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NeXT Hyper ObscureArchivio per ottobre 26, 2025
ODDITY- La recensione – HORROR CULTURA
La premessa è tagliente: la medium non vedente Darcy si reca nel vecchio casolare dove sua sorella gemella Dani è stata brutalmente uccisa un anno prima. Il suo obiettivo è scoprire la verità celata dietro l’omicidio e il presunto assassino, e per farlo è disposta a usare mezzi…non convenzionali. Darcy, infatti, pratica la psicometria esoterica, ossia è in grado di leggere gli oggetti e percepire così gli eventi passati.
Damian McCarthy eccelle nel creare tensione ma l’orrore non è affidato a jumpscare dozzinali, ma a una regia che usa il buio e gli spazi claustrofobici come una morsa. La fotografia è scura, sporca, amplificando la sensazione che qualcosa si annidi negli angoli e sotto la superficie di una narrazione apparentemente lineare. A mio avviso, l’efficacia del film risiede anche nella capacità di trasformare la casa in un organismo vivo, saturo di colpa.
Ma il vero cuore tematico e visivo di Oddity è il manichino di legno portato da Darcy, un oggetto sinistro e grottesco che funge da “estensione” della medium. Questo fantoccio inanimato non è solo un espediente narrativo, ma l’incarnazione fisica del concetto di stranezza e bizzarria. La sua presenza destabilizza il concetto di realtà, e porta l’orrore a un livello più profondo, quasi folcloristico, ricordando l’orrore popolare e quello legato alle maledizioni.
Questa è la recensione di Miriam Palombi su HorrorCultura a Oddity, film di Damian McCarthy che sembra confezionare un horrorweird notevole ed evocativo, sulla falsariga di altri – pochi – capolavori dei decenni scorsi.
Dracula secondo Besson: più del sangue poté l’amore | PostHuman
Su PostHuman la recensione di Mario Gazzola a Dracula, nuovo film di Luc Besson e, a quanto dice Mario, nuovo capolavoro del genere, di cui vi incollo la chiosa dopo che il Nostro ha disseminato l’articolo di notevoli stralci della pellicola:
Vi lascio scoprire in sala (dal 29 ottobre per Lucky Red) il finale del più disperato amore della letteratura romantica, fiero d’aver scoperto che il capolavoro di Stoker può ancora nutrire visioni potenti e che il coraggioso Besson sa ancora agguantarle con mano ferma, al netto di qualche eccesso di kitsch e di grottesco non indispensabile. Per esempio, i gargouille animati cartooneschi, ma ancor più la testa di Maria che vola attraverso il salotto e colpisce in faccia il povero dottor Dumont mentre il corpo decapitato ancora cerca di stritolare il Prete, è una concessione allo splatter da primo Peter Jackson che secondo me non c’entra con questo film, pur a dispetto dell’ingordigia postmoderna di citazioni dall’intera storia del cinema che il regista vi ha imbandito e io vi ho (forse solo parzialmente) documentato.
Attrazioni caotiche
Nell’affondo di sgargianti idee sul piano di compensazione ideale, restano sul tappeto delle tue percezioni soltanto poche estensioni aperte, quelle giuste per continuare a volere il caos.
Jos Smolders – Textuur 2 [ |||| – – – – ] | Neural
[Letto su Neural]
Seconda implementazione della serie Textuur, nella quale Jos Smolders s’interroga sui possibili processi di privazione del contesto originario – o se preferite di hijacking – relativo ai suoni, tagliandoli in piccoli pezzi, infondendo loro una sorta di straniamento che modifica la maniera di percepire una qualsivoglia trama musicale. Se i suoni vengono separati dalla loro fonte e come tali separati da ciò che rappresentavano originariamente, che cosa rimane infine che possa esprimere una qualche qualità? Textuur 2 prosegue l’indagine che Jos Smolders aveva quindi già intrapreso, approfondendo ulteriormente i temi della frammentazione e della rimozione, lavorando minuziosamente su una sorta di smantellamento sonoro, un processo in cui le fonti originali diventano sempre più difficili da distinguere. La privazione intenzionale e meticolosa crea un senso di vuoto e ciò che viene ascoltato diventa quasi anonimo ma allo stesso tempo dotato di una nuova capacità espressiva. L’assenza del riferimento alla fonte originaria trasforma ogni suono in un’unità autonoma, libera dai vincoli di un significato precedente. Smolders esplora le possibilità offerte da questa condizione di sospensione, creando texture sonore che non solo sfidano il concetto di musica come narrazione ma che pongono l’ascoltatore di fronte a un’esperienza ancora più astratta e puramente percettiva. Il risultato è un lavoro in cui il silenzio e lo spazio vuoto giocano un ruolo cruciale, permettendo all’ascoltatore di confrontarsi direttamente con il suono come evento isolato. L’aspetto più affascinante è come si creino – attraverso la frammentazione – nuove possibilità espressive: ciò che è stato privato del suo contesto diventa una sorta di tela bianca su cui Smolders dipinge una nuova esperienza sensoriale. Il risultato non è solo un’astrazione di foggia concettuale, ma una sfida percettiva che lascia all’ascoltatore il compito di reinterpretare e riconsiderare il ruolo e il significato del suono stesso. Con questa seconda raccolta Smolders affina ulteriormente la sua tecnica, consegnandoci un lavoro comunque enigmatico, radicale e affascinante, dove due gruppi di suoni sono messi a confronto – i campioni del materiale originale e le permutazioni – risintetizzati in una nuova trama. Ogni permutazione – quindi – è il risultato di un nuovo approccio e gli ascoltatori possono indagare in quale punto la fonte e il significato di quella fonte scompaiono nella superficie sonora in cui è intrecciata. Sono inoltre anche invitati a progettare idealmente una propria permutazione o permutazione della permutazione, in un gioco di rimandi esaltante e idealmente senza fine.



