Archivio per Paveseggiando
28 febbraio 2020 alle 19:26 · Archiviato in Cognizioni, Cultura, Passato, Sociale and tagged: Dea Madre, Grecia, Infection, Luce oscura, Paveseggiando, Roma, Stupro, Violenza
Le origini della nostra cultura occidentale sono cruente, le origini della cultura umana sono tutte infarcite di tradizioni barbare, una civiltà che doveva ancora formarsi. Mara Carlesi indaga, su questo post, i primordi della tradizione romana, mettendo in evidenza alcuni punti che ai giorni nostri fanno inorridire, ma che in un passato arcaico erano ritenuti la normalità: parliamo di stupri per assicurare una genia semidivina.
“Nei miti greci gli dèi, per unirsi alle donne mortali, di regola si prendevano almeno il disturbo di rendersi visibili, assumendo qualche forma, umana o animale che fosse. Probabilmente lo faceva anche (o solo) per divertirsi […]. Le divinità romane, invece […] apparivano sotto forma di fallo. […] A Roma, insomma, le storie tra immortali e mortali non sono storie d’amore, sono semplici rapporti sessuali, di tipo assolutamente predatorio.”.
[Gli amori degli altri – Eva Cantarella]
Nel mito greco e romano lo stupro ed il rapimento erano costanti piuttosto comuni e frequenti. Il secondo serviva a facilitare il primo, dove la violenza sessuale era, per gli assalitori, un mezzo non solo di piacere, per il capriccio di essersi invaghiti della vittima, bensì un tramite attraverso il quale garantire una stirpe di origine, per metà, divina.
Lo stupro, perché di questo solo si trattava, veniva elevato ad un’unione divina tra una mortale ed un dio, così che la violenza venisse trattata come un fatto sacro.
Centro di queste violenze, nel mito, il dio, colui che seduce, ma che appare senza colpa, e senza remora alcuna sparisce dopo aver soddisfatto i suoi più bassi istinti.
Ma la donna? La fanciulla violata, privata della sua verginità, che fine fa? E la sua voce?
Il post continua citando altre fonti antiche, il quadro che ne emerge è coerente con quello che oggi ci appare come crudeltà e che in altri tempi era considerata la norma. È questo un argomento di riflessione, che ci spinge sempre più a un afflato di uguaglianza e rispetto, che deve diventare un segno dei tempi che cambiano.
7 aprile 2018 alle 22:51 · Archiviato in Cognizioni, Cultura, Passato, Sociale and tagged: Antropologia, Classicità, Paganism, Paveseggiando, Prostituzione, Religioni, Sacro

Un lungo excursus a puntate sul tema della prostituzione sacra. Sul blog Paveseggiando. Interessanti alcuni passaggi antropologici e culturali, religiosi per lo più; eccone un paio:
In Mesopotamia il sesso era vissuto come un valore importante, non solo come mezzo riproduttivo, ma anche come funzione religiosa; ciò si evince dal passo della Saga di Gilgamesh dove è Shamkat, prostituta sacra di Ishtar e del dio del sole Shamash, a dover iniziare alla civiltà Enkidu, trasformandolo da uomo primitivo ad eroe.
Nel santuario della dea Ishtar coesistevano tre diversi tipi di prostitute: le ishtaritu, ragazze vergini destinate unicamente agli dei, e non agli uomini; le qadishtu che, proveniente tutte da una buona famiglia, si concedevano unicamente ai fedeli, dietro compenso; le harimtu, prostitute profane, solitamente chiamate presso il tempio solo durante ricorrenze speciali.
E poi:
Anche a Cartagine sarebbe esistita la prostituzione sacra, da quanto ci riporta Giustino, il quale scrive che simile prostituzione sarebbe stata introdotta, nel Nord dell’ Africa, da Didone. Ella avrebbe ordinato ai suoi uomini, una volta sbarcata a Cipro, di rapire e imbarcare sulle navi almeno ottanta delle giovani che si stavano prostituendo sulla spiaggia. Il numero delle rapite, inoltre, corrisponderebbe a quello delle famiglie più influenti di Cartagine, riporta Cristiano Panzetti nel suo libro La prostituzione sacra nell’ Italia antica. Il rapimento, molto simile al ratto delle Sabine, sarebbe stato necessario affinché i soldati di Didone potessero avere spose e dare una discendenza alla futura Cartagine.
