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Vulcano Laziale: dove si trova, ultima eruzione, storia e rischi terremoti per i Castelli Romani e Roma – Castelli Notizie
L’argomento “tellurico” è nelle mie corde da un bel po’; abito da un altro po’ in un territorio tellurico, lo sento, ne vivo le vibrazioni, le suggestioni, e visitando i luoghi qui intorno pian piano escono fuori i dettagli, così che connettere i punti diventa oltre che un gioco anche una necessità. Il Vulcano Laziale credo sia uno degli epicentri di questa narrazione che scopro pian piano, forse il più importante, l’aspetto che ha permesso la storia di Roma, tanto per dirne una, poiché esplodendo in forme piroclastiche – tipo Pompei, capiamoci – in un periodo che si è protratto da 600.000 fino a 36.000 anni fa, ha dato le possibilità fisiche al territorio di diventare storicamente quella culla di cultura e imperialismo che si è allungata su molto del mondo euroasiatico antico, fino a oggi sul resto del globo.
Il Vulcano Laziale si stima fosse alto un circa 3.000 metri; ora, dopo tutte le esplosioni e colate laviche che si sono succedute, il punto più alto si ferma appena sotto i 1.000 metri. Ma quello che più sconvolge è l’attuale mancanza di massa cubica del monte: tutti i Castelli Romani indugiano su quella che era la caldera del vulcano, ed è immensa, il vuoto di quella massa enorme di terra chiama come un urlo nella notte e la presenza di due laghi – Castel Gandolfo e Nemi – non fa altro che aumentarne lo spaventoso fascino; CastelliNotizie pubblica ora un articolo che è un po’ un riassunto non troppo tecnico di tutto quel che si sa o che si suppone sapere sull’argomento, e invito a leggerne i contenuti perché alla fine quel che risalta è la nostra stessa storia, intesa in senso italico e non solo, vista l’importanza che da sempre Roma assurge nell’ambito italiano e, lasciatemi dire, mondiale. Buona lettura.
Disce Gaudere – Nemora
Su Nemora un interessante post, che riguarda le insidie, gioie e tormenti nella ricerca che si può operare nel mondo sottile; vi incollo il testo, in cui ho trovato piccole perle che faccio mie.
Il viaggio nel Mondo Sottile è un’avventura affascinate ma non priva di pericoli.
Coloro che ricercano una dimensione altra rispetto alla realtà particellare e fisica, devono talvolta fare i conti con una gamma di emozioni per cui non esistono nomi e alle quali non siamo addestrati. Intraprendere una percorso di riscoperta spiritualistica delle radici ancestrali implica il disvelamento di movimenti dell’anima che possono presentarsi come violenti e improvvisi, veri e propri squarci nel tessuto cognitivo ordinario. Attimi di bellezza totalizzante e annichilente che si manifestano con fiammate, i quali lasciano ammaliati e storditi.
I canali di percezione vengono letteralmente investiti e violentati da sensazioni tanto intense quanto ignote. La difficoltà non risiede nella sperimentazione vera e propria dell’estesi, ma in ciò che segue. Nessuno ci insegna a vivere dopo un’epifania, nessuno ci spiega come gestire una simile esperienza. Se ci si apre a un certo modo profondo di sentire, il rischio di rimanere schiacciati da un’ondata di questa portata è alto. Rifiuto della realtà normalmente percepita, tentazione di rivivere e dilatare la catarsi, perdita di significato delle attività ordinarie.Le Piccole Morti
Personalmente chiamo queste esperienze le “Piccole Morti“, attimi di apogeo che -per la forza con cui si manifestano- generano terra bruciata e l’impossibilità che si concepisca un seguito, un prosieguo dell’esistenza. È un concetto complesso da veicolare e temo possa essere compreso solo per via empirica, ma si tratta di avvenimenti reali e potenti. Ci si gonfia di magnificenza, si irradia pura felicità, fino a scoppiare per esaurimento.
