Archivio per Internet
22 giugno 2021 alle 14:51 · Archiviato in Accadimenti, Creatività, Cybergoth, Editoria, Empatia, Energia, Experimental, Fantastico, InnerSpace, Letteratura, Oscurità, OuterSpace, Sociale, Surrealtà and tagged: Distopia, Galaad Edizioni, Giovanni Agnoloni, Internet, Interrogazioni sul reale, Luce oscura, Olosensorialità
Su FantasyMagazine la corposa segnalazione – qui e qui – di una nuova uscita editoriale per Giovanni Agnoloni che propone, per Galaad Edizioni, il tomo Internet. Cronache della fine che contiene la sua quadrilogia della Fine di Internet, libri usciti singolarmente nel corso dell’ultimo decennio.
Copertina elegante e un’introduzione dello stesso Agnoloni costituiscono il sigillo di un’operazione che mette in risalto un’opera simbolo di un momento storico trasformato rapidamente in altro, prossimo allo sfascio sistemico e interiore descritto dall’autore. Queste sono alcune note dell’introduzione:
Sono passati oltre dieci anni da quando iniziai a scrivere Sentieri di notte, il primo romanzo di quella che allora ignoravo che sarebbe diventata una quadrilogia. E il mondo è profondamente cambiato. Non solo per la diffusione capillare della Rete in tutto il pianeta – soprattutto sub specie social media – e per l’accentuarsi e il dilagare delle dinamiche della globalizzazione, ma anche per il radicalizzarsi dei problemi ecologici e degli aspetti deteriori del capitalismo finanziario; e, inoltre, per l’emergere sempre più frequente di governi sia pur democraticamente eletti, ma dai tratti autoritari e propugnatori di ideologie nazionalistiche. È come se il mondo fosse stato steso e strizzato tra due estremi, l’uno tendente a un universalismo in gran parte deviato, e l’altro a una frammentazione di questo “tutto” in isole egoisticamente concentrate su se stesse.
Oggi, voltandomi indietro per un attimo e contemplando rapidamente tutto questo, mi rendo conto di una verità che inizialmente – e ancora per tanto tempo – non avevo voluto accettare, un po’ forse per modestia, ma soprattutto per paura: i miei romanzi si sono rivelati profetici. Non perché la Rete sia crollata o stia per farlo, ma perché le dinamiche di potere globale nascoste dietro il Sistema descritto in questi libri si sono realmente manifestate nel mondo, dentro e fuori del web, facendo del pianeta un unico contenitore privo di isole di silenzio, e al contempo lo hanno parcellizzato, rendendo la comunicazione tra gli esseri umani da un lato più agile e istantanea, dall’altro più autoriferita: come se fossimo – e in effetti, per tanti versi, siamo – monadi iperconnesse ma fondamentalmente sole.
22 aprile 2021 alle 21:22 · Archiviato in Cognizioni, Cybergoth, Digitalizzazioni, News, Segnalazioni, Sperimentazioni, Tecnologia and tagged: Distopia, Fiber Sensing, Fibra ottica, Infection, Internet, La Repubblica
Su Repubblica un interessante articolo – con tutte le sue implicazioni distopiche – su cosa avviene con la comune fibra ottica che abbiamo in molte case, uffici, sotto il suolo, nei muri delle nostre città.
Il Fiber Sensing, conosciuto come “sensoristica distribuita” è una tecnologia che consente misurazioni continue in tempo reale su tutta la lunghezza di un cavo in fibra ottica. Con questa tecnologia, il cavo si trasforma in una serie ininterrotta di ‘microfoni’ virtuali, a migliaia, che ascoltano in tempo reale le vibrazioni e i suoni prodotti nell’ambiente in cui si trova il collegamento. La fibra diventa il sensore nel quale un interrogatore laser introduce un segnale ottico per rilevare ciò che accade lungo il collegamento, con una risoluzione in frequenza, spazio e tempo altissima, non raggiungibile tramite i sensori convenzionali. Grazie ad avanzati algoritmi software è quindi possibile captare e monitorare i diversi eventi che hanno per teatro l’ambiente circostante. Non si parla soltanto di fatti traumatici come i terremoti, ma anche di tutto ciò che proviene dal traffico dei veicoli o dalle attività dell’uomo come i lavori di scavo, le perdite nelle condotte energetiche, i difetti sulle linee di trasporto ferroviarie, e così via.
