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Il tempo che ancora non esiste | LaMisuraDelleCose
Quando le speculazioni sul tempo entrano nel dominio della filosofia greca, sostenute dal valore sempre maggiore che i pensatori attribuiranno alla razionalità, il tempo cessa di essere un’astrazione per diventare oggetto di una rigorosa ricerca scientifica: è l’inizio dello scorrere del tempo, misurabile con i parametri dell’esperienza umana.
Sul blog LaMisuraDelleCose si parte da questa riflessione finale per sviscerare alcuni tratti filosofici sul tempo, e sulla visione che la Grecia del passato aveva su questi concetti; da leggere tutto d’un fiato…
Il tempo è un fanciullo che gioca. Storie orfiche nei frammenti di Eraclito
Da LaMisuraDelleCose stralci – i pochi rimasti – di Eraclito, che con la sua mistica provava a sintetizzare gli universi umani e superiori in un’ottica di valore, di crescita, di consapevolezze ed essenze:
Eraclito ritiene che gli uomini vedano il mondo sulla base di una visione personale, di uno stato d’animo o delle proprie condizioni di vita. La conoscenza di quello che ci circonda è pertanto relativa, limitata e quindi menzognera. Vediamo l’apparenza e non l’essenza delle cose, che risiede in una perpetua, discordante armonia (fr. 54).
Se “tutto è uno”, se tutte le cose partecipano della stessa intima essenza, non possono contrapporsi o escludersi a vicenda: distinto e indistinto, generato e non generato, uomo e dio, luce e tenebra, giorno e notte, bene e male, puro e impuro, verità e menzogna, tutto è il contrario di tutto in un mondo, sia fisico sia metafisico, dove gli opposti coesistono.
Dunque, sul piano umano, c’è la credenza nella resurrezione, passando attraverso la “prova del fuoco” catartica della morte, come sul piano cosmico il mondo viene periodicamente distrutto e purificato con il fuoco per rinascere ancora e all’infinito, un mondo fatto di dei che muoiono e uomini che diventano immortali, vivendo ciascuno reciprocamente l’esperienza dell’altro.
Liberaci dal male. Funzione apotropaica del demone Pazuzu
Incantesimi e considerazioni su Pazuzu, sul suo essere male che combatte altri mali, sulla sua atipica essenza nera che ha percorso l’umanità da chissà quanto immemore tempo; da LaMisuraDelleCose:
Demone dall’aspetto feroce, Pazuzu compare diffusamente sugli amuleti protettivi nella Mesopotamia del primo millennio coprendo un’ampia distribuzione geografica, dall’Assiria a Babilonia, dalla Persia occidentale alla Giudea fino all’isola di Samos. Forza devastante che minaccia la natura, il bestiame e l’uomo, Pazuzu ha però, secondo il principio dell’ambiguità della magia, anche il potere di sconfiggere gli altri demoni, rivestendo anche una funzione terapeutica.
L’attitudine aggressiva di Pazuzu è splendidamente confermata dalle sue rappresentazioni. Il volto e l’espressione sono un insieme di elementi terio e antropomorfi: la testa ha una peculiare forma rettangolare, mascelle canine, corna caprine, una bocca aperta a mostrare la larga lingua e occhi tondi al di sotto di due sottili sopracciglia. Altre caratteristiche sono la barba umana tagliata orizzontalmente, orecchie umane, sporgenze rotonde sulla testa e la gola segnata da linee orizzontali. Il suo corpo è piccolo, sottile e allungato da cane affamato con le costole sporgenti, cosce umane o animali e talloni d’uccello, spalle anch’esse umane e braccia che si protendono a stringere una clava, l’arma del predatore. Completano la sua iconografia il pene eretto e terminante con una testa di serpente, un paio di ali sulla schiena e la coda di scorpione.
Dominae nocturnae
Sul blog LaMisuraDelleCose un post dedicato alle lamie, antropologico e mitologico; un estratto:
Mormo, Gello, Carco, Empusa. Sono figure terrificanti appartenenti al genere delle Lamie, spesso evocate assieme ad altre entità femminili oscure quali Gorgo, Acco, Alfitò e Mormolice nei racconti con cui le nutrici spaventavano i bambini. Ma prima di entrare a far parte del folklore, e assumere contorni sempre più mostruosi e ripugnanti, la loro origine va ricercata lontano nel tempo, nel mito delle donne serpente e nella demonologia semitica.
