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Carmilla on line | Insurrezione, tumulto, ribellione!


Su CarmillaOnLine è disponibile un’altra recensione a “La sposa!”, dove si allude alla sposa di Frankenstein – già recensito qui e qui. Ecco cosa ne pensa Sandro Moiso:

La sposa! (The Bride!), questo il titolo del film prodotto, sceneggiato e diretto dalla Gyllenhaal, vede infatti come protagonisti della storia, ambientata comunque negli anni Trenta, non due giovani delinquenti destinati ad una tragica fine, ma due umanissimi mostri usciti dalla penna di Mary Shelley e dal cinema di serie B dello stesso periodo, ovvero la creatura di Frankenstein, interpretata nel film del 1935 (The Bride of Frankenstein) da Boris Karloff, e la sua altrettanto resuscitata sposa. Una narrazione sempre sospesa tra horror e commedia nera che, come sempre più spesso accade, riesce in virtù della sua proiezione fantastica a far sprofondare lo spettatore nelle contraddizioni della realtà e della sua quotidiana violenza di genere.
Una vicenda di rinascita, amore, morte, violenza e ribellione che offre moltissimi punti di riflessione e altrettanti piani e chiavi di lettura. A partire dal fantasma di Mary Shelley che compare fin dalle prime immagini per cercare di rivelare una volta per tutte perché una giovane donna del primo Ottocento abbia finito con il diventare l’autrice di una delle storie più drammatiche e disperate della fantascienza, di cui forse fu la vera fondatrice, e della letteratura fantastica. Sicuramente una ribellione contro l’ordine maschile del mondo, anche nell’ambiente disinvolto e apparentemente “libero” del Romanticismo inglese di Byron e di Percy Bysshe Shelley, che la giovane figlia di Mary Wollstonecraft, forse la prima autrice e pensatrice femminista non soltanto britannica, sfidò con un’opera talmente audace, tanto da suscitare ancora oggi un gran numero di svariate e contraddittorie interpretazioni, da essere in seguito attribuita per molti anni al marito. Quel Percy Bysshe Shelley, con il quale era fuggita a soli sedici anni, che nel 1819, un anno dopo la pubblicazione di Frankenstein, or The Modern Prometheus, avrebbe composto il poema a sfondo politico sull’anarchia, posto qui in esergo, in seguito al massacro di operai a Peterloo, che avvenne nello stesso anno che, però, sarebbe stato pubblicato soltanto nel 1832. Tanto per chiarire da quale ambiente derivavano le idee libertarie dell’autrice inglese (1797-1851) che aveva scritto quel romanzo a soli diciotto anni.

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La Sposa! Il mostro “preferirebbe di no” – Posthuman.it


Su PostHuman, Mario Gazzola dà la sua rece a “La sposa!”, il film già segnalato pochi giorni fa su FantasyMagazine che è una sorta di sequel di Frankstein; un estratto:

Fanta-horror, poi un frenetico musical (le scene di ballo nel jazz club underground che assomiglia a una discoteca moderna, e poi nella festa chic) e poi ancora… già, il gangster movie, perché la fuga in auto per l’America degli anni ’30 della coppia di amanti-mostri è una fantastica epica di Bonnie & Clyde del XXI secolo. E naturalmente, su tutto, la struggente storia d’amore di due outcast che fanno paura a chiunque li guardi bene e quindi hanno solo l’uno l’altra al mondo per sperare di poter sperimentare anche l’accettazione e la passione oltre all’esclusione e alla violenza.
Se non vi basta, se siete dei cinefili raffinati, sappiate che il film si apre con una geniale cornice metanarrativa, in cui è la stessa Mary Shelley a possedere la giovane escort Ida, facendole vomitare al bar le verità inconfessabili per cui verrà uccisa da un laido mafioso italoamericano, i cui sgherri poi inseguiranno la Sposa rediviva (come la polizia e il detective corrotto con la sua abile assistente Myrna) per metterla a tacere definitivamente. È al termine di questa cornice iniziale che la Shelley ci annuncia che “è ora di scrivere un sequel”, ovviamente del suo celeberrimo romanzo Frankenstein o il moderno Prometeo del 1818, iniziatore di una mitologia cinematografica di oltre 180 pellicole a oggi. L’autrice letteraria tornerà a comparire di tanto in tanto nel corso della trama, come contraltare della Sposa.
Nel romanzo però il personaggio della Sposa non veniva creato: in realtà nasce nel 1935 come sequel, per complessivi soli tre minuti, nei quali tuttavia riesce a rendere iconica l’acconciatura “a covone” dei capelli elettrificati con la ciocca bianca a fulmine.

