HyperHouse
NeXT Hyper ObscureArchivio per James Ballard
M. John Harrison: worldbuilding tra Viriconium e Kefahuchi | FantasyMagazine
Su FantasyMagazine una scheda approfondita sull’autore M. John Harrison, che detto tra noi amo alla follia; un estratto che coinvolge alcuni dei suoi romanzi e saghe più celebri:
Nato nel 1945, M. John Harrison è un autore britannico che si è sempre mosso tra fantascienza, fantasy, letteratura semi biografica, critica e recensioni. Appassionato fin da piccolo del bizzarro e dell’insolito, nel 1968 divenne editor della rivista New Worlds. Nel 1971 ha iniziato la saga di Viriconium (che è andata avanti per quasi un decennio) e nel 2002 quella del Kefahuchi Tract; nel 2020 è uscito il suo ultimo romanzo Riaffiorano le terre inabissate (The Sunken Land Begins to Rise Again).
Oltre ad aver contribuito alla corrente letteraria New Wave con il suo lavoro presso New Worlds, ha coniato il termine New Weird nella sua introduzione a The Tain di China Miéville nel 2002.La Trilogia dello Spazio Vuoto
La Trilogia dello Spazio Vuoto o del Kefahuchi Tract è l’evoluzione del worldbuilding e della narrativa di Harrison. Si tratta di tre romanzi, Luce dell’Universo (Light, 2002), Nova Swing (Nova Swing, 2006) e Lo Spazio Deserto (Empty Space, 2012), che seguono le vicende di alcuni personaggi in diverse epoche storiche (1999 e 2400), e che hanno in comune la presenza del Tratto di Kefahuchi, un’anomalia spaziale grande alcuni anni-luce che è alla base di una serie di misteri epistemologici e ontologici studiati da specie aliene per milioni di anni e negli ultimi due secoli dagli esseri umani.
La trilogia è una Space Opera influenzata sia dalla New Wave che dal New Weird. L’elemento di fantascienza hard lascia il posto per gli aspetti più psicologici e metaforici: lo spazio cosmico diventa una manifestazione dello spazio interiore. Riprende le lezioni imparate nelle sue opere precedenti, specialmente il ruolo del lettore nel (ri)creare il mondo narrativo assieme all’autore. C’è un punto di vista quantistico in questa opera. Come nella scatola dell’esperimento di Schroedinger, anche qui ogni volta che un lettore apre il libro rischia di trovarsi di fronte a un’opera diversa. La trilogia è una black box di infinite possibilità, tutte sovrapposte a livello teorico, che aspettano un osservatore per “fissarsi” sulla pagina. Libro e lettore si riflettono: la lettura del primo cambia la mente del secondo, che ora rilegge il testo con occhi nuovi, in un continuo riflettersi, uno specchio di fronte a uno specchio.
La loro scienza era in uno stato disastroso. Ogni razza che incontrarono procedendo verso il Nucleo aveva un volo interstellare basato su una teoria diversa dalle altre. Tutte quelle teorie funzionavano, anche quando escludevano gli assunti basilari delle altre. Si cominciò a pensare che si potesse viaggiare tra le stelle partendo da qualunque presupposto. Se la tua teoria ti dava uno spazio schiumoso sul quale lavorare, se dovevi cavalcare un’onda, la cosa non impediva che un altro propulsore, agendo su una superficie einsteiniana perfettamente liscia, percorresse la stessa fetta di spazio vuoto. Era persino possibile costruire propulsori sulla base di teorie in stile superstringhe, che, nonostante le loro promesse, quattrocento anni prima non avevano mai realmente funzionato.Il Tratto viene definito come una singolarità senza orizzonte degli eventi. In questo caso l’informazione non va perduta (come temeva Stephen Hawking) ma ritorna; soprattutto, ogni evento e ogni luogo e tempo possono essere influenzati dal Tratto. Nulla viene dimenticato, e questo spiega la “fontana” spaziale di antichi oggetti:
“Poi si vedevano oggetti lanciati in aria, all’apparenza a centinaia di chilometri di distanza. Era impossibile avere scala e prospettiva, perché quegli oggetti (rovesciandosi in continuazione come al rallentatore, o così gli occhi presumevano) erano cose domestiche cento volte troppo grandi e di un’altra epoca, assi da stiro, bottiglie di latte, bicchieri e piattini di plastica. Erano troppo grandi e troppo grafici, disegnati in piatti colori pastello con una minima indicazione di forma, capaci di trasformarsi in liquidi mentre li si osservava […] Tutto in uno stile diverso di meditazione. Tutto che generava una breve norma e ridefiniva tutto il resto. In quel momento, in quell’istante di osservazione e ascolto, in un attimo selvaggiamente e perfettamente impassibile di interpretazione, erano tutte le cose che volano via da una vita, forse la tua, forse quella di qualcun altro che stavi osservando. Di giorno in giorno si poteva avere una sensazione più intensa o debole che gli oggetti che vedevi fossero descrivibili come “reali”. Di fatto non era una distinzione che fosse necessario fare, finché non si entrava all’interno”.
