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Carmilla on line | Quell’anarchico di Kafka


Franz Kafka aveva una visione chiara del capitalismo, una creatura con mille tentacoli e storture: un sistema fortemente gerarchizzato con un solo fine, il dominio, così lontano dalla fede anarchica che combatte da sempre lo spirito autoritario e il verticismo. Löwy cita ancora Janouch nel ricordo di una discussione di quest’ultimo con Kafka su una caricatura di George Groz, quella di uomo grasso seduto su un cumulo di soldi. Per Kafka quella immagine «è insieme sbagliata e giusta. Giusta solo in un senso […]. Il grassone con il cappello a cilindro vive sulle spalle dei poveri che opprime, è giusto. Ma è completamente sbagliato che quel ciccione sia il capitalismo. Egli domina i poveri nel contesto di un dato sistema, ma non è lui il sistema. […] Tutto è dipendente, tutto è concatenato. Il capitalismo è una condizione del mondo e dell’anima»[19]. Sempre Janouch afferma che, in una conversazione, Kafka avrebbe manifestato le sue perplessità anche nei confronti dei partiti politici e delle istituzioni di tutela degli operai e degli oppressi che si vedono sfilare in manifestazioni di piazza: «ci sono già i segretari, i burocrati, i politici di professione, tutti i sultani moderni ai quali essi stanno preparando la strada… La rivoluzione evapora e resta soltanto il vaso di una nuova burocrazia. Le catene dell’umanità torturata sono di carta di ufficio»[20]. In una seconda versione delle Conversazioni, Janouch cita uno scambio di battute con Kafka, asserendo che lo scrittore praghese avrebbe affermato di aver studiato la vita di Ravachol e di aver approfondito la lettura delle idee dei vari Godwin, Proudhon, Stirner, Bakunin, Kropotkin, Tucker e Tolstoj. Aggiunge poi che egli, oltre ad aver frequentato diversi circoli e raduni, nel 1910 avrebbe partecipato alle sedute degli anarchici cechi a Karolinental, nella trattoria “Ai due cannoni”, dove appunto si riuniva il già citato gruppo anarchico Club dei Giovani[21]. Tutte le testimonianze, avverte Löwy, è possibile che abbiano subito sovrapposizioni o addirittura siano state oggetto di opinioni personali, ma è necessario ammettere che in definitiva un quadro abbastanza coerente sulla «visione politica» di Kafka risulti ben delineato.

Già questo estratto merita l’attenzione dei lettori per contestualizzare meglio e alternativamente il pensiero e l’opera di Kafka, su CarmillaOnLine:

Giorgio Fontana nella sua introduzione al volume di Löwy ci avverte di quanto sia necessario sfuggire a una quantità di preconcetti quando si leggono le opere di Kafka: fra di essi, in particolare, «l’idea che si possa estrarre dai suoi romanzi e racconti un messaggio di ordine religioso, morale o politico»[3]. Dunque la questione più interessante, da un certo punto di vista, è la sottile ricerca di Franz Kafka sul tema del potere, dell’autorità e della sua endemica (e talvolta insensata) violenza. Löwy ci avverte nell’introduzione al saggio che è «arrivato il momento di osservare la sua opera con uno sguardo diverso» e, finalmente, segnalare la sua «affascinante forza ribelle»[4]. L’autore viennese cita come suo predecessore, nel farlo, Walter Benjamin, che nel suo celebre saggio su Kafka avvertiva infatti i lettori che «all’interno dei suoi scritti si deve avanzare a tastoni, con prudenza, con circospezione, con diffidenza»[5]. Lo stesso autore segnalava che ci sono due modi per fraintendere Kafka e incorrere facilmente nell’errore: l’approccio psicoanalitico e quello teologico. La dimensione che più ossessionava Kafka era, infatti, quella letteraria, ed era «la sua risposta a un mondo decaduto»[6].

L’Anarchismo oggi: intervista a Emmanuele Jonathan Pilia, direttore editoriale di D Editore


Bella intervista a Emmanuele Jonathan Pilia, il direttore editoriale di D Editore, quella che si può leggere su SoloLibri.net; parliamo di anarchismo e di sociale, di politica, di editoria, di ricerca di spazi che non siano asfittici o che siano perlomeno innovativi, pronti al futuro; un passo:

