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Archivio per James Ballard

M. John Harrison: worldbuilding tra Viriconium e Kefahuchi | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine una scheda approfondita sull’autore M. John Harrison, che detto tra noi amo alla follia; un estratto che coinvolge alcuni dei suoi romanzi e saghe più celebri:

Nato nel 1945, M. John Harrison è un autore britannico che si è sempre mosso tra fantascienza, fantasy, letteratura semi biografica, critica e recensioni. Appassionato fin da piccolo del bizzarro e dell’insolito, nel 1968 divenne editor della rivista New Worlds. Nel 1971 ha iniziato la saga di Viriconium (che è andata avanti per quasi un decennio) e nel 2002 quella del Kefahuchi Tract; nel 2020 è uscito il suo ultimo romanzo Riaffiorano le terre inabissate (The Sunken Land Begins to Rise Again).
Oltre ad aver contribuito alla corrente letteraria New Wave con il suo lavoro presso New Worlds, ha coniato il termine New Weird nella sua introduzione a The Tain di China Miéville nel 2002.

La Trilogia dello Spazio Vuoto

La Trilogia dello Spazio Vuoto o del Kefahuchi Tract è l’evoluzione del worldbuilding e della narrativa di Harrison. Si tratta di tre romanzi, Luce dell’Universo (Light, 2002), Nova Swing (Nova Swing, 2006) e Lo Spazio Deserto (Empty Space, 2012), che seguono le vicende di alcuni personaggi in diverse epoche storiche (1999 e 2400), e che hanno in comune la presenza del Tratto di Kefahuchi, un’anomalia spaziale grande alcuni anni-luce che è alla base di una serie di misteri epistemologici e ontologici studiati da specie aliene per milioni di anni e negli ultimi due secoli dagli esseri umani.
La trilogia è una Space Opera influenzata sia dalla New Wave che dal New Weird. L’elemento di fantascienza hard lascia il posto per gli aspetti più psicologici e metaforici: lo spazio cosmico diventa una manifestazione dello spazio interiore. Riprende le lezioni imparate nelle sue opere precedenti, specialmente il ruolo del lettore nel (ri)creare il mondo narrativo assieme all’autore. C’è un punto di vista quantistico in questa opera. Come nella scatola dell’esperimento di Schroedinger, anche qui ogni volta che un lettore apre il libro rischia di trovarsi di fronte a un’opera diversa. La trilogia è una black box di infinite possibilità, tutte sovrapposte a livello teorico, che aspettano un osservatore per “fissarsi” sulla pagina. Libro e lettore si riflettono: la lettura del primo cambia la mente del secondo, che ora rilegge il testo con occhi nuovi, in un continuo riflettersi, uno specchio di fronte a uno specchio.
La loro scienza era in uno stato disastroso. Ogni razza che incontrarono procedendo verso il Nucleo aveva un volo interstellare basato su una teoria diversa dalle altre. Tutte quelle teorie funzionavano, anche quando escludevano gli assunti basilari delle altre. Si cominciò a pensare che si potesse viaggiare tra le stelle partendo da qualunque presupposto. Se la tua teoria ti dava uno spazio schiumoso sul quale lavorare, se dovevi cavalcare un’onda, la cosa non impediva che un altro propulsore, agendo su una superficie einsteiniana perfettamente liscia, percorresse la stessa fetta di spazio vuoto. Era persino possibile costruire propulsori sulla base di teorie in stile superstringhe, che, nonostante le loro promesse, quattrocento anni prima non avevano mai realmente funzionato.

Il Tratto viene definito come una singolarità senza orizzonte degli eventi. In questo caso l’informazione non va perduta (come temeva Stephen Hawking) ma ritorna; soprattutto, ogni evento e ogni luogo e tempo possono essere influenzati dal Tratto. Nulla viene dimenticato, e questo spiega la “fontana” spaziale di antichi oggetti:

