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Sulla natura degli incubi | LaMisuraDelleCose


Un interessante excursus sulla natura dei sogni e incubi visti con gli occhi degli antichi, età Classica e preclassica; dal blog LaMisuraDelleCose un estratto:

Illusori o veritieri, spesso difficili da interpretare, bizzarri, confusi. Sono diversi i generi di sogni riconosciuti nell’antichità: il sogno propriamente detto, la visione e l’oracolo, considerati forme di divinazione di eventi futuri o presenti. Di altro tipo sono le apparizioni, frutto di ansie e paure, talvolta spaventose, ma del tutto immaginarie. A quest’ultima categoria appartiene l’incubo, il più opprimente e morboso dei sogni. E tuttavia, l’incubo può essere foriero di buoni presagi, o manifestarsi nelle forme di un folletto in grado di svelare tesori nascosti. Il “viaggio nell’incubo” ci condurrà in territori inaspettati, dove, tra un’elegia di Tibullo e un’ode di Orazio, gli dei della notte saranno pronti a svelarsi.

Arriviamo così all’incubo (ἐπιάλτες, o ἐφιάλτες, Efialte, da ἐπί e ἅλλομαι, “saltare sopra”, “opprimere”), che per Macrobio fa parte di quest’ultima categoria cui appartengono anche le apparizioni e i “fantasmi”.  L’incubo è un demone responsabile di un sogno morboso, talvolta assimilato a Pan (Artem. I, 2) talvolta a un Fauno.
Plinio (Storia naturale, XXX, 84) parla di persone turbate dagli dei della notte e dai Fauni, «a nocturnis diis faunisque agitentur», ma resta un fenomeno del tutto immaginario, che pertiene al folklore popolare piuttosto che a dotte dissertazioni.

“publica persuasio quiescentes opinatur invadere et pondere suo pressos ac sentientes gravare.

Il volgo è persuaso che s’impossessi di coloro che dormono e che gravi col suo peso su di essi prostrandoli e facendoli soffrire”.

Efialte è identificato con Pan ma ha un significato diverso (Artem. 2, 37). Se opprime o grava qualcuno senza parlare, è presagio di avversità e angoscia, ma, se interrogato, dirà sempre la verità. Sia Pan sia Efialte (così come Ecate e Asclepio) sono divinità terrestri intellegibili, cioè possono essere percepiti con i sensi.
Queste visioni notturne, benché immaginarie, per l’estensore dell’Onirocritica non sono del tutto prive di qualche presagio. Se l’incubo appare nell’atto di porgere qualcosa, soprattutto se non è appoggiato con il suo peso sul dormiente, è segno di grande profitto. Può anche presagire la guarigione da un male, poiché non si manifesta mai a un moribondo.

In latino, il termine incubare mantiene il significato di “giacere sopra” o “dentro un luogo”, come per la pratica dell’incubatio che si teneva a scopo terapeutico nei santuari di Asclepio/Esculapio (in greco εν- κοιμητήριον, “dormire sopra”), che consisteva appunto nel dormire a terra attendendo l’intervento guaritore del dio, in sogno o in visione. Incubo (onis) è quindi, letteralmente, “colui che giace sopra qualcosa”. In Petronio (Satyricon, 38), Incubo è il nome di uno spirito, un folletto posto a guardia di un tesoro nascosto, che può rivelarne la posizione se si riesce a togliergli il berretto:

“dicunt quom[odo] Incuboni pilleum rapuisset, et thesaurum invenit

dicono che ha tolto il berretto a un folletto e ha trovato un tesoro”.

Ma è solo con l’avvento “demolitore” del cristianesimo che l’incubo assume una connotazione totalmente negativa, demoniaca e, quel che più conta ai fini della discriminazione e della soppressione delle antiche credenze, assolutamente reale.

L’ossessione contro il “paganesimo” — e contro il sesso e il piacere, soprattutto femminile — da parte dei padri della chiesa, permeati di demonologia patristica, si riflette anche sugli innocui demonietti della tradizione accennata da Petronio, mentre lo stesso Macrobio aveva sempre mantenuto un atteggiamento scettico verso queste visioni, non mancando mai di evidenziarne il contenuto immaginario. Se, infatti, cerchiamo il termine incubo nel dizionario di latino, le uniche occorrenze, oltre a Petronio, rimandano ad Agostino e a Isidoro di Siviglia.
Il vescovo di Ippona conferma la tradizione secondo cui incubi sono comunemente chiamati Pan e Silvano, che spesso si manifestano alle donne con le sembianze di uomini malvagi allo scopo di consumare con loro rapporti sessuali («Silvanos et Panes, quos vulgo incubos vocant, improbos saepe exstitisse mulieribus et earum appetisse ac peregisse concubitum», De civitate dei, 15, 23).

