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Carmilla on line | Un decennio da infarto: storia controculturale dei Novanta


Su CarmillaOnLine la recensione a “Novanta”, di Valerio Mattioli, edito da Einaudi, che narra le esperienze di Valerio nel suburbio sociale che ruota attorno ai centri sociali e alle ideologie di confine, in Italia, negli anni Novanta. Un estratto:

Parlare dei pregi di “Novanta. Una controstoria culturale” di Valerio Mattioli, significa sottolineare innanzitutto la fluidità e l’asciuttezza della sua scrittura che rendono facilmente divorabile un libro di più di 500 pagine. Insomma, Valerio Mattioli scrive senza fronzoli. Attraverso il suo racconto, chi scrive ha avuto modo di conoscere una serie di interessanti dibattiti e di composite “scene” (soprattutto rap e hardcore) che sono stati un prodotto della controcultura negli anni Novanta e allo stesso tempo, un fertile humus per chi ne ha seguito il percorso. Non stupisce la conoscenza dell’argomento, d’altronde la produzione di Mattioli è principalmente incentrata sulla musica come testimoniano “Superonda. Storia segreta della musica italiana” (Baldini e Castoldi, 2016) e “Exmachina” (Minimum Fax, 2022). I riferimenti alle arti visive, al fumetto, al teatro d’avanguardia e alla sperimentazione video che emergono dal magmatico universo controculturale italiano restituiscono l’importanza di queste sperimentazioni e di questi progetti, ponendoli addirittura come anticipatori rispetto al mondo dell’arte mainstream.
Questo filone artistico-culturale che si snoda fra l’Isola nel Kantiere e l’Officina 99, il Leoncavallo e l’El Paso e che conferisce valore a questo caleidoscopico panorama, è affiancato ad un altro filone di carattere storico-politico. Nonostante Mattioli specifichi che il suo libro non è una storia dei Centri Sociali, allo stesso tempo dichiara che il proprio obiettivo, forse più ambizioso, è quello di fare una storia degli anni Novanta «attraverso le lenti» dei Centri Sociali prendendo in considerazione fenomeni, scene, culture e linguaggi e portando anche alcuni commentatori a definirlo un tentativo di “storicizzazione”.
Alcune sviste potrebbero far indispettire i creatori (romani!) della rete “Okkupanet” o gli ex della bolognese “Rete Contropiani” che nel giugno 2000 organizza le contestazioni contro una riunione dell’OCSE sotto le Due Torri (ben prima del Global Forum partenopeo). O ancora i creatori dello European Counter Network (ECN), la rete di BBS legata ai Centri Sociali nata in concomitanza con l’“Area Cyberpunk”, riferimento di Decoder, e che viene menzionata in poche righe, tralasciando la sua esistenza pre-Internet che risale al 1989. Al netto di ciò, la dimensione politica, presente anche nella parte artistica, viene spesso lasciata senza conclusioni e l’analisi politica della fase (certamente non l’obiettivo del libro, ma inevitabile non prenderla in considerazione), rimane spesso monca e basata su affermazioni discutibili (vedi la definizione di “Autonomia Operaia”) o luoghi comuni.

Esce il CD Audio “NONIO MAIA”, di Krell | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

Ottavo capitolo discografico di Krell, Il CD Nonio Maia nasce con il supporto dell’IA ma resta fedele alle sue radici: ambient elettronico sperimentale e noise che si aprono a scenari cupi, esoterici e rituali. L’uso più intenso della voce singola e dei cori, antichi ed evocativi, plasma un landscape suggestivo, attraversato da glitch, sporcature e presenze oscure. 17 brani come un percorso iniziatico, che culmina tra techno minimal, techno etnica e noise, dove l’ombra diventa ritmo e il rito diventa macchina.