La chiosa è interessante, abbastanza scontata per chi ha occhi per vedere, ma di certo non così ovvia per chi si è fatto blindare la consapevolezza dai dogmi religiosi monoteistici e dalle scontate percezioni maschiliste della nostra società.
Quindi, prima dell’avvento delle religioni monoteiste, intente a rendere il sesso un fattore unicamente atto a procreare, la prostituzione sacra era considerata una parte fondamentale della società, tanto che le famiglie nobili erano le prima a dare le proprie figlie, affinché queste divenissero tramite tra gli dei e gli uomini.
Più il dominio maschile si stringeva attorno alla figura della donna, e più la prostituzione perse di sacralità, andando a divenire un mero sfruttamento del corpo femminile.
Questo tipo di sacrificio da parte di giovani belle e di buona famiglia, si infiltrò nei racconti del folklore, però sotto forma di fanciulle offerte a mostruose creature. L’alto lignaggio e la bellezza eccelsa rendevano queste vittime perfette per essere prede sessuali, di una sessualità più nascosta, ma sempre presente.
3 marzo 2018 alle 11:09 · Archiviato in Cultura, Erox, Passato, Sociale and tagged: Impero Romano, Paveseggiando, Roma

Sul blog di Mara Carlesi un lungo articolo che scandisce dettagliatamente le caratteristiche del sesso, del matrimonio e delle differenze tra uomo e donna nell’antica Roma. Leggendo il post ci si accorge che molte usanze attuali affondano nelle antiche consuetudini, come si evince anche in questo passo:
Perché la sposa veniva spogliata di ogni monile? Dobbiamo ricordarci che la sposa era poco più che una bambina, terrorizzata ed in mano ad un perfetto sconosciuto che, molto probabilmente, non le avrebbe riservato un trattamento delicato, violentandola. Era quindi normale che, trovandosi in possesso di qualcosa di acuminato o contundente, la giovane l’ avrebbe usato per difendersi.
A sottolineare l’ esperienza traumatica che le donne romane dovevano provare la prima notte di nozze, vi sono le divinità invocate dagli sposi prima della consumazione: Subigo e Prema.
Il primo doveva far in modo che la sposa si stendesse sotto il marito.
La seconda doveva far si che la sposa non si divincolasse eccessivamente sotto l’ uomo, mentre questi la possedeva.
Questo stupro, perché di stupro si parla, era una tradizione antichissima risalente al ratto delle Sabine.
I romani rapirono le giovani che erano ancora tutti vergini, tranne Ersilia che venne rapita per sbaglio ed andò in moglie a Romolo. Le giovani vennero deflorate per sancirne la proprietà e il loro ingresso nella società romana. Appare ovvio che i romani, fin dagli albori, usassero il sesso per imporsi sul prossimo.
La virilità, infatti, per un romano era un vanto e un orgoglio sociale, che andava dimostrato in tutte le occasioni appropriate, facendo sfoggio non solo delle proprie conquiste, ma anche dello strumento stesso: il pene.
Essendo una cultura fallocentrica, quella romana, era uso far bella mostra del proprio membro, soprattutto se di dimensioni notevoli, in luoghi come le terme. La pudicizia era qualcosa che doveva appartenere unicamente alla donna, e mai all’uomo.
19 gennaio 2018 alle 22:08 · Archiviato in Cognizioni, Creatività, Cultura, Fantastico, Letture, Passato and tagged: Classicità, Grecia, Paveseggiando, Tragedia
Su Paveseggiando un lungo post sulla figura mitologica di Elettra e i suoi riferimenti emozionali e semantici con altre figure della Tragedia Greca. Un estratto:
La giustizia sola può consolare l’essere umano, non più gli dei, i quali si ritrovano addirittura a votare per comprendere se Oreste sia o meno da considerare colpevole del matricidio da lui commesso. Il mondo degli dei è messo in dubbio, lasciando così spazio all’uomo di prendere coscienza della sua libertà, benché non sia ancora in grado di gestire appieno il peso della responsabilità derivante dalle sue azioni.
Al contrario di Eschilo, che ci mostra sia Ifigenia che Elettra come semplici vittime di un infausto destino, incapaci di ribellarsi, completamente nelle mani del ramo maschile della loro famiglia, Euripide ci descrive Ifigenia, in Tauride salvata da Artemide, e un’ Elettra molto distante dal mito.