Avete anche voi un prurito al naso? Non vi viene voglia di sapere cosa queste fibre trasmettano, e a chi?
13 aprile 2021 alle 20:27 · Archiviato in Creatività, SF and tagged: Internet, Movie, SciFiClub, Trieste Science+Fiction
Su Fantascienza.com la segnalazione di SciFiClub, la piattaforma streaming del TriesteScience+Fiction Festival di Trieste, che in tempi di pandemia si è espanso sulla Rete.
È online SCiFi Club, la prima piattaforma streaming dedicata al cinema di fantascienza del Trieste Science+Fiction Festival, che propone una library di film cult, lungometraggi e corti vincitori del più grande evento italiano dedicato all’esplorazione del genere fantastico.
Sulla piattaforma verranno caricati periodicamente nuovi contenuti (3/4 titoli al mese), tra le rivelazioni del Trieste Science+Fiction Festival, capolavori da scoprire e (ri)scoprire e prime visioni digitali. Tutti i film avranno una presentazione curata ad hoc dagli esperti e dai programmatori de La Cappella Underground e del Trieste Science+Fiction Festival, che prevedono di curare mensilmente un talk show e alcune dirette assieme ai fan.
La piattaforma SciFiClub.it ha come partner Mymovies.it e sarà attiva solo sul territorio italiano. I film saranno disponibili in versione originale con i sottotitoli italiani. Per accedere alla piattaforma sarà possibile sottoscrivere un abbonamento mensile di € 5,90 oppure un abbonamento di 6 mesi al prezzo speciale di € 29,90 comprensivo di un indispensabile “kit di sopravvivenza nello spazio” con i gadget ufficiali del Festival. La piattaforma potrà essere utilizzata con Google Chrome (ultima versione) da computer, Android e Mac, oppure con Safari (ultima versione) da iPhone e iPad. Si consiglia sempre di effettuare il test di connessione al primo accesso. Se si desidera guardare i film con la Smart TV attraverso il mirroring via Apple tv, Chromecast o similari, si ricorda che la visione in questa modalità non è ancora garantita ma lo sarà a breve: si suggerisce di connettere la TV al computer via cavo HDMI.
24 marzo 2021 alle 16:00 · Archiviato in Cognizioni, Creatività, Editoria, Letteratura, Oscurità, Recensioni, SF, Tecnologia and tagged: Don De Lillo, Giovanni Agnoloni, Internet, Luce oscura, Oedipa_Drake, Ridefinizioni alternative
Su OmegaOutpost una bella recensione di Oedipa_Drake a Il silenzio, ultimo romanzo di Don DeLillo che affrotna tematiche simili a quelle trattate da Giovanni Agnoloni con la sua trilogia – o quadrologia – sulla Fine di Internet, ma con sfumature sostanzialmente diverse; mentre Giovanni aveva una visione più olistica della realtà, DeLillo affronta il lutto derivato da una morte della civiltà – in questo caso quella della connessione – con uno sbigottimento quasi solipsistico. Vi lascio ad alcuni significativi stralci della recensione:
– Guardo lo specchio e non so chi è la persona che ho davanti, – diceva Martin. – La faccia che mi guarda non sembra la mia. Ma in fondo perché dovrebbe? Lo specchio è davvero una superficie riflettente? E la faccia che vedo io è la stessa che vedono anche gli altri? Oppure è qualcosa o qualcuno di mia invenzione? Sono le pillole che prendo a dare vita a quest’altra versione di me? Guardo quella faccia con interesse. Sono interessato, ma anche un po’ confuso. Capita mai anche agli altri? La faccia di ognuno di noi. Cos’è che vedono gli altri quando camminano per strada e si guardano a vicenda? La stessa cosa che vedo io? Tutte le nostre vite, tutto questo guardare. La gente che guarda. Ma cos’è che vede?
