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Archivio per Emilia Romagna

Costruttori di civiltà – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un intervento di Valerio Evangelisti, datato novembre 2021, in cui si può apprezzare l’impressionante analisi acuta dei movimenti e della lotta di classe in Emilia Romagna avvenuta nello scorso secolo, un omaggio a questa terra che ha dato la nascita alle più diverse esperienze di sovversivismo politico e sociale; il contesto è una prefazione che Valerio ha scritto a Nel vento, come zingari felici, dialoghi tra Luciano Vasapollo e Lorenzo Giustolisi. Un estratto, in cui si possono ritrovare le sostanziali differenze tra socialismo, anarchismo, comunismo, sindacalismo:

Il tema che vorrei trattare è il cambiamento radicale che episodi di conflittualità hanno portato all’interno di una regione specifica, l’Emilia Romagna. Bisogna pensare alla Romagna di fine Ottocento come a una regione completamente diversa da quel che ci appare oggi, fatta di cespugli, intrichi di boschi, caratterizzata da una forte umidità che permetteva il mantenimento di larghe risaie. La popolazione, anch’essa selvaggia come la natura circostante, partoriva anche briganti, di una tipologia particolare. infatti, poco assomigliavano all’immagine del brigante meridionale: il più crudele e il più feroce in assoluto si chiamava il Passatore, soprannominato poi Cortese a seguito di una nota poesia, ma cortese non lo era affatto. Tuttora possiamo trovarlo sulle etichette dei vini, quali il Sangiovese, rappresentato con un improbabile cappello di taglio calabrese, con folta barba; immagine che si discosta totalmente dalla realtà.

Il Passatore visse a metà dell’Ottocento, portava un cappellino, aveva la barba molto corta che faceva crescere per nascondere le numerose ustioni che portava in viso. Definito crudele perché, oltre ai furti e al largo ricorso alla tortura per indurre a confessare il nascondiglio del patrimonio della malcapitata famiglia di turno, riuscì a conquistare il famoso teatro di Forlimpopoli. Una vicenda presentata come un episodio particolarmente brillante della sua carriera. In realtà la sorella del celebre gastronomo Pellegrino Artusi impazzì, perché fu violentata dai briganti del Passatore che tanto buono non era, patriota men che mai. In Emilia Romagna c’erano quindi i briganti, che provenivano dalla miseria più cruda. Si pensi che nel 1880, in occasione di un allagamento, c’erano braccianti – chiamiamoli così per il momento – che rifiutavano di essere salvati, perché preferivano annegare piuttosto che continuare a condurre la vita precedente. La povertà dilagava: fenomeni come le ripetute guerre e la miseria strutturale avevano ammassato nella regione una quantità di gente, dal lavoro impreciso. Proprio per questo avevo posto precedentemente riserve sul termine braccianti, perché lo erano occasionalmente. Si trattava di persone che in realtà erano disposte a fare un qualsiasi lavoro. L’agricoltura assorbiva gran parte di questa manodopera, ma il fatto è che i lavori agricoli non durano più di cinque o sei mesi, per cui costoro rimanevano disoccupati per buona parte dell’anno. In quei periodi si riducevano a far di tutto pur di poter mangiare: dagli spazzacamini a incaricati dello sgombro delle strade dalla neve durante l’inverno, lavoro prezioso che fornivano le municipalità. Gente, pertanto, che aveva ben poche prospettive di sviluppo davanti. Si trattava, più che di braccianti, di precari o di operai che lavoravano in un contesto agricolo, ed erano completamente diversi da altre figure tipiche delle campagne come i mezzadri, o boari come venivano chiamati in provincia di Ferrara. Costoro erano personaggi effettivamente legati alla terra, vivevano sparsi, per lo più isolati gli uni dagli altri e facevano il loro lavoro con una notevole disciplina, anche perché la piccola quota che riuscivano ad accumulare durante l’anno la usavano con inevitabile parsimonia. La contessa Pasolini di Ravenna, che ha lasciato note molto importanti sulla vita nelle campagne, in special modo nella sua tenuta, elogia al massimo i mezzadri come esempio di famiglia modello, mentre tratta i braccianti come poco di buono. Questo comporta una serie di trasformazioni sul piano sociale.