La sposa! Al cinema | FantasyMagazine


FantasyMagazine segnala l’uscita del film “La sposa!”, un’idea geniale di Maggie Gyllenhaal che perpetua il mito di Frankstein di Mary Shelley; nel dettaglio:

Un solitario Frank si reca nella Chicago degli anni Trenta per chiedere alla pionieristica scienziata Dr. Euphronious di creare per lui una compagna. I due riportano in vita una giovane donna assassinata, e così nasce La Sposa. Ma ciò che segue va ben oltre ogni aspettativa: omicidi! Possessioni! Un movimento culturale radicale! E due amanti fuorilegge uniti in una storia d’amore esplosiva e incontrollabile!

Qui è possibile leggerne la rece, e sotto il trailer, che mi ha conquistato. Buona visione!

Povere creature! | Fantascienza.com


Mostro. Nella maggior parte dei casi, appena si legge questa parola, si pensa subito a qualcosa di diverso, raccapricciante, un’alterità che provoca paura, incomprensioni, «combina l’impossibile e il proibito» (Nuzzo: 18). Mostruosità e differenza: mostrare la mostruosità significa concentrarsi su quello spazio in cui emerge la differenza e come questa viene «costruita, assoggettata, neutralizzata, usata» (Nuzzo: 26). La differenza è mostruosa, perché ci mette davanti ai nostri limiti, a quelli del nostro pensiero, nel suo aggrapparsi con tutte le forze alla sovranità dell’Uno, invece di aprirsi alla possibilità del Molteplice. 
È difficile, quindi, quando Bella appare davanti a noi, pensare che lei/questa sia un mostro. Ci si aspetterebbe di vedere la Creatura di Frankenstein, patchwork di corpi umani, un essere brutto, la cui alterità fisica subito lo etichetta come mostro. La mostruosità con cui abbiamo a che fare, invece, è Bella – esempio eclatante di questa discordanza è Febo di Notre Dame de Paris (il romanzo, non la versione animata), la cui deformità interiore veniva celata dal suo bell’aspetto, come accade con il personaggio di Wedderburn. La bellezza della ragazza non la notiamo soltanto, ma ci viene sottolineata per tutto il film, fin da quando McCandles la vede per la prima volta. L’alterità arriva in un secondo momento, quando la sentiamo (tentare di) parlare, quando la vediamo muoversi in modo strano, come chi sta imparando a muovere i primi passi nel mondo, comportarsi a metà tra l’infantile e il problematico. Come la Creatura di Frankenstein dimostra però segni di intelligenza, capacità intellettuali, se pur minime, un desiderio di imparare e di intessere legami, di avere compagnia. 
Il continuo paragone con Frankenstein non è dovuto solo alla comune trattazione dell’entità mostruosa: attraverso un continuo gioco di specchi, di doppi, di indizi minimi la storia che ci viene narrata è quella di Mary Shelley stessa.

Questo è un estratto dalla recensione apparsa su Fantascienza.com al film “Povere creature”, di Yorgos Lanthimos, pellicola che ha incuriosito un po’ tutti in queste settimane invernali; v’invito a leggere il resto della rece, interessante, avvolgente, istruttiva.

Frankenstein di Marco Cannavò e Corrado Roi | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione della versione a fumetti di Frankenstein, il classico del fantastico rivisto e immaginato da Marco Cannavò e disegnata da Corrado Roi. La quarta:

Frankenstein o il moderno Prometeo, capolavoro ottocentesco di Mary Shelley, è uno dei più apprezzati testi del genere horror: il rapporto tra lo scienziato Victor Frankenstein e il cosiddetto “mostro” è ormai assurto a mito archetipico della travagliata relazione tra il creatore e la sua creatura, un espediente che la scrittrice utilizza brillantemente per trattare argomenti come il confronto dell’Uomo con Dio, o per discutere i limiti razionali del progresso scientifico – una questione, oggi, più attuale che mai.
Esegue la trasmutazione grafica di un tale capolavoro sono lo sceneggiatore Marco Cannavò e Corrado Roi, maestro indiscusso del Fumetto horror italiano. La combinazione dello stile narrativo del primo e la profondità delle chine acquerellate del secondo sono la scarica elettrica capace di dar vita a questo imperdibile romanzo illustrato.