L’ultimo, atteso, romanzo di Don DeLillo ci proietta nella Manhattan del 2022, quando improvvisamente tutti gli apparecchi tecnologici e le reti (internet, cellulari, televisioni, …) si spengono. Gli schermi diventano neri e non si comprende la causa né l’estensione di questo fenomeno spiazzante. In questo contesto si intrecciano le vicende di una coppia che si trovava su un aereo, costretto a un atterraggio di emergenza, e di alcuni loro amici che li stavano aspettando per una cena durante la serata del Super Bowl.
La storia si sviluppa in una manciata di pagine e la brevità della trama fa da specchio al contenuto, allo stile, al linguaggio: scarni, minimalisti al massimo.
Chi segue e ha già letto il grande scrittore americano, non può fare a meno di notare un netto cambiamento nella sua produzione, corrispondente a un mutamento del suo stile e intenti.
Per anni i suoi romanzi arrivavano quasi all’eccesso di trama, con il suo voler delineare una visione della storia come una serie iperconnettiva di accadimenti e macchinazioni – in particolare eventi che segnavano una rottura tra il prima e il dopo, aprendo nuove possibilità al domani. Come altri grandi autori americani, c’era in DeLillo questa urgenza di raccontare, di dire, di fondare una storia solida, immagine di una realtà che aveva radici e prospettive, una direzione e un significato, e in cui l’uomo aveva il suo ruolo.
Già da alcuni anni tutto questo in DeLillo si è fatto via via più rarefatto, è mutato, la scrittura si è come ripiegata su se stessa e, quando si apre verso l’esterno, è verso un futuro ambiguo, labile, talora vuoto.
Forse il mondo attuale, con tutte le sue precarietà, ha raggiunto DeLillo, che di conseguenza non riesce – e non può – descrivere una realtà in un costante processo di abbattimento e di reimmaginazione, bensì ne vede, ne percepisce primariamente le crepe, le fragilità che conducono a un’incertezza dai contorni distopici. Le opere più recenti, e Il Silenzio ne è il culmine, sono tendenzialmente gnomiche, meditative e ascetiche nello stile e nel tono. L’approccio eziologico dei suoi romanzi di inizio e metà carriera virano verso una posizione più “profetica”. Da chiarire che siffatto “enunciato profetico” è anomalo, paradossale, come si nota bene ne Il Silenzio, è cristallizzato e freddo: non proietta prospettive sul futuro, ma pone atipicamente domande, interrogativi impliciti che non possono che non aver risposta, e di conseguenza lasciare al lettore un senso incompiuto. Perché non si hanno più risposte certe. O forse proprio risposte non ce ne sono.
Questo approccio si allaccia a uno dei temi chiave del libro.
In superficie Il Silenzio è un romanzo sulla disconnessione. Tuttavia, a un’analisi più accorta, DeLillo è interessato soprattutto all’ombra della coscienza digitale, all’impronta che la rete, la tecnologia, la costante connessione lascerebbe qualora i nostri telefoni e schermi si spegnessero. Parte dell’idea centrale del libro è che, attaccati costantemente ai nostri apparecchi, stiamo perdendo la capacità di filtrare coerentemente le informazioni, di scegliere ciò che è importante e ciò che non lo è in base alle nostre inclinazioni. La tecnologia e i suoi algoritmi lo fanno per noi, hanno parzialmente sostituito il nostro libero arbitrio, tanto che senza di essi, la realtà crolla in una involuzione, lascia attoniti alle prese con se stessi, il proprio essere soltanto umani che non siamo più in grado di gestire. Le connessioni sono state interrotte. Il denaro, la guerra, la politica, la tecnologia generano un individualismo tossico che lascia soli e ignari.