Spider Rose, il Love Death + Robots scritto da Bruce Sterling | Fantascienza.com
Su Fantascienza.com la segnalazione di una riduzione NetFlix per uno dei cardini letterari di Bruce Sterling, un racconto forse non da tutti conosciuto ma che ha insite in sé le bellezze cyberpunk riviste in chiave spaceopera: Spider Rose, personaggio contenuto nella MatriceSpezzata cui è dedicato, appunto, un racconto lungo.
Harlan Ellison, James Ballard, Alastair Reynolds, Michael Swanwick, John Scalzi sono tra gli autori di fantascienza i cui racconti sono stati adattati in episodi dell’apprezzata serie Love Death + Robots, distribuita da Netflix. A questo club si è aggiunto con la quarta stagione anche Bruce Sterling, il famoso autore che negli anni Ottanta con William Gibson lanciò il movimento cyberpunk e che da molti anni vive in Italia e partecipa spesso alle attività del fandom della fantascienza italiano.
Spider Rose è un racconto pubblicato per la prima volta nel 1982 su “Fantasy & Science Fiction”, in Italia uscito per la prima volta nel volume Cyberpunk nelle Grandi Opere Nord nel 1994, e fa parte del breve ciclo di racconti che anticipa l’universo del romanzo La matrice spezzata. È ambientato su una stazione spaziale nella quale vive una donna sola piena di rancore, che si troverò ad avere a che fare con un compagno, come dire, decisamente “puccioso”.
Lankenauta | L’Anno del Fuoco Segreto
Su Lankenauta una bella recensione a “L’Anno del Fuoco Segreto”, pubblicazione manifesto per quanto riguarda NSI, il Novo Sconcertante Italico, movimento transgenere che viene raccontato così nell’articolo che recensisce l’antologia in questione:
La culla dell’NSI è da rinvenire altrove, nel concetto di Sconcertante che è innanzitutto la summa dei due filoni individuati da Mark Fisher nel suo saggio “The Weird and the Eerie”; queste due definizioni, di fatto intraducibili nella pienezza semantica che hanno in inglese, vengono approssimate in italiano a “strano” inteso come perturbante nel suo esser familiare, e ”inquietante” inteso come fatato, incantato, fuor di sesto. La voce “Sconcertante” è quindi, nell’intenzione dei curatori e autori di questa silloge, una somma che eccede gli addendi, ibridazione di masse critiche che travolge i canoni consueti della narrativa italiana: il discorso aperto dal Cannibalismo può essere riagganciato, fra le numerose contaminazioni, ma cambia rotta, si espande a istanze del tutto inimmaginabili negli anni Novanta, anni permeati ancora dagli ultimi scintillii dell’edonismo, dalla bonaria distopia cyberpunk con il suo nucleo di speranza e di libertà dai vincoli corporali, dall’intimismo grunge che pur nel ripiegamento, finanche nell’elegia, sfruttava ancora l’energico volano del punk e dell’hard rock rispetto al montare di inquietudini e consapevolezze nuove. Esperienze seminali per la genesi dello Sconcertante: non più “cannibale” perché cannibalizza stili e generi, ma perché è chi scrive a esserne cannibalizzato.
Arriviamo perciò a cose fatte, proprio quando si compie l’atto di nutrire la parte oscura a insaputa o con la complicità autolesiva degli stessi autori, che attraversano fantasy transumano, un fiabesco terzo paesaggio, le sodaglie stoppose del realismo fantastico sudamericano e le sue più riuscite derive europee (Cărtărescu, Krasznahorkai), la fantascienza straniante di Vandermeer o Volodine, la meticolosa ricerca psichedelica di Pendell espressa in un linguaggio che mescola chimica ed epica; assistiamo alla fabbrica di una cattedrale spugnosa e vorace, che si corrode nel suo edificarsi, che si corrompe nel perseguire l’elevazione, trasformandosi in una spuma incerta e, a ben vedere, ineccepibile, almeno secondo le più recenti e accreditate teorie della meccanica quantistica.
Carmilla on line | Per Valerio (20 giugno 1952 – 18 aprile 2022)
Continua l’omaggio di CarmillaOnLine al suo indimenticato Valerio Evangelisti; vi allego l’intera lettera che la redazione gli ha scritto; ciao Valerio…
Caro Valerio,
sono passati due anni da quando hai scelto di ritirarti su un pianeta migliore di questo. Due anni possono essere molto lunghi e allo stesso molto brevi: lunghi perché non c’è stato momento in cui la tua figura e le tue parole non ci siano mancate, brevi perché ci è sembrato sempre che tu fossi ancora qui, con noi.