Frank Bretschneider – Pounding | Neural


[Letto su Neural]

Cicli disuguali alla ricerca di esperienze sincroniche: nel suo nuovo album Pounding, Frank Bretschneider racconta di distanza, convergenza e congruenza in un flusso continuo e mutevole di eventi. L’esplorazione del suono di questo artista – musicista e produttore tedesco che è uno dei precursori e più significativi interpreti dell’elettronica che volge al concettuale, co-fondatore dell’etichetta Raster-Noton – è rimasta nel tempo sempre rigorosa e vitale, focalizzata su ritmi minimali e texture astratte. Attraverso il suo approccio innovativo e concettuale, Bretschneider crea in Pounding un’esperienza sonora ipnotica e destabilizzante che analizzando elementi in diversi stati di aggregazione opera manipolazioni atte a generare pattern ritmici in continua evoluzione. Il risultato è una “techno relazionale” che si allontana dai canoni della musica da club per abbracciare un linguaggio più astratto ma ricco di senso. Bretschneider attinge a una vasta gamma di influenze e tecniche per dare forma a questo lavoro innovativo: oltre ai riferimenti alla musica aleatoria e allo step sequencing, il suo approccio risente anche dell’esperienza maturata nell’ambito della musica da club, i cui elementi costitutivi sono rielaborati magistralmente in una dimensione più astratta e sperimentale. Il processo creativo dietro Pounding è stato complesso e articolato: concepito nel 2020 per la Biennale di Pochen a Chemnitz, l’album è stato successivamente sviluppato e registrato su un sistema modulare basato su campioni nell’arco di due mesi, tra marzo e aprile 2023. Questa lunga gestazione traspare nella ricchezza e nella complessità dell’opera, in cui Bretschneider scansiona e decostruisce il suo stesso materiale sonoro, come degli effetti dub che sembrano ascoltare se stessi disintegrarsi. La voce umana, in particolare, viene frammentata e ridotta a balbettii, quasi a diventare un ulteriore elemento ritmico e astratto che si fonde con gli altri, aggiungendo un tocco di mistero e introspezione all’intera esperienza d’ascolto. Ciò che rende Pounding un lavoro tanto affascinante è la sua capacità di mantenere un delicato equilibrio tra ordine e caos, tra struttura e fluidità. Bretschneider crea un universo sonoro in continua trasformazione, in cui l’ascoltatore è costantemente chiamato a ri-negoziare la propria percezione del ritmo e della forma musicale. È una musica che sfida le convenzioni, che non si accontenta di soluzioni scontate, ma che anzi si spinge oltre, esplorando nuovi orizzonti espressivi per l’elettronica contemporanea.

Kenn Hartwig – Gameboys & Pedals | Neural


[Letto su Neural]

Prima uscita da solista per Kenn Hartwig, bassista e membro delle band Das Ende Der Liebe, C.A.R., Enjuti, Center for Mind and Brain e Shiva And The Destroyer, solo per citarne alcune, musicista coinvolto in un arco di esperienze che spaziano dalla psichedelia all’improvvisazione, dal kraut rock al jazz sperimentale e all’elettronica, dall’ambient alla techno. Per questa uscita su Anunaki Tabla lo sperimentatore berlinese, che è anche uno sviluppatore web professionale, ha utilizzato solo dei Nintendo Game Boy e pedali per effetti. Non essendo evidentemente interessato a un’idea particolarmente “purista” della composizione musicale, alcune modifiche sono state poi eseguite in Ableton Live, aggiungendo un po’ di equalizzazione, dinamica e riverbero. In particolare, una delle principali console utilizzate non aveva la mod audio professionale e a causa di ciò molto rumore elettronico ha reso le registrazioni piuttosto noisy, effetto che alla fine si è bene amalgamato con il resto e non ha creato troppi problemi. Una pletora di software gameboy è stata utilizzata: Shitwave, Chord di Humbletune, SFX Generator, Rez, Pixelh8 Deathray, Noise Test, Gradual Decline, GB Electric Drum di Aleksi Eeben, GB303-1, Ikimu e MuddyGB. Anche in questo caso la lista probabilmente non è completa, mentre le registrazioni – questo è certo – sono state effettuate dal 30 dicembre 2021 al 5 gennaio 2022 al Sauna Studio Berlin, per poi essere masterizzate da Thomas Ölscher ai Railroad Tracks Studios. Sono nove le tracce apparecchiate e anche se non è la prima volta che giochi modificati siano trasformati in strumenti musicali va riconosciuta ad Hartwig una notevole maestria nel creare inviluppi unici, trame, tonalità inusuali e strambe ambientazioni sintetiche un po’ vintage, neanche particolarmente esasperate sotto questo aspetto, considerando che la retromania viene mantenuta in termini accettabili, senza un surplus insomma che non sia quello conseguente all’utilizzo di vecchie tecnologie, non particolarmente complesse e votate al semplice intrattenimento di una nuova generazione d’adolescenti. Nel caso del Nintendo Game Boy siamo proprio sul crinale di quello che può essere considerato come un esempio classico di “feticizzazione dell’offline”, essendo la console stata rilasciata nel 1989, quindi precedendo di solo qualche anno la prima pagina web, che risale al 1993.

