Archivio per Cibo
7 settembre 2025 alle 19:45 · Archiviato in InnerSpace, Reading and tagged: Cibo, My continuum
Il doloroso stomaco che conduce alle distanti mete di un abisso percorso che non riesce più a essere tuo.
22 marzo 2024 alle 11:32 · Archiviato in Creatività, Fantastico, Interviste, Letteratura, Oscurità and tagged: Cesare Buttaboni, Cibo, Distopia, Horror, Interrogazioni sul reale, Laura Scaramozzino, Ridefinizioni alternative
Su HorrorMagazine una bella intervista di Cesare Buttaboni a Laura Scaramozzino, autrice di J-Card, proposta horror-sociale-distopico che ha riscontrato consensi generali; un estratto:
J-Card affronta temi complessi come le disuguaglianze sociali e le conseguenze delle scelte passate. Qual è stata la tua fonte di ispirazione per creare questo mondo distopico e quali messaggi intendevi trasmettere ai lettori attraverso la storia di Adele e Francesco?
Innanzitutto, grazie per questa intervista preziosa. Rispondo alla prima domanda dicendo che mi sono ispirata ad alcune ricerche che ho condotto nell’ambito del rapporto tra cibo ultraprocessato e l’insorgere delle malattie croniche. Quando ho scoperto ci fosse un nesso molto stretto tra il consumo del cibo spazzatura e, per esempio, l’insorgere dei tumori, ho rimuginato a lungo su questa scoperta. Rinvio, in particolare, agli studi della Dottoressa Maria Rosa di Fazio e del dottor Philippe Lagarde. Non sono né un medico né uno scienziato, ma seguendo i loro studi mi si sono aperti gli occhi. Basti vedere che cosa accede negli Stati Uniti, nei quali il consumo del cosiddetto Junk food, che ha un costo irrisorio ed è dunque accessibile ai più indigenti, provoca obesità e malattie cardiovascolari soprattutto nella frangia più povera della popolazione. L’argomento ha dapprima ispirato il racconto Junk Food selezionato e pubblicato sulla rivista Alkalina e, in un secondo momento, la novella J-Card con cui ho voluto, in una sorta di allegoria distopica, dare veste istituzionale a una realtà sotto gli occhi di tutti. I poveri sono sempre più costretti a mangiare male e a vivere peggio.
La trama di J-Card è ricca di suspense e colpi di scena. Come hai lavorato per mantenere alta la tensione narrativa durante lo sviluppo del romanzo?
Ho spolverato il mio amore per il noir e per certe atmosfere paranoidi che adoro. In questo, sono debitrice alla mia passione per i racconti di Cornell Woolrich che raccontava l’ambivalenza dell’agire umano come nessuno. Niente è come sembra e tutti i personaggi agiscono per ragioni inconsce o legate alla sfera emotiva più cupa e ambigua.
14 marzo 2024 alle 10:50 · Archiviato in Creatività, Editoria, InnerSpace, Letteratura, Oscurità, Recensioni, SF, Sociale and tagged: Cesare Buttaboni, Cibo, Laura Scaramozzino, Liberismo, Luce oscura
Su HorrorMagazine la recensione di Cesare Buttaboni a J-Card, romanzo di Laura Scaramozzino dalle tematiche condivisibili, un po’ SF un po’ sociale; un estratto:
Laura Scaramozzino con J-Card trasporta il lettore in un labirinto di intrighi e emozioni viscerali, sfidando le convenzioni narrative e regalando un’esperienza letteraria senza precedenti. In un universo surreale e oscuro, Scaramozzino ci immerge in una società divisa e oppressiva, dove la fame di potere e privilegio è incarnata dalla misteriosa J-Card, simbolo di un accesso esclusivo a un mondo di lussuria gastronomica. È in questo contesto che incontriamo Adele, una donna combattuta dalle ombre del suo passato e dalle catene dell’isolamento emotivo. Ma è l’incontro casuale con Francesco, un bambino dalla provenienza oscura, a scuotere le fondamenta del suo mondo precario. Attraverso questo intricato intreccio di relazioni e segreti sepolti, Scaramozzino ci conduce in un viaggio emozionante alla ricerca della verità e della redenzione.