Alla notizia della tua scomparsa, in redazione, il dolore si era subito sommato al timore.
Il timore di non farcela a continuare il tuo lavoro, lo sconforto per non essere magari in grado di mantenere la barra salda e rischiare, per questo motivo, di andare a sbattere contro scogli e demoni che tu sapevi sempre indicare e prevedere per tempo.
Con le gambe inizialmente molli siamo riusciti, però, ad andare avanti e a mantenere quella unità nella diversità che ha sempre contraddistinto Carmilla, la tua creatura.
L’abbiamo fatto continuando a scrivere, “ostinatamente in direzione contraria” come avrebbe detto De André; ad osservare il mondo, la cultura e la letteratura con strumenti sempre diversi per ognuno di noi, ma che tu ci hai insegnato ad affinare. Leggi il seguito di questo post »
Carmilla on line | «Credo nel potere che ha l’immaginazione di cacciare la notte»
Su CarmillaOnLine la recensione di Sandro Moiso a Ballardland, saggio critico di Michele Neri all’opera di James Ballard, da cui estraggo l’incipit e un altro passo:
Il testo di Michele Neri, appena pubblicato nella collana Biblioteca di letteratura inutile (B.L.I.) dalla casa editrice Italo Svevo, ha il pregio, nelle sue 130 pagine circa, di costituire una delle migliori sintesi e guide al pensiero e all’opera di James Graham Ballard (1930- 2009), uno dei maggiori scrittori inglesi della seconda metà del Novecento, troppo spesso e irrispettosamente relegato al solo genere fantascientifico.
Il carattere irrispettoso di certa critica non è tanto dovuto al ‘genere’ in cui lo ha inserito, ma piuttosto al fatto di ignorare la distanza che lo scrittore di Sheppeton ha voluto marcare tra i testi e le riflessioni degli ultimi decenni prima dello scomparsa e la Fantascienza, genere cui si era dedicato fin dalle sue prime opere degli anno ’50, ma la cui funzione innovativa riteneva ormai esaurita sia dal punto di vista della possibile predizione del futuro sia di un immaginario che rimanendo, talvolta, troppo collegato all’innovazione tecnologica o ai viaggi nello spazio ha finito di ignorare la complessità dei mutamenti intervenuti nella psiche umana a seguito dei cambiamenti indotti dallo sviluppo tecnologico e dalla loro influenza sulle società ‘avanzate’.
Ecco allora che Ballardland entra, con gran dovizia di citazioni tratte da opere, saggi e interviste dell’autore inglese, in quell’universo psichico che costituiva davvero l’inner space che Ballard aveva comunque sempre contrapposto all’outer space tipico di tanta fantascienza classica. Accompagnando il lettore lungo un percorso che trae costantemente spunto dall’esplorazione ballardiana di ciò che rimane tra le rovine della mente e dell’Io nell’era del dominio tecnologico della Natura e della realtà che circonda gli individui e le compagini sociali che ne costituiscono l’espressione formale. Ma l’oscurità di Ballard non è sociale o storica, è psichica e appartiene tutta al modo in cui la nostra mente si relaziona con trasformazioni che sono, allo stesso tempo, traumatiche e inevitabili in un contesto in cui non esiste più una sola concreta e ‘naturale’ realtà delle cose. Come lo stesso scrittore aveva già affermato in un’intervista rilasciata nel giugno del 1992, in occasione della seconda edizione del Noir in Festival di Viareggio.
Ecco allora che per Ballard l’oscurità di un mondo fatto di guerre, devastazioni ambientali e sociali e di tecnologie sfuggite al controllo dei poveri individui che fingono ancora di poterle dominare, può essere superata soltanto dall’immaginazione che, pur succube dei dati e degli stimoli provenienti dall’esterno, può ancora «cacciare la notte». Oppure trovare il modo di trarne piacere, per perverso che questo possa essere.
Poiché, in fin de conti, per l’esploratore psichico inglese: «L’immaginazione non è uno stato mentale: è l’esistenza umana stessa».