“[…] E da Atreo nacquero Menelao ed Agamennone, il padre mio. Io sono Ifigenia. Mi fu madre la figlia di Tindaro. […] Agamennone sovrano radunò lo stuolo ellenico di mille navi, lui che per gli Achei voleva cogliere il serto del trionfo sulla città di Troia e trarre vendetta a favore di Menelao delle oltraggiate nozze con Elena fuggiasca. Ma bloccato dall’ assenza di venti, […] cercò soccorso in vittime ardenti sull’ ara e fu questo il responso che gli diede Calcante: ‘ […] mai non sarà che da questa terra tu dia l’ abbrivio alla tua flotta, prima che Artemide si prenda, immolata vittima , tua figlia Ifigenia’ .[…] Così, per le astuzie di Odisseo, mi strapparono alla madre col pretesto di darmi in sposa ad Achille. E invece, come giunsi in Aulide, fui afferrata, sollevata in alto al di sopra della pira e sgozzata con la spada. Però Artemide mi trafugò dall’ ara, sostituendomi con una cerva; poi mi mandò per l’ etere splendente e mi depose qui, perché abitassi questa terra di Tauri.”
[Ifigenia in Tauride, vv 39-51 – Euripide, trad. a cura di F. Ferrari]
Il mito di Ifigenia è assente nei poemi Omerici, ma era ben conosciuto come antefatto della Guerra di Troia. La versione più nota della storia ci giunge attraverso i Canti di Cipro, nei quali è narrato il sacrificio di Ifigenia in Aulide e di come Artemide, mossa a compassione, la salvò portandola, in seguito, nella regione dei Tauri. A questa versione del mito si ricollega Euripide per la sua tragedia, ‘Ifigenia’, dove viene contrapposta la selvaggia terra dei Tauri con la Grecia, che viene descritta come una patria ove il padre è ben felice di sacrificare la figlia per avere venti favorevoli e dove il matricidio è un modo per lavare l’ ira dei figli.
Euripide, quindi, rivisita il mito, andando a scovare delle varianti rare, e donando a queste nuovo significato.
13 gennaio 2018 alle 15:33 · Archiviato in Cognizioni, Creatività, Cultura, Empatia, Energia, Oscurità, Passato, Quantsgoth, Sociale, Surrealtà and tagged: Antropologia, Dea Madre, Luce oscura, Marija Gimbutas, Nefandum psichico, Paganism, Paveseggiando, Religioni

Sul blog Paveseggiando un interessante e vasto intervento di Marija Gimbutas relativo al concetto, mito e culto della Dea Madre. Un passo significativo, tanto per darvene un assaggio e ingolosirvi.
Come avvenne il passaggio da un pantheon di Dee ad uno di Dei?
Secondo le Professoresse Marija Gimbutas e Riane Eisler questo passaggio fu un lento cambiamento. L’ arrivo degli Indo-europei in Europa creò un’ibridazione tra le due culture, dove però le dee furono, mano a mano, relegate al ruolo di mogli, amanti e figlie di questi nuovi dei, non più legati ai fenomeni ciclici della vita e della natura, bensì a corpi celesti o fenomeni atmosferici.
Non solo il pantheon fu rivoluzionato, ma anche i simboli della Dea, come ad esempio il toro, prima rappresentante della rigenerazione, dalla morte alla vita, simbolo della forza creatrice della Dea, diviene, nella chiave di lettura indo-europea, una delle metamorfosi usate da Zeus per poter rapire e violentare Europa. I nuovi dei non sono più portatori di vita e di prosperità, ma divinità guerriere, dal forte simbolismo bellico, tanto che molte delle antiche Dee europee furono militarizzate ed inserite nel nuovo pantheon indo-europeo.
Atena, Hera, Artemide, Ecate e Demetra trovarono spazio all’interno del pantheon maschile olimpico, ma queste dee di natura partenogenetica ed antichissime, divennero spose, moglie e figlie dei nuovi dei indo-europei, spesso senza esiti felici, come il matrimonio tra Hera e Zeus, avvenuto con l’ inganno per poter rigenerare la terra bisognosa di rinascere da un lungo sonno. Molte delle Dee furono vittime delle nuove divinità, come ad esempio il racconto di Poseidone che violentò Demetra mentre questa era alla ricerca della figlia Persefone, che è stata rapita e, a sua volta, violentata da Ade, il quale la trascina nel regno dei Morti, dove sarà costretta a vivere sei mesi l’ anno.