Il romanzo è un’esplosione di suspense e colpi di scena, mantenendo il lettore costantemente sul filo del rasoio. La maestria di Scaramozzino nel dipingere atmosfere cupe e inquietanti cattura l’immaginazione, trasportando il lettore in un vortice di emozioni contrastanti e sconcertanti. La caratterizzazione dei personaggi è un trionfo della complessità umana, con Adele che emerge come un’eroina tormentata dalla sua stessa ossessione e Francesco come un’icona della resilienza e della speranza in un mondo implacabile. Questi ritratti vividi e autentici conferiscono al romanzo una profondità e una risonanza che va al di là della mera narrativa. J-Card è molto più di un semplice thriller psicologico; è un’analisi acuta della società contemporanea, delle sue disuguaglianze e delle sue distorsioni.
31 marzo 2022 alle 15:08 · Archiviato in Cybergoth, Experimental, InnerSpace, OuterSpace, Quantistico, Reading, Surrealtà and tagged: Cibo, Differenze quantiche, Olosensorialità, Teoremi incalcolabili
Un piccolo morso dato al ciglio dimensionale, e trovi che il sapore sulla tua lingua cambia e diviene frizzante, salti quantici di stati moribondi la cui onda si perpetua attraverso realtà contigue…
14 agosto 2021 alle 22:35 · Archiviato in Cognizioni, Cultura, Passato, Sociale, Storia and tagged: Cibo, Costantinopoli, Impero Romano
Su Tribunus l’evoluzione dei costumi alimentari all’interno dell’Impero Romano d’Oriente, dal Tardo antico al Medioevo. L’intero articolo:
La cucina costantinopolitana tra tarda antichità e medioevo si inserisce nella tradizione greco-romana, senza esserne tuttavia una sua mera imitazione. Il pane era sicuramente l’alimento fondamentale, con un consumo pro capite giornaliero di 325/600 grammi.
La farina, a partire dal VII secolo, si ricavava dal tricinum durum (il grano duro), più facile da trebbiare rispetto al triticum aestivum (grano tenero) d’età precedente. Al pane poteva esser accompagnata una sorta di zuppa di cereali con farro, frumento, ed orzo.
Il riso era già noto da tempo, ma non era coltivato. Ciononostante ebbe un grande diffusione, specie sotto forma di base per i dolci.
Sappiamo, per esempio, che l’imperatore Costantino VII era goloso di budino di riso.
La frutta cotta con miele e spezie accompagnava i piatti a base di carne, ma era anche molto apprezzata la frutta secca.
Nell’alimentazione costantinopolitana non mancavano legumi come lenticchie, piselli e fave. Era consumato inoltre un gran numero di verdure. Latte e latticini erano molto apprezzati. Dalle province settentrionali provenivano il burro e la panna.
Era noto anche lo yogurt, che proveniva dalle steppe euro-asiatiche.
La carne più diffusa era di sicuro quella di pollo. Altri volatili, come fagiani e pavoni, erano riservati ai nobili. Della gallina si mangiavano anche le uova, che a volte potevano servire per preparare una specie di omelette, detta sponghata. Altre carni erano quelle di suino, ovino, e bovino, ma queste erano consumate in quantità minori. Molto diffuso era il consumo di pesce, fresco o in salamoia.
Il mare intorno a Costantinopoli costituiva una grande risorsa ittica, e spesso il pesce sostituiva la carne nei piatti, particolarmente di quelli dei ceti più bassi. Anche il vino era un alimento importantissimo, ed era addirittura previsto nelle razioni destinate agli schiavi. A colazione e cena (due dei tre pasti della giornata) si beveva vino allungato con acqua.
29 agosto 2019 alle 14:40 · Archiviato in Cognizioni, Passato, Storia and tagged: Cibo, Costantinopoli, Impero Romano
Per molti di noi, per il nostro immaginario storico, il mondo romano ha molteplici punti sconosciuti, consuetudini di un tempo che ci risultano spesso sconosciute; figurarsi se poi parliamo dell’universo bizantino, che della romanità ha solo una discendenza mista ad altre, come la cristianità e la grecità. Un interessante post – anche se datato – su LaInfinitaStoria racconta un po’ qualcosa d’intrigante: cosa e come mangiavano i bizantini; un estratto:
La posizione dell’Impero Bizantino e della sua capitale, favorivano il consumo di pesce, tra cui molluschi e crostacei, mangiato fresco oppure in salamoia e pescato nei fiumi, nei laghi, nel mare ed anche nelle paludi mentre il pane era largamente mangiato, se ne assumeva una grande quantità circa mezzo chilo di pane al giorno a persona, a questo alimento si aggiungeva anche orzo e un tipo di polenta di nome Puls, cucinata usando il farro.
Il pesce veniva usato per la produzione di un prodotto famoso, di nome Garum.
Il pane veniva cucinato con il grano duro, più facile da conservare e da trebbiare invece che del grano tenero.