Clonazione: l’uomo e il suo doppio nella narrativa di fantascienza


Su Delos235 un’approfondita riflessione di Franco Piccinini sul doppio, sull’automa, sul clone, e di come la letteratura di genere abbia affrontato questa tematica; vi lascio a un passo esplicativo:

I metodi con cui la fantascienza produce questi Doppelgänger sono svariati: androidi perfettamente uguali a un essere umano, duplicati virtuali nella memoria di un computer, paradossi temporali per cui un individuo incontra più volte se stesso, scivolamenti attraverso universi paralleli, trasmettitori di materia oppure apparecchi che trasformano direttamente l’energia in materia. Per ognuno di questi metodi, possiamo scegliere tra moltissime opere di valore. Se però parliamo di clonazione, dal punto di vista scientifico la maggior parte delle opere che ho letto si mostra imprecisa e superficiale: magari sono affascinanti sotto l’aspetto speculativo e dello studio psicologico dei personaggi, ma ha ben poco a che fare con la clonazione vera e propria. Succede anche quando gli autori sono scrittori di grandi qualità. Kate Wilhelm, per esempio, ha scritto un romanzo d’esordio assieme a T. L. Thomas dal titolo The Clone (1965), noto da noi come Dalle fogne di Chicago. Ora, la combinazione di batteri e sostanze chimiche che si rimescola nelle fognature e poi ne emerge, producendo un gigantesco, impressionante “blob” capace di assorbire gli esseri viventi che incontra, è tutto fuorché un clone. Clonazione, in biologia, indica la creazione asessuata, naturale o artificiale, di un secondo organismo vivente o anche di una singola cellula che ha tutte le caratteristiche genetiche del primo. Per estensione, oggi è chiamata così anche la copia genetica di un individuo (chiamato “matrice originale”). La domanda principale infatti è: se possiamo duplicare mediante clonazione un animale, oppure un uomo, che cosa ce ne facciamo? La risposta più concreta e più facile da realizzare è la seguente: pezzi di ricambio. Provate a pensarci: per ogni essere umano si potrebbero ottenere una o più copie in grado di fornire organi e tessuti intatti, da sostituire al bisogno. Badate che questa non è più fantascienza: qualcuno ci sta concretamente pensando. In fondo, le tecniche di trapianto ci sono già da tempo e sono abbastanza semplici. Il vero problema è la reazione di rigetto, ma con un clone questo non avverrebbe, come hanno provato i trapianti fra gemelli identici; purtroppo però questi cloni sono pur sempre esseri viventi, magari dotati di coscienza. Che ce ne facciamo dopo che li abbiamo “smontati”? Segnalo in quest’ottica Ricambi (Spares, 1994) di M. Marshall Smith e I segreti dello scorpione (The house of the Scorpion, 2002) di Nancy Farmer, entrambi raccontati dal punto di vista del clone, che non ci sta a fare da fornitore di pezzi di ricambio. Le spaventose implicazioni morali di una simile operazione ci riportano ovviamente al peccato di hybris del dottor Frankenstein di Mary Shelley o del dottor Jekyll di Stevenson. Forse è questo che ha spinto Kazuo Ishiguro, scrittore scozzese ma di origine giapponese, recentemente insignito del premio Nobel per la letteratura, ad occuparsene nel suo romanzo Non lasciarmi (Never let me go, 2005). Sono protagonisti due ragazzini, che vengono educati nel più perfetto dei college inglesi come se fossero destinati a far parte della futura classe dirigente britannica: solo nelle ultime pagine scoprono qual è il vero destino loro riservato. Fornire ricambi, per l’appunto.

Leigh Whannell racconta il “suo” Dracula | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine un’intervista a Leigh Whannell, autore e interprete di film horror, che ragiona su come dev’essere la caratterizzazione di personaggi come quello di Dracula.

Io credo che la cosa migliore da fare sia semplicemente eliminare tutta l’iconografia. Prendiamo per esempio Dracula, molti dei suoi tratti distintivi sono stati aggiunti nel corso degli anni. Il mantello, ad esempio, molte delle sue caratteristiche non sono presenti nel romanzo di Bram Stoker. Alcune sono state introdotte da Bela Lugosi.

