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Archivio per Zombie

Abbiamo sempre vissuto nel cestello | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di “Abbiamo sempre vissuto nel cestello”, nuovo lavoro di Danilo Arona che si conferma tra i più longevi e prolifici autori del fantastico italiano, in uscita per DelosDigital; la quarta:

La classica invasione zombie – che zombie poi non sono… – vista da una soggettiva particolare che Alfred Hitchcock definì nel 1963 “il punto di vista di Dio”. Se la piattaforma aerea con cestello può sembrare una strana location per un body horror alla George Romero, che dire di una caserma di carabinieri che a suo modo richiama certi famosi epigoni del neorealismo italiano? Giudizio sospeso, ma il richiamo nel titolo a un famoso romanzo di Shirley Jackson ha un suo perché.

Il sacco dei dannati | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di “Il sacco dei dannati”, di Giuliano Olivotto, romanzo intrigante che coniuga la Roma del 1500 con la tematica “zombie”, edito da DelosDigital; la quarta:

Roma, 6 Maggio 1527. Le mura sono cadute. Il Papa è fuggito. La Città Eterna brucia. Ma tra il fumo e le urla dei Lanzichenecchi, qualcosa di più antico della guerra si sta risvegliando. I morti non restano morti. Il sangue diventa nero. Ferrante, un torturatore pontificio che ha perso la fede, e Agnese, una suora disposta a tutto per salvare la sorella, si trovano intrappolati nell’epicentro dell’apocalisse. Incaricati da un Cardinale corrotto di “sanitizzare” il Borgo prima che l’infezione dilaghi, dovranno farsi strada tra cripte allagate, ospedali divenuti mattatoi e un Tevere soffocato dai cadaveri. Una cronaca viscerale di una notte che la Storia ha cercato di cancellare col fuoco.

Jumbee. Zombie e altri orrori del Voodoo | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la recensione a “Jumbee. Zombie e altri orrori del Voodoo”, raccolta di racconti di Henry S. Whitehead edita dalla “Biblioteca di Lovecraft”; un estratto:

Dimenticate i morti viventi che barcollano a rallentatore nel centro commerciale. Dimenticate il gore di serie B. Whitehead non fa cinema, fa magia nera.
Questo libro non è una semplice raccolta di racconti; è il diario di viaggio di un pastore episcopale che si è “convertito” all’ombra. Henry S. Whitehead passò anni nelle Isole Vergini (ex Indie Occidentali Danesi), non per redimere anime, ma per dissezionare le paure più autentiche di un popolo: quelle che non temono l’Inferno, ma un’entità chiamata Jumbee.

Il termine Jumbee (una variante anglofona di Zombi) nella tradizione caraibica non indicava solo un cadavere rianimato, ma un vasto spettro di credenze: spiriti maligni, possessioni, e l’atto di rubare l’anima o la volontà a una persona.

Per tutte le pagine l’aria respirata è densa di salsedine e mistero. Siamo lontani dalle nebbie gotiche e dalle biblioteche polverose di H.P. Lovecraft (suo grande ammiratore). Qui il terrore cresce sotto il sole cocente, tra palme e mercati vocianti. La meticolosità con cui Whitehead descrive usi, superstizioni e i dettagli della vita caraibica è la sua arma più potente. Lo stile è potentemente realistico e, anche se può stridere, è anche particolarmente sobrio. In poche parole: funziona! L’horror di Whitehead non urla, ma si insinua.
A differenza dell’orrore cosmico di Lovecraft, quest’ultimo doveva creare i suoi miti (Cthulhu, Yig, gli Antichi), Whithead al contrario, aveva conoscenza diretta di rituali, e maledizioni della gente che raccontava. Mentre Lovecraft temeva l’insignificanza umana di fronte a entità cosmiche, Whitehead esplorava la vulnerabilità dell’anima e della mente umana di fronte alla stregoneria regionale. Il Jumbee è l’equivalente caraibico dell’orrore ancestrale.
In sostanza, l’autore in questo libro evita il melodramma gotico. L’orrore si manifesta spesso attraverso l’esperienza del suo narratore ricorrente, Gerald Canevin (un alter ego colto e pragmatico). Canevin non è un fanatico; è uno scettico che, lentamente ma inesorabilmente, è costretto a registrare fatti che distruggono la sua visione del mondo. Questa progressione dal razionale all’assurdo, guidata da un narratore affidabile, è un marchio di fabbrica che Lovecraft stesso utilizzava per rendere più credibile l’indicibile.

 

Henry Whitehead: Jumbee. Zombi e altri orrori del voodoo | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di  “Jumbee and  Other Uncanny Tales”, raccolta di racconti di Henry Whitehead, in uscita per la “Biblioteca di Lovecraft”; di cosa si parla?

