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Archivio per Firenze

I Connettivisti a Firenze (dicembre 2011). Sandro Battisti legge un suo …


How long? Mi ritrovo a guardarmi, in un profluvio di ricordi e sensi che avevo non dico dimenticato, ma certo accantonato. Ed eccomi, quattordici anni fa, già nel flusso di qualcosa che è sempre più grandioso…

Nero fiorentino | SherlockMagazine


Su SherlockMagazine la recensione di Fabio Lotti a Nero fiorentino, giallo di Luca Doninelli assai intrigante. Eccone un ampio stralcio:

Firenze 2010. Durante un sopralluogo per verificare l’origine di uno strano allagamento nel sotterraneo di un antico palazzo cittadino, il manutentore Giuseppe Masina riviene, nel doppio fondo di un vecchio mobile da archivio, un involto con due antiche tavole. L’involto viene portato dallo stesso Masina alla segretaria generale della Dombey & Son, la casa di moda che occupa il palazzo, dottoressa Loredana Fallai che a sua volta lo consegna all’ex amante prof. Oreste Marcucci, ordinario di Storia dell’arte moderna all’Università di Firenze. Questi riconosce essere le stesse tavole adoperate da ser Filippo Brunelleschi per definire la prospettiva a punto di fuga unico. Una bella scoperta…
Due giorni dopo, di sera, la Fallai viene uccisa con un colpo a bruciapelo nella tempia sinistra attraverso il finestrino abbassato nella sua automobile mentre aspetta l’apertura del cancello di casa. E Oreste Marcucci sparisce insieme alle tavole. Perché l’omicidio e perché la sparizione? Cosa c’è dietro a questo illustre reperto?
Il caso non fu risolto ma quindici anni dopo, quando si indice un concorso per il completamento della facciata di San Lorenzo, un evento che richiama studiosi da tutto il mondo, ecco che il mistero delle tavole ricompare insieme agli omicidi. La prima delle nuove vittime è Paolo del Chierico, ex amministratore delegato della casa di moda, ucciso a colpi di pistola nella sua macchina. La sorella Lucia, scrittrice e amante degli scandali soprannominata “Il mamba nero”, insieme alla fidanzata di Paolo Giulia Landi e a Maria Giovanna, la figlia della Fallai, indagheranno per cercare la verità.

Siamo in un momento particolare della storia complicata dai cambiamenti climatici: scioglimento dei ghiacciai, desertificazione, terremoti, maremoti, incendi, siccità e chi più ne ha più ne metta (oggi ancora peggio). E in una città come Firenze ormai invasa da una tribù di popoli venuti da tutte le parti del mondo. In questo contesto abbiamo diversi personaggi (li troveremo ben specificati prima dell’inizio) che agiscono nelle loro variegate sfaccettature, i sospetti, i pensieri, i dubbi, le riflessioni anche sulla vita, sull’esistenza, sull’incerto o addirittura devastante futuro che li aspetta. Con le domande che affiorano ininterrotte. Dove sono le tavole? Perché non sono state fatte conoscere? E se l’assassino, o gli assassini fossero tutti morti? Possono uccidere anche da morti?

Deison – Una Notte Che Non Finisce Mai | Neural


[Letto su Neural]

Con un curriculum che comprende sperimentazioni rock-elettroniche negli anni novanta – con i Meathead e a fianco di Teho TeardoCristiano Deison ha poi virato verso ancor più concettuali e ricercate esperienze, utilizzando nelle proprie composizioni registratori a nastro, giradischi e oggetti vari, sposando influenze experimental-noise e poi fondando una piccola etichetta, la Loud!, collaborando con artisti del calibro di Lasse Marhaug, KK.Null, Thurston Moore e Scanner, nonché con altri seminali italici maestri quali Simon Balestrazzi, Maurizio Bianchi e Andrea Gastaldello. L’idea di Una Notte Che Non Finisce Mai viene invece dalla scrittrice Sandra Tonizzo – non nuova a prestare la sua penna e la sua immaginazione a progetti musicali – che qui sviluppa otto racconti, poi idealmente riassemblati in altrettanti episodi sonori, imbastendo suggestioni, cronache, impressioni e ricordi sull’intricato noir dei sette duplici omicidi avvenuti fra il 1974 e il 1985 ai danni di giovani coppie appartate in zone boschive della provincia di Firenze. Una vicenda che è diventata una mania mediatica e che da decenni produce letture, trasmissioni televisive, studi e ulteriori investigazioni, oltre naturalmente a indagini giudiziarie. Anche gli stessi titoli delle composizioni presentate – “L’Agguato”, “Una Farfalla Che Grida”, “La Cicala”, “In Me La Notte Non Finisce Mai” – sembrano provenire da un “sottosopra” fine anni settanta-primi anni ottanta, un oscuro passato popolato da creature spaventose, oggetto di morbose attenzioni, contrassegnato da sibillini reperti criminali e da una sotto-narrazione inquietante e frammentaria. Per assonanza, viaggiando nel tempo, le cupe ambientazioni e le trame ossessive possono anche riportare alle prime stagioni di Stranger Things e True Detective o – citando altri contesti generazionali – alle psicopatologie di Non Si Sevizia Un Paperino di Lucio Fulci. “Succede spesso che i gialli siano in grado d’influenzare la storia più ampia che li circonda, ma pochissimi sono quelli che sono riusciti a cambiare aspetti della società e ad attraversare indenni più di cinque decenni, almeno in termini di fascino” dice Deison, che per il mostro di Firenze ha sviluppato una vera e propria ossessione creativa, sfociata conseguentemente in quello che gli riesce meglio: un artigianato sonoro raffinato ma anche teso, intriso da una grande cura per ogni singolo elemento ma infine predisposto nel suscitare precise emozioni, abile a raccontare e costruire cinematiche ambientazioni, alzando in continuazione l’asticella di una partecipata e coinvolgente attenzione nell’ascolto.