Il riso era coltivato in Asia Minore e i romani non fecero in tempo a mangiarlo perché lo conobbero tardi, i Bizantini riuscirono a mangiarlo e all’Imperatore Costantino VII piaceva molto il budino di riso.
Un episodio accaduto da ricordare, è il riuscito passaggio durante l’assedio ottomano del 1453 quando delle navi cariche di grano eludendo il controllo della flotta Ottomana, portarono della speranza nella capitale Bizantina, con il grano per gli assediati, facendo infuriare il Sultano Maometto II; purtroppo questo non bastò a salvare la città dall’assedio.
La verdura di cui si conosceva l’esistenza e di cui ci si nutriva, ricordando che i pomodori, le patate, il cacao ed altre tipi di alimenti, furono scoperti più tardi con la scoperta dell’America, erano i porri, la lattuga, i cavoli, le cipolle, le carote, l’aglio e le zucche.
A questi alimenti si aggiungevano i piselli, l’avena, i ceci, i legumi, le lenticchie e le fave mentre la frutta come la verdura, esistevano diversi tipi che venivano consumati come le ciliegie, i limoni, i meloni, le albicocche, le pesche, le pere, il melograno, il fico, il cedro, le more.
La frutta secca era utilizzata per i dolci e le noci, le mandorle, castagne, datteri e i pistacchi erano quelle conosciute ed usate, come il miele era molto impiegato per addolcire alcuni alimenti come la frutta cotta che veniva assunta insieme alla carne.
Il miele era utilizzato molto, perché nell’Impero Bizantino l’apicoltura, in tutto il suo territorio era impiegata e il suo livello di sviluppo era alto.
28 novembre 2018 alle 11:09 · Archiviato in Accadimenti, Creatività, Experimental, Presentazioni and tagged: Avanguardie, Cibo, Daniele Cascone, Mostra, Performance, Ridefinizioni alternative
Collaborazione insolita per Daniele Cascone, l’esplorazione del connubio cibo e arte figurativa. Ecco i dettagli presi dal suo post. Chi può vada, non si perda questa splendida occasione di avanguardia e buon gusto.
Modica – Il binomio tra arte e cibo è sempre più diffuso al giorno d’oggi. Se le mostre di quadri e fotografie d’arte all’interno dei ristoranti sono divenute una consuetudine, è piuttosto insolito che i piatti di uno chef siano gustati in una galleria d’arte. È questa l’idea alla base di “Chef in galleria”, l’iniziativa organizzata da Lo Magno arte contemporanea di Modica. Domenica 2 dicembre alle ore 19 gli spazi espositivi di Via Risorgimento 91-93 si trasformeranno per una sera in un esclusivo ristorante. Dove gli ospiti potranno ammirare una mostra allestita con i “pezzi forti” della collezione di opere della galleria e gustare una “collezione di piatti” dello chef Accursio Craparo di Accursio Ristorante, stella Michelin nel cuore di Modica. L’iniziativa è la prima del genere nella provincia.
La serata gastronomica sarà preceduta, venerdì 30 novembre alle ore 19, dalla presentazione della collettiva d’arte. In mostra dipinti di Francesco Balsamo, Gianni Di Rosa, Franco Fratantonio, Emanuele Giuffrida, Sylvie Martens, Giovanni Viola, Giovanni Blanco, Frank Lupo, Sasha Vinci, Piero Guccione, Giovanni La Cognata, Irina Ojovan, Giuseppe Colombo, Francesco Lauretta, Andrea Cerruto, Piero Zuccaro, Giuseppe Puglisi; incisioni di Sandro Bracchitta; fotografie di Davide Bramante, Daniele Cascone, Aldo Palazzolo, Mariagrazia Galesi, Giuseppe Leone, Melissa Carnemolla, Claudio Centiméri e ceramiche di Nicolò Morales. L’esposizione potrà essere visitata dal 4 al 24 dicembre, tutti i giorni dalle ore 10 alle 13 e dalle 16 alle 20.
Domenica 2 dicembre gli ospiti della galleria potranno deliziare l’occhio e il palato. L’occhio, con le opere in mostra. Il palato, con un menù ispirato ai concetti di pittura e scultura, forma e colore, accompagnati dai Vini d’Autore di Luca Giunta.