“Poi si vedevano oggetti lanciati in aria, all’apparenza a centinaia di chilometri di distanza. Era impossibile avere scala e prospettiva, perché quegli oggetti (rovesciandosi in continuazione come al rallentatore, o così gli occhi presumevano) erano cose domestiche cento volte troppo grandi e di un’altra epoca, assi da stiro, bottiglie di latte, bicchieri e piattini di plastica. Erano troppo grandi e troppo grafici, disegnati in piatti colori pastello con una minima indicazione di forma, capaci di trasformarsi in liquidi mentre li si osservava […] Tutto in uno stile diverso di meditazione. Tutto che generava una breve norma e ridefiniva tutto il resto. In quel momento, in quell’istante di osservazione e ascolto, in un attimo selvaggiamente e perfettamente impassibile di interpretazione, erano tutte le cose che volano via da una vita, forse la tua, forse quella di qualcun altro che stavi osservando. Di giorno in giorno si poteva avere una sensazione più intensa o debole che gli oggetti che vedevi fossero descrivibili come “reali”. Di fatto non era una distinzione che fosse necessario fare, finché non si entrava all’interno”.

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Spider Rose, il Love Death + Robots scritto da Bruce Sterling | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione di una riduzione NetFlix per uno dei cardini letterari di Bruce Sterling, un racconto forse non da tutti conosciuto ma che ha insite in sé le bellezze cyberpunk riviste in chiave spaceopera: Spider Rose, personaggio contenuto nella MatriceSpezzata cui è dedicato, appunto, un racconto lungo.

Harlan Ellison, James Ballard, Alastair Reynolds, Michael Swanwick, John Scalzi sono tra gli autori di fantascienza i cui racconti sono stati adattati in episodi dell’apprezzata serie Love Death + Robots, distribuita da Netflix. A questo club si è aggiunto con la quarta stagione anche Bruce Sterling, il famoso autore che negli anni Ottanta con William Gibson lanciò il movimento cyberpunk e che da molti anni vive in Italia e partecipa spesso alle attività del fandom della fantascienza italiano.
Spider Rose è un racconto pubblicato per la prima volta nel 1982 su “Fantasy & Science Fiction”, in Italia uscito per la prima volta nel volume Cyberpunk nelle Grandi Opere Nord nel 1994, e fa parte del breve ciclo di racconti che anticipa l’universo del romanzo La matrice spezzata. È ambientato su una stazione spaziale nella quale vive una donna sola piena di rancore, che si troverò ad avere a che fare con un compagno, come dire, decisamente “puccioso”.

Carmilla on line | Stati alterati di coscienza digitale


Su CarmillaOnLine la rece di Sandro Moiso a “Smart Life. Un vademecum per scansarla e vivere felici a uso delle giovani generazioni ma non solo”, di Roberto Brioschi; l’intro della rece è illuminante, folgorante direi oltre che autorevole, e appartiene a James Ballard.

In un’intervista rilasciata nel 1992, sosteneva che: «la tecnologia sta influenzando e cambiando la nostra immaginazione. Anche su un piano etico, mi sembra che la tecnologia, la tecnologia moderna, stia cambiando le basi morali delle nostre vite. Infatti la tecnologia, in particolare nella forma della televisione, ci permette di separare noi stessi dalla sfera dei nostri sentimenti.» Per poi continuare affermando: «In qualche modo, è difficile definire dove sia il confine tra sogno e realtà. Credo lo sia ancora di più nel nostro mondo moderno, dove l’ambiente esterno in cui tutti viviamo, ciò che siamo abituati a chiamare realtà, oggi è una fantasia creata dai mass media, dai film, dalla televisione, dalla pubblicità, dalla politica – che ormai non è altro che un ramo della pubblicità.» Per concludere, infine: «Certamente uno degli sviluppi che arriveranno molto presto è quella che viene chiamata realtà virtuale. Se le previsioni degli scienziati che stanno lavorando in California e in Giappone sui sistemi per la realtà virtuale sono vere, credo che non vi sia alcun dubbio che la realtà virtuale rappresenterà il più grande cambiamento nella storia dell’umanità. Per la prima volta gli esseri umani vivranno in un ambiente artificiale più convincente della cosiddetta realtà in cui abitiamo oggi. Una realtà artificiale dove saremo in grado di soddisfare qualsiasi fantasia, qualsiasi autoindulgenza, qualsiasi sogno, qualsiasi mito»1.
Certo, però, neanche un indagatore dell’inner space come Ballard avrebbe potuto immaginare il trasferimento della vita reale delle persone avvenuto, senza passare per visori e sensori particolari, all’interno del circuito dei social e di tutto quanto viene oggi ritenuto smart2. Un passaggio che ha permesso ai più di ritagliarsi spazi di vita immaginaria in cui perdere la propria fisicità e condizione reale per trasformarla in altro da sé, pur fingendo di rimanere tali. Una vita che è stata trasformata in altra o altro senza nemmeno passare dalla Second Life lanciata dalla Linden Lab nel 2003, un anno prima di Facebook, e che ha aperto le porte alla diffusione del Metaverso o Meta ideato e sviluppato da Mark Zuckerberg.