Gli anni ’80 e la cultura dark in 400 fotografie | Sky Arte


Su SkyArte la segnalazione di una mostra particolare, curata da Dino Ignani, dedicati ai ragazzi che più o meno quarant’anni fa tempestavano il nostro Paese con la moda dark, fenomeno nato sulla scia del punk ma dalle caratteristiche uniche e innovative, nonché legate al Romanticismo e dintorni. Un estratto:

È il 1977 quando anche in Italia la musica punk comincia a diffondersi, spinta dal fenomeno mediatico generato dai Sex Pistols. Con l’uscita dell’album Never Mind the Bollocks iniziano a comparire i primi gruppi di appassionati e le prime fanzine, dando vita a un fermento mai prima sperimentato dalla scena nazionale. La musica dark sorge seguendo la scia di questa rivoluzione culturale. Cocteau Twins, Soft Cell, Anne Clark e Depeche Mode sono alcuni dei gruppi più amati da questa onda di giovani, che agli anfibi chiodati e alle creste dei “cugini” punk preferisce vestiti neri e capelli che coprono il viso.

Mentre in Italia diventano sempre più popolari band come Litfiba, Diaframma e Gaz Nevada (gruppi che trovano in Bologna e Firenze i due epicentri culturali più reattivi), moltissimi ragazzi e ragazze prendono parte alla nuova corrente estetica. Emulano le acconciature e le mode dei loro beniamini, si truccano con colori scuri ed esprimono nell’abbigliamento e negli atteggiamenti un’urgenza comunicativa dandy, decadente, malinconica. Sono i primi anni Ottanta, e la dark wave “contagia” ufficialmente il Belpaese. La mostra in arrivo al Museo Marino Marini di Firenze alza il sipario su questo periodo di grande fermento, chiamando come testimone uno degli artisti che maggiormente hanno documentato attraverso le immagini i protagonisti di quegli anni. Stiamo parlando di Dino Ignani, il fotografo dei poeti e degli scrittori italiani.

Noto per i suoi ritratti agli intellettuali della nostra cultura, l’artista intraprende nella prima metà degli anni Ottanta un ciclo dedicato proprio ai ragazzi che frequentano la notte della Capitale. Li ferma per strada, chiede loro di lasciarsi fotografare in pose neutre e disinvolte. Ne deriva una ricchissima raccolta di scatti che molto testimoniano di quel periodo e delle esigenze comunicative dei giovani di allora.

Come nasce il carattere di una città? | L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un interessante articolo che si riveste di UrbanFantasy, andando a ricercare l’anima dei luoghi, un po’ come il genius loci degli antichi Romani. Un estratto:

Ci sono tanti libri che possono aiutarci nel cogliere i segni di queste evoluzioni. Quest’anno è impossibile non citare almeno Lo stradone (Ponte alle Grazie) di Francesco Pecoraro, la cui Città di Dio è certamente Roma e il cui stradone sembra proprio essere qualcosa tra le parti di via di Valle Aurelia e Via Baldo degli Ubaldi e quell’oggetto sfuggente e misterioso che è Remoria (minimum fax) di Valerio Mattioli, la cui città invertita è l’anti-Roma di Romolo, una costellazione di periferie scaturite da un parto mostruoso – diciamo pure, da una defecazione – dell’ano-uroboros GRA. Ma qui non parlerò di questi libri, per tracciare i precari confini di un discorso per sua natura inesauribile ora mi servirò di altri due testi: il mitico Roma moderna (Einaudi) dell’urbanista Italo Insolera e Firenze 1450, Firenze oggi (Olschki) di Cristina Acidini e Elena Guerrieri. Quest’ultimo è un piccolo e prezioso volume che riproduce fedelmente le illustrazioni dell’orafo fiorentino Marco di Bartolomeo Rustici, che attorno al 1450, nel suo Codice Rustici, un testo simbolico che è di fatto un Itinerarium mentis in Deum, nonché un vagheggiato pellegrinaggio letterario in Terra Santa, trova occasione di ritrarre moltissimi scorci della sua Firenze, offrendone la più dettagliata e precisa “fotografia storica” a nostra disposizione al giorno d’oggi. Il documento è eccezionale per la quantità di dettagli che Rustici ha disegnato e che ci consentono di apprezzare i cambiamenti di tante parti della città dall’epoca del suo massimo splendore a oggi (e tutte le illustrazioni che trovate in questo articolo sono tratte da lì). Prima di arrivarci però osserviamo i cambiamenti ancor più radicali che hanno investito la storia di un’altra città negli ultimi due secoli: Roma.