Ricerche di stampo misterico ed esplorazioni del territorio metafisico portano a incappare nelle Piccole Morti, soprattutto se ci si espone -volontariamente o meno- in modo non filtrato a determinate occorrenze quando non si possiede la maturità emotiva necessaria per metabolizzarle.
Per questo è importante imparare a gioire. Ed è bene non solo imparare a sperimentare la gioia e a riconoscerla, ma soprattutto apprendere come gestirla.
La sofferenza non deriva dall’attimo di estasi e di meraviglia, ma dalla difficoltà nel lasciarlo andare. Nel volerlo perpetuare ed estremizzare.
È cruciale accettare queste manifestazioni e accoglierle, senza avere però l’illusione di poter rendere quella dimensione alterata la nostra dimora fissa. Abbracciandone con gratitudine l’arrivo e separandosene pacificamente. Il prezzo da pagare, in caso contrario, è ritrovarsi sfiniti e martoriati da una sequela di esperienza eccessive.
Nel Mondo Sottile è necessario imparare come lasciarsi investire da questi fasci di luce momentanei e a celebrarli senza attaccamento, affinché le Piccole Morti si possano traslare in Piccoli Risvegli.
Disce gaudere. Senza esasperazione, senza scivolare verso l’estinzione.
Con amore, rispetto, avendo cura di te. Impara a gioire.
Rivela perché
Visioni di un lato psichico del reale, la trasfigurazione degli oggetti personifica la trascendenza che vivi e i messaggi che recepisci, ogni istante ti rivela il perché.
Nemoralia, il festival delle Torce | Nemoria
Su Nemoria corposi cenni antropologici e pagani sulle Nemoralia, feste che alle idi di agosto (denominato Ferragosto, in seguito) gli antichi Albani celebravano per la dèa Diana sulle rive del Lago di Nemi.
Chi, tra voi, non vorrebbe immergersi in questo flusso di energia arcaica, dove la notte si trasforma in una coperta di Volontà e genius loci? Un estratto:
Il 15 di agosto, Ferragosto, è per i cristiani cattolici il giorno dell’Assunzione della Vergine Maria. Tra Genzano e Ariccia, in Via Diana, i fedeli riuniti in processione salgono dal Lago di Nemi sino al centro di Genzano. Quella che a un primo sguardo può sembrare come una canonica e rigorosa usanza cristiana, è in realtà un rito più antico e se asportiamo lo strato cristiano troviamo tracce di un eredità che risale a prima dell’Impero Romano, ai tempi in cui Roma non era altro che una piccola città e Albalonga dominava la potente Lega Latina.
È la storia di Nemoralia, o Festival Delle Torce, e del Culto di Diana Nemorense. Una storia difficile da raccontare, perché non è composta da una serie di diapositive da cui possiamo scegliere quello che preferiamo, ma piuttosto è un fiume in piena fatto di numerosissimi eventi che si susseguono in concomitanza. Farò del mio meglio.Nei “Fasti” di Ovidio troviamo una prima descrizione di Nemoralia:
“[..]Nella Valle di Ariccia, c’è un lago circondato da scure foreste ritenuto sacro da un culto sin dalla notte dei tempi. Lungo un muro sono appesi molti pezzi di filo intrecciati e molte tavolette sono poste come dono alla Dea. Spesso donne a cui diana ha risposto alle preghiere, con una corona di fiori sulla testa camminano verso Roma portando una torcia accesa [..]”.
Vi vorrei far notare che Ovidio è nato nel 43 a.C. e utilizza il termine “sin dalla notte dei tempi”.