“Il volume si apre con una rapida disanima dei principali fattori culturali, politico/religiosi, economici e tecnologici che hanno condotto al Capitalocene come conseguenza dell’Antropocene, ovvero dalla convivenza umana con il mondo al tentativo di dominarlo in tutte le sue manifestazioni ambientali e naturali, seguito all’affermarsi del modo di produzione capitalistico. L’Intelligenza Artificiale è figlia del potere capitalista che utilizza una tecnica onnipervasiva in grado di sostituire l’automatismo all’autonomia, il controllo per mezzo dei big data alle scelte dell’individuo. Un determinismo tecnologico ove sono la società e le persone a doversi modellare, adattare allo sviluppo tecnologico. È la società digitale data driven, omologata ai e dai prodotti della ai, che ripropone il mondo così com’è, il già pensato-detto-fatto (il data base): la Intelligenza Artificiale riproduce l’ordine costituito esistente. Non solo. Le tech companies proprietarie delle piattaforme e delle app di ai propongono un sistema organizzativo e valoriale, quindi una cultura, una pratica imprenditoriale e sociale sulla base di rapporti di potere, prevaricazione e sfruttamento: nell’economia digitale si demolisce la concorrenza (move fast and break things), la merce di successo è un killer, i siti internet sono registrati come domini (domains) e le ricerche in rete si chiamano esplorazioni (evocazione linguistica del colonialismo). La società digitale è in realtà una società macchinica7.
Desiderio e passione, pensiero e sentimenti, corporeità e spirito, tutto ciò che è proprio dell’umano è messo in produzione dal Data computing; nella società delle piattaforme il Data computing esprime la strumentalizzazione e l’asservimento derivanti dall’organizzazione capitalista, che utilizza l’intera umanità come mezzo funzionale al fine ultimo della propria esistenza: il profitto.
Il Data computing è “Lavoro Implicito”, una forma produttiva del Lavoro reso digitale e gratuito, finalizzato alla riproduzione del Capitale-Cloud delle Società delle Piattaforme (Big Tech), capace di generare inedite procedure di governabilità e servitù volontaria. I lavoratori-utenti ci offrono lo spettacolo di una moltitudine di sfruttati felici (= dominio & consenso): dobbiamo aver ben chiaro che il Data computing è inserito a pieno titolo nello scontro sociale tra Capitale e Lavoro, e come tale dev’essere affrontato: il “Lavoro Implicito” è una componente della Economia Politica del Capitalismo.
La lotta degli invisibili deve investire la digitalizzazione del Mondo: laddove il Capitalismo si esprime nelle forme e nei contenuti più rappresentativi della globalità del Nuovo Mondo alieno che sta costruendo, pur conservando modi di sfruttamento assai novecenteschi, fordisti e colonia listi, di genere ove convenienti, utilizzando sia le guerre diffuse e permanenti per il controllo geopolitico delle risorse e dei mercati sia la crisi economica speculativa come strumento oppressivo della condizione proletaria.
[…] Opporsi, impedire la colonizzazione digitale della vita da parte del neurocapitalismo e della sorveglianza, del mercato e del profitto, comporta la consapevolezza individuale e collettiva che subiamo una seconda esistenza negli universi digitali delle app e delle piattaforme, nel Metaverso, dove il corpo è ri-composto dalle nuove protesi, la testa sta in un cloud, il cibo prodotto nelle vertical farm, è geneticamente modificato ma bio, le tecnologie riproduttive e la AI elidono le frontiere tra quanto è umano e quanto non lo è. È questa la condizione post-umana propugnata dal neo-umanesimo capitalista in un pianeta altro, alieno da Gaia. Senza rimpianti per un ’900 che ha esaurito un ciclo storico durato due secoli e che non è più ripetibile. What me worry?10.