“Risulta dal calcolo che Roma è sei volte meno popolata di Parigi e sette volte meno di Londra. Ha la metà degli abitanti di Amsterdam dalla quale è ancor più lontana per ricchezza. Non ha marina, non manifatture, né traffici. I palazzi tanto vantati non sono tutti ugualmente belli perché tenuti male; la maggior parte delle abitazioni private è miserabile. Il selciato è cattivo… le strade sudice e strette e non sono spazzate se non dalla pioggia, che vi cade molto di rado. La città, formicolante di chiese e di conventi, è quasi deserta a oriente e a mezzogiorno. Si dia pure un cerchio di dodici miglia alle sue mura; questo cerchio è riempito da terre incolte, da campi, da orti… Ebbe ragione chi disse che i sette colli, una volta ornamento della città, oggi non le servono che per tomba!”

Questa è la voce “Rome” scritta dal cavaliere de Joncourt per l’Encyclopédie. L’ho presa in prestito da Roma moderna, ancor oggi il miglior breviario per orientarsi nella trasformazione cui è andata incontro la capitale negli ultimi due secoli. Le storie dei cambiamenti di Roma e di Firenze per altro si intrecciano proprio nell’800, quando avvenne il passaggio di consegne per il trasferimento della capitale. L’evento, del 1871, è stato capace di creare sconquassi in entrambe le città, prima a Firenze, che per i lavori di ammodernamento urbano subì interventi invasivi. Il più noto è forse la rinuncia quasi totale alla splendida cerchia muraria, un evento simile a quello avvenuto in molte altre città europee, certo, ma che non ha mai smesso di farmi domandare se non si sarebbe potuto fare diversamente, o se non si sarebbe potuto fare meglio. Occorreva davvero abbatterle in misura quasi totale? I viali di circonvallazione non potevano essere costruiti oltre il perimetro delle mura e non interamente al posto di quelle? Oppure ancora, non si sarebbero potute studiare soluzioni più morbide, che prevedessero una maggiore conservazione degli antichi bastioni? Altro: lo sventramento dell’antico mercato nell’attuale Piazza della Repubblica, al posto del quale sorse una piazza dal gusto “piemontese” che è decisamente la più brutta del centro cittadino, fuori contesto con i suoi passage pedonali alla parigina (qui decisamente estranei) e una magniloquenza pomposa e bolsa, sventramento che è andato a soppiantare un quartiere di edifici bassi e pittoreschi, non avrebbe potuto essere effettuato per mezzo di un più mirato svuotamento operato con maggior tatto e senso di integrazione urbanistica? Sono domande ormai impossibili a cui del resto risponde – mettendo le mani avanti – la piazza stessa, per mezzo di un’iscrizione al sommo dell’arco che unendo due edifici la apre magniloquentemente: “L’antico centro della città da secolare squallore a vita nuova restituito”. Il problema è che il panorama è squallido a sua volta e con la sua magniloquenza diventa una stigmata di una città che non è stata capace di ripensarsi. Ed è un peccato tanto maggiore in considerazione dell’esattezza puntuale dell’affermazione “antico centro”, se si considera che proprio in Piazza della Repubblica, dove sorge la Colonna dell’Abbondanza, si trova il centro esatto della Florentia romana, il punto in cui si incontravano cardo e decumano, le due direttive cardine da cui scaturì il primo tracciato cittadino.

FIRENZE DOVE SEI? | La poesia e lo spirito


Un bel post – già comparso qualche anno fa – di Giovanni “Kosmos” Agnoloni, su LaPoesiaELoSpirito, che parla di Firenze, patria di Giovanni. Un estratto:

Ho esitato a lungo a fare questa passeggiata per Firenze. Forse perché ho dei problemi con la nostalgia. Perché Firenze è una stratificazione di epoche compresse e scomparse, e dietro alle sue facciate nasconde infiniti distacchi e passaggi di tristezze.

Ma oggi è il momento.

In una sera di primo autunno, parto dalla periferia a cui sono sempre appartenuto per salutare per l’ultima volta una città che non esiste più.

C’è un tramonto che sembra un tuorlo d’uovo stropicciato su una tovaglia. Intorno, blu profondo.  Cammino lento lungo strade che sanno di polvere. Lontano, una moto gratta l’asfalto come unghie su una lavagna nera. Sembra il lamento di un gatto agonizzante, e si allarga nello spazio,  immagine in espansione che contiene luoghi dove sono stato e altri dove ancora devo andare. Passa un camion, con il suo barrito industriale.

Firenze indugia, sospesa tra quel che era e uno spettro di futuro.

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