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Deison – Una Notte Che Non Finisce Mai | Neural


[Letto su Neural]

Con un curriculum che comprende sperimentazioni rock-elettroniche negli anni novanta – con i Meathead e a fianco di Teho TeardoCristiano Deison ha poi virato verso ancor più concettuali e ricercate esperienze, utilizzando nelle proprie composizioni registratori a nastro, giradischi e oggetti vari, sposando influenze experimental-noise e poi fondando una piccola etichetta, la Loud!, collaborando con artisti del calibro di Lasse Marhaug, KK.Null, Thurston Moore e Scanner, nonché con altri seminali italici maestri quali Simon Balestrazzi, Maurizio Bianchi e Andrea Gastaldello. L’idea di Una Notte Che Non Finisce Mai viene invece dalla scrittrice Sandra Tonizzo – non nuova a prestare la sua penna e la sua immaginazione a progetti musicali – che qui sviluppa otto racconti, poi idealmente riassemblati in altrettanti episodi sonori, imbastendo suggestioni, cronache, impressioni e ricordi sull’intricato noir dei sette duplici omicidi avvenuti fra il 1974 e il 1985 ai danni di giovani coppie appartate in zone boschive della provincia di Firenze. Una vicenda che è diventata una mania mediatica e che da decenni produce letture, trasmissioni televisive, studi e ulteriori investigazioni, oltre naturalmente a indagini giudiziarie. Anche gli stessi titoli delle composizioni presentate – “L’Agguato”, “Una Farfalla Che Grida”, “La Cicala”, “In Me La Notte Non Finisce Mai” – sembrano provenire da un “sottosopra” fine anni settanta-primi anni ottanta, un oscuro passato popolato da creature spaventose, oggetto di morbose attenzioni, contrassegnato da sibillini reperti criminali e da una sotto-narrazione inquietante e frammentaria. Per assonanza, viaggiando nel tempo, le cupe ambientazioni e le trame ossessive possono anche riportare alle prime stagioni di Stranger Things e True Detective o – citando altri contesti generazionali – alle psicopatologie di Non Si Sevizia Un Paperino di Lucio Fulci. “Succede spesso che i gialli siano in grado d’influenzare la storia più ampia che li circonda, ma pochissimi sono quelli che sono riusciti a cambiare aspetti della società e ad attraversare indenni più di cinque decenni, almeno in termini di fascino” dice Deison, che per il mostro di Firenze ha sviluppato una vera e propria ossessione creativa, sfociata conseguentemente in quello che gli riesce meglio: un artigianato sonoro raffinato ma anche teso, intriso da una grande cura per ogni singolo elemento ma infine predisposto nel suscitare precise emozioni, abile a raccontare e costruire cinematiche ambientazioni, alzando in continuazione l’asticella di una partecipata e coinvolgente attenzione nell’ascolto.

Purché non se ne parli. Ridefinire storicamente il concetto di “setta” | LaMisuraDelleCose


Sul blog LaMisuraDelleCose, articolo di approfondimento sul fenomeno delle sette, visto dal lato religioso e filosofico, da chi vive intensamente la storia delle religioni. Un estratto:

Il termine “setta” pone un primo problema etimologico: si fa derivare dal latino sequi, seguire (una dottrina) oppure da secare, tagliare, sottintendendo l’idea di una divisione rispetto alla religione ufficiale o tradizionale. “Setta” è una categoria discutibile ma comoda: gli studiosi si sforzano di attribuirle un significato tecnico evitando giudizi di valore, ma nell’accezione comune si ammanta di una connotazione decisamente peggiorativa ‒ da qui l’obbligo delle virgolette dal cui uso, avendone dichiarato l’intento, ci asterremo d’ora in poi per comodità.
Viene spesso evocato il carattere volontario della partecipazione a una setta: si nasce fedeli di un credo istituzionale, mentre si diventa membri di una setta dopo un percorso di ricerca (o vagabondaggio) spirituale. Molte sette cristiane, infatti, non praticano il battesimo ai bambini in quanto ritengono che l’appartenenza alla propria dottrina sia una scelta individuale che deve essere presa in piena coscienza. Al contrario, nell’opinione comune viene percepita invece la perdita di volontà a seguito di quello che viene definito brainwashing, un processo di azzeramento della facoltà di agire e decidere autonomamente messo in atto da personaggi carismatici che possono avere una spiccata capacità dominatrice e dei quali (da qui la paura) tutti possiamo essere potenziali vittime.
Nelle sette cristiane la tensione tra il gruppo settario o minoritario, portatore di un messaggio nuovo, e la religione ufficiale tende ad affievolirsi mano a mano che l’entusiasmo e il vigore della prima generazione si modera, stabilizzandosi dottrinariamente e raggiungendo un certo rilievo anche numerico. In ambito protestante si è sentita particolare necessità di distinguere questi gruppi settari in due categorie: le friekirchen (chiese libere) e i sondergruppen (gruppi particolari), questi ultimi considerati sette per la loro pretesa di rappresentare la sola vera fede (allontandosi, secondo i teologi, dal messaggio cristiano); le prime invece, sempre in ambito protestante, possono essere definite “vere chiese” perché libere da legami istituzionali: battisti, mennoniti, un certo numero di pentecostali e altri gruppi detti evangelici rientrano in questa categoria.
Nelle lingue anglosassoni esiste inoltre una differenza tra i termini sect e cult: il primo viene generalmente riferito a un gruppo scismatico, fondato da individui che hanno abbandonato la chiesa di provenienza per dar vita a un movimento basato spesso su un “ritorno” al messaggio originario (come i carismatici con il messaggio evangelico); il cult, non perfettamente traducibile in italiano, presuppone invece un’innovazione, più che una separazione, da parte di un gruppo che si pone nettamente al di fuori della tradizione religiosa dominante; tuttavia, nell’uso corrente, si ricorre al termine cult per designare un movimento nato da poco, in una fase iniziale, poco strutturato, che si raggruppa attorno a un capo carismatico.

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