Carmilla on line | Viaggio al termine della città per rilanciare il “principio speranza” di un’utopia concreta


Su CarmillaOnLine la recensione di Gioacchino Toni a Viaggio al termine della città. Le metropoli e le arti nell’autunno postmoderno, di Leonardo Lippolis; stralci significativi e ideologici – ma poteva essere diversamente? – della valutazione:

L’associazione tra il concetto di postmoderno e la sensazione di una civiltà urbana al collasso rappresenta una sintesi efficace di quel “viaggio al termine della città” condotto da Lippolis per indagare la crisi della metropoli e dell’immaginario di un’epoca in via di dissoluzione. Lo studioso delimita simbolicamente il crepuscolo di quella civiltà tra due crolli: la distruzione nel 1972, per volontà degli abitanti, del complesso residenziale razionalista di Pruitt-Igoe a Saint-Louis realizzato da Minoru Yamasaki, e l’abbattimento terroristico delle Twin Towers newyorkesi progettate dal medesimo architetto. È in questo lasso di tempo che, secondo lo studioso, è maturata «la sensibilità di un nuovo tramonto dell’Occidente, ben leggibile proprio attraverso la percezione della vita delle grandi metropoli occidentali» (p. 28).

Lippolis propone dunque una lettura della fine della civiltà urbana e delle sue utopie ricorrendo alle categorie della distopia e dell’eterotopia. Ad arginare il diffondersi, sul finire degli anni Settanta del secolo scorso, della improduttiva sensazione di no future, ha provveduto il mito Smart City con cui il capitalismo ha saputo abilmente rispolverare la categoria dell’utopia che si realizza, seppure per una esigua minoranza privilegiata imponendo ai più le banlieue, quando non le bidonville e gli slum.
Come la quarta rivoluzione industriale rivendica la propria filiazione dalle origini della civiltà delle macchine, cosi Smart City ripropone la stessa idea di vita e di felicità della città novecentesca, una macchina che deve aggiornare le risposte ai bisogni utilitaristici dell’uomo moderno: dalla città-fabbrica alla città-fabbrica digitale. In quanto prodotto dell’urbanizzazione capitalistica del mondo, la Smart City è programmata per continuare a distruggere i residui valori storici della vita urbana come luogo di convivenza, mutualismo, reciprocità e, a volte, democrazia diretta. Ciò che resta dell’agorà pubblica e della vita activa del cittadino inteso come animale politico si smaterializzerà sempre più nella solitudine interconnessa delle piazze virtuali e del distanziamento sociale, nella distrazione annoiata dei nuovi consumi gestiti dal capitalismo della sorveglianza (pp. 11-12).

Così come James G. Ballard ha mirabilmente messo in scena l’alienazione dello spazio urbano dell’ultimo scampolo di Novecento, Philip K. Dick ha saputo prefigurare le degenerazioni del capitalismo più avanzato che hanno condotto all’inospitalità e all’inabitabilità della Terra, alla disumanizzazione di una società ove la merce esercita un potere totalitario, narcotico e religioso, ai processi di ibridazione tra umani e macchine ed al ricorso all’intelligenza artificiale per controllare e sfruttare quel che resta del Pianeta e dell’umanità.

“Le ambientazioni dei romanzi di Dick sono spesso città lugubri – mondi urbani terrestri intrisi di solitudine o tetre periferie di colonie extraterrestri – luoghi in cui l’umanità, sottomessa a stati di polizia e regimi totalitari retti da grandi multinazionali, vive sonnambula e anestetizzata. In molti di questi ambienti urbani tutto e automatizzato e smart: veicoli volanti autopilotati che interagiscono con i passeggeri, case governate da sistemi di sensori e comandi vocali, elettrodomestici e computer comandati a gesti. Vere e proprie anticipazioni di Smart City che non riguardano solo l’hardware ma anche il suo software: la polizia predittiva, al centro del racconto Rapporto di minoranza da cui è tratto il film di Spielberg, è diventata realtà nei dipartimenti di polizia di mezzo mondo che, in attesa dei precog, per prevenire i reati si affidano all’intelligenza artificiale e ai big data.
Dick associa dunque la catastrofe ambientale, sociale e mentale dell’umanità tardocapitalista a un futuro urbano ipertecnologico, con un’insistenza che suggerisce un significativo nesso di causalità. Questa compensazione di una vita ridotta a sopravvivenza tramite illusioni sensoriali e protesi tecnologiche illumina Smart City come surrogato digitale della città novecentesca (pp. 14-15)”.