Lungi dall’essere un credo politico superato e archiviato l’anarchismo, dopo la grande stagione ottocentesca dove gli ideali di personaggi come Pierre Joseph Proudhon e Michail Bakunin avevano infiammato gli animi di chi lottava per l’abolizione di ogni forma di potere organizzato, mostra ancora oggi la sua vitalità, in forme inedite e non necessariamente consapevoli, in tutti quei movimenti che, anche senza pretese rivoluzionarie, reclamano maggiori spazi di libertà, a fronte delle mutazioni oltremodo rapide che, complici le nuove tecnologie, caratterizzano il nostro tempo.
La nostra è, infatti, un’epoca dove anche il dominio assume forme nuove e mai sperimentate prima e non si identifica necessariamente con il potere proprio di uno Stato. È senz’altro una forma di dominio quel capitalismo della sorveglianza che tende a profilare sempre più analiticamente i suoi clienti, estorcendogli l’oro nero dei dati con tecnologie sempre più pervasive e avanzate, come sono forme di dominio quelle della scienza e della medicina che, come ha ben mostrato la pandemia, riescono a esercitare un biopotere altrettanto pervasivo, che può imporre protocolli sperimentali e pretendere dati in nome di un superiore interesse pubblico.
Ecco che allora chi oggi pratica l’anarchismo avanza istanze libertarie che si manifestano in modo plurale: dai movimenti ecologisti (basti pensare, nel contesto italiano ai Fridays for Future o alle azioni dei militanti di Ultima Generazione) al pacifismo, fino ai critici della globalizzazione.
Nel settore librario italiano D Editore incarna da alcuni anni il coraggioso progetto di dare voce, parole pagine e inchiostro al pensiero anarchico, per questo abbiamo chiesto al direttore editoriale Emmanuele Jonathan Pilia di illustrarci motivazioni e intenti della casa editrice.

Buon giorno Emmanuele e grazie per il tempo che hai deciso di dedicare a Sololibri.net. Cerchiamo, innanzitutto, di comprendere lo scenario nel quale si muove il progetto: che senso ha oggi parlare di anarchismo? Come si declina oggi questo filone di pensiero? Quali sono le rivendicazioni e gli obiettivi che oggi si pone chi si definisce anarchico?

Alla prima domanda che poni non posso che dire: viviamo nel periodo storico in cui è normale andare in televisione con la bava alla bocca e le lacrime agli occhi (e chissà quali altri fluidi) a difendere uno Stato-colonia che altro non è che una portaerei statunitense di fronte al più cruento massacro mai documentato. Come fa a non essere attuale, rispondo io! E perché sarebbe attuale per questo? Perché l’anarchia (o meglio: le anarchie) altro non è (altro non sono) che l’espressione più pura e cristallina dell’empatia umana, ossia l’odio verso ogni oppressione e l’amore verso l’eguaglianza. Questo, che può sembrare vago e ingenuo, è invece uno dei pilastri che molte filosofie morali condividono, e hanno condiviso, nel corso di quella manciata di millenni che la storia umana ha prodotto. Al cinismo e alla meschinità del pensiero liberale, vile complice e sponsor di ogni fascismo e autoritarismo, l’anarchia oppone l’empatia e il progetto di una umanità nuova. Si ha l’impressione che l’anarchia sia un’espressione ideologica antica, ormai passata, ma questo non è vero: anche nel Diciannovesimo secolo, di Bakunin e Koprotkin non si leggeva certo nei giornali. La fiaccola dell’anarchia è ancora accesa, e anzi è forse non è stata mai così splendente: brilla in ogni gesto di opposizione, piccolo e grande che sia; in ogni atto di gentilezza disinteressato, piccolo e grande che sia.

Puoi brevemente presentarci le collane che meglio definiscono il vostro carattere? Quali gli elementi che in un testo attirano la vostra attenzione, quali i requisiti che un’opera non può non avere per diventare un titolo del vostro catalogo?

Certo. Attualmente, D Editore ha cinque collane attive:

. Nextopie, che è una collana di saggistica pop e punk, che è la nostra collana ammiraglia
. Eschaton, in cui pubblichiamo saggistica libertaria dal tono più antologico;
. Freedom Club Collection, collana chiusa che pubblicherà nel tempo tutto il lavoro di Ted Kaczynski (il famigerato UnaBomber),
. D_Pressa, curata da Valerio Bindi, in cui pubblichiamo fumetti fuori dall’ordinario.

A breve lanceremo una collana curata da Claudio Kulesko, chiama Intermundia, focalizzata sulla letteratura di genere!

Cos’è l’anarchia? Risponde David Graeber – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un bell’articolo di David Graeber che prova a fare un’analisi organica delle dinamiche e del pensiero anarchico; da quale punto di vista? Be’, organizzare l’anarchia non è esattamente il tipo di approccio giusto per la tematica, per esempio può essere utile una chiacchierata:

“Quando un gruppo di persone si oppone a una qualunque forma di dominio e inizia a immaginare un mondo diverso, modificando di conseguenza le proprie relazioni con gli altri… beh è questa l’anarchia, comunque vogliate chiamarla”.