Lamia era, almeno in origine, un nome proprio. Di lei si dice fosse figlia di Poseidone (θυγατέρα τῆς Ποσειδῶνος), la prima donna a cantare gli oracoli, e che la prima Sibilla giunta a Delfi dall’Elicona, dove era stata allevata dalle Muse, fosse sua figlia (Plutarco, De Pythiae oraculis, 9). Ed è sempre Plutarco a dirci che, secondo il mito (ἐν τῷ μύθῳ), quando è a casa, prima di andare a dormire, la Lamia è cieca, poiché ripone gli occhi dentro un vaso, per poi rimetterseli quando esce (De curiositate, 2). Nelle favole e nelle leggende, la figura di Lamia si confonde con altre entità femminili oscure. E così, alcuni ricordano che la madre di Scilla, spaventoso mostro marino, era la notturna Ecate (νυκτιπόλος Ἑκάτη, Apollonio Rodio, Argonautiche, IV, 829-830): “La malefica Scilla Ausonia che la notturna Ecate, detta anche Crateide, partorì a Forco”.
Breve storia dell’estasi | LaMisuraDelleCose
Sul blog LaMisuraDelleCose breve disamina sul concetto dell’estasi, che nell’antichità ha avuto significati controversi; un estratto:
Diversamente dal significato che la parola inizia ad assumere nel Nuovo Testamento, cioè quello di una trance mistica di profonda unione e conoscenza del divino, nel mondo greco, dai testi medici e botanici fino al neoplatonismo passando per l’astrologia, l’estasi ha per lo più una connotazione negativa, o quanto meno neutra, accentrando una varietà di accezioni. Letteralmente è uno spostamento, una deviazione, sia fisica o meccanica sia morale, uno spaesamento che turba il regolare equilibrio delle cose e che può indurre alla follia, un allontanamento da sé stessi. Non si riscontra, insomma, nulla di divino nella condizione di “star fuori di sé”, semmai un qualcosa di oscuro, capace di infrangere l’equilibrio proprio dell’ideale antico. Fino a Giuliano, l’ultimo imperatore pagano, convinto che, come gli dei possano rendersi manifesti all’uomo attraverso i miracoli, così l’uomo può avvicinarsi a loro attraverso l’estasi e la preghiera. Regalandoci così il racconto di una luminosa visione estatica nel corso della quale si manifestano Zeus, Helios, Atena ed Hermes.
Struttura del reale e gerarchie divine nella Teologia platonica di Proclo
Elementi di filosofia neoplatonica nella sua fase finale, dal blog LaMisuraDelleCose; un estratto:
Massimo rappresentante del tardo neoplatonismo, il più illustre filosofo della Scuola di Atene, Proclo di Costantinopoli (410-485) è stato tra le ultime e più rilevanti voci della filosofia pagana della tardoantichità. Con l’obiettivo di dare forma sistematica alla dottrina di Platone, circa mille anni dopo il maestro, Proclo dà vita a una poderosa rielaborazione allegorica e metafisica della tradizione religiosa greca, che, in un’epoca di profonde incertezze spirituali e politiche di fronte al dilagare della teologia cristiana, sentiva la necessità di autoaffermarsi. Il risultato, grazie anche alla contaminazione tra filosofia e magia rituale, è una visione del mondo in chiave mistica e teologica dove il Tutto è completamente divinizzato, a partire dall’Uno assoluto e trascendente fino all’ultimo piano della realtà, quello materiale, in cui viviamo. I vari ordinamenti divini che si snodano lungo questa spirale discendente, mano a mano che si procede verso il cosmo sensibile, sono popolati dalle divinità del pantheon classico, concepite non come astratte forze impersonali, ma come un dio di volta in volta determinato, principi metafisici dotati ciascuno del proprio nome e dei propri specifici requisiti. E con i quali è possibile entrare in diretto contatto grazie alla teurgia, che ricorre proprio ai nomi e agli attributi divini come strumenti della pratica magica.
Il tempio del Sole e gli arcani sacrifici
Sul blog LaMisuraDelleCose un profilo storico e critico dell’imperatore romano Eliogabalo, incarnazione delle deliranti dissolutezze di ogni tipo che un umano senza problema di soldi e dal potere illimitato può sperimentare; un estratto:
Vario Avito Bassiano, conosciuto come Elagabalo, o Eliogabalo, nasce a Emesa, in Siria, tra il 14 marzo 203 e il 13 marzo 204. Penultimo rappresentante della dinastia dei Severi, è stato imperatore dal 218 al 222, quando, appena diciottenne, venne trucidato dai pretoriani insieme a tutti i suoi accoliti: tre anni, nove mesi e quattro giorni di un regno segnato da efferatezze, bizzarrie e perversioni non solo nell’ambito della sfera privata, ma anche religiosa, dal momento che il sovrano provò a introdurre a Roma il culto unico del dio solare del quale si era consacrato sacerdote e nel quale volle identificarsi, finendo con il relegare in secondo piano gli stessi dei del pantheon romano. Una impietas che gli si rivelò fatale e che lo ha condannato a una definitiva damnatio memoriae.