Lankenauta | L’Anno del Fuoco Segreto


Su Lankenauta una bella recensione a “L’Anno del Fuoco Segreto”, pubblicazione manifesto per quanto riguarda NSI, il Novo Sconcertante Italico, movimento transgenere che viene raccontato così nell’articolo che recensisce l’antologia in questione:

La culla dell’NSI è da rinvenire altrove, nel concetto di Sconcertante che è innanzitutto la summa dei due filoni individuati da Mark Fisher nel suo saggio “The Weird and the Eerie”; queste due definizioni, di fatto intraducibili nella pienezza semantica che hanno in inglese, vengono approssimate in italiano a “strano” inteso come perturbante nel suo esser familiare, e ”inquietante” inteso come fatato, incantato, fuor di sesto. La voce “Sconcertante” è quindi, nell’intenzione dei curatori e autori di questa silloge, una somma che eccede gli addendi, ibridazione di masse critiche che travolge i canoni consueti della narrativa italiana: il discorso aperto dal Cannibalismo può essere riagganciato, fra le numerose contaminazioni, ma cambia rotta, si espande a istanze del tutto inimmaginabili negli anni Novanta, anni permeati ancora dagli ultimi scintillii dell’edonismo, dalla bonaria distopia cyberpunk con il suo nucleo di speranza e di libertà dai vincoli corporali, dall’intimismo grunge che pur nel ripiegamento, finanche nell’elegia, sfruttava ancora l’energico volano del punk e dell’hard rock rispetto al montare di inquietudini e consapevolezze nuove. Esperienze seminali per la genesi dello Sconcertante: non più “cannibale” perché cannibalizza stili e generi, ma perché è chi scrive a esserne cannibalizzato.
Arriviamo perciò a cose fatte, proprio quando si compie l’atto di nutrire la parte oscura a insaputa o con la complicità autolesiva degli stessi autori, che attraversano fantasy transumano, un fiabesco terzo paesaggio, le sodaglie stoppose del realismo fantastico sudamericano e le sue più riuscite derive europee (Cărtărescu, Krasznahorkai), la fantascienza straniante di Vandermeer o Volodine, la meticolosa ricerca psichedelica di Pendell espressa in un linguaggio che mescola chimica ed epica; assistiamo alla fabbrica di una cattedrale spugnosa e vorace, che si corrode nel suo edificarsi, che si corrompe nel perseguire l’elevazione, trasformandosi in una spuma incerta e, a ben vedere, ineccepibile, almeno secondo le più recenti e accreditate teorie della meccanica quantistica.

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Carmilla on line | Per Valerio (20 giugno 1952 – 18 aprile 2022)


Continua l’omaggio di CarmillaOnLine al suo indimenticato Valerio Evangelisti; vi allego l’intera lettera che la redazione gli ha scritto; ciao Valerio

Caro Valerio,

sono passati due anni da quando hai scelto di ritirarti su un pianeta migliore di questo. Due anni possono essere molto lunghi e allo stesso molto brevi: lunghi perché non c’è stato momento in cui la tua figura e le tue parole non ci siano mancate, brevi perché ci è sembrato sempre che tu fossi ancora qui, con noi.
Alla notizia della tua scomparsa, in redazione, il dolore si era subito sommato al timore.
Il timore di non farcela a continuare il tuo lavoro, lo sconforto per non essere magari in grado di mantenere la barra salda e rischiare, per questo motivo, di andare a sbattere contro scogli e demoni che tu sapevi sempre indicare e prevedere per tempo.
Con le gambe inizialmente molli siamo riusciti, però, ad andare avanti e a mantenere quella unità nella diversità che ha sempre contraddistinto Carmilla, la tua creatura.
L’abbiamo fatto continuando a scrivere, “ostinatamente in direzione contraria” come avrebbe detto De André; ad osservare il mondo, la cultura e la letteratura con strumenti sempre diversi per ognuno di noi, ma che tu ci hai insegnato ad affinare. Leggi il seguito di questo post »

