, “vecchio stile, che profetizza, svolazza e volteggia”, e che è forse capace di suscitare qualche brivido ancora oggi.

Clonazione: l’uomo e il suo doppio nella narrativa di fantascienza


Su Delos235 un’approfondita riflessione di Franco Piccinini sul doppio, sull’automa, sul clone, e di come la letteratura di genere abbia affrontato questa tematica; vi lascio a un passo esplicativo:

I metodi con cui la fantascienza produce questi Doppelgänger sono svariati: androidi perfettamente uguali a un essere umano, duplicati virtuali nella memoria di un computer, paradossi temporali per cui un individuo incontra più volte se stesso, scivolamenti attraverso universi paralleli, trasmettitori di materia oppure apparecchi che trasformano direttamente l’energia in materia. Per ognuno di questi metodi, possiamo scegliere tra moltissime opere di valore. Se però parliamo di clonazione, dal punto di vista scientifico la maggior parte delle opere che ho letto si mostra imprecisa e superficiale: magari sono affascinanti sotto l’aspetto speculativo e dello studio psicologico dei personaggi, ma ha ben poco a che fare con la clonazione vera e propria. Succede anche quando gli autori sono scrittori di grandi qualità. Kate Wilhelm, per esempio, ha scritto un romanzo d’esordio assieme a T. L. Thomas dal titolo The Clone (1965), noto da noi come Dalle fogne di Chicago. Ora, la combinazione di batteri e sostanze chimiche che si rimescola nelle fognature e poi ne emerge, producendo un gigantesco, impressionante “blob” capace di assorbire gli esseri viventi che incontra, è tutto fuorché un clone. Clonazione, in biologia, indica la creazione asessuata, naturale o artificiale, di un secondo organismo vivente o anche di una singola cellula che ha tutte le caratteristiche genetiche del primo. Per estensione, oggi è chiamata così anche la copia genetica di un individuo (chiamato “matrice originale”). La domanda principale infatti è: se possiamo duplicare mediante clonazione un animale, oppure un uomo, che cosa ce ne facciamo? La risposta più concreta e più facile da realizzare è la seguente: pezzi di ricambio. Provate a pensarci: per ogni essere umano si potrebbero ottenere una o più copie in grado di fornire organi e tessuti intatti, da sostituire al bisogno. Badate che questa non è più fantascienza: qualcuno ci sta concretamente pensando. In fondo, le tecniche di trapianto ci sono già da tempo e sono abbastanza semplici. Il vero problema è la reazione di rigetto, ma con un clone questo non avverrebbe, come hanno provato i trapianti fra gemelli identici; purtroppo però questi cloni sono pur sempre esseri viventi, magari dotati di coscienza. Che ce ne facciamo dopo che li abbiamo “smontati”? Segnalo in quest’ottica Ricambi (Spares, 1994) di M. Marshall Smith e I segreti dello scorpione (The house of the Scorpion, 2002) di Nancy Farmer, entrambi raccontati dal punto di vista del clone, che non ci sta a fare da fornitore di pezzi di ricambio. Le spaventose implicazioni morali di una simile operazione ci riportano ovviamente al peccato di hybris del dottor Frankenstein di Mary Shelley o del dottor Jekyll di Stevenson. Forse è questo che ha spinto Kazuo Ishiguro, scrittore scozzese ma di origine giapponese, recentemente insignito del premio Nobel per la letteratura, ad occuparsene nel suo romanzo Non lasciarmi (Never let me go, 2005). Sono protagonisti due ragazzini, che vengono educati nel più perfetto dei college inglesi come se fossero destinati a far parte della futura classe dirigente britannica: solo nelle ultime pagine scoprono qual è il vero destino loro riservato. Fornire ricambi, per l’appunto.

Immaginario virale: le mutazioni del contagio – Quaderni d’Altri Tempi


Su QuaderniDaltriTempi Giovanni De Matteo mette in scena un articolo colto e capace di spaziare nei vari angoli del Fantastico e spesso della SF che hanno indagato ipotesi di pandemie, collassi planetari, apocalissi di varia e avariata natura. In questo momento, rinfrescare la memoria fa sempre bene, soprattutto a chi non frequenta il genere e si spaventa per quello che potrebbe realmente succedere.

