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San Servolo (un racconto di fantasmi) | Il Grande Avvilente
Che Alessandro Forlani sia uno dei grandi scrittori di genere di quest’epoca, lo vado sostenendo da tempo, il suo padroneggiare la naturalezza dei dialoghi, tanto da sentire vivi i personaggi come se ci fossero davanti, ne è un incontrovertibile sintomo; Alessandro ha pubblicato in questi giorni sul suo blog un racconto “veneziano”, San Servolo, lo regala come spesso fa ai suoi lettori, e io v’invito a leggerlo, postando qui sotto l’incipit:
«È a San Servolo, professoressa, è un’isola. È la sede momentanea della Scuola di Nuove Tecnologie.»
«Sì, ma come ci si arriva?»
«Deve prendere il battello fino a San Zaccaria. Linea due, di solito: la rossa. Da lì un altro battello la porta a destinazione. Linea venti. Sarà circa una mezz’ora di attraversata. Con la nebbia forse un po’ di più.»
«In due ore ce la faccio? Inizio oggi alle undici.»
«Non si preoccupi», le sorrise la segretaria, «casomai, gli studenti la aspetteranno. Ma vedrà che sarà lei, sempre, a dovere aspettare loro.»
È così che succedeva.
«Benvenuta tra noi.»
Laura firmò per la presa di servizio, ficcò in cartella le venti pagine di contratto, norme e documenti, e dalla sede dell’Accademia a Zattere di Santo Spirito passò – di imbarcadero in imbarcadero, domandando agli equipaggi se fosse quella la corsa giusta – al pontile di legno e di metallo che cigolava su un’acqua verde tra San Marco e gli Schiavoni. Come tutti, nella vita, era già stata a Venezia: la città ovvero la città nota le era impressa negli occhi azzurri nella sua forma di cartolina: da una gita alle medie, al liceo, da un weekend alla Biennale; da una fuga con un ragazzo, baciandolo, alla laurea di un’amica. Era stata e sarà sempre – pensò – per il turista, che è sempre stupido e presuntuoso di non essere turista quanto gli altri – una Venezia di sole e oro o di pioggia e di cobalto, piombo, panno, antracite e lacca nera; e i ponti e cupole, le onde e il campanile dove i fotografi degli Anni ˈTrenta, o i vedutisti del Rococò, le avevano ormeggiate ad un marmo immaginario. Oggi invece – ma lo prese per un buon segno – quella nebbia la immergeva nella Venezia feriale: dei motori che tossivano e saltavano sull’acqua, e il parlato tra la gente di una liquida durezza; dei cartoni, dei carrelli e le buste della Coop. Le facciate, i campanili, le cattedrali e le chiese si afflosciavano nel bianco come ombrelloni di un bar che è chiuso, quel vapore li impregnava di umidità faticosa. Si disfacevano sui marciapiedi in ombre grigie e solenni.
Alla fermata San Zaccaria le confermarono che «sì, tra poco»: la bigliettaia guardò il display delle partenze e gli arrivi, guardò la nebbia, l’orologio alla parete, guardò ancora la nebbia, il display, schioccò le labbra; «sì, tra poco», ripeté.
Laura attese in una fredda pensilina che sembrava assemblata con i relitti di un mercantile: assi di legno sul pavimento e gli infissi di lamiera, distributori automatici di caffè, sedili in plastica su quattro file com’è l’attesa negli ospedali. Persone sole coi loro cani. Accucciati in silenzio. Come attenti e spaventati dai gorgoglii nell’assito.
Girovaghi
Il girovagare intenso dei tuoi ectoplasmi s’innesta in un gorgo di pura essenzialità inumana.
ABEditore presenta “Spettriana. Storie di fantasmi dell’antica Europa” | HorrorMagazine
Su HorrorMagazine la segnalazione di Spettriana. Storie di fantasmi dell’antica Europa, una raccolta di storie di spettri dimenticate in giro per l’Europa edita da ABEditore. Vi lascio alle note dell’articolo:
“Che ne è stato dei fantasmi dalla mano ammonitrice e dalla forma sfuggente, che domavano il cuore spavaldo del soldato e facevano svelare all’omicida, nello stupore del mezzogiorno, l’opera occulta della mezzanotte?”.
A porre la domanda, nel 1824, è Mary Shelley: mentre la ghost story inizia ad acquisire una fisionomia autonoma in quanto genere letterario, l’autrice di Frankenstein lamenta la progressiva scomparsa di quelle “storie tradizionali” la cui “autorità era sufficiente a farci vacillare quando le relegavamo insieme a tutte quelle cose che ‘parevano impossibili’”. Quelle storie avevano fatto parte, per secoli, di un patrimonio narrativo condiviso in tutta Europa. Aneddoti paurosi, raccontati nei salotti e garantiti per veri da amici degli amici; storie moraleggianti, diffuse dai predicatori nelle chiese e nelle piazze e rinarrate nelle stalle durante le lunghe veglie d’inverno; testimonianze certe – perché garantite dai Padri della Chiesa o dagli scrittori dell’antichità – dell’azione del Demonio nel mondo, oppure, di converso, dell’infinita misericordia di Dio.
Sulle vie d’Europa, Spettriana raduna una ventina di queste storie dimenticate che per i nostri antenati rappresentavano l’essenza della paura, selezionate e tradotte da antologie, trattati teologici, raccolte di prodigi, cronache e resoconti. Tra le sue pagine – per dirla, ancora, con le parole di Mary Shelley – troveremo quei “fantasmi che sollevano le cortine ai piedi del letto mentre la pendola batte l’una, che si levano pallidi e orrendi dai cimiteri e che infestano le loro antiche dimore; che, quando gli si parla, rispondono, e che con il loro tocco freddo e ultraterreno fanno drizzare i capelli sulla testa; il vero fantasma”, insomma, “vecchio stile, che profetizza, svolazza e volteggia”, e che è forse capace di suscitare qualche brivido ancora oggi.