6 marzo 2021 alle 14:39 · Archiviato in Cognizioni, Creatività, Cyberpunk, Digitalizzazioni, Editoria, Futuro, Letteratura, Passato, SF, Sociale, Tecnologia and tagged: Francesco Guglieri, Internet, Interrogazioni sul reale, Mondadori, Postmoderno, Ridefinizioni alternative, William Gibson
Su DoppioZero è possibile leggere la postfazione di Francesco Guglieri a Cyberpunk, l’antologia assoluta, il tomo enciclopedico uscito recentemente per Mondadori nella collana Draghi. È un fiorire di citazioni e ricordi, a conferma che il genere si è così ibridato nel nostro presente da non essere più ora una forma per descrivere il futuro, ma un segnale del postmoderno; un estratto:
Il futuro l’ho visitato nel 1993. In quegli anni, almeno in Italia, l’accesso a internet era in gran parte limitato alle università, ai centri di ricerca, a qualche grande azienda: il privato cittadino, l’appassionato che avesse voluto entrare nella “rete delle reti”, come si diceva allora, doveva invece collegare il proprio modem a una BBS (un sistema che permetteva di accedere a un altro computer e condividere risorse, dati, messaggi da una rete), magari al costo di un’interurbana se il computer che ospitava la BBS era in un’altra città, e da lì veniva poi dirottato nel grande mare aperto di internet e ne poteva fruire i vari servizi: Ftp, Gopher, Archie, Telnet… Nomi e sigle che probabilmente non vi diranno nulla: i protocolli che ancora esistono sono stati oscurati e inglobati dall’http del World Wide Web. Ma il web, la possibilità di navigare in rete attraverso un’interfaccia grafica, era stato inventato al Cern di Ginevra solo un paio di anni prima da Tim Berners-Lee: nel ’93 erano accesi poco più di una cinquantina di server www, Mosaic, il primo browser, era stato appena lanciato e Netscape sarebbe uscito solo l’anno dopo. Ci si muoveva tra schermate di testo, inserendo con la tastiera dei comandi tutt’altro che intuitivi. Insomma, era un’internet molto diversa.
Fatto sta che dopo essere riuscito, non senza qualche fatica, a “entrare in internet”, mi collego un po’ a caso a un server dell’università di Stanford e, navigando nell’albero delle directory, trovo una cartella con dentro dei file di testo. Ne scarico uno. Era un racconto di William Gibson, «Burning Chrome» («La notte che bruciammo Chrome»), che qualcuno si era preso la briga di scannerizzare e piratare. Quel racconto è la prima cosa che ho scaricato da internet nella mia vita, il primo bottino che ho riportato a casa dai miei viaggi da fermo in giro per il mondo.
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16 settembre 2020 alle 15:02 · Archiviato in Cognizioni, Creatività, Cyberpunk, Futuro, Interviste, Letteratura, SF, Sociale, Tecnologia and tagged: Bruce Sterling, Covid-19, Giovanni De Matteo, Internet, Internet of things, Interrogazioni sul reale, Ridefinizioni alternative, Teoremi incalcolabili, William Gibson
Su RivistaStudio è disponibile una bella e profonda intervista a William Gibson, uno dei padri del cyberpunk. Come è detto all’inizio della chiacchierata, “pochi scrittori viventi possiedono la stessa aura di cui gode Gibson perché nessun altro come lui ha il potere misterioso di farti percepire la contemporaneità. Non solo perché sa raccontare la complessità del mondo contemporaneo. Ma perché riesce a catturare la contemporaneità degli eventi, il fatto che tutto sembra accadere nello stesso momento. I suoi libri ricreano in forma letteraria lo shock cognitivo in cui siamo costantemente immersi: quel disturbo post-traumatico a cui diamo il nome di presente. Cavalieri elettrici in una foresta di simboli digitali, i suoi eroi sono quelli che sanno leggere meglio il flusso di informazione, trovarci un filo e seguirlo, come rabdomanti, sciamani, «cow-boys dell’interfaccia»”.