Sacerdoti e sacerdotesse di Eleusi


Su LaMisuraDelleCose un lungo articolo che spiega storia e filosofia, mitologia e implicazioni surreali del mito di Demetra e sua figlia, Persefone, nel mondo dell’antica Grecia e successivamente romano; un estratto:

Le cerimonie in onore di Demetra e sua figlia Persefone, la fanciulla (Kore) rapita da Ade per farne la sua sposa e regina degli Inferi, erano tra le più importanti feste celebrate fin dai tempi remoti, il cui nucleo mitico è riportato nell’Inno omerico a Demetra. Queste celebrazioni sopravvissero per più di cinque secoli dopo che la Grecia divenne una provincia romana, fino alla completa distruzione di Eleusi da parte dei Goti di Alarico nel 396. Attorno ai cosiddetti Grandi Misteri ruotava un gran numero di sacerdoti e funzionari, consacrati e civili, uomini e donne che svolgevano le funzioni più varie, dalla proclamazione della festa alla spiegazione dei simboli, fornendo indicazioni agli iniziandi rispetto ai rituali cui dovevano sottoporsi prima di entrare in contatto con le divinità.
L’esperienza misterica consisteva in una iniziazione che si realizzava mediante la comunione personale dell’individuo con la divinità, e comprendeva una visione, raggiunta nella trance estatica – indotta tramite danze turbinose o bevande “mistiche” –, e la conseguente illuminazione.
Il rito era finalizzato alla trasformazione spirituale dell’iniziato, che in questo modo, dopo un’esperienza di “morte” e “rinascita”, otteneva la salvezza (oltremondana, eterna). Mantenere il segreto è un punto su cui le fonti antiche insistono particolarmente. Scrive Apuleio, raccontando la sua esperienza iniziatica (Metamorfosi, 11, 23):

“Arrivai ai confini della morte, posi il piede sulla soglia di Proserpina e poi tornai indietro, trasportato attraverso tutti gli elementi. In piena notte vidi il sole brillare di fulgida luce; mi avvicinai agli dei inferi e a quelli superi, li adorai da vicino. Ecco, ti ho riferito; ma quello che hai ascoltato è necessario che tu non lo capisca”.

La segretezza veniva imposta con il massimo rigore, con le leggi degli uomini e quelle degli dei: chi avesse divulgato i misteri, oltre a essere bandito da Atene, attirava la vendetta divina su di sé e su coloro che gli erano vicini. Così Orazio (Odi, 3, 2):

“[La Virtù] è premio sicuro all’inviolato silenzio: dunque vieterò che stia sotto il mio tetto o salpi insieme a me su fragile battello chi rivela i misteri di Cerere”.

Pertanto, non sappiamo nulla delle cerimonie mistiche eleusine, ma conosciamo solo lo svolgimento della parte pubblica.

Il cibo nell’antica Roma; dal puls alla cena di Trimalcione – RomaVerso


Spaccato storico e unico quello che RomaVerso ci dà sul cibo e sull’antica Roma, una passione che si tramanda anche oggi e che nasce dall’opulenza imperiale, un’ombra lunga che oscura i sensi non solo nella Città Eterna, ma anche nel resto del mondo globalizzato.

Roma e cibo è un connubio antichissimo. Ecco alcuni essenziali e celebri esempi di come l’alimentazione fosse importante nei costumi dell’antica Roma, dall’età arcaica al periodo imperiale.

Orazio (I a.c.), nell’VIII Satira descrive una Roma mangiona. Il suo Nasidieno a mezzogiorno fa un antipasto di cinghiale lucano per proseguire con tordi allo spiedo, frutti di mare, ventresche di rombo, murena con gamberi in guazzetto, cosce di gru, fegato d’oca, spalle di lepre, piccioni e uva passa.
Una dieta davvero esotica e poco ecosostenibile.

Il Trimalcione di Petronio (I d.c.), nel Satyricon riesce se possibile anche a superarlo per ingordigia offrendo ai convitati: antipasto di asinello, ghiri cosparsi di miele e papavero, salsicciotti con susine di Siria e chicchi di melagrana. Molto curato e ben descritto, nella celebre cena di Trimalcione, è l’impiattamento realizzato per stupire i commensali:

dinanzi a noi, che eravamo ancora all’antipasto, fu collocato un vassoio con sopra una cesta, in cui c’era una gallina di legno con l’ali aperte a cerchio, come stanno di abitudine quando covano.
Si accostano subito due schiavi, che in un concerto assordante prendono a frugare tra la paglia e tiratene fuori uova di pavone, le dividono tra i convitati (…)
Riceviamo dei cucchiaini da mezza libra almeno e rompiamo quelle uova rivestite di pasta frolla (…) Ma poi, quanto sento da un commensale di vecchia data «Qui dev’esserci qualcosa di buono », frugo con la mano dentro il guscio e trovo immerso nel tuorlo pepato un beccafico bello grasso.

Il singolare menu prosegue con un impiattamento dedicato ai dodici segni zodiacali:

sull’Ariete ceci arietini, sul Toro un pezzo di manzo, sui Gemelli testicoli e rognoni, sul Cancro una corona, sul Leone un fico d’Africa, sulla Vergine una vulvetta, sulla Libra una bilancia, con una focaccia al cacio in un piatto e una al miele nell’altro, sullo Scorpione un pesciolino di mare, sul Sagittario un occhiofisso, sul Capricorno un’aragosta, sull’Acquario un’oca, sui Pesci un paio di triglie.

E questo è ancora solo l’inizio del copioso pasto imbandito dal personaggio petroniano. Tanta abbondanza scaturisce dagli effetti dell’immensa ricchezza accumulatasi in età imperiale tra le gentes più potenti. Un fatto di costume epocale, estraneo ai ceti più umili, sottolineato da autori ed eruditi dell’epoca.

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