Secondo Plutarco parte del rituale consisteva nel lavarsi i capelli con le acque del lago e agghindarsi con fiori sui vestiti. Le classiche offerte alla Dèa includevano messaggi scritti su fiocchi legati ad altari o alberi, piccole statuine di terracotta o di pane raffiguranti parti del corpo che necessitavano di cure, oppure piccole immagini di madri con figli, o ancora piccole statue di raffiguranti cervi ma anche danze e canzoni erano ben accette. In alternativa, nei secoli successivi all’ellenizzazione si offriva aglio alla dèa Hecate, che era associata a Diana/Artemide in quanto divinità lunare: Ecate luna calante, Diana luna crescente, Selene luna piena. Facciamo ancora un salto indietro, nel 170 a.C. Catone Il Vecchio (un onorato censore di Tusculum) ci fa sapere che la fondazione del Tempio di Diana – Templum Dianae – sull’Aventino, voluto dal re Servo Tullio per accentrare il potere politico, religioso e culturale a Roma, risale al VI secolo a.C.
Lo stesso Catone ci fa sapere che le celebrazioni della Dèa avvengono nelle Idi di agosto, successivamente rinominate “Feriae Augusti” dall’Imperatore Ottaviano nel 18 a.C. da cui il termine odierno ferragosto, ovvero la festa dell’Assunzione!
I ramoscelli d’oro | HorrorMagazine
Su HorrorMagazine la recensione a cura di Cesare Buttaboni a I ramoscelli d’oro, raccolta di racconti di Aleister Crowley uscita per i tipi di Arcoiris; un estratto:
I ramoscelli d’oro è una raccolta completa che ha visto la sua prima pubblicazione nel 1988, anche se la stesura delle storie risale al 1916 (scritte con il “non de plume” di Mark Wells) per la rivista statunitense “The International”. L’intenzione era quella di pubblicare un volume nel 1930 ma il progetto non andò mai in porto.
Il volume racchiude otto racconti ispirati al lavoro del grande antropologo scozzese James G. Frazer (1854-1941), autore del noto Il ramo d’oro (The Golden Bough: A Study in Magic and Religion), un’opera di importanza cruciale per quanto concerne l’antropologia culturale e la storia delle religioni. Tra l’altro Il ramo d’oro viene anche citato nel racconto capolavoro di H.P. Lovecraft, Il richiamo di Cthulhu.Il primo racconto Il re del bosco (The King Of The Wood) verte sul tema centrale del Rex Nemorensis, sacerdote di Diana nel tempio di Nemi, sopravvivenza di un antico culto all’interno del contesto storico dell’antica Roma. Questa tematica fondamentale viene qui riproposta da Crowley tramite un simbolismo cruento e pagano in cui infine il re del bosco di Nemi sarà sacrificato.
La pietra di Cibele è invece probabilmente il vertice di questa raccolta. La storia è basata sulla contrapposizione fra cristianesimo e paganesimo. La protagonista Cotys si troverà a scoprire di essere la sacerdotessa dell’antico culto della dea Cibele e finirà con il sottomettere in schiavitù e uccidere (mediante i poteri occulti acquisiti) i sacerdoti del culto cristiano. Troviamo anche la figura di Claude de Crillon, cugino di Cotys e, molto probabilmente, autoritratto dello stesso Crowley.
Il Museo delle Navi di Nemi: cattedrale dell’assenza – Nemora
Da Nemora segnalo quest’articolo che per qualche motivo mi era sfuggito ed è in relazione con la visita che ho fatto quest’estate al Museo della Navi Romane, quelle di Caligola affondate sul Lago di Nemi. Quello che si dice nell’articolo corrisponde a realtà, io stesso ho avuto le stesse impressioni e sensazioni.
Una parte di noi arriva inevitabilmente a chiedersi “Non sarebbe stato meglio lasciarle nel fondo del lago?”. Indubbiamente ora sarebbero ancora intatte, sicuramente sarebbero state preservate.