Q: C’è una definizione generica di anarchia in un libro che noi consideriamo molto importante, The Principle of Anarchy di Reiner Schürmann, che per noi è un ossimoro. Si tratta di una definizione controintuitiva perché non è politica, bensì storica. Nella nostra epoca, diciamo negli ultimi due secoli, non abbiamo avuto un punto di riferimento com’era l’Uno per i Greci, la Natura per i Romani, Dio per i medievali o il Sé/la Coscienza per i moderni. Noi abbiamo il principio dell’assenza di principi: appena provi ad afferrarli, questi ti sfuggono di mano. Pertanto in certo modo viviamo nell’anarchia. L’anarchia è nell’arte, l’anarchia è nel sesso e nell’amore, e ovviamente anche in politica. Qual è allora il significato della comparsa dell’anarchia nel xix secolo?

David Graeber: Stai quindi suggerendo che l’emergere dell’anarchismo come filosofia politica più o meno in contemporanea con Nietzsche non sia una coincidenza? Non ci avevo mai pensato prima, ma… Comunque, pensando a quel che è successo dopo il 1917 e dopo il 1968, due anni segnati da rivoluzioni su scala mondiale, una volta ho utilizzato il concetto di flame-out, ossia di fiammata improvvisa. Sostanzialmente l’espressione si riferisce a quel che accade quando una grande tradizione all’improvviso esplode e in un periodo molto circoscritto attraversa ogni possibile permutazione formale. Prendiamo il 1917: in poco tempo abbiamo Dada, Suprematismo, Costruttivismo e Surrealismo. Dalla pittura bianca su fondo bianco agli orinatoi che diventano sculture, fino alle poesie basate sul nonsense per fomentare esposizioni artistiche ribelli in cui i partecipanti ricevono un martello e sono incoraggiati a distruggere tutto quello che non è di loro gusto. Per alcuni anni il radicalismo formale e il radicalismo politico si erano sovrapposti, ma poi avevano bruciato ogni spazio, la fiammata si era esaurita e non era rimasto più niente. In seguito, un artista poteva essere radicale nella forma ma conservatore in politica (come Andy Warhol), o conservatore nella forma ma radicale in politica (come Diego Rivera), o ancora poteva essere radicale in politica e non produrre alcuna arte (come i situazionisti). Dopo la rivoluzione mondiale del 1968, qualcosa di simile è successo nella filosofia continentale. Nel corso di pochi anni, i filosofi hanno esplorato quasi ogni possibile tesi formalmente radicale che potesse avere implicazioni politicamente radicali (da «l’uomo non esiste» a «la verità è violenza»), lasciando i pensatori radicali degli anni a venire con nient’altro da fare se non guardare a loro, così come continuiamo a guardare ancora oggi alle avanguardie artistiche degli anni successivi alla prima guerra mondiale.
Quello che tu stai suggerendo è che qualcosa di simile sia accaduto in politica dopo la rivoluzione del 1848. Solo che in questo caso, ipotizzo, sarebbero comparse simultaneamente tutte le posizioni della politica moderna, dal socialismo al liberalismo fino al fascismo. E da allora non ci sarebbero più state nuove forme di pensiero politico. In effetti potrebbe funzionare, dato che anche il termine «anarchico» è stato coniato da Proudhon proprio in quel contesto. Volevano sapere da lui cosa fosse. Un repubblicano? Un monarchico? Un democratico? E alla fine Proudhon disse: «No, respingo tutte queste definizioni. Io sono un anarchico». Quindi questa ipotesi potrebbe funzionare. Ma non sono sicuro che sia un’analogia appropriata.
Quanto al termine «anarchia», usato in contrapposizione ad «anarchismo», è entrato nell’uso comune (per lo meno in inglese) solo successivamente, nel xx secolo, quando gli anarchici hanno cercato di prendere le distanze dall’ipotesi che la loro fosse un’ideologia come il socialismo, il liberalismo, il conservatorismo, ecc. E non avevano torto, perché i socialisti non sostengono certo la socialità o i liberali la liberalità… o almeno non è quella la loro prima istanza. In certo modo serviva a evidenziare che in molte filosofie politiche l’unità di teoria e pratica è vera solo in teoria ma non in pratica. Al contrario, per gli anarchici era una cosa molto concreta. Se poi questo comporti anche il fatto di rivendicare quel senso di frattura e destabilizzazione introdotto dal capitalismo – la pensavano così i dadaisti e i surrealisti, che vedevano nel caos e nella disgregazione delle vecchie verità veicolati dai mercati capitalisti una forza di tipo anarchico che alla fine avrebbe consumato il capitalismo stesso – beh, non ne sono affatto sicuro. Anzi, ho molti dubbi al riguardo. Per come la vedo io, si tratta di un impulso avanguardistico decisamente più in linea con certe tesi socialiste, come quelle formulate da Marx nel Manifesto del Partito comunistaquando loda la borghesia come rivoluzionaria, affermando che è arrivato il momento di portare a compimento il suo lavoro.