Henry Whitehead, attingendo profondamente al folclore caraibico e al fascino dei Tropici, esplora il mondo misterioso e macabro del voodoo attraverso racconti inquietanti e suggestivi, in cui creature mostruose si impadroniscono della mente umana e le esistenze dei vivi sono perseguitate dalle presenze dei defunti.
In questa antologia sono presenti dei veri e propri classici della letteraturaweird e horror, tra cui Morte di un DioCassiusLa bestia nera L’uomo dell’albero, tutti qui inclusi e più volte citati e lodati da H.P. Lovecraft, che di Whitehead fu corrispondente, amico e collaboratore.
Il “solitario di Providence” ha sempre detto di lui che egli si distingueva per un realismo e uno stile erudito non comuni nel mondo dei pulp, e fu proprio lui ad annunciare al mondo del fantastico la sua prematura scomparsa, sul numero di Weird Tales del marzo 1933.

Zombie nel pavese | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione di una manifestazione davvero particolare, e anche inquietante: Zombie Apocalypse. Vi lascio all’articolo di Silvio Sosio, che gli dèi ci aiutino, soprattutto li aiutino.

Due giorni e soprattutto una notte lasciati a se stessi, nelle campagne vicino a Pavia, con mezzi di sussistenza insufficienti e solo le proprie abilità per sopravvivere. E la notte, sfuggire alle orde di zombie. È la Zombie Apocalypse, evento che si tiene per il secondo anno vicino a Villanterio, in provincia di Pavia, in una porzione di territorio appositamente dedicata tra campi, boschi, lunga 1,7 kilometri e larga 600 metri, e circondata su due lati da un fiume, per un milione di metri quadri totali.

“Inizia con il discorso di apertura e termina al tramonto. Riceverai uno zaino con il tuo kit di sopravvivenza. Molto utile, ma non sufficiente a resistere fino al sorgere del sole. Cerca acqua, cibo e qualunque risorsa ti possa tornare utile per costruire il tuo accampamento. Collabora con altri sopravvissuti, unisciti ad altri gruppi o continua da solo, baratta le risorse in eccesso, valuta se costruire grossi accampamenti fortificati o piccole tende nascoste, prima che cali l’oscurità, poi, l’apocalisse zombie avrà inizio”.

Fin qui la giornata. Poi arriva la notte.

“Inizia con il tramonto e termina con l’alba. La location sarà invasa dagli Zombie. Molti Zombie. Troppi Zombie. Vagano senza meta, ma avranno un obiettivo molto chiaro: te! A volte li incontrerai sparpagliati, altre volte si riuniranno come un’orda e cercheranno di sfondare gli accampamenti. La location sarà divisa in zone rosse, gialle e verdi, in base alla quantità di Zombie presenti. Sfrutta le informazioni in tuo possesso per sopravvivere tutta la notte. La tentazione di nascondersi sarà molto forte, ma una notte densa di missioni richiederà il tuo intervento: missioni di ricerca, di esplorazione, di sopravvivenza, casse rifornimento speciali ed eventi globali”.

Navicon Torture Technologies – Pariah


Il disturbo della magia infera.

Processi di ibridazione. L’orrore (è) nella carne – Carmilla on line


«Come la fiaba, ma senza la sua volontà educativa e la sua disciplina narratologica, l’horror è la prosecuzione della vita con altri mezzi, all’incrocio tra due tendenze contrapposte, che qui tendono a coincidere, quella che usa la finzione per accrescere l’illusione e quella che la vive per aumentare la percezione del reale. Una contraddittorietà che spaventa molto più dei contenuti dell’horror stesso: chi non li guarda non teme infatti di essere spaventato dai mostri, ma di cominciare a vederli nella vita reale. O, che è davvero lo stesso, a riconoscerli. Anche nella realtà che si è. Perché il vero orrore è sempre la realtà. Soprattutto la realtà che si è e che, non diversamente dal contesto reale che ci circonda, sfugge alla nostra comprensione, al nostro controllo, alla nostra direzione, imponendosi dispoticamente, violentemente, atrocemente».