L’Avenir – Cold Death


Avvenimenti psichedelici virati in technoidee…

YouTG.NET – È morta Christina Moser, l’altra metà dei Krisma


Arnaldo Pontis dà notizia della morte di Christina Moser, che col marito Maurizio Arcieri (morto qualche anno fa) hanno costituito per lunghissimo tempo il duo dei Krisma, sperimentatori elettropunk e newwave indimenticati e rimpianti. Un estratto dall’articolo, con in coda un loro video rivisitato dai Machina Amniotica di Arnaldo, insieme hanno collaborato più volte:

È morta all’età di 70 anni Christina Moser, cantante e compositrice di origine svizzera del duo new wave/synth pop Krisma, che formava insieme al marito Maurizio Arcieri, scomparso nel 2015. Moser e Arcieri, come riporta RumoreMag, si sono conosciuti nel 1966 e hanno formato i Chrisma, un acronimo nato dall’unione delle prime lettere dei loro nomi. Il gruppo nel 1980 è stato rinominato Krisma. Con loro, per un breve periodo nel 1980 si unì anche il noto compositore tedesco Hans Zimmer.

Il primo brano dei Chrisma  dal titolo Amore, prodotto da Niko Papathanassiou – fratello di Vangelis – è presentato al Festivalbar 1976. Il primo album arriverà nel 1977, Chinese Restaurant e tre anni dopo, dopo il cambio di nome e per la prima volta come Krisma,  la pubblicazione del loro terzo lavoro, Cathode Mamma. Un disco importante e seminale nello scenario della musica elettronica del tempo, osannato dalla critica musicale italiana e internazionale. A cui faranno seguito numerosi altri dischi di altissimo livello sonoro. In totale i Krisma  pubblicheranno dieci album in studio spaziando dalla new wave al synth pop e all’elettronica di stampo più techno sempre con uno spirito irriverente e un’attitudine punk che rendeva i loro lavori immediatamente riconoscibili nel panorama musicale italiano. I Krisma sono stati, a detta dei molti estimatori, una delle coppie musicali più provocatrici e allo stesso tempo pionieristiche e di avanguardia degli anni ’80, con un sound potente frutto della loro costante ricerca di sonorità elettroniche particolari e di matrice mitteleuropea delle quali loro, come ben pochi altri alle nostre latitudini, riuscivano a intuire le potenzialità.  Sonorità che sono, ancora oggi a distanza di tanti anni, moderne e attuali e che hanno costituito il vero e proprio marchio di fabbrica di un gruppo musicale rimpianto da molti fan.

Krell – Live Bella Ciao turkish Techno Version – 20 novembre 2008


Byzantium on the shields!