Leggi superiori
Sul margine del complesso funerario le forme di energia – lapislazzuli di ombre elettriche – si conformano a leggi ineffabili di superiore isteria.
Canto stellare
Il canto di un rivolo di codice stellare somiglia al frusciare di un vento quantico, come fantasmi.
Fantasmagoria: fantasmi nella rete | FantasyMagazine
Su FantasyMagazine la segnalazione di una web-series nata durante il lockdown: Fantasmagoria. Eccone una breve descrizione e la prima puntata:
Fantasmagoria è una serie docu-fiction di impianto fortemente narrativo che mira a sviscerare delle leggende urbane italiane analizzandole in una maniera particolare, usando espedienti narrativi e visivi, avvicinando così il prodotto alla reale definizione di fantasmagoria del vocabolario, ovvero: un rapido susseguirsi di immagini, suoni, colori, oggetti, azioni che colpiscono vivamente i sensi e la fantasia. La modalità documentaristica permette di unire la didattica alla fascinazione rendendo l’approccio storico di facile assimilazione per lo spettatore. Alessio Giorgi è videomaker da oltre 23 anni e quando ha cominciato a pubblicare su YouTube faceva qualcosa che in Italia ancora non faceva nessuno, ovvero recensire film dell’orrore. Oggi il suo canale ha superato il milione di visualizzazioni e la sua missione è quella di far scoprire alle nuove generazioni piccole grandi perle cinematografiche del passato, utilizzando un linguaggio semplice e alla mano.
L’idea di recuperare il folklore italiano è poco battuta ed è solitamente retaggio di pessimi scrittori da bancarella ma Fantasmagoria affronta l’eredità della tradizione gotica con un diverso punto di vista, macabro si, ma anche analitico, cercando di impedire la scomparsa di alcune incredibili leggende popolari della nostra penisola.
Una Tomba per gli alieni: Uduvicio Atanagi – Bianchissima – Io sono 143
La stanza era nera, così nera che non riusciva a percepirne i confini, eppure sapeva che era una stanza, era la sua funzione. Dentro alla stanza c’era Rut con delle cuffie gialle. Sembrava fluttuare perché il pavimento non si distingueva dal soffitto e dai muri. Rut Ripeteva delle sequenze numeriche, dalla bocca le uscivano dei filamenti bianchi, un ectoplasma pallido che saliva simile a un’alga smossa dalla corrente del mare. In certi momenti Rut aveva la voce di sua mamma, in altri dello zio, poi un suono elettrico, una frequenza, e ancora una voce gutturale, che sembrava la voce di un mostro.
Poi c’era la santa. Bianchissima la vedeva coperta da un telo come quelli che coprono i morti, percepiva i suoi tratti, l’incavo delle orbite, il buco della bocca che succhiava il tessuto. La santa gemeva, Bianchissima si avvicinava, perché vedeva muoversi sotto il telo. Io sono 143, diceva Rut. Quando Bianchissima toglieva il velo ci trovava sotto una specie di bozzolo, la crisalide di una falena che si sta schiudendo, dentro c’erano una luce fortissima bianca, accecante e una luce fortissima nera, accecante, e poi altre luci più piccole, come i fari delle navi lontane che vedi al mare di notte, come delle lucciole strane.
Una Tomba per gli alieni: La trasmissione dei fantasmi
Sul blog di Uduvicio Atanagi un suo brano che racconta una possessione occulta, molto ben dettagliata. I brividi, per chi sa…
Ci nutriamo di fantasmi, o forse sono loro a nutrirsi di noi.
I fantasmi originali, la forma zero potrebbero essere forme esterne, strutture cognitive che si muovono svuotate al di fuori di noi, o forse incluse, parte integrante della nostra struttura.
I fantasmi non sono eterni, alcuni di loro muoiono nel corso del tempo, la loro forza si spegne, si logora. Alcuni sono morti subito, mentre nascevano, alcuni ci trasformano in cimiteri viventi, condannati a portarne le carcasse svuotate, altri vivono fino a che trovano un organismo ospite, una cultura, una lingua dove abitare come gusci psichici.
Chi legge un fantasma gli permette di prendere forma, radicarsi nella sua struttura biologica, innestarsi nella sua struttura energetica.
Alcuni organismi ospite assumono il ruolo riproduttivo. Sono i medium, i sensitivi, coloro che cercano senza sporcare lo stampo, attenti a riportare tutto il possibile, attenti a non romperlo col loro ego.
Questi individui replicano il fantasma donandogli nuove incarnazioni, esponenziali possibilità di mutazione e riproduzione.
Boy, Pedro, Sebastian, Lucio, i nomi che gli diamo, non sono altro che involucri che li contengono. Un mezzo di trasmissione che gli permette l’innesto, e eventualmente la riproduzione.
Forse la nostra funzione è quella di servirli, forse loro vivono per noi e noi per loro. Forse senza di loro non saremmo niente. Finiamo per amarli più della nostra vita, la loro realtà scende come una nebbia, si addensa, si incastra alla nostra.
Ci dormono accanto, ci seguono per mano nei sogni.
Li definiamo e siamo a nostra volta definiti dalle loro forme spettrali, l’apparizione di un volto notturno, l’emergere di un pallore bendato dall’oscurità primordiale che abita il sonno, il dormiveglia, la paralisi, l’oobe.