Su CarmillaOnLine una lunga recensione a Il male quotidiano. Considerazioni filosofiche sull’horror, di Selena Pastorino e Davide Navarria, in cui Gioacchino Toni indaga le connessioni tra l’immaginario e il reale, facendole diventare interazioni tali da modificare il nostro vissuto sulla base del Fantastico; un traguardo che mi sono prefissato e che perseguo costantemente.
Oltre al brano citato sopra, vi lascio a un altro estratto:

Il provare orrore ha a che fare non tanto con l’essere spaventati di fronte a una minaccia incombente, quanto piuttosto, sostengono gli autori, soprattutto con l’essere disgustati, nauseati e raccapricciati al manifestarsi del corporeo, non necessariamente umano, di qualcosa che rimandi alla “concretezza materiale di un che di vivente, pulsante, carnale. […] È la comparsa della corporeità nella sua visceralità organica, nella sua tridimensionalità carnale, a fare orrore, come il ritorno di un rimosso. Perché, anche qualora si sia potuto accettare di avere un’esistenza materiale, si tende comunque a ridurre la corporeità a una mera superficie: ciò che fa il nostro corpo è il suo aspetto esteriore, la pelle che lo confina, i tratti che ci identificano. Oltrepassare questo confine per comprendere qualcosa della nostra realtà è un gesto autorizzato in un’unica direzione, quella che pone una frattura tra la fisicità che siamo e ciò che davvero siamo: che la si chiami mente, anima, pensiero, spirito, quella componente meta-fisica della nostra identità è l’unica parte di noi che ci sentiamo legittimati a definire come nostra interiorità. Ci è invece precluso quel movimento che, nell’oltrepassare la pelle che ci contiene, vi apra una breccia, svelando come al nostro interno non si trovi una specie di spirito impalpabile a capo di un automa inorganico, bensì carne sanguinolenta, vasi, nervi, legamenti, tendini, organi, scarti, solo in ultimo ossa, altrettanto vive che tutto il resto. Un resto che trattiamo sempre come tale e che pure ci costituisce al punto da essere l’unico punto in cui siamo, in cui non possiamo fare a meno di essere (pp. 166-167)”.

“Entrare” in contatto con la cruda realtà del corpo provoca disgusto; “scoprirsi” organici significa in qualche modo fare i conti con la mortalità. L’epidermide si propone come limite inviolabile, come confine che, se oltrepassato, conduce alla perdita dell’integrità palesando la vulnerabilità e la caducità: l’essere mortali. Da tempo e da più prospettive si riflette sul perché produca attrazione un genere come l’horror incentrato su quanto solitamente si è portati a rimuovere, ci si interroga sul da e verso cosa muova il desiderio che spinge a sottoporsi all’orrore, a un’esperienza emotiva e fisica insieme.

Oltre che dal timore per la possibile profanazione del proprio corpo, l’orrore può derivare tal terrore per una sua trasformazione ed in entrambi i casi si può arrivare a desiderare la morte per porre fine al supplizio iniziato o imminente. Si pensi, ad esempio a quando Rick Grimes, il protagonista della serie The Walking Dead (dal 2010), trovatosi bloccato sotto a un carro armato circondato da zombi che intendono cibarsi di lui, vistosi senza scampo, per un attimo, prima di individuare una via di fuga, si punta la pistola alla tempia per suicidarsi, o, ancora, al finale del film La Mosca (The Fly, 1986) di David Cronenberg, quando lo scienziato Seth Brundle, ibridatosi con un insetto, ormai teriomorfo, in una residuale capacità di autodeterminazione, chiede alla ex compagna di porre fine alla sua esistenza.
D’altra parte, nonostante la tendenza a considerare il corpo come «stabile ancoraggio identitario» (p. 183), l’esistenza non può sottrarsi alla mutazione e la visione di opere orrorifiche come queste, in fin dei conti, mette di fronte alla propria vulnerabilità. Ci parlano di ciò, sostengono Pastorino e Navarria, narrazioni incentrate sulla «metamorfosi dell’umano in ciò che umano non è, soprattutto quando questo processo non è irreversibile […] ma si intervalla a momenti di recupero […] di quei lacerti residuali di ciò che si era ora che si è stati qualcosa che non si è» (p. 183). Si tratta di opere che evidenziano «quanto la dimensione identitaria sia carnale, corporea, fisica» (p. 183).

Delos Digital presenta “Il collassatore” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione del ritorno editoriale di Danilo Arona, in un momento per lui terribile è presente da oggi con una pubblicazione intitolata Il collassatore. La quarta:

Annunciata da incubi condivisi e da suoni orribili dal cielo, l’apocalisse piomba su Milano, ridotta in poche ore a un ginepraio di morti viventi lanciati alla caccia dei vivi. Alessandro, brillante professionista trentasettenne, riesce a fuggire dalla metropoli a bordo del proprio SUV e raggiunge una baita in montagna, sbarrandosi all’interno nella speranza che gli zombie non si spingano a quota tremila. Qui trascorre dieci anni in angosciosa solitudine… sino a quando non decide di tornare a piedi in pianura diretto alla metropoli. Quel che troverà supera ogni immaginazione.