Ma camminando fra le strade di Nemi, lungo la riva del lago, nei pressi di questo tempio marcescente, tutto desta un senso che nel suo generarsi assume fattezze ancora più grandi di quelle che avrebbero avuto i due scafi sani e salvi davanti ai nostri occhi: il senso della tragedia e la brama del perduto. La glorificazione del bello non avviene non con il suo manifestarsi, ma si verifica con la sua rovinosa caduta. Ed è in queste ferite che si innesta la memoria più ostinata, alla quale si accostano l’esaltazione e l’innalzamento di un elemento non presente.Che passeggiata di notte con la tua assenza al mio fianco:
mi sta accanto il sentire che non vieni con me.Così recitava Pedro Salinas ne La Voce a Te Dovuta ed è in questa ottica che mi piace intendere la visita di questo luogo: il Museo delle Navi Romane è un omaggio a un’assenza che accompagna.
Oltrepassi la mano in bronzo, sposti il pesante portone. Uscire all’esterno è come riemergere in superficie, dopo una lunga apnea subacquea.
Questo è il tempio dell’evocazione, uno scrigno di vuoti. Un luogo che custodisce e incripta le presenze.
Tornando, in un gioco di specchi e rottura delle barriere fisiche, ci si sorprende nell’incontrare se stessi persi ancora sul fondale quieto, nell’ombra proiettata dallo spettro di un relitto.
Necropoli del Vallone Tempesta (Nemi) | Nemora
Su Nemora il resoconto di un’escursione presso il lago di Nemi, alla ricerca dell’energia psichica e solstiziale ancora viva, lì. Uno stralcio:
Il percorso che risale il Vallone Tempesta non è segnalato sulle mappe dei sentieri del Parco Regionale dei Castelli Romani per una ragione molto semplice: non si tratta di un sentiero.
Nessuna segnaletica, nessuna carrareccia, nessun tracciato battuto. Puro e semplice fuoripista.
La gola del Vallone, così come descritta da Giuliano de Benedetti nelle sue ricostruzioni, è realmente popolata da una vegetazione esplosiva. Sembra quasi di ritrovarsi all’interno di uno scenario preistorico, con grandi felci, alberi di altro fusto e un muschio fittissimo che ricopre ogni masso.
Al centro, il corso d’acqua scorre rapido fra le rocce. Non sarebbe da sorprendersi se da un cespuglio nella macchia facesse capolino qualche animale estinto da milioni di anni.
Mi addentro in questo nuovo ambiente con passi delicati: sono un ospite, un OOPArt, un manufatto fuori dal tempo, un anacronismo. Non voglio disturbare, né lasciare alcuna traccia.
Mi arrampico con difficoltà fra i sassi scivolosi, tento di evitare di finire con i piedi nell’acqua ma è una speranza vana. Dopo poche centinaia di metri mi ritrovo con le scarpe ricoperte di fango e i pantaloni impregnati di acqua ghiacciata. Poco male, il silenzio violato dal solo scrosciare delle acque mi ripaga ampiamente del freddo e dell’umidità. Mi sembra di aver varcato un portale, di essere finita in uno spazio cristallizzato nel tempo.
Dal fondo della mia mente vengono evocate le note di Tumi Bhaja re Mana, un mantra a cui sono particolarmente affezionata. L’intero testo è incentrato su una connessione profonda con la dimensione del divino, con un dialogo intimistico e continuo con un elemento sacrale onnipresente. Secolarizzando questa concezione induista, la sensazione di entrare in contatto con un’entità che abbraccia e circonda è quanto di più vivido si possa sperimentare addentrandosi nei luoghi vergini custoditi all’ombra degli alberi.
Tuttavia, benché rapiti dal contesto evocativo e suggestivo, non bisogna mai dimenticarsi che la natura è, se non spietata, per lo meno imparziale verso i suoi figli.
Un piede in fallo in un punto scivoloso o una presa mancina su di un roccia malferma e si rotola giù. Salendo verso punti sempre più difficoltosi mi domando se stia osando troppo, se non sia il caso di tornare indietro.
Sarò in grado di percorrere il Vallone e di superare il corso d’acqua a ritroso? Onestamente non ne ho idea. Rapita dall’immagine della Necropoli proseguo, convinta di essere ormai vicinissima.