Carmilla on line | «Credo nel potere che ha l’immaginazione di cacciare la notte»


Su CarmillaOnLine la recensione di Sandro Moiso a Ballardland, saggio critico di Michele Neri all’opera di James Ballard, da cui estraggo l’incipit e un altro passo:

Il testo di Michele Neri, appena pubblicato nella collana Biblioteca di letteratura inutile (B.L.I.) dalla casa editrice Italo Svevo, ha il pregio, nelle sue 130 pagine circa, di costituire una delle migliori sintesi e guide al pensiero e all’opera di James Graham Ballard (1930- 2009), uno dei maggiori scrittori inglesi della seconda metà del Novecento, troppo spesso e irrispettosamente relegato al solo genere fantascientifico.
Il carattere irrispettoso di certa critica non è tanto dovuto al ‘genere’ in cui lo ha inserito, ma piuttosto al fatto di ignorare la distanza che lo scrittore di Sheppeton ha voluto marcare tra i testi e le riflessioni degli ultimi decenni prima dello scomparsa e la Fantascienza, genere cui si era dedicato fin dalle sue prime opere degli anno ’50, ma la cui funzione innovativa riteneva ormai esaurita sia dal punto di vista della possibile predizione del futuro sia di un immaginario che rimanendo, talvolta, troppo collegato all’innovazione tecnologica o ai viaggi nello spazio ha finito di ignorare la complessità dei mutamenti intervenuti nella psiche umana a seguito dei cambiamenti indotti dallo sviluppo tecnologico e dalla loro influenza sulle società ‘avanzate’.
Ecco allora che Ballardland entra, con gran dovizia di citazioni tratte da opere, saggi e interviste dell’autore inglese, in quell’universo psichico che costituiva davvero l’inner space che Ballard aveva comunque sempre contrapposto all’outer space tipico di tanta fantascienza classica. Accompagnando il lettore lungo un percorso che trae costantemente spunto dall’esplorazione ballardiana di ciò che rimane tra le rovine della mente e dell’Io nell’era del dominio tecnologico della Natura e della realtà che circonda gli individui e le compagini sociali che ne costituiscono l’espressione formale. Ma l’oscurità di Ballard non è sociale o storica, è psichica e appartiene tutta al modo in cui la nostra mente si relaziona con trasformazioni che sono, allo stesso tempo, traumatiche e inevitabili in un contesto in cui non esiste più una sola concreta e ‘naturale’ realtà delle cose. Come lo stesso scrittore aveva già affermato in un’intervista rilasciata nel giugno del 1992, in occasione della seconda edizione del Noir in Festival di Viareggio.
Ecco allora che per Ballard l’oscurità di un mondo fatto di guerre, devastazioni ambientali e sociali e di tecnologie sfuggite al controllo dei poveri individui che fingono ancora di poterle dominare, può essere superata soltanto dall’immaginazione che, pur succube dei dati e degli stimoli provenienti dall’esterno, può ancora «cacciare la notte». Oppure trovare il modo di trarne piacere, per perverso che questo possa essere.
Poiché, in fin de conti, per l’esploratore psichico inglese: «L’immaginazione non è uno stato mentale: è l’esistenza umana stessa».

Radio Noise Collective – Extended Stereo | Neural


[Letto su Neural]