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La terra degli uomini con la capparella – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una riedizione di cosa e come scriveva l’assai lucido Valerio Evangelisti, lontano dai fasti del Fantastico e pregno di un senso del cosiddetto reale stringente, limitante ed espressione di un occulto invisibile, ma vivido e opprimente. Il topic è la sua regione, l’Emilia Romagna.

In quegli anni (fine ’50, inizi ’60), la maggior parte dei contadini e della gente di campagna, soprattutto se anziana, portava ancora l’abito tipico: il mantello (o “capparella”), nero oppure grigio. Piuttosto pesante, teneva il posto del cappotto o della giacca. Sotto non c’erano che il panciotto e la camicia. Ed era curioso vedere tutte quelle figurine vestite di nero, con larghi cappelli neri anch’essi, ammassate sotto i raggi di un sole feroce.
Viene naturale collegare quelle popolazioni alle “genti padane” che abitano le pianure ai lati del Po. Forse è vero da un punto di vista antropologico e culturale, nel più largo senso del termine, ma sul piano storico l’itinerario degli uomini dal mantello nero, in Emilia e in Romagna, è stato differente da quello di ogni altra regione italiana.
Nel 1880, durante una delle grandi alluvioni del Po, drammaticamente frequenti fino ad anni recenti, gli operai agricoli rifiutavano i soccorsi: preferivano lasciarsi annegare, piuttosto che tornare alla vita che conducevano. In quelle campagne vaste e malsane regnavano lo sfruttamento e la miseria, e non c’era lavoro che dalla primavera all’autunno, quando l’agricoltura chiedeva braccia. Anche quando il contadino possedeva il suo campo, o ne era proprietario in parte, come il mezzadro, spesso conosceva la fame, ed era obbligato a mandare le sue figlie a lavorare come mondine nelle paludi della Lombardia.

Ciò che avvenne in seguito lo si legge nel ritratto del mio nonno materno, che non ho mai conosciuto e che morì quando mia madre era ancora piccola. Un uomo bruno dallo sguardo fiero, con baffi enormi e un fiocco nero che gli pendeva dal collo al posto della cravatta. Nato a Imola, la cittadina che unisce l’Emilia alla Romagna, aveva aderito giovanissimo alle ultime propaggini dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori che si ispiravano a Bakunin. In seguito, sull’esempio del deputato imolese Andrea Costa, aveva lasciato l’anarchismo e si era avvicinato al socialismo legalitario, senza per questo rinunciare al cravattone nero.
Soprattutto aveva fatto parte, con i fratelli, del movimento cooperativo, che si proponeva di sottrarre i lavoratori alla miseria attraverso la proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Una delle vie per le quali, grazie all’impulso del partito repubblicano e del partito socialista, la sorte degli operai emiliani e romagnoli sarebbe cambiata completamente — mentre più a nord o a sud della Toscana, dove queste esperienze avvenivano su scala minore o erano più primitive, la trasformazione fu molto più lenta.
Questa impronta ha segnato profondamente la regione e ne ha modificato, molto rapidamente, il paesaggio. Non più paludi e zone malsane; al loro posto vaste coltivazioni, fattorie in cui l’abitazione centrale è antica ma la dotazione tecnica è modernissima, canali artificiali e piccole fabbriche per la trasformazione dei prodotti del campo, oppure per la costruzione di beni strumentali.

È esagerato dire che tutto ciò lo si deve al movimento cooperativo? Credo di no.
Fino al termine del XIX secolo l’Emilia Romagna era una regione quasi immobile. In Emilia, l’enorme estensione delle proprietà non stimolava né l’innovazione, né la mobilità sociale. Nei campi alcune grandi famiglie o, talora, delle potenti società bloccavano ogni spinta verso la nascita di una borghesia di tipo moderno, mentre i lavoratori si concentravano nei paesi, dove potevano trovare migliori soluzioni alla loro miseria. Quanto alla Romagna, era considerata una terra quasi barbarica, in cui il destino di molte famiglie era l’emigrazione (soprattutto verso l’America Latina) e in cui i duelli con il coltello o il revolver erano frequenti quanto nel Far West.

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