Ecco, basterebbe questo a definire Gibson e la sua acutezza del presente camuffato da futuro; ma leggiamo cosa lui dice in alcuni passi (grazie a Giovanni De Matteo per la segnalazione di questa preziosissima intervista):
«Per quanto ne so», mi dice Gibson, «nessuna cultura ha mai immaginato la sua “fine del mondo” come un processo lento e graduale. Nei miei romanzi dura più di un secolo, almeno». Poche settimane prima della pandemia è uscito negli Stati Uniti il suo ultimo romanzo, Agency, non ancora tradotto in italiano. È il seguito di Inverso del 2014 (in italiano per Mondadori. Tutti le opere di Gibson possono essere divise in trilogie). Questi ultimi due sono ambientati in un mondo in cui è accaduto un evento noto come jackpot: una sorta di apocalisse “a rate”, dilazionata nel tempo, una fine del mondo con tante cause diverse, tante motivazioni divergenti: «un processo lento e che è interamente colpa nostra. Mi sembra questa la natura dell’apocalisse con cui dobbiamo fare i conti, che dobbiamo guardare in faccia». C’è una frase molto famosa di Gibson che fa «il futuro è già avvenuto, ma non è ancora arrivato dappertutto». Ecco, si potrebbe applicare anche alla fine del mondo: la fine del mondo è già arrivata, ma a rate. Mi sembra una definizione perfetta per quello che sta avvenendo: cambiamento climatico, guerre a bassa intensità ai confini di Russia e Cina, rivolte popolari, cyberwar, e adesso le pandemie. «Il jackpot lo chiamo così perché è l’inizio del “payoff”, la ricaduta, il risultato di tutto l’insieme di attività tecnologiche umane a partire, diciamo, dall’inizio del XIX secolo».
Quando me lo dice penso che non sia un caso che il suo romanzo del 1990, La macchina della realtà scritto insieme a Bruce Sterling e che ha dato il via allo spin-off del cyberpunk noto come steampunk, fosse ambientato proprio nell’Ottocento. «Il punto è che all’inizio non eravamo consapevoli degli effetti collaterali di queste tecnologie. Non eravamo consapevoli, per esempio, che l’avvento dell’onnipresente uso della plastica avrebbe minacciato la vita negli oceani, o che alcuni insetticidi avrebbero rischiato di provocare l’estinzione delle api, o che l’uso incontrollato e a cuor leggero degli antibiotici, dopo molti decenni, avrebbe portato all’evoluzione di ceppi resistenti ai farmaci di quelle stesse malattie per cui abbiamo usato gli antibiotici all’inizio». È questo il senso dietro a quel «non è ancora arrivato dappertutto»: è la consapevolezza a non essere distribuita in maniera omogenea nel tempo e nello spazio. «Il jackpot, che come l’immagino nei miei romanzi alla fine riduce la popolazione del pianeta dell’80 per cento, è quest’insieme di tutti i risultati inattesi delle tecnologie e della loro onnipresenza. Come quando nelle slot-machine escono tutte ciliegie: un insieme che minaccia la nostra specie anche se già non lo facesse il cambiamento climatico». Gibson fa una pausa, poi riprende: «Quel che è cambiato è che oggi non c’è più spazio per la negazione. Oggi questa catastrofe lenta, multi-causale (sebbene interamente antropogenica, causata dall’uomo), diventa innegabile e ovvia per tutti di noi. Credo che siamo a questo livello, ormai, e che trent’anni fa non lo eravamo». Come si inserisce la pandemia di Covid-19 in tutto questo? «In Inverso e Agency ci sono già dei riferimenti alle pandemie, al plurale. Quella di Covid è la prima pandemia globale del jackpot e non c’è motivo di pensare che sarà l’ultima. Al contrario. Il terzo volume della “trilogia del jackpot” affronterà anche il Covid: ma non posso ancora dire come».
26 Maggio 2020 alle 17:53 · Archiviato in InnerSpace, Oscurità, Reading and tagged: Infection, Internet, Ridefinizioni alternative, Social network, Trappole
Il continuo stimolo per trovare qualcosa di interessante oltre l’angolo e poi ancora una svolta, una sola, così ora potrò smettere di cercare… No aspetta, ancora un altro passo oltre, uno solo…
13 settembre 2019 alle 19:47 · Archiviato in Cognizioni, Interviste, News, Oscurità, Sociale, Tecnologia and tagged: Controllo sociale, Distopia, Edward Snowden, Internet, Interrogazioni sul reale, Roberto Saviano
Su Repubblica una bella intervista di Roberto Saviano a Edward Snowden, che ci racconta come Internet sia il posto meno indicato per nascondere un segreto, un’idea, la nostra attività, ciò che pensiamo o facciamo, ciò che siamo insomma. Siamo continuamente spiati, i nostri profili continuamente aggiornati, non abbiamo segreto alcuno per coloro che gestiscono la rete di controllo mondiale: Internet si è rivelata come la più grossa trappola per il genere, altro che distopia… Per quanto mi riguarda nulla di nuovo, ma per molti è un’amara sorpresa. Leggete, leggete.