Quando un media viene detournato, ossia reso estraneo al suo più ordinario utilizzo per assolvere ad altre funzioni, la conseguenza è di colpo la perdita di quelle che sono le sue caratteristiche, della sua stessa cultura e dei suoi specifici codici linguistici. L’intero apparato d’azione del mezzo diventa senza ombra di dubbio orfano delle sue stesse estensioni. La radio coinvolge intimamente la gran parte degli esseri umani, ricordava McLuhan, “in quanto presenta un mondo di comunicazioni sottintese tra l’insieme scrittore-speaker e l’ascoltatore”. La natura stessa del medium radiofonico è quella di un’esperienza privata, sottintendeva sempre il teorico canadese, autore de La Legge Dei Media. Anche Apo33, sound artista, programmatore, compositore, musicista, poeta e filmmaker sperimentale, alias dietro il quale si nasconde Julien Ottavi, promuove questa stessa essenza arcaica dello strumento di comunicazione, forte di una tribalità che è comunque coinvolgente, anche nel suo utilizzo parassitario, capace di risvegliare una notevole ricchezza di suoni, fonte d’un nuovo significato musicale. La nostra psiche e l’intera società è un’unica stanza degli echi e questo è ancora più forte oggi nelle nuove piattaforme di comunicazione che sono i social media. Per questo è d’immediata comprensione l’operazione concettuale di chi utilizza le frequenze radiofoniche come una fonte diretta di manipolazione del suono. La vocazione volatile, leggera e immateriale delle emissioni radio grazie al taglia e cuci del Radio Noise Collective viene svincolata dalla propagazione di contenuti e a suo modo induce a ri-temporalizzare la sensibilità percettiva degli ascoltatori, privilegiati dalla perdita di qualsiasi nesso significante. Un nuovo mondo prende forma a partire da suoni spurii, attraverso la capacità di attrarre e suscitare immagini mentali che nascono come percorsi alternativi ai vincoli della percezione quotidiana. Sono due le tracce presentate, “Accelerum Megahertz” e “Circuit Krusher”, rispettivamente di 23 e 32 minuti, zeppe di fruscii, distorsioni, dissonanze, pulsazioni, fischi, incerte sintonie e rumorosi disturbi, frutto d’insane modulazioni di frequenza e d’ampiezza. Non mancano naturalmente anche emissioni più musicali, tenute a volume basso e controllato, che a volte si sovrappongono e sono intercalate con frammenti di tipo discorsivo. Sostanza abrasiva o parafrasando Ballard: “rumore, rumore, rumore… il più gran vettore patogeno individuale delle civiltà”.

Langham Research Centre and John Butcher – Six Hands at an Open Door | Neural


[Letto su Neural]

Il Langham Research Center è un collettivo dedito a performance di musica elettronica analogica piuttosto colta, sperimentale e improvvisativa, nel solco della tradizione della musica concreta e di quelle che sono state le altre avanguardie novecentesche, cercando di attualizzarne gli stilemi, aprendo il campo a nuovi approcci e concettualizzazioni. Per questa uscita su Persistence of Sound salgono in cattedra i soli membri Iain Chambers e Robert Worby, accompagnati dall’ospite John Butcher, sassofonista avvezzo a sonorità piuttosto estreme e innestate da feedback impressivi. Butcher è un musicista assai apprezzato in ambito free form e ben consapevole dell’unicità di ogni setting, attento alle relazioni che si possono creare in ogni tipo d’improvvisazioni. Il Langham Research Center, che in molte occasioni ha eseguito composizioni indeterminate di John Cage ma ha anche tratto ispirazione e sonorizzato un romanzo visionario e multiforme come The Atrocity Exhibition di James G. Ballard, è un gruppo aperto e dalle molte vocazioni, che modula le sue azioni a seconda dell’estro e delle opportunità, mettendo in campo la formazione più adatta al bisogno e combinando conoscenze tecniche e teoriche, attitudini molteplici e predisposizione al contemporaneo. In Six Hands at an Open Door Chambers e Worby utilizzano registratori a cassette, oscillatori sinusoidali e radio a onde corte, organizzando meticolosamente piccoli suoni amplificati che Butcher idealmente connette con le sue intricate e sofisticatissime emissioni audio, dando vita a sequenze decisamente materiche e coinvolgenti. Dice John Butcher che bisogna liberare il proprio subconscio per afferrare delle idee istantanee e che immediatamente dopo si possono fare dei collegamenti. “Mi interessano moltissimo le trasformazioni e gli sviluppi, ossia come si possa passare da un momento al successivo con l’aiuto delle idee che si raccolgono in quell’istante”. Qui la musica certo non scaturisce dal nulla e le aspettative sono quelle innestate da interventi ben preparati e dalle qualità sonore certo non convenzionali, che poi vengono agite per essere attraversate dai lancinanti interventi di Butcher. Sono sei le composizioni presentate, due piuttosto brevi – “Giddy Liberty” e “Everything is Immanent”, di soli due minuti circa – e un altro paio superiori ai dieci minuti, “A Structural Creaking” e “Shadows in Place of Logic”, produzioni quest’ultime che risultano particolarmente significative proprio per loro particolare struttura e interpretazione del concetto di “improvvisazione controllata”.