Benché sopravanzato nell’immaginario del Dopoguerra dalle ansie legate all’olocausto nucleare, e in tempi più recenti dalla minaccia di un impatto astronomico portata sul grande schermo da una lunga sequenza di disaster movie e dalle più che giustificate preoccupazioni relative ai cambiamenti climatici, il rischio rappresentato da una possibile pandemia può rivendicare a ragione una nobile primogenitura nel prolifico filone di catastrofi ideate dalla fantascienza.
L’assunto su cui tutto quel macrogenere di visioni apocalittiche e post-apocalittiche si fonda è di mettere il lettore di fronte a pericoli tipicamente al di fuori della sua portata, in un’escalation di disastri sempre più cupi e irreversibili che culmina nell’estinzione della civiltà come la conosciamo.
Autori e sceneggiatori ci hanno lasciato un ricco campionario di esperienze immaginarie che si sforzano di delineare ciò che potrebbe succedere prima, durante e dopo l’esplosione di un’epidemia di portata globale.
Senza pretese di esaustività, proveremo a passarle in rassegna nei prossimi capitoli, partendo dalle istanze distopiche (letterarie, ma anche cinematografiche e seriali) provenienti dai territori di genere della fantascienza e dell’horror, ma senza trascurare quelle elaborate nell’alveo della letteratura senza etichette.

L’inizio della fine di tutte le cose
Prendiamo la madre putativa della fantascienza, Mary Wollstonecraft Shelley: dieci anni dopo aver scritto la prima parola di Frankenstein, il capolavoro da cui sarebbe scaturito tutto il fantastico moderno e a cui avrebbe inevitabilmente legato la sua fama, la scrittrice inglese diede alle stampe L’ultimo uomo (1826), in cui un’epidemia di peste porta al collasso della società umana del tardo XXI secolo: un manipolo di superstiti si avventura per un mondo devastato, tra esplosioni di panico e manifestazioni di isteria collettiva, alla ricerca di un ultimo approdo sicuro.
Nel 1842 è Edgar Allan Poe che suggella in un crescendo di suspense la fine di qualsiasi illusione di controllo di fronte al dilagare del morbo: i protagonisti de La maschera della Morte Rossa sono invitati dal principe Prospero a trascorrere nel suo castello l’isolamento necessario a sottrarsi a una terribile pestilenza, ma tra spettacoli e danze scopriranno loro malgrado che nessuno è davvero al sicuro, in uno degli explicit più sontuosi e pietrificanti di tutta la letteratura:

“E allora tutti compresero e riconobbero la presenza della «Morte Rossa», giunta come un ladro nella notte. E a uno a uno i gaudenti caddero nelle sale delle loro gozzoviglie irrorate di sangue, e ciascuno morì nell’atteggiamento disperato in cui era caduto. E la vita della pendola d’ebano si estinse con quella dell’ultimo dei cortigiani festosi. E le fiamme dei tripodi si spensero. E l’Oscurità, la Decomposizione e la «Morte Rossa» regnarono indisturbate su tutto”.

Il giorno in cui tutto cambiò: sopravviventi…
A Poe si rifà dichiaratamente anche Alan D. Altieri nel racconto L’ultimo rogo della Morte Rossa: l’agente speciale Brenda Rolf, assegnata alla scorta del presidente Calvin J. Prosper, assiste al collasso degli Stati Uniti e del mondo sotto i colpi di una inesorabile pandemia di febbre emorragica. Il maestro italiano dell’apocalisse offre molteplici scorci sull’Armageddon che attende l’umanità al varco, e le cause biologiche e ambientali dell’annientamento riservano numerose variazioni sul tema nel suo ricco carnet di distruzioni totali. Si pensi al giorno dell’Ecclesiaste: “Ventiquattro ore. Forse addirittura meno. È possibile che l’intero genere umano sia andato in polvere, letteralmente in polvere, nell’arco di una notte” come si legge in Miss Ecclesiaste, tema successivamente ripreso nel seguito Un’alba per l’Ecclesiaste.

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