La musica della macchina – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un articolo di Valerio Mattioli che, con la sua consueta lucidità e visionarietà, descrive gli stilemi e le pulsioni empatiche dei fenomeni subculturali dai ’90 in poi, riversatesi nella musica di nicchia e nelle sottoculture periferiche di una realtà come quella romana, alla fine non diversa dal resto urbano d’Italia.
Leggete ciò che scrive Valerio, è un viaggio rivelatore e un’epifania cognitiva senza pari. Un estratto:

«La civiltà tecnologica sta attualmente ribollendo di una miriade di forme di partecipazione», annotava nel 1998 Erik Davis, in attesa anche lui che la partecipazione trasmutasse in condivisione, e la condivisione in fusione. «La musica pop, i videogiochi in rete, la moda internazionale e così via». Quelle individuate da Davis erano tutte varianti sul tema del villaggio globale. Ma se mai ci fu un fenomeno che in quegli anni più di tutti si incaricò di unire assieme nuove tecnologie, ritribalizzazione elettrica e le «danze collettive» preconizzate da Techgnosis, be’, questo era un altro: il rave.

Nei resoconti del periodo, i rave erano grandi feste di massa che andavano avanti fino all’alba, coi partecipanti che danzavano in stato di trance al ritmo di una nuova, martellante musica elettronica chiamata techno, fino a quando non scemava l’effetto di una droga sintetica lontana parente dell’lsd e programmaticamente chiamata ecstasy. È tutto sommato una descrizione non troppo distante da quello che i rave furono davvero, e nella sua sommarietà racchiude già tutti gli elementi per i quali la cultura rave parve a molti un concentrato poco meno che perfetto del tecnosciamanesimo anni Novanta: in un colpo solo, convivevano pratiche tribali partecipative (il rito della danza collettiva, dal sapore inequivocabilmente pagano), rimandi alla vecchia cultura psichedelica (l’assunzione di droghe prodotte in laboratorio), aneliti sommariamente mistici quando non direttamente gnostici (la droga di elezione – in realtà un empatogeno che di strettamente lisergico aveva poco – si chiamava dopotutto ecstasy, e questo bastava a risvegliare mai sopite fantasie di rivelazione), esperienze extracorporee che travalicavano la finitudine biologica (lo stato di dissociazione dell’io indotto dall’incrocio tra effetto delle sostanze e musica da ballo dall’andamento ipnotico) e nuove tecnologie elettroniche codificate nel nome stesso della musica che del rave costituiva l’ingrediente-base, quello da cui tutto derivava: techno.
Per la techno la critica musicale ha stabilito da lungo tempo una data e un luogo di nascita molto precisi: prima metà degli anni Ottanta, Detroit, Usa. Al pari della house – con la quale agli inizi veniva spesso confusa, anche perché emersa nello stesso periodo nella non troppo distante Chicago – la techno era nata all’interno della comunità nera americana e costituiva un ulteriore anello di quel progressivo movimento di emancipazione dai vincoli dell’umano che va sotto il nome di afrofuturismo, un termine coniato dal critico culturale (bianco) Mark Dery nel 1993. Per Dery, l’afrofuturismo altro non era che la «fantascienza che affronta tematiche afroamericane […] nel contesto della tecnocultura del ventesimo secolo», e solo successivamente il termine avrebbe finito per indicare un intero apparato estetico, teorico e filosofico. Di sicuro, però, quello che almeno inizialmente Dery non colse era il ruolo che il tema della tecnologia – e più in generale del futuro che la stessa tecnologia portava con sé – occupava all’interno dell’esperienza afroamericana.

Remoria, capitale del Cyberpunk – Carlo Valeri – Medium


Su Medium.com una breve recensione a Remoria, di Valerio Mattioli, metasaggioromanzo che mi ha davvero aperto universi insperati.

Che cos’è Remoria? È il negativo occulto di Roma, la sua anti-storia, il rimosso che emerge come un rigurgito e preme verso la superficie della città fondata da Romolo. L’autore Valerio Mattioli, classe 1978, ha scritto per Blow Up, Vice, Prismo, Il Tascabile. Già autore di Superonda. Storia segreta della musica italiana (Baldini & Castoldi 2016), ha firmato saggi sul Manifesto accelerazionista di Alex Williams e Nick Srnicek, ma soprattutto a lui si deve la prima pubblicazione in Italia di Realismo capitalista di Mark Fisher, per la casa editrice Nero di cui lo stesso Mattioli è editor.