«La cucina in generale, l’alta cucina in particolare – spiega lo chef stellato – trova nell’arte una naturale ispirazione. La stessa arte della presentazione assume un significato non tanto e non solo in relazione agli ingredienti e al piatto stesso, ma agli intrecci culturali che lo hanno generato, intrisi di riferimenti trasversali. Per questo, per la Galleria Lo Magno ho pensato a una piccola “collezione” di piatti che più di tutti rendono chiaro questo legame. Pane e Olio e Pane e Cipolla, innanzitutto, due omaggi alla tradizione contadina che ho ripensato quasi scultoreamente, attraverso giochi di forme e consistenze. Lo stesso si può dire del Carciofo, che nasce da un vero e proprio lavoro di studio della materia e di rappresentazione plastica. Verso suggestioni astratte si muovono invece “L’arancino si chiude a riccio”, ennesima evoluzione del mio storico arancino millesimo, e “Autunno”, un maialino arrosto in cui il contorno di castagne, nocciole, verdure spontanee e frutti rossi si ricompone pittoricamente in vere e proprie macchie di colore. E per finire, l’Uovo-illusione, il mio storico dolce-firma, concettuale e allo stesso tempo ludico, che tra le altre cose proprio il mese scorso è entrato nel menu di selezione internazionale del ristorante In Situ del San Francisco Museum of Modern Art».
La cena, solo su prenotazione, sarà riservata a un massimo di 40 persone che saranno ospiti della Galleria. Le prenotazioni potranno effettuarsi entro il 29 novembre telefonando allo 0932 763165 oppure al 339 6176251. L’iniziativa è realizzata dalla Galleria Lo Magno, in collaborazione con Accursio Ristorante, l’enoteca Vini d’Autore di Luca Giunta e il contributo di Sento Centro Acustico.
5 luglio 2018 alle 11:24 · Archiviato in Cognizioni, Mood, Sociale and tagged: Cibo, Dipendenze, Liberismo, Ridefinizioni alternative, Soia, Vegetali, Vegetariani
Un articolo scientifico su OggiScienza che, nell’esposizione del suo trattatello sulla soia abbastanza pro_veg, è soprattutto un inno a non seguire i prodotti industriali ma a farseli in casa, cucinando direttamente le materie prime. Vi assicuro che ciò fa la differenza, anche a livello di dipendenze tossiche…
Un’altra parola chiave quando si parla di soia e salute è di sicuro colesterolo, il nemico numero uno del nostro sistema cardiovascolare. Gli slogan più popolari invitano a consumare prodotti a base di soia proprio per toglierci di dosso questo grasso “cattivo”, tipico di formaggi, burro, carne rossa. Ma attenzione: questo non significa che la soia abbia il potere di far calare la quantità di colesterolo che abbiamo nel sangue.
«Non possiamo dire che un alimento di per sé possa abbassare il colesterolo: certo esistono alimenti che contribuiscono a ridurne il livello, ma non basta un singolo alimento perché ci sia un effetto davvero significativo», spiega Ruggeri. E, come ha sottolineato – più volte – la American Heart Association, non vi sono evidenze consistenti perché la soia faccia eccezione. Ciò non toglie che consumare alimenti a base di questo legume possa in qualche modo dare dei benefici a livello cardiovascolare: trattasi pur sempre di ingredienti che contengono meno grassi saturi rispetto alla carne, e che forniscono grassi “buoni” (monoinsaturi), minerali, vitamine, fibre. Ma non è aggiungere semplicemente la soia alla nostra alimentazione la soluzione contro il colesterolo alto: lo è semmai sostituire la soia ai derivati animali che lo farebbero aumentare. Come abbiamo osservato anche nel caso di altri alimenti fonte di dibattito, insomma, non è sedendoci a tavola in compagnia di un superfood che ci si libera dal colesterolo alto.
Tra le varie opzioni, la scelta più salutare secondo i nutrizionisti restano i prodotti freschi o comunque meno elaborati, come i semi (gli edamame), il tofu e così via, piuttosto che hamburger, polpette e cibi pronti. «Questo perché, se non stiamo attenti all’etichetta, oltre alle proteine desiderate potremmo incappare in una quantità di carboidrati imprevista, che potrebbe portare a un aumento di peso», commenta Ruggeri.
3 Maggio 2018 alle 12:13 · Archiviato in Cognizioni, Letteratura, Letture, Passato, Sociale and tagged: Cibo, Impero Romano, Orazio, Petronio, Roma
Spaccato storico e unico quello che RomaVerso ci dà sul cibo e sull’antica Roma, una passione che si tramanda anche oggi e che nasce dall’opulenza imperiale, un’ombra lunga che oscura i sensi non solo nella Città Eterna, ma anche nel resto del mondo globalizzato.