Recensione a “La rivoluzione non ha il codice a barre”, di Stefano Spataro – Leggere Distopico e Fantascienza Oggi


Su LeggereDistopico una bella recensione di Debora Donadel a “La rivoluzione non ha il codice a barre”, saggio romanzato di Stefano Spataro uscito poco tempo fa per DelosDigital nell’ambito della collana che curo non-aligned objects, e successivamente per i tipi cartacei della NuovaCarne. Un estratto:

“La rivoluzione non ha il codice a barre” di Stefano Spataro è un libro che offre una profonda immersione nel mondo della narrativa di J.G. Ballard, mettendo in luce ossessioni e tematiche ricorrenti all’interno delle sue opere.
Il libro è una novella in cui il protagonista narra in prima persona il percorso di “analisi” che intraprende in seguito alla comparsa di strani brufoli dietro la nuca e dal conseguente (o causante?) pensiero paranoide che lo affligge. Questo percorso, su consiglio di un’amica, viene fatto con il dottor Marino e via via con altri personaggi con i quali viene messo in contatto da quest’ultimo. Ma il dottor Marino chi è? Questa è la prima domanda che lo stesso protagonista si fa fin da subito. L’unica cosa certa è che Marino imposta la cura del protagonista con la “terapia Ballardiana”…

Quello che mi ha spinto a leggere questo libro è stato lo strillo con cui si è scelto di lanciarlo:
Cosa direbbe Ballard, se fosse ancora vivo? Analizzandone il pensiero che è sparso semioticamente nelle sue opere, si potrebbe ipotizzare una sua lucida disamina della follia planetaria e un’eventuale formula per il risolvimento?
Stefano Spataro s’immerge nel flusso ballardiano e il condominio in cui siamo tutti coinvolti sembra la nave dei folli che solca ogni tipo di mare, che rifulge della sua pazzia suscitando nei suoi imbarcati ilarità omicida: abbiamo ancora un futuro?

In pratica Spataro ha diviso nei vari capitoli i temi affrontati nelle opere di Ballard: salute mentale, sesso, politica, anatomia, catastrofe, ognuno riferito a una o più libri dello scrittore. Il dottor Marino e via via gli altri interlocutori del protagonista (di cui, secondo me non a caso, non si conosce il nome) parlano citando spesso brani di Ballard e ogni riflessione nasce da questi brani. E intorno a queste citazioni e riflessioni viene costruita la storia che ha anche un piccolo plot twist che dà un senso di completezza alla narrazione nel suo insieme.
In pratica il libro è un’esplorazione interessante e approfondita della psiche umana, in un mondo sempre più caotico, ma sotto forma di novella.
Il punto di forza de La rivoluzione non ha il codice a barre sta sicuramente nella capacità di Spataro di analizzare le opere di Ballard in modo esaustivo, svelando le connessioni tra i vari romanzi e racconti dell’autore e cercando di trarre delle conclusioni interessanti sulla condizione umana e sulla società contemporanea. Spataro dimostra una profonda conoscenza del materiale di base e offre un’analisi critica ben strutturata.

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El rincón con mis relatos de ficción, humor y fantasía por Fer Alvarado

Gerarchia di un’Ombra

La Poesia è tutto ciò che ti muore dentro e che tu, non sai dove seppellire. ( Isabel De Santis)

A Journey to the Stars

Time to write a new Story

Rebus Sic Stantibus

Timeo Danaos et dona ferentes

chandrasekhar

Ovvero come superare l'ombra, la curva della luna, il limite delle stelle (again)

The daily addict

The daily life of an addict in recovery

Tiny Life

mostly photos

SUSANNE LEIST

Author of Paranormal Suspense

Racconti Ondivaghi

che alla fine parlano sempre d'Amore

The Nefilim

Fields Of The Nephilim

AppartenendoMI

Ero roba Tua

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