Il GRA come ouroboros: l’anello dell’occulto, tempo ciclico (e parallelo), senza inizio né fine che contiene e risucchia il quadrato geometrico di Romulia. Accelerazione, velocità, auto-annientamento. Credo, senza mezzi termini, che Remoria. La città invertita (edito da minimum fax) sia un libro epocale, e anche superbamente generazionale nel modo in cui racconta (e crea) gli stimoli percettivi, culturali degli anni ’90, cioè la generazione del sottoscritto e dello stesso Mattioli, mettendola in comunicazione con quella della controcultura del ‘77.

Mattioli rilegge la borgatasfera e la sua storia: il “sacerdote” Pasolini che apre il sabba per poi essere risucchiato dall’Accademia e dalla gentrificazione (le gigantografie dei lounge bar al Pigneto le conosciamo bene, giusto?). E poi l’eroina certo, quella posthippie e tardoromantica raccontata da Claudio Caligari in Amore tossico, (anno 1983, location: Ostia) e quella onirica in bianco e nero del Nico D’Alessandria de L’imperatore di Roma (anno 1987, location: le rovine di Roma). C’è l’iperstizione del geniale demiurgo Stefano Tamburini (1955–1986) con i suoi esperimenti grafici e il suo Rank Xerox, il coatto sintetico che anticipa il futuro e i soggetti sociali dei decenni che seguirono.

Dead Janitor – Medusa | Neural


[Letto su Neural]

Dead Janitor è il moniker dietro il quale si cela Brano Findrik, produttore slovacco che adesso presenta per Urbsounds Collective undici tendenziose e urticanti composizioni di scura IDM contemporanea. Proposte che s’impongono molto aspre e metropolitane, ma anche in alcuni episodi risuonano di futuristiche visioni dark ambient, industrial e techno. L’ibridazione di più elementi è piuttosto efficace e l’evolvere del suono complessivamente risente d’un applicazione alle strutture ritmiche che è assai curata e complessa. Medusa è l’opera di Dead Janitor più coinvolgente e radicale, frutto dell’evoluzione di un percorso che sin dal debutto nel 2008 con l’album The Boring Structure è continuata con Proximity, album precedente all’attuale, pubblicato nel 2016 su Strefa Szarej Records. Da allora Findrik ha accentuato le componenti elettroniche e sperimentali fino a combinare adesso più pulsazioni e un maniacale utilizzo di campionamenti e tagli estremi. Il climax è sempre mantenuto abbastanza alto e la gran parte di queste produzioni potrebbe tranquillamente essere suonata in qualche malsano club dedito alla dance non convenzionale, al cupo minimalismo o alla trance. Il 2016, forse non casualmente, è anche l’anno nel quale l’Urbsounds Collective si è aperto a nuove collaborazioni, diventando così una piattaforma di promozione artistica, nell’idea che la musica sia una forza intrinsecamente politica e di cambiamento. Sembra coerente allora accogliere fra le proprie fila un’artista come Dead Janitor, la cui propensione di critica al presente ordinario non può certo essere sottostimata, portatore d’una carica distopica cruda e urgente, sempre a suo agio anche nei passaggi più avventurosi, fitti di breakbeat e campionamenti traballanti, che sono sovrapposti in stranianti cesure musicali. Il titolo stesso dell’album, Medusa, è un grimaldello metaforico che potrebbe essere suscettibile di differenti interpretazioni. Questo personaggio mitologico ha infuso con la sua estetica riottosa e guerriera diversi ambiti della cultura di massa. È l’antagonista infatti di molti romanzi, film, serie animate, giochi di ruolo e videogiochi. Dead Janitor l’ha scelto ispirato da Clash Of The Titans – un fantasy action-adventure – alludendo in maniera indiretta all’ostilità che si è normalizzata nella politica e nella cultura di questi ultimi anni.

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