La nave di Teseo presenta “I morti viventi” di George Romero | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di I morti viventi, romanzo postumo di George Romero uscito per i tipi della Nave di Teseo. Ecco di cosa si tratta:

Per molti anni, Romero ha lavorato a questo romanzo, che considerava un’espansione contemporanea dell’universo zombie creato nei suoi film. Purtroppo, è scomparso prima di completare l’opera. Nei mesi successivi alla morte del regista, i suoi eredi hanno contattato Daniel Kraus, grande ammiratore di Romero, perché concludesse questa storia.

Sinossi: Comincia con un solo corpo. Due medici legali si imbattono in un cadavere che non resterà morto a lungo. Poi si diffonde rapidamente.In un villaggio di case mobili del Missouri, un’adolescente deve difendersi da amici e parenti appena resuscitati.Su una portaerei americana, i marinai devono nascondersi dai commilitoni morti,mentre un fanatico predica il vangelo di una nuova religione della morte.In uno studio televisivo, l’unico giornalista sopravvissuto continua a trasmettere senza sapere se c’è ancora qualcuno a guardarlo, mentre i suoi colleghi non-morti minacciano di irrompere in diretta.A Washington, un dipendente federale autistico traccia quest’epidemia, raccogliendo i dati per un futuro che potrebbe non arrivare mai.Dovunque, le persone sono prese di mira sia dai vivi che dai morti. Pensate di sapere come finisce questa storia?  Vi sbagliate.

Processi di ibridazione. La realtà (è) nella mente – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un’altra puntata dell’indagine su David Cronenberg e la sua opera. Un estratto (qui tutte le tre puntate).

Il regista ricorre allo spazio architettonico residenziale come a una metafora del corpo umano: «il residence dove è ambientato il film è in tutto e per tutto un corpo visto dall’interno, con le sue aperture (bocca, naso, orecchie), i corridoi (i vasi sanguigni), i sotterranei e il garage (le viscere)», ed è all’interno di queste pareti/epidermide umana che prolificano quei vermi che conducono alla mutazione. In questo caso l’agente di contagio determina la riattivazione di appetiti sessuali eliminando ogni freno inibitorio; è dunque un desiderio sfrenato a dilagare nelle viscere di quelle Starliner Towers che si volevano totalmente assoggettate alla razionalità architettonica, dunque dei corpi umani che, allo stesso modo, si volevano totalmente sottoposti al controllo della ragione.

Attraverso il verme che entra e penetra nelle tubature e nelle intercapedini, il palazzo sembra animarsi diventando il vero antagonista del film: dopo essere stato infetto, il residence “prende vita” condizionando gli abitanti che vivono al suo interno. Così che l’eleganza stilistica della scena, con ambienti puliti, sgombri, arredati con fare moderno, si sporca del germe che muta quegli appartamenti; a un tratto, come spettatori capiamo che non è tanto il parassita a rappresentare il pericolo del contagio, ma il fatto stesso di trovarsi all’interno di quelle mura. Siamo all’interno di un corpo malato, corrotto e irrecuperabile.

Una volta contagiato anche l’ultimo degli abitanti, questi abbandonano l’edificio per propagarsi all’interno delle arterie della città: l’orda selvaggia – che non manca di rinviare all’immaginario zombie romeriano – potenzialmente può estendere il contagio all’intera città e con essa al mondo intero. Ed è proprio nell’ambientazione metropolitana che nel film successivo, Rabid – Sete di sangue (Rabid, 1977), si diffonde l’orrore. Se in Shivers il parassita permette ancora agli esseri umani un’esteriorità “normale”, con Rabid, sostiene Altobelli, la mutazione pare compiere un passo ulteriore intaccando anche l’aspetto esterno.

Anche in questo caso non mancano anaologie con gli zombie romeriani ma, scrive Gianni Canova nella sua monogrfia dedicata al canadese (Editrice Il Castoro, 2007) che se in un film come La notte dei morti viventi (Night of the Living Dead, 1968) di George Romero «si ha una struttura centripeta che conduce tutte le creature risorte dalla tomba a concentrarsi attorno alla casa isolata che diventa il simbolo dell’ultima resistenza degli umani, Rabid sete di sangue presenta invece una struttura centrifuga che porta i personaggi ad allontanarsi dalla clinica Keloid, lungo un percorso narrativo che si sfrangia e si ramifica nel territorio urbano, seguendo i rigagnoli capillari del propagarsi della malattia».

Anche in Rabid le ambientazioni assumono un valore simbolico: «la Keloid Clinic è il ventre che partorisce il mostro, dopo averlo tenuto in incubazione, esattamente come le Starliner Towers del film precedente; i viali della città di Montreal diventano flussi sanguigni dove si consuma la follia». L’esperimento scientifico – il trapianto di pelle necessario alla protagonista – diviene elemento mutante che, incontrollato e incontrollabile, dilaga in una città presentata come estensione del corpo della donna, ulteriore passo verso l’infezione dell’intero pianeta.

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