Ebbe diverse mogli. La prima si chiamava Giulia Cornelia Paola, sposata tra il 219 e il 220 perché voleva diventare padre al più presto, “proprio lui che non poteva essere nemmeno un uomo” (Dione lxxix, 9, 1). In quell’occasione elargì doni al Senato e all’ordine equestre e anche alle loro mogli, e offrì un ricco banchetto al popolo e ai soldati. La abbandonò con il pretesto che la donna aveva delle macchie sul corpo, e non rispecchiava i suoi canoni di bellezza.
In seconde nozze sposò Aquilia Severa. Nozze corrotte e sacrileghe, all’apice dell’impietas contro le tradizioni religiose romane perché Aquilia era sacerdotessa di Vesta. Con lei, l’imperatore riteneva di poter generare “figli divini” e, per averla, non solo avrebbe violato l’area sacra del tempio di Vesta facendovi una scorribanda in compagnia dei suoi depravati sodales, ma avrebbe anche profanato il culto tentando di impossessarsi della statua del Palladio lì custodita. Ma anche questo matrimonio durò ben poco.
La bella e nobile Annia Faustina, nipote di Marco Aurelio da parte di madre, vedova di Pomponio Basso che il principe aveva condannato a morte perché non approvava la sua condotta, fu la terza moglie: “la fece sua sposa senza nemmeno concederle di piangere la perdita del marito” (Dione lxxix, 5, 4).Oltre a queste menzionate, l’imperatore ebbe molte altre mogli e con molte più donne intrattenne relazioni illegittime, abbandonandosi con loro a rapporti promiscui (Dione lxxix, 13). Ma Elagabalo ebbe anche un marito prescelto, Ierocle, un ex schiavo della Caira per il quale nutriva una passione tanto intensa quanto insana (si faceva picchiare da lui dopo essere stato appositamente scoperto in flagranza di adulterio), che finì assassinato insieme al sovrano nel 222.
A proposito dell’ambiguità sessuale del principe, le fonti attestano che Elagabalo “fu sia marito sia moglie, dal momento che egli si comportava tanto da uomo quanto da donna e in entrambi i ruoli commetteva e subiva indicibili perversioni”. Avrebbe inoltre chiesto ai medici di ricorrere alla propria arte per farlo diventare bisessuale tramite un intervento chirurgico nella parte anteriore (Dione lxxix, 5, 5).
Gli dei degli oggetti
Nella sapienza antica in cui microcosmo e macrocosmo si specchiano nelle corrispondenze tra psicologia e astrologia, tra umori, temperamenti, pianeti, costellazioni, lo statuto di Mercurio è il più indefinito e oscillante. Ma secondo l’opinione più diffusa, il temperamento influenzato da Mercurio, portato agli scambi e ai commerci e alla destrezza, si contrappone al temperamento influenzato da Saturno, melanconico, contemplativo, solitario. Dall’antichità si ritiene che il temperamento saturnino sia proprio degli artisti, dei poeti, dei cogitatori, e mi pare che questa caratterizzazione risponda al vero. Certo la letteratura non sarebbe mai esistita se una parte degli esseri umani non fosse stata incline a una forte introversione, a una scontentezza per il mondo com’è, a un dimenticarsi delle ore e dei giorni fissando lo sguardo sull’immobilità delle parole mute. Certo il mio carattere corrisponde alle caratteristiche tradizionali della categoria a cui appartengo: sono sempre stato anch’io un saturnino, qualsiasi maschera diversa abbia cercato d’indossare. Il mio culto di Mercurio corrisponde forse solo a un’aspirazione, a un voler essere: sono un saturnino che sogna di essere mercuriale, e tutto ciò che scrivo risente di queste due spinte.
Così sulla MisuraDelleCose, parlando di astrologia che identifica la psicologia, un po’ come la mitologia che conforma le situazioni umane; ne deriva che l’astrologia non è una filosofia astratta, ma è la corrispondenza di ciò che l’umanità è, e che nascere secondo una conformazione astrale identifica il carattere della persona che viene identificato secondo uno spicchio di cielo. Da ciò deriva la profondo conoscenza che l’umanità sin dal passato ha dell’universo, delle sue stelle, delle sue regole, ma qui si apre tutto un altro scenario, che non voglio nemmeno sfiorare…