La stessa cosa è accaduta con Sherlock Holmes. Il cappello da cacciatore non è frutto della fantasia di Conan Doyle, eppure se chiedi a qualcuno di disegnare un ritratto di Sherlock Holmes, lo disegneranno con quel cappello in testa. E i bulloni nel collo della creatura di Frankenstein. Nel romanzo, la creatura è ben più spaventosa, un terrificante patchwork di parti di corpi.

I miei mostri farebbero dunque a meno di mantelli, bulloni, zanne. Li spoglierei di tutto quello che li contraddistingue e darei vita a un personaggio che non è mai stato rappresentato prima.

Se Bram Stoker avesse scritto Dracula nel 2020, il suo conte sarebbe decisamente diverso da come descritto nel suo romanzo. Io proverei a capire il vero motivo per cui Dracula è così spaventoso. E per me ciò che rende Dracula spaventoso è la sua mancanza di misericordia. Non ha pietà, è uno psicopatico. Farei un film in cui Dracula non è altro che un alienato che beve sangue. Non ci sono mantelli, né fulmini, non c’è nebbia e non ci sono nemmeno lupi. Solo un pazzo.

Lankenauta | Lady Frankenstein e l’orrenda progenie


Su Lankenauta la segnalazione di un saggio assai intrigante, Lady Frankenstein e l’orrenda progenie, a cura di alcune autrici dettagliate più avanti nel post originale. Qualcosa da tenere sempre pronto all’uso, per leggere interessanti punti di vista.

Sono trascorsi esattamente duecento anni da quel 1818 che vide la prima pubblicazione di “Frankenstein, o il moderno Prometeo” e, nell’occasione, sei autrici che hanno interessi in comune con la rivista “Leggendaria” e con la Società italiana delle letterate (SIL) – Maria Crispino, Silvia Neonato, Sara De Simone, Giovanna Pezzuoli, Carla Sanguineti, Marina Vitale – hanno voluto celebrare la figura Mary Wollstonecraft Shelley, puntando lo sguardo su aspetti forse fino ad ora non troppo indagati dalla critica. Non soltanto pura e semplice biografia della scrittrice, per quanto sia sempre molto controversa, ma analisi che devono qualcosa alla psicologia e alla psicanalisi e si concentrano, con un linguaggio piuttosto accessibile, sui motivi che hanno fatto di “Frankenstein” un’opera anticipatrice di molte delle profonde paure che assillano l’uomo e la donna contemporanei. Tanto per intenderci questo il piano di “Lady Frankestein”: Silvia Neonato è autrice del capitolo “La donna che anticipò le nostre paure”, Carla Sanguineti si è proposta con “Mary Shelley in Italia. In fuga oltre il dolore”, Marina Vitale con “L’incubo della generazione”, Sara De Simone con “Il mostro che la abita”, Anna Maria Crispino con “Creature post-umane: Da Frankestein ai Cyborg”, per finire con Giovanna Pezzuoli e “Il cinema e il suo mostro”. Sono saggi che attingono dalle biografie più recenti, tipo quella di Adriano Angelini Sut, dai carteggi dell’autrice, da studi non in senso stretto letterari, e che appunto evidenziano quanto il mostruoso e l’insolito della creatura di “Frankestein” debba ai sensi tenaci di colpa di Mary Wollstonecraft Shelley. Percezioni profonde che sarebbero comparse al momento stesso della sua nascita, visto che la madre, la celebre femminista ante litteram, mori di parto; e che poi si sarebbero accentuate con la morte prematura di una sua figlia, con la morte di Percy Bysshe Shelley e col suicidio della sorellastra Fanny.