Radio Noise Collective – Extended Stereo | Neural
[Letto su Neural]
Quando un media viene detournato, ossia reso estraneo al suo più ordinario utilizzo per assolvere ad altre funzioni, la conseguenza è di colpo la perdita di quelle che sono le sue caratteristiche, della sua stessa cultura e dei suoi specifici codici linguistici. L’intero apparato d’azione del mezzo diventa senza ombra di dubbio orfano delle sue stesse estensioni. La radio coinvolge intimamente la gran parte degli esseri umani, ricordava McLuhan, “in quanto presenta un mondo di comunicazioni sottintese tra l’insieme scrittore-speaker e l’ascoltatore”. La natura stessa del medium radiofonico è quella di un’esperienza privata, sottintendeva sempre il teorico canadese, autore de La Legge Dei Media. Anche Apo33, sound artista, programmatore, compositore, musicista, poeta e filmmaker sperimentale, alias dietro il quale si nasconde Julien Ottavi, promuove questa stessa essenza arcaica dello strumento di comunicazione, forte di una tribalità che è comunque coinvolgente, anche nel suo utilizzo parassitario, capace di risvegliare una notevole ricchezza di suoni, fonte d’un nuovo significato musicale. La nostra psiche e l’intera società è un’unica stanza degli echi e questo è ancora più forte oggi nelle nuove piattaforme di comunicazione che sono i social media. Per questo è d’immediata comprensione l’operazione concettuale di chi utilizza le frequenze radiofoniche come una fonte diretta di manipolazione del suono. La vocazione volatile, leggera e immateriale delle emissioni radio grazie al taglia e cuci del Radio Noise Collective viene svincolata dalla propagazione di contenuti e a suo modo induce a ri-temporalizzare la sensibilità percettiva degli ascoltatori, privilegiati dalla perdita di qualsiasi nesso significante. Un nuovo mondo prende forma a partire da suoni spurii, attraverso la capacità di attrarre e suscitare immagini mentali che nascono come percorsi alternativi ai vincoli della percezione quotidiana. Sono due le tracce presentate, “Accelerum Megahertz” e “Circuit Krusher”, rispettivamente di 23 e 32 minuti, zeppe di fruscii, distorsioni, dissonanze, pulsazioni, fischi, incerte sintonie e rumorosi disturbi, frutto d’insane modulazioni di frequenza e d’ampiezza. Non mancano naturalmente anche emissioni più musicali, tenute a volume basso e controllato, che a volte si sovrappongono e sono intercalate con frammenti di tipo discorsivo. Sostanza abrasiva o parafrasando Ballard: “rumore, rumore, rumore… il più gran vettore patogeno individuale delle civiltà”.
Langham Research Centre and John Butcher – Six Hands at an Open Door | Neural
[Letto su Neural]
Il Langham Research Center è un collettivo dedito a performance di musica elettronica analogica piuttosto colta, sperimentale e improvvisativa, nel solco della tradizione della musica concreta e di quelle che sono state le altre avanguardie novecentesche, cercando di attualizzarne gli stilemi, aprendo il campo a nuovi approcci e concettualizzazioni. Per questa uscita su Persistence of Sound salgono in cattedra i soli membri Iain Chambers e Robert Worby, accompagnati dall’ospite John Butcher, sassofonista avvezzo a sonorità piuttosto estreme e innestate da feedback impressivi. Butcher è un musicista assai apprezzato in ambito free form e ben consapevole dell’unicità di ogni setting, attento alle relazioni che si possono creare in ogni tipo d’improvvisazioni. Il Langham Research Center, che in molte occasioni ha eseguito composizioni indeterminate di John Cage ma ha anche tratto ispirazione e sonorizzato un romanzo visionario e multiforme come The Atrocity Exhibition di James G. Ballard, è un gruppo aperto e dalle molte vocazioni, che modula le sue azioni a seconda dell’estro e delle opportunità, mettendo in campo la formazione più adatta al bisogno e combinando conoscenze tecniche e teoriche, attitudini molteplici e predisposizione al contemporaneo. In Six Hands at an Open Door Chambers e Worby utilizzano registratori a cassette, oscillatori sinusoidali e radio a onde corte, organizzando meticolosamente piccoli suoni amplificati che Butcher idealmente connette con le sue intricate e sofisticatissime emissioni audio, dando vita a sequenze decisamente materiche e coinvolgenti. Dice John Butcher che bisogna liberare il proprio subconscio per afferrare delle idee istantanee e che immediatamente dopo si possono fare dei collegamenti. “Mi interessano moltissimo le trasformazioni e gli sviluppi, ossia come si possa passare da un momento al successivo con l’aiuto delle idee che si raccolgono in quell’istante”. Qui la musica certo non scaturisce dal nulla e le aspettative sono quelle innestate da interventi ben preparati e dalle qualità sonore certo non convenzionali, che poi vengono agite per essere attraversate dai lancinanti interventi di Butcher. Sono sei le composizioni presentate, due piuttosto brevi – “Giddy Liberty” e “Everything is Immanent”, di soli due minuti circa – e un altro paio superiori ai dieci minuti, “A Structural Creaking” e “Shadows in Place of Logic”, produzioni quest’ultime che risultano particolarmente significative proprio per loro particolare struttura e interpretazione del concetto di “improvvisazione controllata”.