21 giugno 2018 alle 19:53 · Archiviato in Cognizioni, Cyberpunk, Digitalizzazioni, Editoria, Futuro, News, Postumanismo, Recensioni, Sociale, Tecnologia and tagged: Big Data, Controllo sociale, D Editore, Daniele Gambetta, Derrick de Kerckhove, Giovanni De Matteo, Internet, Interrogazioni sul reale, Liberismo
Su Quaderni d’Altri Tempi una bella e dettagliata recensione, di Giovanni De Matteo, a Datacrazia, il saggio della D Editore che indaga la realtà dei Big Data, ovvero la capacità di immagazzinare dati personali operata da grandi (ma anche piccole) aziende operanti su Internet. Un estratto della recensione di Giovanni:
“Chi ha in mano i big data sa tutto di noi, della nostra situazione personale, della nostra vita privata, della ricchezza, delle scelte politiche e culturali, delle idee, dei consumi” (de Kerckhove, in Governato, 2017).
In un mondo in cui chiunque si ritrova a portata di mano una quantità di dati maggiore di quanto possa gestire (a meno di non essere una delle aziende che ha fatto dell’estrazione di valore dai dati la sua missione), un libro come questo curato da Daniele Gambetta, matematico e freelance, collaboratore al gruppo di ricerca indipendente HackMedia, può servire da bussola per ritrovare la rotta tra le correnti oceaniche di fake news, i venti di burrasca della post-verità e le insidie del Quadrilatero Digitale.
Il potere dei big data
Le strategie di profilazione adottate dai giganti dell’hi-tech attraverso le pressioni del marketing, specie nella sua emergente combinazione con le neuroscienze e la psicologia, il neuromarketing (si veda il contributo al volume di Giorgio Griziotti, Big emotional data), interagiscono con gli utenti e ne condizionano i comportamenti in maniera tanto diretta ed efficace da trascendere i sogni di qualsiasi governo.
In uno scenario in cui il fatturato combinato delle cosiddette Big Four (o GAFA – dalle loro iniziali: Google, Apple, Facebook, Amazon) ha eguagliato il PIL del Belgio, venticinquesimo paese per ricchezza al mondo secondo il ranking stilato dal Fondo Monetario Internazionale, si può facilmente intuire il pericolo che stiamo correndo legittimando quotidianamente la raccolta dei nostri dati.
Fin dalla sua introduzione, il curatore richiama l’attenzione sull’esposizione che questo comporta: da una parte nei confronti di piattaforme in corso di trasformazione verso “organismi sovranazionali diffusi”, con la loro applicazione di regole e politiche spesso in conflitto con le legislazioni nazionali e internazionali (si pensi all’attualità legata all’entrata in vigore del GDPR, ovvero il General Data Protection Regulation dell’Unione Europea); dall’altra nei confronti delle occasionali convergenze tra questo nuovo platform capitalism e l’ambito politico, come dimostra il ruolo giocato da Cambridge Analytica nelle campagne per l’elezione di Trump e il sostegno al Leave nel referendum sulla Brexit, incentrate su un uso massiccio della sentiment analysis grazie ai dati estratti da Facebook. Scrive Gambetta:
“Identità digitalizzate, geolocalizzazione e registrazione quasi costante di spostamenti, ma anche transazioni finanziare, dati relativi al nostro stato di salute e ai nostri gusti musicali. Mai come ora, nella storia dell’umanità, si è disposto di una quantità così grande di informazioni immagazzinate su fenomeni e comportamenti sociali”.