“Frankestein” viene perciò letto innanzitutto come un’opera che mette in scena la drammaticità della nascita e che è stato condizionato non poco dallo “scientismo” dominante al tempo della rivoluzione industriale. Senza dimenticare chiaramente aspetti come “il contesto dell’epoca, le influenze romantiche, la scrittura e le connessioni culturali con l’Italia nel romanzo e nel resto della produzione dell’autrice”. Marina Vitale scrive di “circostanze tra i caratteri del testo originario e le circostanze fattuali della vita della sua autrice”, che “condizionarono senza subbio lo spirito con cui il romanzo venne pensato e scritto e lo stato d’animo che a quindici anni di distanza le facevo definire il suo concepimento «my hideous progeny»” (pp.75). Sara De Simone è ancora più esplicita, citando Anna Maria Ortese: “Mary Shelley è contemporaneamente Victor Frankenstein e la sua creatura, il creatore del mostri e  la sua orrida progenie perché in entrambe le posizioni è stata e di entrambe vuole renderci conto: figlia mostruosa assassina di sua madre – pure una madre mostruosa, per averla abbandonata – e madre mostruosa a sua volta dei figli che perde, uno dopo l’altro, senza poterli in alcun modo preservare, tenerle in vita” (pp.116). Anche Anna Maria Crispino approfondisce sulla creatura deviata, che risulta creata e non generata: “da Frankestein discende un’intera generazione di mostri – una ‘immonda progenie’ – che incarnano le paure dell’umanità, anzi, per meglio dire della civiltà occidentale esaltata e ossessionata dal progresso” (pp.135). Da questo punto di vista l’attualità dell’opera di Mary Shelley, e quindi di tutta la successiva gestazione di creature terrificanti, androidi, assemblaggi ancor più evoluti di carne senziente, non consisterebbe tanto nella descrizione cruda, impietosa di un mostro disgustoso, quanto proprio nell’atto della creazione. Una devianza che produce nella stessa scrittrice un alternarsi di “orrore per la cosa (the thing) e pietà per l’essere vivente, seppur imperfetto (the creature) partorito dalla sua mente (e da suo inconscio potremmo dire)” (pp.134).

Una “orrenda progenie” evidentemente non relegata nei primi decenni dell’ottocento visto che, agli inizi del nuovo millennio, le polemiche su nascita e maternità sono sempre più virulente, a cominciare da quello che può voler dire clonazione, passando per la procreazione assistita, per la GPA (gravidanza per altri/e). Un omaggio all’opera di Mary Wollstonecraft Shelley che, pur nei limiti di nemmeno duecento pagine, ha voluto evidenziare quanto l’idea di “Frankenstein” abbia condizionato la letteratura, quanto debbano al “mostro” le arti visive, il cinema; e, aspetto tutt’altro che secondario, quanto gli incubi dell’autrice si siano rivelati, non soltanto manifestazioni di archetipi presenti in ciascuno di noi, ma delle vere e proprie anticipazioni di un futuro distopico.

Immagini del conflitto / Corpi – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine riflessioni e considerazioni a cura di Gioacchino Toni sull’evoluzione paradigmatica, indagata dalla letteratura e dalla cinematografia fantastica, tra carni e tecnologia: i primordi dei cyborg e loro implicazioni socioeconomiche e postumane nella nostra società. Un estratto significativo, non esaustivo che prende spunto dal saggio di Luca Tursi, Immagini del conflitto:

La narrazione di Dracula, sottolinea Tursi, si inscrive perfettamente all’interno delle trasformazioni comunicative moderne; nel testo si giustappongono diversi mezzi di comunicazione e attorno al buon esito o meno della comunicazione si determinano comprensioni o incomprensioni tra i diversi personaggi con importanti ricadute sull’epilogo. Oltre alle comunicazioni anche i numerosi mezzi di spostamento hanno importanza nella narrazione che conduce, inesorabilmente, verso la dissoluzione del corpo di Dracula e se ciò accade è perché i suoi nemici possono ricorrere ai mezzi messi a disposizione dalla moderna società capitalista che regola così i conti con un passato costretto a lasciare spazio al nuovo mondo che avanza.

Questa immersione nella civiltà tecnologica dei protagonisti del romanzo di Stoker svela sino in fondo il conflitto che ha portato alla dissoluzione del corpo di Dracula e all’impedimento posto alla trasformazione in non-morta del corpo di Mina. Da un lato, infatti, c’è l’aristocratico conte Dracula dotato di notevoli risorse, lascito di un passato glorioso; dall’altro, un manipolo, tutto sommato abbastanza omogeneo, sintesi della borghesia occidentale, anch’essa dotata di bastevoli risorse, frutto delle attività dei tempi recenti. Evidentemente, queste ultime superiori alle prime tanto da consentire la vittoria all’avvocato Jonathan Harker, all’americano Quincy Morris e agli altri inseguitori. Alla fine Mina potrà con un certo autocompiacimento “riflettere sul meraviglioso potere del denaro! Che cosa possono fare i soldi quando sono impiegati come si deve”. Cosa può fare il capitalismo nel pieno della seconda rivoluzione industriale e poco prima del passaggio di secolo? (p. 45).