Diana Nemorense e il Templum Dianae – Nemora
Vengo da una recente visita al Museo delle navi romane, a Nemi (vicino Roma), e l’energia del bosco sacro di Diana, di cui tutta l’area ne conserva ancora il magnetismo, mi porta a esplorare – almeno attraverso le fonti – il vicini Tempio di Diana; lo faccio ora riproponendovi un post di Nemora.
Nelle rovine del Tempio di Diana Nemorense sorge un piccolo altare, il quale è ricoperto perennemente di offerte di fiori, frutti, candele, incensi ed ex voto di vario genere. A cavallo del Templum Dianae è oggetto di visite anche da parte di pagani e wiccan provenienti dall’estero e passeggiando al suo interno in questo periodo è possibile trovarlo meravigliosamente decorato. Pare che 2400 anni dopo non sia cambiato molto da queste parti.
L’energia, che non si esaurisce, che lascia filtrare l’antico rivolo di conoscenze che nessun cristiano è stato capace di estirpare…
Un’ultima annotazione sulla tecnologia dei Romani: era molto avanzata, ingegneria ineccepibile soprattutto oggi, quando a crollare sono manufatti di appena mezzo secolo, mentre opere di duemila anni fa rimangono maestosamente e funzionalmente in piedi. Erano davvero molto più avanti di noi. Dove è iniziata l’ucronia?
Diana Nemorense e il Templum Dianae – Nemora Nemora
Su Nemora.it un bellissimo post che tratteggia il culto di Diana Nemoranse, venerata nell’antica Roma il 13 di agosto. Uno stralcio dell’articolo a metà strada tra la Storia delle religioni e l’Antropologia.
Il 13 agosto ricorreva una delle festività più sacre nell’antica Roma: il Templum Dianae, giorno dedicato alla dea Diana, signora delle selve, dea della natura, della caccia, della luna, dei campi arati e protettrice delle donne caste.
I romani di ogni estrazione sociale, in questa occasione, salivano sul tempio dell’Aventino per effettuare i sacrifici. Gli schiavi partecipavano assieme agli uomini liberi, Diana infatti veniva considerata la Madre di tutti, senza alcuna distinzione.L’origine del culto di Diana si rintraccia nell’area dei Castelli Romani, precisamente a Nemi, dove ancora oggi si ergono fra la vegetazione i resti del Tempio di Diana Nemorensis (italianizzatoDiana Nemorense) -ovvero “Diana dei sacri boschi”- edificato intorno al IV secolo a.C. Questo luogo era testimone del cruento rituale di sacerdozio del Rex Nemorensis.
Con l’avvento del cristianesimo il tempio di Diana Nemorense fu abbandonato, spogliato dei suoi marmi e delle decorazioni, utilizzato come cava per materiali edili e infine dimenticato per essere poi riscoperto più di un millennio dopo.Il culto di Diana, tuttavia, non si estinse del tutto con l’arrivo della nuova religione, soprattutto nelle campagne. Diana continuò a essere venerata dalla popolazione, fortemente osteggiata dalla Chiesa Romana, anche se parzialmente assimilata dall’iconografia cristiana. Molti dei suoi attributi finirono per essere trasferiti a Maria Vergine, primi fra tutti i simboli del serpente e del corno lunare, che Diana porta sul capo e che invece la Madonna schiaccia sotto a un piede. La stessa figura della Befana vede i suoi natali della trasfigurazione post-cristianesimo di Diana, la quale si credeva volasse sui campi, a cavalcioni di una scopa attorniata dalle sue ninfe, nella notte fra il 5 e il 6 gennaio per benedire il nuovo raccolto.
Diana divenne la protettrice degli oppressi e dei deboli, adorata da focolai di testardi pagani e, nella sua manifestazione lunare, figura cardine di un fenomeno che prese piede nella campagne italiane e che fu vivo e fervente fino al XIX secolo: la stregheria.