Roma e cibo è un connubio antichissimo. Ecco alcuni essenziali e celebri esempi di come l’alimentazione fosse importante nei costumi dell’antica Roma, dall’età arcaica al periodo imperiale.
Orazio (I a.c.), nell’VIII Satira descrive una Roma mangiona. Il suo Nasidieno a mezzogiorno fa un antipasto di cinghiale lucano per proseguire con tordi allo spiedo, frutti di mare, ventresche di rombo, murena con gamberi in guazzetto, cosce di gru, fegato d’oca, spalle di lepre, piccioni e uva passa.
Una dieta davvero esotica e poco ecosostenibile.
Il Trimalcione di Petronio (I d.c.), nel Satyricon riesce se possibile anche a superarlo per ingordigia offrendo ai convitati: antipasto di asinello, ghiri cosparsi di miele e papavero, salsicciotti con susine di Siria e chicchi di melagrana. Molto curato e ben descritto, nella celebre cena di Trimalcione, è l’impiattamento realizzato per stupire i commensali:
dinanzi a noi, che eravamo ancora all’antipasto, fu collocato un vassoio con sopra una cesta, in cui c’era una gallina di legno con l’ali aperte a cerchio, come stanno di abitudine quando covano.
Si accostano subito due schiavi, che in un concerto assordante prendono a frugare tra la paglia e tiratene fuori uova di pavone, le dividono tra i convitati (…)
Riceviamo dei cucchiaini da mezza libra almeno e rompiamo quelle uova rivestite di pasta frolla (…) Ma poi, quanto sento da un commensale di vecchia data «Qui dev’esserci qualcosa di buono », frugo con la mano dentro il guscio e trovo immerso nel tuorlo pepato un beccafico bello grasso.
Il singolare menu prosegue con un impiattamento dedicato ai dodici segni zodiacali:
sull’Ariete ceci arietini, sul Toro un pezzo di manzo, sui Gemelli testicoli e rognoni, sul Cancro una corona, sul Leone un fico d’Africa, sulla Vergine una vulvetta, sulla Libra una bilancia, con una focaccia al cacio in un piatto e una al miele nell’altro, sullo Scorpione un pesciolino di mare, sul Sagittario un occhiofisso, sul Capricorno un’aragosta, sull’Acquario un’oca, sui Pesci un paio di triglie.
E questo è ancora solo l’inizio del copioso pasto imbandito dal personaggio petroniano. Tanta abbondanza scaturisce dagli effetti dell’immensa ricchezza accumulatasi in età imperiale tra le gentes più potenti. Un fatto di costume epocale, estraneo ai ceti più umili, sottolineato da autori ed eruditi dell’epoca.
14 aprile 2018 alle 18:03 · Archiviato in Cultura, Mood, Passato, Sociale and tagged: Alessio Brugnoli, Cibo, Impero Romano, Roma

Bella dissertazione di Alessio Brugnoli sulle taverne dell’antica Roma. È un po’ come regredire di duemila anni…
Qualche erudito, con piglio degno di un teologo bizantino, cerca di distinguere tra taberna vinaria, una sorta di pub dell’epoca, in cui si poteva bere vino e mangiare stuzzichini, le popinae, le antenate delle fraschette e le cauponae, le osterie vere e proprie, con locali per mangiare, camere per dormire, spesso associate a bordelli.
Ma in realtà, la plebe latina, di queste distinzioni, se ne fregava alquanto: usava tranquillamente queste parole come sinonimi… Tranne forse thermopolium, termine che ogni tanto fa capolino in qualche libro di latino: lo usa infatti il buon Plauto in una commedia dove si burla dell’usanza diffusa fra i suoi contemporanei di inventare parole grecizzanti per pedanteria!
In ogni caso, questi locali erano costituiti da una grande sala, che si affacciava su una strada affollata, con un bancone in muratura nei pressi dell’ingresso, decorato con lastre marmoree o di terracotta in cui erano incassate delle giare (dolia) o anfore e le pareti coperte di scaffalature, per conservare prosciutti, formaggi, vasi pieni di garum e di ogni altro ben di Giove, una cucina e nei locali più chic di un giardino interno (viridarium) con triclinio, per permettere agli avventori di mangiare all’aperto, all’ombra di
pergolati.
L’antico romano medio e alquanto affamato entrava, si avvicinava al bancone, dato che spesso non sapeva leggere, come in Cina e in Giappone, guardava le riproduzioni dipinte dei cibi in vendita, le indicava per ordinarle e pagava un prezzo differente nel caso decidesse se consumare le vivande a casa oppure direttamente nel locale.