A dissolversi con il corpo del conte è anche l’Uomo cartesiano, infrantosi contro il «corpo polimorfico, ibrido e desiderante di Dracula. Questo essere diabolico ha rivelato la contingenza storica del progetto moderno: le apparentemente intoccabili catene dell’ancien régime si sono spezzate per essere prontamente sostituite da nuove catene, quelle che nel romanzo di Stoker si colgono nel rapporto di reverenza nei confronti delle classi emergenti da parte dei personaggi di ceto sociale inferiore» (p. 46). Usciamo da questa vicenda coscienti del «carattere dinamico del nostro “essere-generico” (gattungswesen) […] costruzione prodotta dai rapporti capitalistici di produzione» (p. 47).

Non è difficile comprendere i motivi per cui il mostro organico-artificiale frankensteiniano e il metamorfico Dracula riescano ad avere ancora un ruolo importante nell’immaginario contemporaneo. Nonostante si tratti di figure nate nel corso di un epoca passata di grandi mutamenti della quale hanno saputo condensare i conflitti sociali e l’immaginario, sembrano comunque capaci di far riferimento anche a un contesto contemporaneo caratterizzato da un immaginario tecnologico riferito al corpo umano in cui

la tenco-scienza si è fatta mondo, si è posta […] l’obiettivo di costruire non una seconda natura per l’essere umano ma la natura stessa dell’essere umano. Se nel primo caso, infatti, poteva ancora valere il tentativo di segnalare il carattere compensativo della tecnica rispetto a una carenza dell’umano, oggi ciò che è tecnica e ciò che è umano mostrano la loro indissolubilità e indistinguibilità ab origine. La tecno-scienza ha addirittura proposto (preteso), attraverso la mappatura completa del genoma, di tradurre l’umano in un codice d’informazioni, disponibile alla riproducibilità tecnica (p. 49).

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200 anni di terrore con Frankenstein | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com, nell’ambito di Delos 197, un interessante excursus di Carmine Treanni su Frankenstein che aiuta a inquadrare un po’ tutta la questione creativa nel duecentenario della pubblicazione dell’opera.

Al di là dell’attribuzione del romanzo della scrittrice inglese fra quelli che hanno contrassegnato la science fiction, resta il fatto che Frankenstein segna la rottura con il romanzo gotico del 700, di cui è comunque figlio, e apre la strada ad una letteratura più attenta alla realtà in cui nasce e alla scienza, tanto che si può affermare non solo che è il romanzo che segna l’apice della cosiddetta rivoluzione scientifica, ma è anche il romanzo simbolo della rivoluzione industriale, che proprio in quegli anni muoveva i suoi primi passi.

Frankenstein è, dunque, allo stesso tempo il primo testo narrativo che utilizza l’impulso d’una scienza in piena espansione, ma è anche l’ultimo esempio di quella letteratura che si nutriva di storie tormentate e ricche di eventi sanguinari o profezie di sventura, di ambientazioni cupe e lugubri, di personaggi soprannaturali. Questi due elementi convivono e sono simbolicamente rappresentati dai due protagonisti del romanzo: il Mostro e lo Scienziato.

Vale la pena ricordare, seppur note, le circostanze entro le quali prese forma il romanzo: nell’estate del 1816 Mary e il marito, il poeta Percy Bysshe Shelley, si recarono a Villa Diodati, la residenza che Lord Byron aveva affittato sul lago di Ginevra. Qui, per ingannare la noia di un’estate piovosa, i tre si diedero alla lettura di storie di fantasmi; la cosa li ispirò a tal punto che decisero di imitarne il genere. I tre intavolarono una discussione riguardante il “segreto della vita”, ovvero su alcuni esperimenti condotti dal fisico Erasmus Darwin, nonno del più famoso Charles, che aveva infuso nuova vita, grazie all’elettricità, in un gruppo di piccoli vermi. Sempre di quel periodo sono gli esperimenti di Galvani, che con la sua pila era in grado di far contrarre i muscoli di una rana morta. Tutti questi fatti affascinarono e influenzarono Mary Shelley, tanto che, durante la notte, ebbe un incubo nel quale immaginò un uomo animato da una macchina. Al mattino riportò su carta il suo sogno e, incoraggiata dal marito, ne tirò fuori un romanzo che diventò famoso in tutto il mondo con il titolo di Frankenstein o il Prometeo moderno.

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