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Costruttori di civiltà – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un intervento di Valerio Evangelisti, datato novembre 2021, in cui si può apprezzare l’impressionante analisi acuta dei movimenti e della lotta di classe in Emilia Romagna avvenuta nello scorso secolo, un omaggio a questa terra che ha dato la nascita alle più diverse esperienze di sovversivismo politico e sociale; il contesto è una prefazione che Valerio ha scritto a Nel vento, come zingari felici, dialoghi tra Luciano Vasapollo e Lorenzo Giustolisi. Un estratto, in cui si possono ritrovare le sostanziali differenze tra socialismo, anarchismo, comunismo, sindacalismo:

Il tema che vorrei trattare è il cambiamento radicale che episodi di conflittualità hanno portato all’interno di una regione specifica, l’Emilia Romagna. Bisogna pensare alla Romagna di fine Ottocento come a una regione completamente diversa da quel che ci appare oggi, fatta di cespugli, intrichi di boschi, caratterizzata da una forte umidità che permetteva il mantenimento di larghe risaie. La popolazione, anch’essa selvaggia come la natura circostante, partoriva anche briganti, di una tipologia particolare. infatti, poco assomigliavano all’immagine del brigante meridionale: il più crudele e il più feroce in assoluto si chiamava il Passatore, soprannominato poi Cortese a seguito di una nota poesia, ma cortese non lo era affatto. Tuttora possiamo trovarlo sulle etichette dei vini, quali il Sangiovese, rappresentato con un improbabile cappello di taglio calabrese, con folta barba; immagine che si discosta totalmente dalla realtà.

Il Passatore visse a metà dell’Ottocento, portava un cappellino, aveva la barba molto corta che faceva crescere per nascondere le numerose ustioni che portava in viso. Definito crudele perché, oltre ai furti e al largo ricorso alla tortura per indurre a confessare il nascondiglio del patrimonio della malcapitata famiglia di turno, riuscì a conquistare il famoso teatro di Forlimpopoli. Una vicenda presentata come un episodio particolarmente brillante della sua carriera. In realtà la sorella del celebre gastronomo Pellegrino Artusi impazzì, perché fu violentata dai briganti del Passatore che tanto buono non era, patriota men che mai. In Emilia Romagna c’erano quindi i briganti, che provenivano dalla miseria più cruda. Si pensi che nel 1880, in occasione di un allagamento, c’erano braccianti – chiamiamoli così per il momento – che rifiutavano di essere salvati, perché preferivano annegare piuttosto che continuare a condurre la vita precedente. La povertà dilagava: fenomeni come le ripetute guerre e la miseria strutturale avevano ammassato nella regione una quantità di gente, dal lavoro impreciso. Proprio per questo avevo posto precedentemente riserve sul termine braccianti, perché lo erano occasionalmente. Si trattava di persone che in realtà erano disposte a fare un qualsiasi lavoro. L’agricoltura assorbiva gran parte di questa manodopera, ma il fatto è che i lavori agricoli non durano più di cinque o sei mesi, per cui costoro rimanevano disoccupati per buona parte dell’anno. In quei periodi si riducevano a far di tutto pur di poter mangiare: dagli spazzacamini a incaricati dello sgombro delle strade dalla neve durante l’inverno, lavoro prezioso che fornivano le municipalità. Gente, pertanto, che aveva ben poche prospettive di sviluppo davanti. Si trattava, più che di braccianti, di precari o di operai che lavoravano in un contesto agricolo, ed erano completamente diversi da altre figure tipiche delle campagne come i mezzadri, o boari come venivano chiamati in provincia di Ferrara. Costoro erano personaggi effettivamente legati alla terra, vivevano sparsi, per lo più isolati gli uni dagli altri e facevano il loro lavoro con una notevole disciplina, anche perché la piccola quota che riuscivano ad accumulare durante l’anno la usavano con inevitabile parsimonia. La contessa Pasolini di Ravenna, che ha lasciato note molto importanti sulla vita nelle campagne, in special modo nella sua tenuta, elogia al massimo i mezzadri come esempio di famiglia modello, mentre tratta i braccianti come poco di buono. Questo comporta una serie di trasformazioni sul piano sociale.

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